papa Francesco: rianimare l’economia

Marzo 2021 – ANCHE L’ECONOMIA DELLA PARROCCHIA A SERVIZIO DELLE PERSONE  (Insieme 10.2021)

inserto  LO STATO DEI CONTI:CAEP, Marzo 2021

Dal 19 al 21 novembre 2020 si è svolto online, invece che ad Assisi come inizialmente preventivato, un incontro tra giovani economisti ed imprenditori di tutto il mondo: «The Economy of Francesco». L’evento, fortemente voluto da papa Francesco, aveva come scopo quello di pensare un nuovo modello di economia, capace di creare risorse e cambiare gli stili di vita, che si prenda cura degli uomini, a partire dai più poveri ed esclusi, e del creato. Un confronto che prosegue e che traccia criteri nuovi e importanti anche per la gestione economico finanziaria delle nostre realtà parrocchiali e in genere cristiane. L’obiettivo è di offrire un nuovo modo – ma fondamentalmente è sempre quello antico del Vangelo – di concepire i beni materiali e il loro uso. Al centro ci deve essere sempre la persona e non le cose: esse sono solo al suo servizio e non viceversa. Potrà essere banale o scontato ma va ricordato che anche quando in una parrocchia si riparano tetti o si interviene sulle strutture, lo si fa anzitutto per la sicurezza e poi perchè siano a servizio delle persone (ragazzi, giovani, anziani, famiglie) in funzione della loro crescita umana e cristiana. Non ci si può prendere cura dell’uomo senza prendersi cura del modo concreto con cui si realizzano le relazioni che costituiscono la nostra identità fondamentale.

L’impressione, invece,è quella di essere dominati da una economia sempre più “legge a se stessa”: una grammatica che si occupa di se stessa, senza più preoccuparsi del discorso che dovrebbe mediare.

E’ dentro il contesto di “cambiamento d’epoca” che stiamo vivendo, che il movimento intitolato The Economy of Francesco, fortemente voluto e sostenuto dall’iniziativa del Santo Padre, trova il suo senso e il suo valore più profondo e getta luce non solo sui massimi sistemi ma anche sulle realtà quotidiane e particolari che viviamo come singoli e come comunità cristiana.

Non si tratta infatti di un evento, quanto piuttosto di un processo che ha uno scopo preciso: rimettere le relazioni (e non più le ideologie) al centro del vissuto economico globale e particolare. Le relazioni concrete tra gli uomini e le donne nel loro ambiente sono i criteri concreti capaci di verificare, edificare e criticare le strutture economico finanziarie e l’uso dei beni. Dobbiamo ritornare un pò alla “mistica del bene comune”.

Dobbiamo “ri-animare l’economia”. Rianimare significa letteralmente “ridare un’anima”, perché ridare l’anima all’economia è uno dei grandi temi del magistero di Francesco. Ma significa anche “rianimare” qualcuno che sta male e – sempre nel pensiero del Papa –  l’economia oggi, anche quella spicciola che gestiamo in proprio e in comunità, è una malata da guarire. Quindi “ri-animare” l’economia è un gioco di parole azzeccato che significa entrambe le cose: ridare un’anima e curare un’economia malata.

Dobbiamo far nascere un’economia capace di guardare alla qualità della crescita e investire in “spiritualità”. Sì, perchè anche l’economia ha una spiritualità; tanto più quanto si tratta di economia parrocchiale.

Quindi certamente bisogna crescere, ma bisogna anche pensare allo sviluppo, a tante altre parole che non sono soltanto di tipo quantitativo. Perché quando si parla di crescita o di efficienza o di risultati c’è sempre l’enorme problema che le si misurano solo in numeri, in quantità, mentre tante dimensioni della vita umana si misurano in “qualità”.

Nel Novecento abbiamo assistito a un boom economico che è stato qualcosa di straordinario. Tutto ciò è stato possibile perchè l’economia ha potuto usare tutto un patrimonio di virtù, di vita interiore, di pietà popolare, di fede, di sacrificio, delle generazioni passate. Generazioni che, tra l’altro, purtroppo ora stanno scomparendo un po’ in tutto il mondo. Ma questo patrimonio, su cui l’economia ha potuto basarsi, non era un patrimonio economico. Era un patrimonio che le imprese consumavano, ma non avevano prodotto loro. Lo avevano prodotto le famiglie, le chiese, i partiti.

Ora questo patrimonio si sta esaurendo non solo perché le persone invecchiano e muoiono, ma perché il mondo è cambiato molto, molto velocemente. Quindi, se noi non ci re-inventiamo una sorta di nuovo patrimonio spirituale delle persone, cioè un’etica di fondo, una capacità di vita interiore, una resilienza spirituale alle difficoltà della vita, la prossima “pandemia” che fermerà tutto sarà la depressione. Quindi c’è un bisogno enorme di un capitale spirituale. Ma il problema è che la spiritualità richiede gratuità. Non si può coltivare la spiritualità a scopo di lucro. Ci vuole quel distacco, quella castità delle persone che esattamente quello che manca nelle grandi aziende e in quelle realtà che si lasciano prendere dal denaro fine a se stesso. Mentre la spiritualità ha bisogno di “aria libera”. Quindi speriamo in un appello a un investimento in spiritualità di cui l’economia ha un bisogno infinito.

Non sarà possibile impegnarsi in grandi cose solo secondo una prospettiva teorica o individuale senza uno spirito che animi, senza alcune motivazioni interiori che diano senso, senza un’appartenenza e un radicamento che diano respiro all’azione personale e comunitaria.

Dentro questo investimento di spiritualità ovviamente, tra le altre cose, nasce anche  la responsabilità……nel capire che non “ci” si serve della parrocchia ma “si” serve la parrocchia. Un “ci”, o un “si” che cambiano tutto; siamo cioè richiamati allo stile e all’atteggiamento “disinteressato” – nel senso del non attaccamento personale ed egoistico – che guarda al bene della comunità mettendo a disposizione qualcosa di se stessi non solo in senso materiale (soldi e beni), ma anche morale (tempo, energie, pensiero). E’ l’atteggiamento di Gesù, insegnato anche ai suoi discepoli, venuto non per essere servito ma per servire (Mc 10, 42-45; Gv 13,12 ss).

don Maurizio