CARITAS

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Via Leone XIII 9, Bollate – Tel. 02 33300950,

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“la carità è molto piu’ impegnativa di una beneficienza occasionale : la prima coinvolge e crea un legame, la seconda si accontenta di un gesto”

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fratel ettoreTESTIMONI DELLA CARITA’: FRATEL ETTORE
Uno di noi lo ha conosciuto direttamente
Era un giorno di luglio del lontano 1979. Don Riccardo Pezzoni, ai tempi direttore della Caritas Ambrosiana presso cui svolgevo servizio come obiettore di coscienza, mi disse: “ti porto a conoscere un frate un po’ matto che nei pressi della Stazione Centrale ha avviato un’accoglienza per i poveri della strada”.
Siamo arrivati in fondo a via Sammartini e proprio sotto i binari della ferrovia, in uno di quegli stanzoni che probabilmente prima era usato per carico-scarico delle merci, appena entrati ci appare innanzi una distesa di tavolini, uomini e donne di tutte le provenienze del mondo stanno mangiando, alcuni hanno a fianco i loro fagotti; il vociare è vivace, qualcuno distribuisce loro il cibo e tra questi sbuca un personaggio strano, indossa una talare nera sdrucita con una grossa croce rossa sul petto e un grembiulone legato ai fianchi. Don Riccardo alza la voce per farsi sentire: “Ciao Ettore!” “Caro don!”, la risposta illuminata da un gran sorriso. Ci viene incontro dicendo .”Che bello!… un giorno sarà il Signore a farci sedere e ci servirà lui.
Io, povero ragazzino di vent’anni, già frastornato dall’impatto con quell’ambiente, mi trovo improvvisamente piazzati tra le mani due cartoni di latte, e fratel Ettore che mi dice: “va tra i tavoli, un bicchiere a testa!”.
Ecco, questo è stato il mio primo incontro con quest’uomo e l’inizio del cammino al suo fianco a servizio dei poveri di Milano. Un cammino che durò nove anni, passati per lo più nel Rifugio di via Sammartini e in parte a Seveso dove accoglievamo le persone intenzionate a staccarsi dall’alcool.
Dopo lo shock iniziale, via via andava affiorando dalle profondità del cuore qualcosa difficile da descrivere, so solo che si impose sul desiderio istintivo di fuggire e di non voler avere a che fare con quei volti, quegli odori, quelle storie che lasciavano trasparire disperazione e al tempo stesso voglia di vivere.
E poi questo uomo. Dato così, a fondo perduto, 24 ore su 24, attento ai bisogni di tutti, disposto a portare persino il carico di frustrazione e di angoscia che chi vive sulla strada sovente porta con sè.Ed io guardavo, guardavo e non capivo, ma un gusto nuovo della vita e del dono di sè dentro di me si imponeva.
Nel giro di qualche mese altre due giovani ragazze, Isabella e Ornella, hanno ceduto a quella forza attrattiva del dono di sè a tempo pieno e cosi ci siamo ritrovati ‘gettati’ incoscientemente in un servizio che non conosceva orari, dietro al passo instancabile di fratel Ettore.
Una sera, sul tardi, dopo che avevamo dato da mangiare a circa 120 persone e sistemate per la notte un’ottantina, fradici di stanchezza, arriva fratel Ettore e ci fa : ” Facciamo un giro in stazione a vedere se c’è qualcuno che ha bisogno…” Era il giro che lui faceva sempre. Le panchine, le sale d’aspetto, i sotterranei dove diversi si rifugiavano a dormire sui cartoni…, Giacomino, Armando, Romanino, Michele, Angiolino…….Per tutti l’approccio suo era : “Amico!, come stai?, hai fame?…”, una carezza, un bicchiere caldo, un panino. Ai più malmessi, gambe gonfie, ulcere, l’invito a venire con noi al Rifugio.
In uno di questi giri notturni in stazione incrociamo una figura longilinea, dai lineamenti forse un Etiope, sporco, parla con qualche interlocutore immaginario della sua mente, zoppica. Fr Ettore : “Amico, fammi vedere!” , si china sui piedi piagati con su dei rimasugli di calzature rotte che portava a mo’ di ciabatte. “Tò, prova queste!”. Si toglie le sue scarpe e gliele fa indossare. Un sorriso e se ne va. Che bello quel sorriso. Lasciava intravvedere denti scuri e rovinati, ma quando un povero ti sorride, è sempre bello, ti entra dentro e non te lo scordi più. E quel frate pazzo? Ancora più contento di lui se ne tornò praticamente scalzo.
Nei lunghi anni condivisi, i fatti di questo genere sono stati infiniti e non c’era verso di richiamarlo ad avere anche un po’ cura di sè, ad essere più prudente nell’esporsi ai pericoli, a non sfiancarsi di fatica…, ma quando si trattava dei suoi poveri non c’era verso.
Anche il nostro caro amico il cardinal Carlo Maria Martini lo conosceva bene, lo apostrofava ‘testone’, ma gli voleva un bene dell’anima. Certe sere, soprattutto d’inverno veniva a trovarci di nascosto con il suo segretario di allora. Una di quelle volte eravamo vicini al Natale, faceva molto freddo, avevamo accolto molti dei nostri amici , eravamo già pieni ma è arrivato un gruppo dello Sri Lanka. Erano spaventati, intirizziti, persi. Come potevamo lasciarli fuori con quel freddo?! Così, mentre eravamo tutti indaffarati a far saltar fuori ancora qualche trapunta per sistemarli negli ultimi angoli rimasti degli stanzoni, arriva Martini, di sorpresa, senza preavviso. Era di poche parole, osservava e si percepiva che lasciava entrare in cuore ciò che vedeva, quella situazione, gente sui divani, sulle poltrone, qualcuno in terra, i loro volti. “Ettore, il mio testone…” diceva, e poi rivolto a noi : “ma voi non staccate mai?…Siete pazzi…, ma si sa che per seguire Gesù un po’ pazzi bisogna esserlo”.
Qualcuno mi ha chiesto : “Tu che gli hai vissuto accanto cosa dici di fratel Ettore? Era un santo?”. Mah, a me non piace tanto come termine….Che dire quindi, un profeta? Ecco, credo sia un termine più appropriato a fratel Ettore. Quando vedi una persona che si mette in gioco per chi è in difficoltà, sei davanti all’incarnarsi di una profezia, la profezia che se si fosse tutti un po’ così, il mondo sarebbe più bello e vivibile. Preziosa questa profezia, da proporre soprattutto ai giorni nostri, valore universale che riguarda tutti.
Non è che per caso intendesse questo Gesù nel racconto di Matteo 25,31-46…?!?

Tiziano Lonardi (un parrocchiano…di Bollate)

LA TESTIMONIANZA DI FEDE CRISTIANA DI FRATEL ETTORE BOSCHINI

Anche al fondatore dell’Ordine cui Fratel Ettore apparteneva, San Camillo de’ Lellis, capitò di entrare in conflitto con i benpensanti e le autorità laiche e religiose del suo tempo, per il suo stile “ scandaloso” nel prendersi cura dei malati. Non c’è da stupirsi allora che fratel Ettore Boschini, camilliano, quattro secoli dopo, abbia incontrato contrasti e opposizione a far accettare il suo originale tentativo di attualizzare il carisma dei camilliani. Lui era un samaritano dei nostri tempi, che dedicò buona parte della sua vita a lenire le sofferenze dei più diseredati e soli, andando perfino a cercarli, per essere per loro un punto di aiuto nella grande città , la ricca Milano, dove non era solo occasionale vedere nelle strade “barboni” disadattati ed emarginati, esclusi da ogni relazione e vantaggio dell’ambiente urbano. A Milano fratel Ettore giunse nei primi anni ‘ 70, destinato alla comunità dei camilliani della clinica “ San Pio X”, dove mentre lavorava, riuscì a conseguire la licenza media e il diploma di infermiere professionale.  La scuola infatti, Ettore aveva dovuto lasciarla a 10 anni, ancora bambino ( era nato infatti il 25 marzo del 1928 a Belvedere di Roverbella – Mantova ), a causa delle ristrettezze economiche in cui viveva la sua famiglia, che era stata di agricoltori benestanti, poi rovinati da una carestia e costretti in difficoltà anche più gravi dalla guerra. Ettore trascorse fanciullezza e adolescenza a lavorare nei campi e nelle stalle; il lavoro era talmente duro per la sua giovane età che gli causò violenti mal di schiena che lo tormentarono poi per tutta la vita. La conversione avvenne durante un pellegrinaggio presso un santuario mariano, a fine 2^ guerra mondiale , e giunto a 24 anni la vocazione religiosa, che avvertiva in sé, si fece insistente tanto che scelse di entrare nell’Ordine dei Camilliani (“perché curano i malati”, disse ), che lo accolsero il 6 gennaio del 1952; Ettore pronunciò i voti temporanei come Fratello, il 2 ottobre del 1953. Per 25 anni fu in corsia : prima all’Alberoni al Lido di Venezia, dove rimase operoso e benvoluto, per una ventina d’anni; poi a Predappio insieme ai malati psichici, infine a Dimaro. I superiori lo assegnarono quindi alla clinica San Camillo di Milano, ben lontani dall’immaginare quanto lo Spirito stava per suscitare in lui.
IL PERIODO MILANESE
Fratel Ettore non tardò a scoprire nella capitale lombarda le miserie che pullulano nella vita metropolitana; scoprì la “crisi delle strade” , dopo il boom economico degli anni ’50 e ’60, in concomitanza con gli effetti della prima crisi energetica (1973). Cominciò così, negli ambulatori della clinica san Camillo, ad ospitare i “barboni” che trovava in strada, per una prima assistenza.  Con il benestare dei suoi superiori, orientò tutto il suo impegno all’assistenza materiale e spirituale dei più diseredati : barboni, extracomunitari, senza tetto, persone sole, senza affetti. Poiché un gran numero di esse gravitavano intorno alla Stazione Centrale, cominciò a portare loro pentoloni di minestra. Fu la notte di Natale del 1977, tuttavia , a cambiare radicalmente la sua vita: andò al dormitorio pubblico con dei panettoni e qualche bottiglia di spumante, per una festa di Natale improvvisata; ne tornò senza calze e scarpe, che aveva ceduto a un “ povero” con i piedi mezzo congelati. Dal giorno dopo i senza tetto di Milano diventarono la sua vera famiglia. Per loro diede vita al primo rifugio in un tunnel sotto la Stazione Centrale; un androne con il soffitto che tremava al passare dei treni e rimbombava dello sferragliare assordante dei vagoni. Ma, dopo questo inizio così impensato, a poco a poco organizzò i suoi interventi e li ampliò: dormitori, mense, dispensari, pronta accoglienza a Milano, Seveso, Bucchianico, Grottaferrata e… fino a Bogotà, in Colombia. Gli ambiti d’impegno seguirono, di conseguenza, l’evolversi delle nuove povertà: dai clochards ai malati di AIDS, alle prostitute dell’est Europa, agli stranieri clandestini costretti a vivere nell’ombra…avanti, senza che venisse meno mai il desiderio di stare vicino ai più diseredati. Lo fermò una malattia incurabile e fulminante, il 20 agosto del 2004. Durante i funerali, il Superiore generale dei Camilliani, padre Frank Monks, disse: “ Lui, come diceva san Camillo, aveva capito bene che i poveri non hanno bisogno di una predica sull’amore di Dio, ma piuttosto di sperimentare questo amore per mezzo della nostra assistenza, fatta “ con più cuore nelle mani”.
IL DIFFICILE VANGELO DELLA STRADA
E’ quello che si vive tra i derelitti, i figli più amati da Dio, che vuole mostrare a loro il Suo amore attraverso di noi. Fratel Ettore, con questa fede, superò infinite difficoltà, incomprensioni, maltrattamenti. Con una veste talare nera, sdrucita, con la grossa croce rossa sul petto, abito tipico del suo Ordine, percorreva Milano in lungo e in largo, alla ricerca dei bisognosi, per aiutarli ma anche, paradossalmente, insegnando loro a prendersi cura “ dei più poveri”, e portandoli anche a lavorare dove c’era un’emergenza o una calamità. Il “ folle di Dio”, così lo chiamavano, sembrava avere un filo diretto con Lui; a qualcuno non piacevano il suo stile liturgico e le sue nozioni teologiche; faceva discutere la sua devozione alla Madonna e il suo passeggiare per Milano con la statua della Vergine fra le braccia o ancorata sulla capotte della sua sgangherata automobile; si criticava il suo intonar preghiere in piazza o agli angoli delle strade, il suo distribuire corone del rosario di plastica bianca, che portava in tasca, invitando a elevare l’animo nella preghiera, pregando la Madonna. Ma la fede di Fratel Ettore, incrollabile, poggiava sulla certezza che ogni uomo, anche se povero, sporco e malvestito, ha una sua dignità che deve essere rispettata. Anche il più povero è una creatura di Dio ed è proprio Lui che vuole mostrargli il Suo amore, attraverso di noi.
Moltissimi, credenti e non, affascinati dalla sua reale e singolare testimonianza del Vangelo cercarono di sostenerlo e aiutarlo in questa sua missione di moderno samaritano.

 

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Ecco il calendario della vendita del giornale presso le nostre chiese nell’anno 2019:

  • sabato 7 e domenica 8 settembre: chiese Santa Monica, Ospiate; Madonna in Campagna, Bollate
  • sabato 5 e domenica 6 ottobre: chiese S.Antonio, Cascina del Sole; San Giuseppe, Bollate
  • sabato 2 e domenica 3 novembre: chiesa San Martino, Bollate

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brochure_2019 caritas    (a)

 

Il Fondo Parrocchiale per le Povertà (FPP) è lo strumento parrocchiale per aiutare le famiglie bollatesi in difficoltà economiche e che non hanno possibilità di accedere ad altre forme di aiuti dallo Stato.  “Fa’ volare la Speranza” è il progetto che alimenta l’FPP ed è anche l’invito che Caritas rivolge a tutti i Parrocchiani per raccogliere gli aiuti per le famiglie bisognose.   È possibile contribuire al progetto con offerte nelle cassette con il logo “Fa’ volare la Speranza” posizionate nelle chiese della Parrocchia.

Il progetto FA’ VOLARE LA SPERANZA, negli ultimi sei anni, ha consentito di seguire e sostenere numerose persone e famiglie in difficoltà del nostro territorio. L’obiettivo del 2019 è duplice: proporre delle riflessioni sulle modalità del nostro essere cristiani attraverso l’esempio di alcuni “testimoni”; invitare i parrocchiani a continuare a sostenere, attraverso le offerte, il FONDO PARROCCHIALE PER LE POVERTA’, strumento fondamentale che consente agli operatori Caritas di poter far fronte alle numerose richieste di aiuto.

La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e ogni cosa era fra loro comune…Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno” (At 4, 32-35).        La testimonianza degli Atti degli Apostoli non rimane solo una descrizione idilliaca della Chiesa nel suo inizio, ma l’esercizio della carità continua ad essere compito mai del tutto esaurito e sempre declinabile nella storia e nelle epoche secondo iniziative e modalità che le circostanze sociali stimolano e determinano.                Possiamo davvero dire che la nostra comunità parrocchiale in questi anni è cresciuta nello spirito di carità maturando uno stile di generosità e di attenzione ai più bisognosi. Rispondendo con generosità alle varie iniziative possiamo confermare che i ragazzi e gli adulti di San Martino in questi anni hanno dimostrato un cuore grande verso persone e situazioni di bisogno. Inoltre, sollecitati dall’allora cardinal Tettamanzi, abbiamo sviluppato tutta una serie di interventi per il Fondo Famiglia Lavoro, poi divenuto Fondo Famiglia Parrocchiale e ora Fondo Parrocchiale delle Povertà. L’impegno della comunità parrocchiale in ambito caritativo è stato significativo e costante. Con questi strumenti, sintetizzati nel progetto “Fa’ Volare la Speranza” è cresciuto il cuore generoso di San Martino, e di questo non possiamo che essere grati, ma dobbiamo continuare ad avere come orizzonte l’icona dipinta dagli Atti degli apostoli, che testimonia una Chiesa costantemente generosa, intelligente e responsabile nel vivere la carità.       La nostra Caritas parrocchiale e cittadina in questi anni ha ricoperto un ruolo non solo di coordinamento unitario dei gruppi e delle iniziative caritative, ma ha operato per educare alla solidarietà e ha lavorato per far crescere una sensibilità e uno stile evangelicamente caritatevole. A partire dall’anno del grande giubileo della misericordia, Caritas ha proposto tutto un itinerario sulle sette opere di misericordia corporale e l’anno successivo, recependo l’invito di papa Francesco a dare continuità all’anno della misericordia, ha proposto il percorso sulle opere di misericordia spirituale. Abbiamo reso attuali e tradotte nel concreto con iniziative particolari le tradizionali sette opere di misericordia corporale (dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti).          Con la proposta di esercitare concretamente le sette opere di misericordia spirituale (consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare per i vivi e per i morti), cercando di riattualizzarle anche nel linguaggio, abbiamo voluto sensibilizzare a vivere meglio con una qualità più profonda i rapporti con le persone che incontriamo.
Consapevole che anche il “fare la carità” deve essere accompagnato dal giusto spirito, Caritas ha cercato di educare a costruire relazioni umane profonde e durature. Proponendo le opere di misericordia spirituale si è voluto far riflettere sul nostro rapporto con gli altri, sulla disponibilità ad andare oltre un rapporto superficiale o distaccato, per lavorare a una sorta di manutenzione amorosa delle relazioni umane di cui c’è tanto bisogno per migliorare significativamente la condizione umana non solo dei poveri.        Come popolo pellegrinante, anche Caritas è in cammino e rilancia i suoi passi proponendo a tutti l’esempio e l’imitazione di alcuni testimoni di carità cristiana nelle sue diverse articolazioni. Conoscere, guardare e attingere all’esperienza di alcuni testimoni come Oscar Romero, Chiara Lubich, fratel Ettore, Marcello Candia, significa imparare a far fiorire, nella propria vita e nella comunità, valori come la giustizia, l’accoglienza, la fratellanza, la solidarietà.                            E’ questo il cammino che Caritas propone per il 2019. La carità è testimonianza cristiana, è una cultura, un modo di pensare e agire che, nella vita di tutti i giorni, chiede relazioni fraterne e gesti concreti di condivisione, lasciandoci sollecitare da alcuni esempi di vita evangelica. Collaborare a questa attività secondo le proprie possibilità non è atto di buonismo, ma è stile di vita cristiana e risponde all’immagine più autentica di Chiesa.

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CARITAS: FONDO FAMIGLIA LAVORO 3, anno 2017

Con l’inizio di giugno, è partito nella nostra parrocchia il Fondo Famiglia Lavoro 3. Questa terza fase, voluta dal Cardinal Scola, prevede l’offerta di tirocini in azienda della durata da tre a sei mesi, con indennità di partecipazione di circa 400,00 euro mensili. È rivolto alle persone residenti sul territorio della Diocesi Ambrosiana, con almeno un figlio minore a carico convivente, che siano disoccupate dal luglio 2015. Ci sono differenze rispetto alla Fase 1 e 2 del Fondo: in nessun caso è prevista l’erogazione di somme in denaro, né la frequenza a corsi di formazione. Per chiarimenti o richieste di accesso al Fondo, rivolgersi al Centro di ascolto Caritas, in via Leone XIII a Bollate, il giovedì dalle 10.00 alle 11.00.

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EMPORIO DELLA SOLIDARIETÀ

I Centri d’Ascolto del decanato di Bollate ringraziano il Collegio San Carlo che, su sollecitazione di don Luca, durante la Quaresima ha raccolto derrate alimentari e altri generi di prodotti, con grande generosità e in abbondanza. Tutto è stato inviato a Garbagnate, dove la Caritas, da novembre, ha aperto l’Emporio della Solidarietà. Si tratta di un progetto che, al momento, aiuta 33 famiglie in disagio economico, residenti in tutte le parrocchie del decanato. Su indicazione dei Centri d’ascolto parrocchiali, i responsabili dell’Emporio, scelti tra gli operatori della Coop. Intrecci del Consorzio Caritas “Farsi prossimo”, secondo un regolamento stabilito, ammettono i nuclei familiari all’Emporio; qui, per un periodo minimo di sei mesi, essi possono “fare spesa” gratuitamente.

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domenica 19 febbraio 2017 (Giornata Diocesana della Solidarietà) la Caritas Cittadina di Bollate ha rilanciato il Fondo Famiglia Parrocchiale che ha consentito in questi quattro anni di aiutare numerose famiglie in difficoltà.

Caritas propone, nel rilanciare il Fondo Parrocchiale, che raccoglie fondi per aiutare famiglie e persone in condizioni di grave disagio economico, un percorso di pratica delle Opere di Misericordia Spirituale, dopo aver sperimentato lo scorso anno quello dedicato alle Opere di Misericordia Corporale. Papa Francesco ebbe a dire nell’incontro con le Caritas Internazionali che esse sono nella Chiesa “ la carezza di Dio al suo popolo”, anche in questo affidandosi totalmente alla misericordia.

OPERE DI MISERICORDIA SPIRITUALE: CONSIGLIARE I DUBBIOSI
L’OPERA SPIRITUALE CHE AIUTA A ILLUMINARE LA MENTE, IL CUORE E LA VITA
Le Opere di Misericordia Spirituale, come quelle corporali, hanno il loro fondamento nella Sacra Scrittura e sono sparse qua e là nei testi e il loro riferimento è indice di un permanente atteggiamento, di uno stile, di un “habitus” richiesto al credente per vivere fin dall’intimo la sua relazione con Dio e con i fratelli. L’Opera Spirituale del “Consigliare i dubbiosi”, anche se la Caritas cittadina la propone come quarta nel nostro itinerario di educazione allo stile della carità cristiana, è tuttavia la prima nell’ordine che ci ha consegnato la tradizione della Chiesa. Perché questo primato e che cosa comporta?
Chi vive nel dubbio – di qualsiasi tipo si tratti – vive in uno stato di incertezza; è la condizione di chi è confuso, di chi non sa scegliere, di chi esita e rimane sospeso perché manca di una visione chiara e sicura e la sua vita rimane esposta ad ogni sorta di rischio. La vita del dubbioso, purtroppo, oscilla pericolosamente dalla paura all’angoscia, creando situazioni di vera sofferenza, giungendo persino alla mancanza di fede.  Aiutare noi stessi e i fratelli ad incamminarsi con la riflessione e il consiglio verso la certezza della verità e della fede è la più grande e la prima carità che possiamo compiere perché restituisce non solo speranza e serenità, ma consegna significato al vivere, una direzione certa e una forza interiore per affrontare con fiducia ogni situazione.
Chi di noi non ha mai dubitato e davanti alle questioni di fede non ha mai sperimentato la confusione e l’incertezza? Chi di noi non vive costantemente nel dover fare delle scelte e di non sapere bene cosa fare? O chi di noi qualche volta si è sentito anche fin troppo sicuro di sé per poi magari essere smentito? Penso a quanto sia grande il compito e la responsabilità dei genitori, dei nonni e degli educatori nel consigliare per far crescere bene i loro ragazzi e aiutarli ad avere capacità critica per saper scegliere e prendere le decisioni giuste. Penso a tutti noi cristiani che in nome della fraternità che ci lega abbiamo il compito di aiutarci a vicenda nel percorrere le strade della verità, della giustizia e della fede. Penso anche a chi, in nome della carità, vorrebbe dare un consiglio ma questo non è né richiesto né accolto con il rischio di abbandonare una vita al suo destino. Ogni mattina ci svegliamo con la necessità di affrontare il reale, separando ciò che faremo da ciò che non faremo; in ogni momento dobbiamo prendere delle decisioni e fare delle scelte, da quelle banali a quelle importanti; spesso ci dedichiamo esageratamente a scelte secondarie e ci distraiamo da quelle vitali. Abbiamo tutti bisogno di consigliarci a vicenda nel discernere ciò che è giusto ed è bene fare. Se andiamo con ordine, dobbiamo riconoscere il valore positivo del dubbio, perché esso ci dà la possibilità di interrogarci e quindi di metterci in ricerca: chi non ha dubbi e non si pone domande non si incammina mai verso Dio, e chi nella vita è troppo sicuro di sé vive una sorta di autoreferenzialità narcisista e di chiusura egoistica nei confronti degli altri. Il dubbio ha una sua validità e un suo spazio e merita in qualche modo di essere sostenuto perché ci stimoli a cogliere la verità e ad agire per il bene, abilitandoci alla scelta giusta. In estrema sintesi, il grande pensatore Pascal ci offre un interessante equilibrio da costruire: “Bisogna saper dubitare quando è necessario, affermare quando è necessario e sottomettersi quando è necessario”.  Il vero compito è sapere quando è “necessario”; per questo il consigliare richiede l’esercizio e l’arte del “discernimento”. Ma il consigliare il dubbioso affinché insieme si provi ad illuminare la mente, la verità prenda corpo e la volontà diventi capace di scegliere, non può assolutamente prescindere da un senso profondo di umiltà. Inoltre, l’esercizio di quest’opera di misericordia avviene solo sotto l’azione dello Spirito, che è l’unico che conosce l’animo dell’uomo e lo può dirigere secondo Dio. Come consigliare e come essere buoni consiglieri? Prima di tutto non dobbiamo dimenticare di fare questo lavoro di discernimento su noi stessi prima ancora di avere la pretesa di consigliare altri. Ma cosa vuol dire consigliare? Il termine latino significa “sedersi accanto a qualcuno”, “stargli accanto. Il dubbioso è spossato dall’ambiguità del reale e non riesce a distinguere fra ciò che è vero bene e ciò che è falso bene.
Occorre far leva non sui dubbi ma sulle certezze, non appoggiarsi su ciò che è ambiguo ma su ciò che è nitido e sicuro. E’ quanto mai necessario ricevere e dare fiducia. Se a noi stessi dicono e lo diciamo a nostra volta: “Dai, vedrai che ce la fai”, il risultato è la fiducia nel potercela fare, la riflessione sulle proprie qualità, e così emerge il meglio di sé. Per consigliare un dubbioso occorrono delicatezza, pazienza, tempo e amorevole ascolto. Bisogna farsi carico dell’altro, diventare solidale con lui, e – per paradossale che possa sembrare – dubitare e ricercare con lui. Non con l’arroganza di chi ha già raggiunto la verità, ma con la passione e il desiderio di ricercarla insieme, pur sapendo di aver ricevuto già in dono la certezza della fede. E poiché “la fede viene dall’ascolto” (Rm 10,17) è necessario che chi è chiamato a dare consiglio sappia far tesoro del silenzio e dell’ascolto dello Spirito e della Parola di Dio che è “luce ai nostri passi” (Sal 118). Non a caso tra i sette doni dello Spirito Santo c’è proprio il dono del consiglio, la capacità di scegliere secondo la sua luce, secondo il bene che Dio vuole per me. Per consigliare un dubbioso bisogna quindi primariamente ripartire dalla certezza dell’amore di Dio. Solo così le nostre parole entrano nell’intimo della mente e del cuore e chi le riceve si sente amato prima ancora che giudicato. Ancora una volta il consigliare è strettamente collegato alla capacità del discernimento spirituale. Discernere significa analizzare una determinata situazione e ritenere ciò che è buono, valido, autentico, vero. E’ la capacità di saper individuare e scegliere il bene proprio e degli altri, realizzando la volontà di Dio.  Si tratta di saper leggere una direzione nel presente e agire coerentemente con i principi dell’essere discepolo del Signore. Vuol dire maturare la propria libertà ricercando le motivazioni profonde delle proprie scelte e suscitare precise prese di responsabilità.
Implica imparare a leggere, vedere, interpretare la realtà così come farebbe Dio con la sua sensibilità.
Bisogna capire ciò che lo Spirito dice in ordine all’esistenza di una singola persona o di una comunità nella loro vita concreta, per rispondere adeguatamente alla volontà di Dio. L’autentico discernimento che conduce al consiglio è un fatto “spirituale”, in quanto compiuto “secondo lo Spirito” e in forza dello Spirito. E il vero consigliere è l’uomo spirituale che, secondo san Paolo, “giudica tutto” (2Cor 2), è colui che ha l’unzione del Santo e ha la giusta conoscenza delle cose.

Infine, a ciascuno il compito di essere credibili e trasparenti tra il nostro dire (consigliare) e il nostro agire, se vogliamo veramente mettere in atto questa opera di misericordia spirituale.

OPERE DI MISERICORDIA SPIRITUALE – “PERDONARE LE OFFESE” – L’opera di misericordia spirituale che ci aiuta ad essere misericordiosi come il Padre celeste.
Per dare continuità e ricaduta concreta all’Anno Giubilare della Misericordia celebrato nel 2015-16, riprendiamo il cammino proposto dalla Caritas cittadina riflettendo sulle opere di Misericordia Spirituale e proponendo alcuni stili che ne derivano. Abbiamo bisogno, infatti, di riscoprire sempre di nuovo che il fare del cristiano – anche nell’esercizio della carità – è sempre un fare del cuore, un fare spirituale e quindi anzitutto un fare con “stile”. Le opere di misericordia spirituale sono vera strada di perfezione spirituale ma anche di crescita sociale e sviluppo culturale. Parlano sia ai credenti in Cristo che a tutti gli uomini di buona volontà!   Vorremmo questa volta considerare l’opera di misericordia spirituale del “perdonare le offese” che potremmo ritradurre e attualizzare, a partire dall’insegnamento stesso di Gesù a i suoi discepoli: cercare di essere misericordiosi come il Padre. E’ l’opera che richiama con maggior forza e concretezza le intenzioni dell’anno giubilare celebrato.  Ci aiuta anche il fatto che in questo tempo pasquale abbiamo da poco celebrato la “Domenica della Divina Misericordia”, che per volontà di san Giovanni Paolo II è collocata nel calendario liturgico proprio nella domenica successiva alla Pasqua.   Nelle tensioni che caratterizzano le nostre relazioni, nella fatica di costruire comunità di comunione, nelle continue contraddizioni che caratterizzano una società autoreferenziale e individualista, dove spesso saltano gli equilibri della verità e della giustizia, una cosa è certa: tutti abbiamo da perdonare e tutti abbiamo da chiedere perdono. Il perdono è di fatto decisivo e discriminante nella costruzione della famiglia e della società.     Tuttavia, la dinamica che porta al perdono è tutt’altro che semplicistica, non basta dirlo e si corre sempre il rischio della banalizzazione e dell’inflazione: sembra di moda dire “ho perdonato”, o all’apposto dire: “deve pagare fino all’ultimo”. Perdonare è difficilissimo, è il vertice di un lungo cammino. Non si improvvisa, nè mai si compie con superficialità. L’opera spirituale della misericordia, attraverso il perdono delle offese, mette a nudo la verità di noi stessi, capaci di male anche noi, chiede di fare verità nella nostra vita e riconoscere, di fatto che il perdono è propriamente l’atto più vicino al cuore di Dio, una grazia donataci dal suo amore che permette di vivere la relazione con Lui e quindi con il prossimo. Occorre riconoscere che è una capacità prodotta non solo dalla nostra buona volontà, ma viene dall’alto e che senza il perdono rimaniamo in balia, anzi schiavi, del male che alla fine blocca la nostra stessa vita in una spirale ossessiva e vendicativa. Il perdono non è un atto autonomo: viene da Dio e da Dio bisogna dunque ripartire. Il perdono parte dal misurare tutto nella luce del rapporto con Dio.        Ma cosa significa ripartire dalla necessità primaria di essere perdonati da Dio? E poi come fare? Come si compie quest’opera? Cosa è veramente questa opera? Innanzitutto, il cuore del perdono sta nella gratuità del dono di Dio che fa sorgere il suo sole sui giusti e sugli ingiusti, e che prima di perdonare agli altri ha già perdonato me. Non si può conquistare la bontà di Dio a forza di meriti: non c’è prezzo per pagare la bontà del Padre. Il gratuito è la base spirituale e teologica ma anche concreta della riconciliazione; il calcolo frena sempre il perdono, lo impedisce. Sono spinto invece ad essere migliore proprio per la forza di quest’amore gratuito, donato ogni giorno, oltre ogni mio merito; se questo dinamismo rende migliore me, se lo applico con gli altri ho la possibilità di vincere il male e di rendere migliori anche gli altri sottraendoli alla logica perversa dell’offesa che chiama offesa. E’ così che si riesce a perdonare: vivendo della generosità di Dio.       Se questo è il cuore del perdonare le offese, quali passi fare per riuscirci?
Occorre saper custodire il cuore luogo dei sentimenti e sede delle grandi scelte della vita. Occorre non sopravalutare noi stessi più di quanto conviene (Rm 12,3). Bisogna evitare la concezione meritocratica della vita che crea un Dio che seleziona, premia i migliori e scarta i poveracci. E’ necessario estirpare l’invidia e la gelosia che sono le vere piante del male che infettano le nostre comunità; imparare invece a vedere e riconoscere, dare visibilità e sostenere il bene anche minimo presente in persone e situazioni.   Le ferite vanno subito ripulite dalla sporcizia altrimenti fanno infezione; vanno contestualizzate e occorre cercare di andare oltre l’emotività stretta di quel momento, di offesa o di dolore o di sconcerto.   Forse per alcuni il passo più difficile è paradossalmente quello della preghiera: essa è la grande arma del perdono. Senza la preghiera, ovvero senza il cuore rivolto alla croce di Gesù, non è possibile pensare al perdono e alla riconciliazione.            Se questi sono solo alcuni, ma fondamentali passi, verso chi li dobbiamo rivolgere?
Dovremmo ovviamente rispondere verso tutti. Tuttavia possiamo indicare alcune categorie privilegiate. Pensiamo per esempio quanto sia importante perdonare le offese nell’ambito delle relazioni familiari; per non parlare poi della vita delle nostre comunità cristiane dove l’esercizio del “rimettere i debiti come sono a noi rimessi dal Padre” (Mt 6,12) sembra essere alquanto faticoso e l’esercizio della correzione fraterna spesso inaccettabile se rivolto alla nostra persona.     Anche la valenza sociale del perdonare le offese è immensa e benefica per la costruzione di una giustizia più umana.     Pensiamo al mondo del carcere. Il carcere va visitato di più; c’è bisogno di un crescente impegno di accoglienza, animazione e volontariato in questa realtà; un utilizzo saggio delle pene alternative per correggere e non vendicarsi. Infine perdonare le offese significa chiedersi, come società, se abbia ancora senso l’ergastolo.
A livello culturale, il perdono delle offese comporta una diversa riflessione sulla realtà della guerra. Già don Milani ci ha aiutato a rileggere la storia dalla parte dei vinti. E non dei vincitori, che ci fanno guardare con occhi di potere ogni scelta. Il perdono porta ben presto a uno stile di vita basato sulla non-violenza e sull’obiezione di coscienza: una prassi decisiva per lo sviluppo dell’umanità.     Il perdono delle offese in campo politico e sindacale dovrebbe portare ad assumere il criterio del “non lottare contro ma sempre lottare a favore”. Questo stile di fiducia, di dialogo, d’incontro, di stima tra maggioranza e minoranza, il parlar bene, il tendere tutti uniti alla convergenza e al Bene Comune…tutto questo è applicazione sociale dell’opera di misericordia del perdono.     Infine, c’è una nuova dimensione del perdono. E’ la custodia del creato. Spesso questo creato lo abbiamo violato, sporcato, inquinato. Ora tocca a noi sanare le ferite da noi stessi create.    In conclusione: perdonare le offese non è un’azione passiva, ma uno stile attivo. Deve tendere al cambiamento di chi ha offeso. Mai allora rifiutarci al perdono. Il perdono va concesso e accolto. Sempre! Il perdono vero è un cammino. E’ il cammino dei figli di Dio.

OPERE DI MISERICORDIA SPIRITUALESOPPORTARE PAZIENTEMENTE LE PERSONE MOLESTE…OVVERO ACCOGLIERE E VALORIZZARE L’ALTRO
Terzo appuntamento bimestrale proposto dalla Caritas Cittadina a vivere le Opere di Misericordia Spirituale. Ricordiamo che ci viene suggerito di dare continuità all’anno Giubilare della misericordia non solo con le Opere di Misericordia Corporale, che sono state al centro dello scorso anno, ma anche meditando su quelle spirituali che ci aiutano a migliorare il nostro rapporto con gli altri, disponibili ad andare in profondità, radicando il nostro agire caritativo in una sorta di esercizio amoroso ed autentico delle relazioni umane. Anche l’esercizio del “sopportare pazientemente le persone moleste” – anche in questo caso con una espressione un po’ antica e non del tutto gradevole per la nostra sensibilità moderna – non è di facile attuazione, soprattutto in una società e cultura fortemente caratterizzata dall’individualismo soggettivo per cui l’altro è un concorrente, non deve intralciarci o addirittura da non considerare affatto pur di affermare se stessi. Inoltre, tra gli atti di misericordia spirituale questo, forse, è tra i più difficili perché è l’unica opera delle sette spirituali che ha un avverbio – pazientemente – che indica durata, continuità, perseveranza. Si sa che tener duro per un certo tempo, ci si può riuscire. Ma non vogliamo essere ingenui: sopportare senza smettere la molestia, il fastidio, il disturbo, l’interruzione, l’esasperazione, è davvero difficile e nemmeno accettabile, soprattutto quanto ricorrono situazioni al limite della legalità e del disprezzo della dignità della persona come nei casi di “stalking” o di “mobbing” in particolare negli ambienti di lavoro. Senza tuttavia entrare in queste questioni estreme, dobbiamo però riconoscere la sorprendente normalità che a tutti noi anche le persone più familiari e vicine ci risultino a volte moleste. Mai come oggi la presenza dell’altro ci inquieta, ci rende sospettosi, ci urta. Può succedere che non sia l’altro a essere un molesto per me, bensì l’ospite inquietante dentro di me che me lo fa sentire tale. Bisogna almeno essere consapevoli di questo scenario esterno e interno a noi. Noi però vogliamo affrontare l’argomento in termini positivi e quindi riflettere e raccogliere qualche suggerimento per vivere l’esercizio di quest’opera di misericordia spirituale. Anzitutto la parola sopportare viene da sub-portare (supportare), sostenere, incoraggiare, quasi portare sulla mano. Si tratta quindi di andare incontro alla persona e di mettersi nell’atteggiamento dell’accoglienza, dell’ascolto, dello stare dalla sua parte, della stima e quindi del sostegno. E’ ovvio che questo va fatto reciprocamente. Il cristiano è chiamato, come imitatore di Dio, a portare anch’egli sopra di sé il peso dei fratelli; “vi esorto a sopportarvi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità per mezzo del vincolo della pace” (Ef 4,1-3), “sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro” (Col 3,13). “Su-pportazione” e perdono sono qui principi della vita comunitaria cristiana. L’altra parola che accompagna quest’opera è “pazienza” alla cui radice c’è il patire, la capacità di saper soffrire. Il Nuovo Testamento usa un altro termine più complesso: “magnanimità” che vuol dire grandezza d’animo che vuol dire capacità di mansuetudine, calma, pazienza, tolleranza, generosità, nobiltà. Dunque nella relazione con l’altro la sopportazione paziente o magnanima è la capacità di dare all’altro il tempo, lo spazio, la possibilità, la stima che egli merita comunque. La grandezza d’animo arriva fino al punto di dare al prossimo la possibilità di pentirsi, di ravvedersi, di tornare in se stesso, a ritrovare il meglio di se stesso, magari proprio attraverso la nostra paziente accoglienza. La radice di tutto questo e la premessa necessaria per sopportare pazientemente le persone moleste è il perdono, il perdono di Dio. Il bisogno quotidiano di perdono da parte di Dio e la sua magnanimità nel concederlo stabiliscono un nuovo rapporto con i fratelli. Siamo pazienti verso il prossimo quando abbiamo ben presente tutto quello che Dio ci perdona, tutta la pazienza che Dio esercita ne nostri riguardi ancor prima che negli altri. Il punto di partenza è proprio la consapevolezza che io per primo sono “compreso”, “accettato” così come sono e perdonato da Dio. Questa consapevolezza mi porta da usare lo stesso stile, la stessa misura con gli altri. In famiglia con i colleghi di lavoro o di studio, nelle relazioni con gli amici, nei rapporti all’interno dei gruppi o della comunità solo questa capacità di valorizzazione dell’altro così com’è, ma desiderosi di renderlo migliore, potrà essere condizione per creare rapporti belli e costruttivi. Questo stile non si deve confondere con la “tolleranza”; essa non è ancora un atteggiamento di amore. Non si tratta nemmeno di “buonismo”: bontà e verità è entrare in relazione, sporcarsi le mani, non restare impassibili. Lo stile del sopportare pazientemente non è nemmeno “servilismo”: deboli con i forti, e forti con i deboli. Vogliamo osare un ultimo suggerimento, anche se forse un po’ azzardato. Le persone che mi danno fastidio, quelle che telefonano nel momento sbagliato, quelle che mandano all’aria le situazioni, quelle che contraddicono, quelle che mettono il bastone fra le ruote, sono quelle che costringono a passare dalla mia ingiustizia al piano di Dio, al mettermi in verifica per fare non la mia, ma la giustizia di Dio. Deve sorgere in noi un santo dubbio: e se Dio si servisse di questa persona? E se Dio, per interrompere il piano della nostra vita, che è il nostro e non il suo, si servisse proprio delle persone che ci intralciano per farci smettere di andare al nostro ritmo e andare invece al suo? Si tratta si fare un’opera curiosa, trasformare le persone che sono moleste e basta, in emissari di Dio, in persone che Dio ci manda, che Lui permette che arrivino nella nostra vita, affinché noi abbiamo a convertirci. E abbiamo sempre bisogno di convertirci.

OPERE DI MISERICORDIA SPIRITUALE – INSEGNARE A CHI NON SA
“Insegnare a chi non sa” (educare ai valori umani e cristiani) significa trasmettere l’amore e la misericordia di Dio. Impegniamoci nelle relazioni superando la banalità e il pettegolezzo. Utilizziamo i social network con prudenza, non facciamo circolare la menzogna. Insegnare a chi non sa, implica l’opera di una Comunità Educante che diffonda la cultura cristiana non come proselitismo ma con lo stile di un dialogo sulla verità. Nella vita di ogni giorno, ciascuno partecipi e inviti altri a partecipare alla vita, alle iniziative ed ai percorsi formativi offerti dalla Parrocchia.

insegnare a chi non sa

OPERE DI MISERICORDIA SPIRITUALE – AMMONIRE I PECCATORI

ammonire i peccatori

La Caritas Bollatese propone un percorso di pratica delle Opere di Misericordia Spirituale, dopo aver sperimentato lo scorso anno quello dedicato alle Opere di Misericordia Corporale. Il primo input educativo legato all’opera di Misericordia Spirituale è “Ammonire i Peccatori (correggersi fraternamente)”. Ciascuno è invitato, facendo proprie le opere di misericordia, a rendere il proprio cuore aperto a fare del bene al prossimo ed in particolare al prossimo più bisognoso. Contestualmente al percorso sulle Opere di Misericordia Spirituale, la Caritas Cittadina rilancia il Fondo Parrocchiale, che raccoglie fondi per aiutare famiglie e persone in condizioni di grave disagio economico.

GIUBILEO DELLA MISERICORDIA – OPERE DI MISERICORDIA CORPORALE (anno 2016)

VIVERE LE OPERE DI MISERICORDIA:

“DAR DA MANGIARE AGLI AFFAMATI”

Ogni giorno, nel mondo, ancora troppe persone non hanno il “pane quotidiano” o addirittura muoiono di fame! La fame è sorella della povertà e la povertà figlia dell’ingiustizia. Nella famiglia umana c’è chi ha troppo e chi non ha nulla, o manca comunque del necessario. La permanenza della fame nel mondo dice che non è sufficiente un gesto occasionale di aiuto. Esso deve trasformarsi in costume di vita e portarci a verificare lo stile dei nostri consumi evitando gli sprechi e anche tutto ciò che è superfluo. Praticare la solidarietà, la condivisione e la comunione con gli altri ci aiuterà a capire meglio che cos’è la misericordia e a viverla. La misericordia di Gesù, infatti, alla quale facciamo riferimento nella fede, è condivisione della vita dell’uomo, anche in ogni necessità materiale. Se non possiamo replicare il miracolo della moltiplicazione dei pani, possiamo seguire l’invito di Gesù agli Apostoli: “date voi da mangiare a loro”, sostenendo i gruppi di volontariato che operano all’interno del Centro di Ascolto Caritas e che settimanalmente aiutano le persone che non hanno il necessario per nutrirsi. Ecco perché in questa fase del progetto “fa’ volare la speranza” la Caritas ci invita a vivere quest’opera di misericordia attraverso la donazione di alimenti (appositi contenitori saranno collocati presso gli altari nelle varie chiese) o di offerte destinate all’acquisto di buoni spesa e buoni pasto. Per chi volesse donare alimenti, si segnala la necessità di caffè, olio, pasta, pelati, tonno.

“DAR DA BERE AGLI ASSETATI”

Ogni giorno, nel mondo, ancora troppe persone non hanno il “pane quotidiano” o addirittura muoiono di fame! La fame è sorella della povertà e la povertà figlia dell’ingiustizia. Nella famiglia umana c’è chi ha troppo e chi non ha nulla, o manca comunque del necessario. La permanenza della fame nel mondo dice che non è sufficiente un gesto occasionale di aiuto. Esso deve trasformarsi in costume di vita e portarci a verificare lo stile dei nostri consumi evitando gli sprechi e anche tutto ciò che è superfluo. Praticare la solidarietà, la condivisione e la comunione con gli altri ci aiuterà a capire meglio che cos’è la misericordia e a viverla. La misericordia di Gesù, infatti, alla quale facciamo riferimento nella fede, è condivisione della vita dell’uomo, anche in ogni necessità materiale. Se non possiamo replicare il miracolo della moltiplicazione dei pani, possiamo seguire l’invito di Gesù agli Apostoli: “date voi da mangiare a loro”, sostenendo i gruppi di volontariato che operano all’interno del Centro di Ascolto Caritas e che settimanalmente aiutano le persone che non hanno il necessario per nutrirsi. Ecco perché in questa fase del progetto “fa’ volare la speranza” la Caritas ci invita a vivere quest’opera di misericordia attraverso la donazione di alimenti (appositi contenitori saranno collocati presso gli altari nelle varie chiese) o di offerte destinate all’acquisto di buoni spesa e buoni pasto. Per chi volesse donare alimenti, si segnala la necessità di caffè, olio, pasta, pelati, tonno.L’acqua è un bene che a noi sembra scontato ed è probabile che molti abitanti del nosto emisfero terrestre non sappiano che ogni minuto nel modo muoiono quattro bambini per mancanza di acqua e che più di un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile. La realtà è che l’acqua sta diventando un bene prezioso tanto che si è creato un business attorno al quale muovono grossi interessi economici ed è possibile che, in futuro, divenga causa di conflitti armati. Allora, oggi, cosa significa questa opera di misericordia? Dal punto di vista culturale, occorre recepire la dimensione sociale e politica mondiale della crisi idrica e attivare in noi la consapevolezza che nessuno può restare escluso dalla risorse naturali della terra che, per principio, sono di tutti… “Del Signore è la terra e quanto contiene” (Salmo 24,1). NEL CONCRETO, ciascuno di noi si impegni ad usare l’acqua senza sprecarla, attraverso comportamenti responsabili e virtuosi e, in questo secondo periodo di realizzazione del progetto “FA VOLARE LA SPERANZA”,contribuisca con offerte al fabbisogno di LATTE (ANCHE PER NEONATI) del nostro Centro di Ascolto. che vede impegnate alcune associazioni nello scavo di pozzi per incrementare l’accesso all’acqua potabile di alcune popolazioni rurali dell’africa Centrale, migliorando così le loro condizioni di vita e salute.

“VISITARE GLI INFERMI”

Tra le sette opere di misericordia corporale, “visitare gli infermi” assume un rilievo tutto particolare. Il momento di farsi prossimo a chi soffre rappresenta un modo profondo ed emblematico di avvicinarsi, con espressione di Papa Francesco, alla carne viva e dolente di Gesù. Chi non ha occasione di vivere questa esperienza direttamente ha la possibilità di collaborare con l’UNITALSI e “PeRMANo”, due gruppi di volontariato che svolgono la loro opera a favore di malati e anziani, contribuendo con le offerte.

“VISITARE I CARCERATI”
Per i mesi di ottobre e novembre, tutta la Comunità è invitata a vivere il quinto input educativo delle opere di misericordia: “Visitare i carcerati”. Un’ opera che sembra difficile da realizzare nel concreto. Ma il Vangelo non fa sconti: “Ero carcerato e siete venuti a trovarmi” dice il cap. 25, v. 36 del Vangelo di Matteo, riferendosi al giudizio finale che toccherà ad ogni uomo. Gesù dice: il progetto di Dio sul mondo e su ogni uomo è la gioia di ritrovare chiunque sia perso, senza distinzioni. Nel concreto, attraverso i volontari che operano in carcere, possiamo aiutare i detenuti che spesso mancano del necessario: indumenti e biancheria personale e altro. In questo quinto periodo di realizzazione del progetto “FA’ VOLARE LA SPERANZA”, la Caritas ci invita alla donazione di offerte destinate all’acquisto di quanto necessario a favorire, nell’ordinario quotidiano, la vita di chi è detenuto.

“ALLOGGIARE I PELLEGRINI”

“Alloggiare i pellegrini” è opera di misericordia perché considera l’ospitalità come apertura (di porte materiali, di cuore, di mentalità), come accoglienza dell’altro, come condivisione. Caritas, all’interno del progetto “Fa’ volare la speranza”, invita a donare offerte per la sistemazione di alloggi della parrocchia da destinare a situazioni di emergenza abitativa. “Ero forestiero e mi avete ospitato”: Matteo, 25,35

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  • Progetto FA’ VOLARE LA SPERANZA: lo scopo è quello di coinvolgere la comunità per tutto il prossimo anno e quindi “Una sola famiglia umana, cibo per tutti: è compito nostro” .

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PERCHE’ UNA CARITAS DELLA CITTA’
– perché si crede nel valore della pastorale d’insieme come concreta attuazione della carità
– perché si ha bisogno di fantasia organizzativa e si pensa che insieme sia più facile strutturare il servizio della carità e trovare nuove idee per la pastorale
– perché si ritiene più razionale, in considerazione delle limitate risorse umane a disposizione, un’organizzazione in cui centralizzare la programmazione ma non il servizio della carità che deve comunque rimanere il più capillare possibile
– perché si pensa che con questa organizzazione sia più facile entrare in rapporto con enti, gruppi, associazioni presenti sul territorio per attivare collaborazioni e interventi sui bisogni
– perché si ritiene che sia il modo migliore per stare al passo con i cambiamenti, alcuni già in atto, che porteranno la nostra Chiesa di Bollate a organizzarsi in futuro come unica comunità pastorale.

FUNZIONI
– sensibilizzare e educare gli operatori e la comunità alla pratica della carità, proponendo iniziative e individuando percorsi formativi in sintonia con i parroci e i Consigli Pastorali;
– coordinare i vari gruppi caritativi favorendo la circolazione delle notizie per evitare sovrapposizioni nelle numerose iniziative e fare in modo che la comunità le percepisca come parte integrante di un unico progetto;
– leggere il territorio individuando problematiche e bisogni legati agli ambiti caritativo e sociale;
– stimolare e favorire la pastorale d’insieme;
– favorire il collegamento con i servizi sociali del territorio;
– ricercare e mantenere un rapporto con enti, gruppi, associazioni presenti sul territorio per attivare collaborazioni e interventi sui bisogni
– mantenere le relazioni con le Caritas di Baranzate per studiare iniziative a livello intercittadino.

ATTIVITÀ’ OPERATIVA
Per sviluppare e concretizzare la sua attività sul territorio la Caritas si avvarrà delle competenze specifiche e dell’impegno operativo di altre realtà presenti in parrocchia (CdA, commissioni catechetica e liturgica)

AMBITI E TEMPI OPERATIVI
per tutto l’anno, in particolare:
– “Tempi Forti” (Avvento e Quaresima)
– Giornata Diocesana Caritas
– Gennaio, mese della pace
– Quattro giornate (Festa della famiglia, Giornata per la vita, Giornata mondiale del malato, Giornata diocesana della solidarietà)
– Raccolta Diocesana indumenti usati
– Pentecoste
– Ricorrenze e iniziative particolari legate ai vari gruppi.

CARITAS cittadina  :
– responsabile: il Prevosto, don Maurizio Pessina
– referente laico: Giuseppe Dusi