speciale Carlo Maria Martini

IN COSA CONSISTE L’ ATTUALITA’ DEL CARD. MARTINIA 10 anni dalla sua scomparsa e a 20 anni dalle sue dimissioni da arcivescovo di Milano (Insieme 36.2022 e Insieme 37.2022)

Il 31 Agosto 2012 moriva a Gallarate il Card. Carlo Maria Martini. Forse non tutti sanno che dopo il suo ritiro da Arcivescovo di Milano nel 2002, negli anni successivi io ho continuato con lui un rapporto personale e confidenziale. Dopo essere stato ordinato da lui nel 1985 e aver vissuto i primi anni di sacerdozio con contatti formali e relativi all’esercizio del mio ministero, dopo il suo ritiro ho avuto invece una serie di contatti e incontri segnati dall’amicizia personale, benchè lui avesse continuato a ricevere persone più autorevoli di me, intellettuali e di ben più alte cariche di responsabilità. E’ con sincera gratitudine e con un cuore come una “fornace di emozioni” che ricordo questa serie di incontri e dialoghi con lui già quando faceva la spola tra Roma e Gerusalemme. In quell’andirivieni dalla amata sua e nostra Terra Santa, lo incontrai a Galloro (Roma) nella casa dei Gesuiti il Febbraio 2007. Negli anni successivi il dialogo è proseguito ma a Gallarate, dopo che la sua malattia era peggiorata. Abbiamo dialogato diverse volte, ci siamo scambiati dei doni: io gli ho regalato un pezzo di roccia del Sinai e lui mi autografava regolarmente gli ultimi suoi libri appena pubblicati. Un rapporto che è proseguito fino alla primavera del suo ultimo anno. Se è vero che persone autorevoli andavano da lui, voglio pensare che il mio rapporto personale e confidenziale sia una perla preziosa nella mia esperienza di prete e di credente.

Come allora ancora oggi alcune domande percorrono la mia mente e il mio cuore quasi a cercare di cogliere il suo “segreto”. Come mai il fascino di quest’uomo? Perchè ha saputo attrarre e incidere così fortemente sulla vita della Chiesa e nell’esistenza di tantissime persone anche lontane dalla fede? Dove stanno il “segreto”, il “motore”, il “roveto ardente”, i “principi fondamentali” sottesi alla sua persona e alla sua missione, prima di studioso della Scrittura e poi di pastore? Quale la “modernità” di Martini – dove per “modernità” dobbiamo intendere la sua capacità peculiare di scavare, di parlare, di suscitare attenzione nell’uomo di oggi? Posso io oggi vivere della sua eredità e del suo spirito? Nella mia preghiera personale continuo ancora a chiederlo dopo tanti anni. Voglio però proseguire nella ricerca di una risposta alle domande per cogliere la sua originalità e la sua attualità permanente. Probabilmente non può esistere una sola risposta sintetica, ma una pluralità di peculiarità che messe insieme costituiscono l’unicità del carisma e della personalità di Martini. Ecco quanto mi sembra di dover testimoniare. Pensando al Martini biblista e al Martini pastore che parte sempre dalla sacra Scrittura, ritengo si debba subito mettere in evidenza come, più di tutti, egli sia stato capace di far vedere tutte le implicanze tra queste corrispondenze: seme e terreno, Parola e coscienza come asse, come la direzione da perseguire, aprendo la coscienza alla parola. La sua non fu mai una parola didattica che voleva insegnare asserti, ma parola che suscita ascolto, attenzione della coscienza. Ciò che colpisce nella sua persona e nell’esercizio dei suoi compiti è la profonda convinzione che ogni uomo è terra in attesa del seme, che l’umanità è in attesa della parola. Affascina e coinvolge in lui la profonda convinzione che l’uomo è fatto per accogliere la Parola come evento vivo! Non esiste nessuna persona del tutto impenetrabile alla Parola: egli esprime costantemente, anche nelle circostanze più tremende, una fondamentale fiducia, non ingenua, che è data da questa coappartenenza di seme e di terreno, di coscienza e di Parola. L’uomo, se taglia ogni sua relazione con la parola, diviene steppa arida (profilo personale), torre di Babele (profilo sociale). Mi domando se non sia stato questo il segreto di Martini irradiandosi in tutte le dimensione come “pensiero forte”, come “centro mobile” come “roveto ardente”? A partire da questa radice che dal profondo nutre tutta l’esuberanza della vita, potremmo anche pensare al suo carisma declinato secondo la capacità di partire dal rapporto tra domande esistenziali, dall’esperienza vissuta e l’interrogazione dei testi sacri senza nessun gioco di teorie o vuote retoriche. La vera potenza che ha saputo esprimere è quella capacità di tenere sempre insieme la vita e l’ideale. Da questa circolarità si dà la forza dell’esistenza personale familiare e sociale. Dobbiamo riconoscere che ha saputo proporre non un cristianesimo dottrinale ma esperienziale, senza nessuna necessità di un appello al dogma, all’imposizione senza appello, ma la caparbietà di capire cosa dice la Parola all’uomo d’oggi. In questo senso egli è stato sempre costante segno di contraddizione e di provocazione alla coscienza cristiana e a quella di tutti come un segno profetico-escatologico senza nessun tratto di arroganza. Colpisce la sua lucidità senza sconti né sbavature persino nei giorni amari, e nello stesso tempo la sua fiducia indiscussa. Quasi aveva il sapore di una sfida, una sfida nella potenza del vangelo e nelle imprevedibili insospettate vie dello Spirito, che, era solito dire, arriva prima di noi e opera infinitamente meglio di noi. Il suo magistero è stato così incisivo forse perchè ha sempre tentato di rispondere ad un’esigenza fondamentale di tutti e in tutte le situazioni: quella di una esperienza interiore durevole, capace di insegnare ad essere come le sentinelle del mattino, che guardano oltre e vedono arrivare l’aurora. Nel suo modo di parlare e agire ha consegnato la convinzione decisiva che il Vangelo, nella vita dell’uomo, è come un vino buono e forte. Assoluta semplicità di stile e sciolto nel presentare il testo senza forzature, senza schematismi, senza nessun pacchetto preconfezionato, ma la trasmissione di un’esperienza spirituale simile a quella dei primi discepoli; uno stile feriale e al tempo stesso solenne. La sua presenza, la sua persona: un’ispirazione per me e per tanti. Forse che di tutto questo non c’è bisogno ancora di più oggi?
Ora vorrei cercare di trovare alcune indicazioni sintetiche di quella che potrebbe essere considerata la sua eredità dal punto di vista dello stile che ci ha consegnato con il suo magistero ma soprattutto con la sua personalità. In prima battuta potremmo parlare del card. Martini, alla luce del suo magistero, come di un uomo e di un pastore accogliente verso tutti, desideroso di promuovere le belle intuizioni degli altri, consapevole dei propri limiti, innamorato della Parola di Dio, un cuore di fanciullo, la mente di un ricercatore e le braccia di un costruttore di processi. Sono però considerazioni e valutazioni troppo generaliste e forse scontate. La riflessione sulla figura di Martini meriterebbe invece di andare più a fondo con un’analisi decisamente sistematica. Partirei, quindi, da una domanda che probabilmente è sottesa in molti di noi, sia di coloro che hanno conosciuto direttamente il card. Martini sia di coloro che hanno sentito soltanto l’eco dei suoi insegnamenti e della sua fama. Perché, a distanza di 10 anni dalla morte e di 20 anni dalle dimissioni da Arcivescovo di Milano, capita molto spesso che ci siano persone che argomentano dicendo: “come diceva il card. Martini?”. Perché si continua a citarlo in diverse circostanze? L’interrogativo meriterebbe una risposta articolata che metta a fuoco una riflessione teologica e considerazioni sistematiche del suo pensiero e della sua opera che vadano al di là di una semplice impresa descrittiva, del resto già fatta con diverse pubblicazioni. Quello che intendo fare è cercare di compiere una riflessione che si interroga piuttosto su quali fattori abbiano contribuito a rendere incisiva l’attività pastorale del Cardinale. Tralascio le considerazioni ovvie. Tralascio anche le considerazioni, più di pertinenza teologico-spirituale e profetica, pur interessanti perchè colgono l’opera di Dio nella vicenda della Chiesa e del mondo e constatano che c’è una libertà propria dello Spirito nel far emergere persone che imprevedibilmente segnano la vicenda di una Chiesa.
Tento alcune considerazioni più semplici e sintetiche facendomi aiutare anche da una riflessione,
sull’argomento, dell’arcivescovo Delpini.

La dinamica dell’autorevolezza. L’autorevolezza è una nozione diversa da quella di autorità e non si impone per costrizione ma per “affascinamento”. L’autorevolezza è in ogni caso l’esito di una circolarità in cui entrano in gioco le qualità della persona, la convergenza del consenso, il prestigio del ruolo, ma soprattutto il fascino di una personalità che ti fa percepire immediatamente qualcosa di profondo che ti
trascina dentro un vortice di desiderio di conoscenza, di verità e di pienezza. L’autorevolezza di una persona non può che nascere dalla sua qualità di uomo di preghiera, di pensiero, di relazione. L’autorevolezza del card. Martini può essere compresa dunque dentro questa dinamica, in cui interviene – come fattore che contribuisce a dare rilevanza alla sua opera e alla sua persona – anche lo stesso ruolo che gli è stato affidato. L’essere stato mandato come Vescovo a Milano ha permesso che si rivelasse all’intera Chiesa Italiana la sua personalità e ha consentito progressivamente di attirare l’attenzione del mondo intero su di lui. Non era irrilevante il ruolo di Rettore del Biblico e della Gregoriana, non era irrilevante la sua autorevolezza come studioso e maestro. Ma la scelta provvidenziale di Giovanni Paolo II di inviarlo a Milano come Arcivescovo ha contribuito a fare di Martini un punto di riferimento universalmente conosciuto, chiamato in ogni parte del mondo a predicare, insegnare, incontrare. Questi tre aspetti – la sua persona, il consenso e il ruolo – hanno interagito così profondamente facendo sì che diventasse una persona autorevole, sino a rendere incisiva anche la sua azione pastorale.

La fiducia nella Parola parlata e nella riflessione. Se volessimo poi trovare una cifra qualificante il magistero del Card. Martini, è innegabile riconoscere quanto si concentri continuamente e si alimenti del tema della Scrittura e della Parola di Dio. Forse – si potrebbe anche ritenere – che lo stesso Martini ha voluto concentrare tutta la sua missione nell’intento preciso di voler richiamare la Chiesa di Milano e tutta la Chiesa a questo riferimento sostanziale alla Parola, giungendo addirittura a sognare una Chiesa tutta
sottomessa alla Parola di Dio. In questo ambito va sottolineata una particolare fiducia accordata alla parola parlata nella predicazione e nella conversazione. Potrà sembrare paradossale – lui che notoriamente era considerato persona timida – ma per padre Martini, la fiducia nella parola parlata nasce dalla convinzione che parlando, nell’incontro in presenza, è possibile farsi capire, aiutare a capire. E’ una fiducia nella comunicazione verbale che privilegia l’aspetto intellettuale, dove però non restano esclusi i segni, le immagini, né, ovviamente, la dimensione emotiva e comunitaria. Da qui il grande criterio, da sempre seguito, del discernimento e la distinzione piuttosto che tra credenti e non credenti tra pensanti e non pensanti.

L’attrattiva di essere “avanti”. L’autorevolezza e l’incisività della proposta pastorale del Card. Martini trova una sua particolare motivazione nella convinzione che Martini rappresentasse un pensiero “profetico” che alcuni hanno interpretato come una attitudine “progressista”, un’apertura, rispetto a posizioni più conservatrici – soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita – verso le problematiche e le sfide contemporanee. L’interpretazione che contrappone le posizioni può essere riduttiva. E allora ci
domandiamo: in che senso Martini è “avanti”, è “aperto” soprattutto nella sua visione di Chiesa? Si possono individuare alcune attenzioni che confermano una sua sapiente lettura del mondo contemporaneo. Metto in evidenza tre temi. La sinodalità come metodo e come pratica. Sia Sul metodo – basterebbe ricordare la ricerca biblica – sia sulla pratica c’è, in Martini, una riflessione molto articolata, che nella traduzione pastorale trova la costante attenzione a un lavoro volutamente condiviso con collaboratori, con organismi diocesani e con la celebrazione di Assemblee diocesane: basterebbe ricordare il Sinodo 47° piuttosto che i grandi convegni su temi nodali. L’evoluzione di Milano verso una società plurale, multi-etnica, multi-religiosa, multi-culturale. In molti interventi il Card. Martini ha segnalato questa evoluzione e una prospettiva oltre i confini territoriali e culturali nella convinzione che solo visioni più ampie, come quelle europeiste, possono guidare verso orizzonti di giustizia, pace e autentico progresso umano. L’attenzione prioritaria alla singola persona. La predicazione, l’insistenza sul discernimento personale, la fitta corrispondenza con persone che in lui hanno trovato un interlocutore – vi ho raccontato della mia personale esperienza – fanno percepire una sensibilità sul mistero del singolo
come persona e come credente e quindi del suo destino. A tal riguardo mi piace concludere con questa constatazione: Martini aveva sperato di morire e di essere sepolto nella terra santa a conclusione del suo soggiorno a Gerusalemme… Con squisita delicatezza Rav Giuseppe Laras ha provveduto a procurare terra di Israele da inserire nella sepoltura di Martini in Duomo. Un gesto simbolico bellissimo e che fa onore e dice la verità di questo uomo, credente sempre in ricerca, pastore.

don Maurizio