cronache dall’Uganda

don Matteo, insieme ad un gruppo dei nostri giovani, si è recato in Uganda per un’esperienza missionaria presso il centro coordinato da Giorgio e Marta, dove ragazzi con disabilità trovano accoglienza e assistenza.  Qui di seguito riporteremo periodicamente le “cronache” che ci verranno inviate di volta in volta: brevissimi resoconti di questa esperienza così preziosa per i nostri giovani, per don Matteo.

don Matteo, Luca Fantini, Riccardo Brivio, Ilaria Cresseri, Diego Marazzi, Annalisa Chiumento, Diego Pecorari, Samuele Marazzi, Matteo Paoli, Eleonora Gentile

Giorgio Scarpioni e Marta Novati sono due giovani italiani, trentenni, sposati da poco. Siamo in Uganda, e più precisamente a Rushooka, nel sud del Paese, in una missione radicata da anni sul territorio in cui operano i frati minori. Il sogno di Marta e Giorgio: “aiutare gli ultimi fra gli ultimi”. Per inseguirlo hanno lasciato Varese, gli amici e la famiglia, una vita sicura. Lei, educatrice professionista. Lui, figlio di un imprenditore. Dopo alcune esperienze di missione all’estero, si radica sempre più forte in loro “il desiderio di servire i poveri e di stare con loro”. La scelta nel 2012 cade sull’Uganda. Nel 2013 tornano in Italia, ma solo per sposarsi.         Giorgio e Marta vivono oggi a Rushooka, insieme a due frati francescani. La loro è una realtà di missione rivolta soprattutto ai giovani con un centro residenziale in cui sono accolti 18 ragazzi dai 5 ai 15 anni, tutti con disabilità. Nel centro lavorano 5 maestre, una donna che dorme con i bambini, un cuoco, un contadino che lavora la terra. La finalità educativa è quella di rendere i ragazzi più autonomi, tanto da potersi inserire nel tessuto sociale una volta usciti da qui. La disabilità è una delle più grandi sfide inascoltate in Uganda. “I disabili – racconta Giorgio – non si vedono in giro. Sembra quasi che non ci siano. E invece non è così. Purtroppo vivono grandi soprusi, a causa della convinzione radicata nella gente che questi bambini siano posseduti dagli Spiriti. Genitori e parenti hanno paura che questa maledizione si allarghi alla famiglia. Per questa ragione o vengono uccisi subito o sono abbandonati dal padre, perché per l’uomo avere un figlio disabile qui è una sciagura. Vengono allora nascosti in casa e portati dallo stregone che pratica marchi a fuoco sul corpo oppure altre stregonerie fatte con erbe strane”. Purtroppo alcune patologie, se non curate adeguatamente, possono nel tempo compromettere la salute per sempre. Il ruolo di Marta è anche quello di lavorare a fianco delle famiglie per restituire dignità al bambino disabile.         Ma perché lasciare una vita sicura per perdersi in Africa? “Dietro – risponde Giorgio – c’è sicuramente una scelta di fede perché entrambi ci sentivamo chiamati a dare qualcosa nella gratuità. Non dunque la ricerca di un lavoro ma una scelta di vita e un’offerta al Signore di un pezzo della nostra vita. Sentiamo però entrambi di aver dato un valore prezioso alla nostra vita. Quando ci alziamo proviamo una grande gioia, ogni giorno. E quindi abbiamo tutti e due la sensazione che la nostra vita si sia molto arricchita. Non di denaro perché la nostra vita è semplice, senza stipendio e senza pensione, ma di una ricchezza più grande che percepiamo e viviamo ogni giorno”.          Per chi fosse interessato a un approfondimento: albeta@hotmail.it oppure pagina Fb: Giorgio e Marta in Africa.

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Primi giorni in Uganda: che dire? Partiamo dall’inizio

Per arrivare in Uganda abbiamo preso due aerei. E fino qui tutto bene: niente valigie perse né vicini di posto rumorosi. Anche la seconda parte del viaggio non è stata male, anzi è stata divertente e avventurosa.
Infatti, ad attenderci in aeroporto a Kigali (Ruanda) c’erano Simon e Abram, i nostri autisti (due, anche se il pullmino era uno solo: per farsi compagnia, forse?) che hanno caricato le nostre valige in maniera tipicamente africana: col motore acceso, con tempi africani e saltando sul tetto per riuscire a far stare tutti i nostri bagagli. Così, stipati anche noi dieci sul pullman, siamo partiti in direzione di Rushooka, Uganda.
Dal finestrino notavamo già molte differenze: il paesaggio ricco di piante e con colori dalle diverse sfumature della terra, l’evidente povertà di case e negozi, bambini con le divise scolastiche e un sacco di moto che là usano come taxi. Il tragitto in macchina è stato abbastanza particolare anche per la guida spericolata del nostro accompagnatore, che faceva tratti rettilinei anche quando in realtà erano tornanti…
Forse per risparmiare carburante??
Il momento più complesso del viaggio in pullman, però, è stato il passaggio del confine con l’Uganda, dove abbiamo fatto una “sosta obbligata” di un oretta, in cui ci hanno chiesto il visto – in tre punti diversi nel giro di 30 metri e c’erano tipi che ci guardavano in maniera sospetta. Quando finalmente ci hanno fatto passare eravamo tutti sollevati e parecchio stanchi e infatti quando siamo arrivati, abbiamo fatto le presentazioni con gli altri volontari e dopo una cena veloce siamo andati a dormire nei nostri letti, protetti dalle immancabili zanzariere.
Nei due giorni seguenti la parola chiave è stata CONOSCERE.
Conoscere dal vivo Giorgio e Marta, che portano avanti tutto il progetto della missione e che ci hanno ospitati. Conoscere gli altri volontari che vivono o con noi questa esperienza. Conoscere il luogo in cui ci troviamo, ricco di platani, altre piante e una vista spettacolare dei villaggi intorno.  E, ultimo ma  non meno importante, conoscere i bambini dell’orfanotrofio del centro disabili gestito dalla missione.
Anche se all’inizio erano un po’ diffidenti, sono bastati pochi minuti e poi ci hanno fatto sentire accolti, con sorrisi e tanti “ciao!”.Che dire, le basi per una bella esperienza ci sono… ora basta viverla!

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Il terzo giorno qui a Rwentobo per il nostro gruppo inizia alle 07.00 e le attività in programma sono le seguenti: messa al villaggio, ritorno in casa per la colazione e per preparare gli zaini, gita al lago dove pranzeremo e trascorreremo il pomeriggio, ritorno in casa per docce, cena e serata insieme.
Come prima cosa, quindi, ci dirigiamo verso la chiesa del villaggio accompagnando, insieme ad alcune insegnanti, i bambini disabili della scuola facente parte del progetto diretto da Giorgio e Marta.
La S.Messa inizia alle 08.00 e, oltre a noi ed ai bambini che abbiamo accompagnato, vi partecipano le bambine dell’orfanotrofio facente anch’esso parte del progetto diretto da Giorgio e Marta, altre scolaresche e molte persone del villaggio.     Viviamo la Messa con la massima attenzione per cercare di capire e di apprezzare le tante particolarità e diversità che caratterizzano le celebrazioni qui in Uganda. Infatti rimaniamo piacevolmente colpiti dalla presenza di numerosi canti accompagnati da coinvolgenti balli che si alternano alle letture delle Sacre Scritture, del Vangelo ed alle parole della predica.
Una volta finita la Messa, riaccompagniamo i bambini alla scuola e ci prepariamo per andare al lago.
Saliamo tutti e dieci sul pullmino e dopo un lungo viaggio arriviamo finalmente a destinazione.
Pranziamo in un ristorante di zona e trascorriamo il pomeriggio al lago divertendoci e rilassandoci.
Arrivati a casa ci facciamo una doccia e dopo una cena leggera ed una breve serata passata insieme andiamo a dormire per riposarci e prepararci alle attività del giorno dopo.
Il quarto giorno inizia con le lodi mattutine e dopo la colazione andiamo tutti insieme all’orfanotrofio ed alla attigua scuola di mestieri, anch’essa facente parte del progetto. Giorgio ci porta a visitare le aule della scuola dell’orfanotrofio e della scuola di mestieri che sono completamente diverse dalle aule scolastiche in Italia, sono più piccole e più povere, al loro interno ci sono una lavagna, qualche panca e qualche banco, lo stretto indispensabile per fare lezione, niente a che vedere con i mezzi tecnologici all’avanguardia che ci sono in Europa. Questo ci porta a riflettere sulle profonde lacune presenti nel sistema educativo ugandese e sulle enormi difficoltà che si riscontrano nel portare avanti un progetto come quello di Giorgio e Marta ed il conseguente bisogno di un grande aiuto da parte dei Paesi che questi problemi non li hanno.
Trascorriamo l’intera mattinata a scuola con le bambine dell’orfanotrofio, con le quali prima giochiamo durante l’intervallo e poi assistiamo ad una verifica di fine trimestre.  Dopo pranzo ci dividiamo in due gruppi. Metà di noi si occupa della cura degli spazi in cui i bambini disabili vivono e vanno a scuola: ripuliamo l’orto per la coltivazione di frutta e verdura ed iniziamo la riverniciatura delle ringhiere.
L’altra metà invece affianca le insegnanti della scuola in una lezione di educazione fisica con i bambini disabili. Facciamo fare ai ragazzi dei semplici esercizi di calcio e di pallavolo che li coinvolgono e li fanno divertire e giocare insieme tra loro e con noi.   Il pomeriggio si conclude con una partita di calcio tutti insieme con anche le insegnanti ed alla fine della partita i ragazzi tornano nei loro dormitori contentissimi del pomeriggio passato insieme.  I sorrisi sui loro volti e la felicità dipinta nei loro occhi ci fanno capire come basti veramente poco per fare contenti gli altri e che il dono più importante che si possa fare sia donare il proprio tempo agli altri, soprattutto a chi ne ha più bisogno.
Anche noi, finita la partita, torniamo a casa stanchi, ma soddisfatti di aver donato il nostro tempo a chi davvero ne aveva bisogno.
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Martedì 13 agosto, quinto giorno.      Oggi, dopo aver fatto colazione tutti insieme, ci siamo divisi tutti in due gruppi, affinché uno potesse assistere ed aiutare i bimbi al Karidaari e l’altro potesse concentrarsi sui lavori manuali. Tutti tranne quattro di noi che si sono aggregati a Giorgio che doveva andare a visitare le famiglie di due bambini, Micheal e Olivia, ospitati al centro disabili. Per raggiungere i genitori di Michael e Olivia abbiamo percorso parecchi chilometri in un territorio sempre più arido e, ahimè, anche sempre più povero, come dimostra l’abitazione in cui da sempre vive la famiglia di Olivia, la prima che abbiamo visitato. Quest’ultima durante gli anni ha costruito, infatti, tre capanne circolari col tetto di paglia, una adibita a cucina e due a camere da letto. Per terra tra le capanne si intravvedeva anche un tappeto di paglia fatto a mano sul quale, sdraiato e all’ombra, c’era il più piccolo della famiglia mentre sua sorella, Jennifer di otto anni, guardava ed ascoltata un po’ intimorita e timida. Intimorita, in realtà, solo fino a quando Giorgio non le ha chiesto come andasse a scuola. A quel punto i suoi occhi si sono ravvivati e lei è corsa dentro la sua stanzetta a prendere allegramente i suoi piccoli quaderni piegati e sgualciti custoditi in una piccola borsetta lilla di stoffa.  La famiglia di Michael, invece, ha richiesto l’intervento di Giorgio per controllare la situazione del tetto della casa che essendo molto vecchio rischiava di crollare, ma nonostante questo la mamma ci ha accolto con molta tranquillità e gentilezza spiegandoci alcuni momenti della sua vita, della sua famiglia e della casa.      Aver avuto la possibilità di vedere e conoscere così da vicino la realtà da cui provengono i bimbi è stato molto arricchente ma contemporaneamente toccante. Sembra che il tempo qui si sia fermato: gli abitanti del villaggio vivono in piccole capanne col tetto di paglia, gestiscono sei o sette capre e coltivano la terra riuscendo però ad essere serene, gentili ed accoglienti contemporaneamente.

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Mercoledì 14 agosto, sesto giorno     I mercati africani, tra cui quello del villaggio vicino ‘Rubare’ sono abbastanza d’impatto. La prima impressione appena si arriva è un po’ frastornante a causa del forte rumore che si percepisce e della confusione che si nota. Piccole stradine ti portano tra le varie bancarelle vicine le une alle altre in cui vengono venduti per terra su teli di plastica stoffe bellissime e colorate, frutta e verdura, pesce essiccato piuttosto che scarpe e vestiti. È impressionante vedere i venditori che espongono i loro prodotti stesi per terra o seduti cercando un po’ di ombra piantando quattro bastoni agli angoli della loro tela ricoperta di merce e ponendo sopra un ulteriore telo di plastica che funge da tenda. Essi riescono a trasmettere tranquillità in un’atmosfera che calma non è.

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“Bisogna cominciare, non avere paura e avere fede. Il perché lo capirai poi.”
Suona strana pronunciata da un uomo nel 2019. “Il perché lo capirai poi” suona come un’eco nella mente, soprattutto pensando alla frenetica ricerca di essere migliori che colpisce insensibilmente tutte le nostre giornate. Oggi niente viene fatto senza un perché, ognuno deve avere chiaro cosa sta facendo, quando deve farlo, come deve farlo e cosa deve raggiungere.
La storia di Elio invece sembra raccontare proprio il contrario. Elio, nato in Calabria e trasferitosi poi a Milano, sta oggi tentando con sua moglie Chiara di adottare Mary, una bambina ugandese che ci si è presentata con un’acconciatura alquanto stravagante, figlia di una giovane donna con una situazione psichiatrica delicata. La storia missionaria di Elio e Chiara non partì però con questi obiettivi. Hanno deciso di mettersi a servizio, rendersi disponibili a cominciare un’esperienza che non sapevano a cosa li avrebbe condotti. Ricordi, emozioni, relazioni sono solo alcune delle cose che oggi conservano nel cuore. E in più hanno scoperto l’amore per una bambina.       Lo stesso amore è quello visibile nella passione che ci mettono un gruppo di suore e frati coreani per far progredire la missione Kkottongnae, un progetto che mira ad aiutare i più deboli, persone senzatetto con ridotte capacità motorie e/o mentali nella struttura chiamata House of Love e bambini sieropositivi nella struttura detta House of Angels. È tuttavia triste pensare al confinamento che queste persone subiscono: la gente comune subisce molto l’influenza di credenze ancestrali, per cui questo tipo di problemi sono demonizzati e non è casuale trovare nei centri che li accolgono bambini con bruciature sul corpo perché uno stregone ha tentato di guarirli con strane tecniche che ricordano la magia nera, o altre forme di segni che riconducono a tecniche da mago. Il fenomeno diventa però più comprensibile se consideriamo il fatto che, nonostante il Cristianesimo cattolico e protestante sia molto diffuso, sono altrettanto seguite religione diverse, sette di ogni genere e altre forme di credenze.      Diventa quindi chiaro come i clericali coreani siano riusciti in poco tempo, dall’inizio della costruzione della missione di Kkotongnae che risale al 2015, a raccogliere direttamente dalla strada uomini e donne veramente scartati dalla società e dalla cultura. Come ci è stato raccontato, qui non c’è la volontà di aiutare i più deboli, visti invece come pesi, soprattutto economici per le famiglie, che diventano quindi non desiderati, mentre i ricchi pensano solamente al proprio bene, a godersi il proprio patrimonio.
La differenza più grande con il mondo “occidentale” è soprattutto culturale più che economica: non è discutibile che girando per strada sia visibile una povertà dilagante, ma è frutto secondo me di un atteggiamento mentale inadeguato. La mancanza di volontà di migliorare la propria condizione si vede nelle piccole cose: le famiglie si basano praticamente sull’autosufficienza, tutti coltivano banane e qualche altro frutto per poi venderne il surplus. Il risultato sono intere strade piene di bancarelle che vendono banane, angurie, zucche e poco altro. Nessuno prova a curare come viene conservato il cibo, per cui diventa molto facile contrarre malattie dal cibo e soprattutto dalla carne. Allo stesso modo la condizione delle abitazioni, al di là delle dimensioni che queste hanno, è specchio della società. Sono rimasto molto colpito dal costo di un’abitazione: per costruirti la casa, perché qui i poveri se la costruiscono da soli, servono un migliaio di euro. Per rifare in lamiera (quindi di ottima resistenza e durata) il tetto di una casa che è crollato pochi giorni fa è stato stimato un costo di 400 euro circa. È come se anziché comprare un cellulare nuovo decidessimo di cambiare il tetto di casa. Strano.
In questa povertà però non c’è solo buio: viaggiando verso Kkottongnae sono rimasto molto colpito da un paio di scene di semplicità quotidiana che sono difficili da cogliere nel mondo “occidentale”.   Un ragazzo che mostra ai propri amici le nuove scarpe da calcio. Due bambine che fanno girare una corda. Altre due che si infilano in mezzo e cominciano a saltare. Non siamo più abituati a scene del genere: la gioia di un ragazzo che ha ricevuto probabilmente il regalo più bello della sua vita e il divertimento di un gruppo di bambine a cui basta una corda per passare una mattinata.
Poi c’è Fra Mansueto, frate padovano che nove anni fa ha deciso di fondare un seminario a Mbarara: in soli nove anni da allora la missione si è evoluta ed è diventata una struttura molto ampia, includendo due chiese, una scuola elementare e una superiore. Quello che qui fa impressione sono i numeri: in questi pochi anni, la missione di Fra Mansueto ha raggiunto oltre 1300 studenti presenti attualmente nella struttura, con l’intenzione di espandersi ancora una volta trovati i fondi.
Le missioni, qualunque origine e ragione abbiano, non sono tutte uguali, ma tutte riescono a riscuotere grande successo. Probabilmente non è comune vedere delle persone che spendono tempo e denaro per altre e soprattutto più deboli e il bianco, che viene visto come colui che porta soldi e conoscenza, cerca in realtà di portare l’esempio di come l’aiuto tra uomini sia ricco di possibilità e emozioni.   Quando poi quest’esempio di aiuto viene assimilato si può assistere a scene commoventi di solidarietà e fratellanza.
Il giorno prima di visitare Kkottongnae e Fra Mansueto abbiamo festeggiato l’inizio della stagione delle pioggie, in Italia chiamato Ferragosto: viene ammazzato il maiale, si mangia carne di pecora e di mucca. Poi si balla, si gioca, si ride e si scherza in compagnia, ugandesi e italiani uniti da uno spirito comune, missionari e insegnanti e tutti i lavoratori della missione di Giorgio e Marta. È una vera e propria festa.
Un’insegnante chiede di poter parlare: vuole ringraziare coloro che si impegnano quotidianamente per il bene dei bambini disabili del Karidaari e le orfane del Father Wembabazi. Nelle sue frasi è chiaramente emerso come la sensibilità mostrata da Giorgio e Marta verso i più deboli abbia contagiato le insegnanti, rompendo i loro muri, le loro credenze verso le disabilità. Un breve scambio di battute riguardo le discussioni tra insegnati e quelle tra insegnanti e Marta ha poi portato in luce come anche le insegnanti ugandesi riconoscano nelle discussioni non momenti di regresso, ma momenti principali di crescita nella volontà di migliorare la qualità della proposta per questi bambini “scartati”.
Al termine di questi due giorni, al termine di un giorno di festa e di uno di “visita” ad altre missioni, continua a riecheggiarmi nella mente la frase di Elio “Bisogna cominciare. Il perché lo capirai poi”. È tutto in divenire, ogni missione è partita con delle iniziative che si sono evolute, sono cambiate. Ma allora mi sorge spontaneo chiedermi quale siano le ragioni per dare il via a una missione, quali siano le cose che permettono di andare avanti nonostante tutte le difficoltà che chi sceglie una vita del genere incontra.
Poi rifletto anche sulle mie motivazioni, sulle nostre: sicuramente quelle che pensavo essere le mie motivazioni si sono rivelate deboli già dopo i primi giorni qui a Rwentobo, ma questo non mi demoralizza. Al contrario, mi permette di capire che c’è di più, che vedere il sorriso sul volto di un bambino qui in Africa è speciale, è una sensazione che ha dell’incredibile, ma la motivazione credo sia in mezzo a quel sorriso e alle mie sensazioni.
Lo stimolo delle parole di Elio diventa motore stesso delle giornate, la ricerca del “perché che capirò poi” celato nelle relazioni e nelle azioni dei nostri giorni: qui dove apparentemente non c’è niente sto scoprendo un mondo che, seppur effettivamente povero e a tratti arretrato, contiene un’innumerevole quantità di doni che la ricerca del perché ci sta permettendo di apprezzare, farne tesoro e poi restituire in altre forme alle stesse persone che ce li portano, in un positivo circolo vizioso da cui non vorresti mai uscire.
“Bisogna cominciare, non avere paure e avere fede. Il perché lo capirai poi.”

17 agosto 2019      Oggi, dopo la scorsa giornata ricca di emozioni, siamo rimasti nella nostra dimora di Rwentobo per continuare i lavori di manutenzione della casa. I ragazzi hanno zappato il bananeto insieme ad alcune mamme dei bambini del Karidaari. Altri invece hanno partecipato ad una lezione di cucito per imparare a fare dei sottopentola con tappi di bottiglie e stoffa.     Le mamme del progetto si sono accordate con Giorgio e Marta per fare dei lavori con lo scopo di ricavare dei fondi da investire per il futuro dei propri figli. Le ragazze, invece, hanno continuato a scartavetrare la cancellata.
È strano pensare che da noi questi lavori vengano fatti con delle macchine, mentre qui la forza principale è la volontà e la voglia di mettersi in gioco per realizzare un bene comune.
Nel frattempo don Matteo era a Rushooka per tenere un ritiro spirituale alle suore. Il nostro eroe si è cimentato perfino con le confessioni in lingua inglese!
Nel tardo pomeriggio, poi, alcuni di noi sono andati dalla sarta per farsi fare degli abiti su misura con le stoffe tipiche ugandesi. La sarta, stranita dalle nostre richieste, come una gonna un po’ troppo corta per la loro cultura o dei pantaloni da uomo con una stoffa molto in fantasia, dopo grasse risate ha accettato comunque di soddisfare i nostri desideri.
Girando per il villaggio sono molte le differenze che si notano tra le nostre abitudini e le loro, ma una cosa è universale per tutto il mondo: il sorriso.

18 agosto 2019      La domenica inizia con il “Service”, una liturgia della Parola tenuta da Giorgio con la distribuzione dell’Eucaristia insieme ai bambini del Karidaari, che ci regalano da subito grandi emozioni con i loro canti e i loro sorrisi. Dopodiché il gruppo si è diviso in due: una parte è andata al lago Nyabihoko, mentre un’altra parte è andata con don Matteo a Rushooka, dove era in programma una vera e propria Messa africana in lingua locale per salutare alcuni frati che lasceranno la comunità per trasferirsi da un’altra parte.     La cosa che più ci ha stupiti è stata vedere come la città si svuoti e la chiesa si popoli di volti sorridenti che esprimono gioia e gratitudine.     Con solo un’ora di ritardo hanno iniziato la Messa ricca di canti e di balli che è durata la bellezza di 4 ore e 30 minuti… Ma solo don Matteo ha resistito fino alla fine, perché noi ragazzi abbiamo raggiunto in boda-boda il resto del gruppo al lago. Il boda-boda è il tipico mezzo pubblico ugandese, ovvero una moto taxi capace di trasportare innumerevoli passeggeri e qualsiasi tipo di oggetto. Inutile dire quanto fosse spettacolare il paesaggio intorno a noi.
Una volta arrivati tutti al lago abbiamo preso una barchetta che ci ha portati in un’isoletta sperduta dove ci hanno annunciato che per pranzare al ristorante avremmo dovuto attendere i chapati, delle specie di crepes salate, dalla terraferma. Tempo stimato 20 minuti… Dopo ben 5 ore di attesa occupate giocando a calcio, basket, pallavolo e facendo cruciverba finalmente arrivò la barca con i chapati. Un po’ scocciati e molto affamati abbiamo mangiato e siamo ripartiti verso la terraferma.   Dopo un’oretta in macchina siamo ritornati a casa dove abbiamo ritrovato don Matteo, sopravvissuto alla Messa in lingua locale e al pranzo con i frati. Nonostante l’attesa per mangiare, siamo tornati soddisfatti delle meraviglie che abbiamo visto!

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19.08.19      La nostra seconda settimana inizia in modo ormai classico: ci dedichiamo ai lavori manuali tra la casa, il Karidaari e il Wembabasi. Quest’ultimo è l’orfanotrofio che si trova in villaggio a Rwentobo e che ospita ragazze abbandonate o maltrattate dalle loro famiglie, ed è anche sede di una scuola di mestieri, dove i ragazzi studiano per diventare parrucchieri, carpentieri o falegnami. Il nostro gruppo si divide quindi tra la faticosa zappatura dell’immenso bananeto a ridosso del Karidaari, il rifacimento della cancellata dell’istituto, che richiede prima di essere ben scartavetrata per poi ridipingerla, l’assistenza alle maestre per seguire i ragazzi sotto esame, e la realizzazione delle linee del campo da basket al Wembabasi.
Mentre le prime attività sono già avviate, l’ultima si rivela particolarmente complessa, non trovando subito un metodo efficace per realizzare linee che siano perfettamente dritte. Infatti, al termine della mattinata, concludiamo con la sola linea di metà campo dipinta.
Terminiamo i lavori stanchi e assetati ma ci ricordiamo della notizia con cui ci eravamo svegliati: non abbiamo più acqua! La struttura di Giorgio e Marta sfrutta una grandissima tanica per l’acqua potabile e per quella utilizzata per il lavaggio, ma è quasi vuota, e decidono di effettuare, dopo tanto tempo, la pulizia del serbatoio. Allo stesso tempo l’acqua fornita dal governo è anch’essa chiusa per ragioni ignote. Riusciamo comunque a preparare il pranzo senza problemi e attendiamo fiduciosi che il governo riapra l’acqua. Nel frattempo non possiamo lavarci i denti, farci la doccia né cucinare.
Proseguiamo comunque il pomeriggio dedicandosi ai nostri lavori, ma appena terminiamo ci lanciamo nell’impresa dello svuotamento completo e pulizia del serbatoio dell’acqua. Il lavoro è particolarmente lungo e faticoso, stando con i piedi nel fango per un paio d’ore. Finiamo stanchi, sporchi, e con la paura di aver contratto qualche strana malattia tropicale essendo stati nel fango per molto tempo. Giorgio scherzando ci racconta di qualche episodio che preoccupa qualcuno dei nostri, ma per fortuna siamo ancora tutti vivi. Riusciamo a cenare a tarda ora senza ovviamente aver avuto la possibilità di lavarci, e terminiamo la giornata nella speranza che il governo riapra l’acqua o che un temporale ci permetta di riempire il nostro serbatoio.

20.08.19     GIORNO 2 senza acqua: siamo sporchi, ma vivi. Iniziamo la giornata con entusiasmo, fiduciosi che entro sera potremo lavarci. La mattina viviamo un momento di condivisione e testimonianza tra noi, Giorgio e Marta. Iniziamo con una serie di riflessioni e domande da parte del nostro gruppo, seguito dal racconto di alcuni episodi decisivi nella storia del progetto e della loro vita, che ci colpiscono molto e ci fanno capire la forza con cui credono nel loro progetto e la fede che li guida ogni giorno nella sua realizzazione. Il don ci propone una serie di brani tratti dall’esortazione apostolica postsinodale di Papa Francesco, Christus vivit, che ci guidano nella riflessione e preghiera personale successivi. Terminiamo con la notizia del ritorno dell’acqua, cosi si inizia a riempire la cisterna e calcoliamo che per riempirla tutta ci dovrebbero volere circa 150 ore… Riempiamo allora una serie di taniche e bidoni con l’acqua che ci servirà per cucinare e lavarci. La scelta si rivela fortunata dato che a metà pomeriggio il governo decide di chiudere ancora l’acqua. Siamo ancora a secco. Nel pomeriggio, rinfrancati dal miraggio di una bella doccia “all’africana”, ci mettiamo nuovamente al lavoro e concludiamo il pomeriggio con la tradizionale partitella a calcio con una serie di 2 contro 2. Aiutata dallo Spirito Santo, la coppia don-Giorgio vince la sfida e festeggerà con una bella tazza di Amarula questa sera. Riusciamo allora finalmente a lavarci tramite secchiate d’acqua fredda dopo due giorni, e finiamo la giornata con l’adorazione eucaristica, momento molto intenso di preghiera nella cappellina della casa.
Terminiamo la giornata puliti (più o meno) e felici per il lavoro svolto e le belle esperienze che abbiamo ascoltato nella mattinata grazie alla testimonianza di Giorgio e Marta.