Quella che segue è la raccolta degli editoriali scritti dal Prevosto di Bollate, don Alessandro Chiesa, e pubblicati di settimana in settimana sul foglio parrocchiale “Insieme”, a partire dall’1 Ottobre 2023

Insieme 06.2024

Carissimi, in quest’ultima domenica del “tempo dopo l’Epifania”, prima dell’inizio della quaresima, desidero tirare alcune conclusioni della nostra rubrica sul “bon ton liturgico” che ci ha accompagnato in queste settimane. Al di là delle indicazioni pratiche che ho cercato di suggerire negli editoriali dell’Insieme, i quali – mi auguro – possano aiutare tutti noi a vivere le celebrazioni in modo più ordinato e consapevole, vorrei condividere una semplice riflessione conclusiva su cosa sia la liturgia. Tra i tanti linguaggi che accompagnano il nostro quotidiano, mi pare infatti che quello liturgico sia per certi versi il più difficile da accettare e da comprendere: ci sembra un linguaggio fatto di parole e gesti ripetitivi, spesso arcaici, che poco hanno a che vedere con le dinamiche della nostra vita quotidiana. Parole e gesti che spesso ripetiamo in modo abitudinario, quasi “robotico”, senza prestare attenzione a ciò che facciamo o alle parole che diciamo. Ed in effetti proprio questo è il rischio di un linguaggio ripetitivo! Pensate solo a quando diciamo il “Padre nostro” o “l’Ave Maria”: parole che ripetiamo a memoria senza far troppo caso al loro contenuto; al punto che è entrato nel linguaggio comune il verbo “recitare” per definire alcuni momenti della preghiera cristiana. Io amo dire che la recita la fanno i bambini della scuola materna, i quali recitano – appunto – una poesia o una battuta imparata a memoria senza essere troppo in grado di interpretarne il significato. Ma la preghiera non può e non deve essere una recita! La preghiera cristiana richiede quel raccoglimento della mente e del corpo sia nei momenti più personali che in quelli celebrativi e liturgici. Riprendendo alcune intuizioni contenute nella Lettera Apostolica Desiderio desideravi di papa Francesco sulla formazione liturgica del popolo di Dio, vorrei offrire qualche spunto che possa aiutare a superare la diffidenza e ritrovare una giusta affezione nei confronti di un linguaggio liturgico spesso incompreso e, per questo, poco frequentato. Innanzitutto la liturgia è il punto d’incontro tra il desiderio dell’uomo e il desiderio di Dio. Credo che tutti abbiate bene in mente lo straordinario dipinto della creazione di Adamo raffigurato da Michelangelo sulla volta della cappella Sistina: mi pare che la liturgia
possa essere vista proprio come il punto in cui il dito dell’uomo (proteso verso l’alto) e il dito di Dio (che si abbassa a sfiorare l’uomo) si incontrano. C’è il desiderio dell’uomo che anela all’eterno, che è proteso verso l’infinito; come scrive sant’Agostino nelle sue Confessioni: «Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». E poi c’è il desiderio di Dio ben delineato nelle parole di Gesù ai suoi discepoli: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione» (Lc 22,15); è desiderio di una comunione con l’uomo, di una relazione di profonda amicizia (alleanza) con ciascuno di noi. La liturgia è appunto il luogo dell’incontro tra questi due desideri. Il suo linguaggio è ripetitivo perché rituale: il rito, lungi dall’essere qualcosa di obsoleto, è ciò che consente di elevare ad universale la relazione personale e, al contempo, di consentire ad ogni particolare di entrare nella relazione universale. Mi spiego: il rito è ciò che consente agli uomini di ogni tempo e di ogni luogo di accedere a quella comunione (relazione) che si è instaurata tra Dio e gli uomini (nuova ed eterna alleanza) nella Pasqua di Gesù. Il linguaggio rituale codificato, cioè unico per ogni uomo di ogni tempo e di ogni luogo, è l’affermazione che questa relazione con Dio non è accessibile se non per il fatto che Lui stesso è venuto a cercarci: per questo motivo il linguaggio liturgico non ci appartiene quasi che la relazione sia opera delle nostre mani, ma ci è consegnato affinché possiamo accedere ad una relazione che non dipende da noi, ma alla quale ci è chiesto di abbandonarci. Mi piacerebbe davvero che ogni qualvolta celebriamo la liturgia cristiana potessimo ricordare questo punto di congiunzione tra il desiderio dell’uomo e il desiderio di Dio, tra il nostro anelare all’eterno e il suo abbassarsi per sfiorare il nostro dito e dare – per grazia – compimento al nostro desiderare.

Insieme 05.2024

Carissimi,
continuiamo la nostra riflessione sul “bon ton liturgico” soffermandoci oggi sulle modalità con le quali ci
accostiamo al Sacramento Eucaristico. La questione è particolarmente dibattuta tra i più tradizionalisti che domandano la comunione direttamente in bocca e i più possibilisti che, invece, la ricevono sulla mano. Va innanzitutto detto, come criterio generale, che entrambe le modalità sono approvate dalla prassi liturgica della Chiesa Cattolica. Non voglio quindi fare questioni di principio le quali, come sempre accade, scadono in posizioni di estremismo che portano inevitabilmente a prediligere la forma alla sostanza. A mo’ d’esempio riporto quanto accaduto (oserei dire tristemente) durante il tempo della pandemia, quando – nella comunità in cui ero parroco – ho assistito a persone che per mesi non si sono accostati all’Eucarestia in quanto non era possibile riceverla direttamente in bocca, ma unicamente sulla mano (per l’appunto: la forma che prevale sulla sostanza). Ebbene, tanto per fare chiarezza, se qualcuno ritiene di non essere degno di toccare l’Eucarestia con le mani, forse è bene che si chieda seriamente se è degno di riceverla in sé, nella propria bocca, nel proprio cuore (per un approfondimento invito i “dubbiosi” a rileggersi il capitolo 7 del Vangelo di Marco). E se qualcuno pensa che l’Eucarestia toccata da mani non consacrate possa in qualche modo “contaminarsi”, lo invito a rileggere la dottrina tomista della transustanziazione adottata dal Concilio di Trento e contenuta anche all’interno del catechismo della Chiesa Cattolica. La prima modalità con la quale accostarsi all’Eucarestia è la forma processionale: ci spostiamo dal nostro posto e, mettendoci in fila, in modo ordinato e composto, ci avviciniamo al Sacerdote o al Ministro che distribuiscono l’Eucarestia. Questa operazione che potremmo ritenere unicamente una formalità convenzionale è invece un proprio atto liturgico: significa un muovere i nostri passi incontro a Gesù, un camminare verso il Signore che ci attende per donarci la pienezza della vita che è il suo stesso corpo, la sua stessa vita; non è in fondo un’anticipazione dell’escatologico cristiano? Tutta la nostra vita è un cammino verso quella pienezza che da soli non possiamo procurarci, ma che unicamente possiamo ricevere come dono dall’Alto. Arrivati presso il ministro che distribuisce l’Eucarestia mi pare opportuno evitare qualsiasi forma di “riverenza” inopportuna: inchini, genuflessioni, mezzi piegamenti, cedimenti compulsivi delle ginocchia…insomma tutte forme di ostentato devozionismo che tradiscono il senso più profondo del nostro camminare a testa alta, quasi sull’attenti, verso il Signore che ci attende per donarci la vita. Per coloro che desiderano ricevere la comunione direttamente in bocca (al netto di quanto detto sopra) non serve tirar fuori la lingua come si fa davanti al dottore né tantomeno cedere a tic nervosi sulle ginocchia per le quali il ministro deve indovinare la giusta posizione in cui posare la particola; così come è bene evitare “accostamenti famelici” con annessa leccata del dito che, garantisco, sono veramente spiacevoli e disgustosi per chi le riceve. Per coloro che invece ricevono l’Eucarestia sulla mano è importante ricordare che questa non si “prende” ma si “riceve”. Prendere l’Eucarestia significa quasi volerla sottrarre dalle mani del ministro come si acchiappasse qualcosa; riceverla invece significa tenere la mano aperta e accogliere il corpo del Signore che si dona a noi. Il gesto assume anche un significato antropologico che trovo bellissimo: Signore sono davanti a te, a mani vuote, con la mia povertà, con la mia vuotezza, con la mia inadeguatezza e attendo con fiducia che sia tu a riempirmi di te, a dare pienezza ai miei giorni e alla mia vita. Ricevuta così l’Eucarestia ci si sposta a fianco della fila e con devozione ci si comunica portando la particola alla bocca. A questo proposito è bene ricordare che per nessun motivo si può portare la particola consacrata al proprio posto e che è estremamente sconveniente comunicarsi intanto che si ritorna al posto. Purtroppo l’impressione è che a volte i gesti della liturgia – e ahimè anche ricevere la Comunione – siano diventati così abitudinari da diventare gesti scontati, meccanicizzati, perdendo così quei significati antropologici e simbolici che sono le chiavi interpretative fondamentali per una lorocorretta e approfondita comprensione. E ricordiamoci che “fare la comunione” è appunto quel fare che: o ha a che fare con la vita concreta – nel senso che fa della nostra vita una vita in comunione con Lui – o resta un fare che non fa in quanto si riduce a un atto formale di culto che nulla ha a che vedere con il nostro vissuto.

Insieme 04.2024

Carissimi, la scorsa domenica nel nostro appuntamento sul “bon ton liturgico” ci siamo soffermati a considerare l’assemblea liturgica nel suo complesso. Quest’oggi vorrei considerare insieme con voi alcuni atteggiamenti della corporeità che mi sembra importante ricordare per vivere meglio i momenti della nostra preghiera comunitaria. Ci soffermeremo pertanto sulle posizioni che il corpo è chiamato ad assumere soprattutto nella preghiera comunitaria e, in particolare, durante la celebrazione Eucaristica:
«I gesti non sono semplicemente un richiamo, diventano anche una purificazione, una sottolineatura e non possono essere banalizzati». Il primo gesto che compiamo con il nostro corpo per partecipare all’assemblea liturgica è l’andare in Chiesa; potrebbe apparire banale o forse scontato, ma in realtà “l’andare” assume un significato antropologico fondamentale. Andare in Chiesa o andare a Messa comporta l’uscire dalle nostre case, l’abbandonare i luoghi delle nostre comodità (per andare a Messa la domenica mattina dobbiamo alzarci in tempo, sistemarci, vestirci, uscire di casa, incamminarci, ecc…). Andare a Messa significa metterci in moto, superare le pigrizie per qualcosa che riteniamo più importante rispetto alle nostre comodità. Significa metterci in cammino, con tutto lo spessore simbolico che il cammino comporta per l’uomo: è metafora della vita stessa chiamata ad indirizzarsi verso una meta per non scadere in un vagare a vuoto. E con il nostro metterci in cammino per andare a Messa diciamo a noi stessi che la meta verso cui vogliamo camminare (pur con tutte le inevitabili fatiche e le cadute) è proprio Gesù, colui che, incamminandoci, stiamo andando ad incontrare. Vi è poi lo stare in piedi, che esprime la posizione dello slancio, dello “stare sull’attenti”, dell’affermare saldamente e convintamente ciò che stiamo dicendo con le parole, ovvero la nostra adesione a Cristo Signore. Certo che se il nostro stare in piedi si traduce in un esercizio scomposto di appoggio (quasi sdraiato) sulla panca antistante, il nostro corpo non farà altro che contraddire quanto la nostra mente e le nostre labbra desiderano professare. Spesso mi chiedo come mai ci impegniamo in esercizi ginnici e sportivi che a volte sfiorano l’eroismo e poi per quella mezz’ora che ci è domandato di restare in piedi composti ci sentiamo così affaticati dal peso del nostro corpo da dover necessariamente andare alla ricerca di un appoggio o di un sostegno, manco avessimo corso la maratona. Essere in piedi, quasi sull’attenti, a testa alta significa dire “eccomi Signore”, “io sono qui”, “sono pronto ad ascoltarti”, “credo in te”, “puoi contare su di me”…come il Signore potrebbe contare su manichini incapaci perfino di reggersi in piedi?!? Lo stare seduti non è la posizione del riposo o del rilassamento muscolare dopo il grande sforzo che ci ha costretto in piedi per una decina di minuti. È piuttosto la posizione dell’ascolto, di chi si mette davanti ad un altro che gli parla per ascoltarlo e accogliere ciò che l’altro gli vuole dire. Se con lo stare in piedi affermiamo la nostra prontezza nel professare ciò che diciamo, con il nostro stare seduti esprimiamo la nostra volontà di metterci in ascolto; e infatti, durante la Messa, i momenti in cui si resta seduti sono generalmente quelli dell’ascolto delle letture e dell’omelia. Ogni ascolto richiede attenzione, concentrazione, allontanamento delle distrazioni…il nostro restare seduti in maniera composta può e deve esprimere questa volontà e questo sforzo di metterci in ascolto della Parola che il Signore desidera rivolgerci. Vi è infine lo stare in ginocchio: posizione ormai piuttosto desueta, vuoi a causa dell’età sempre più avanzata (con gli acciacchi connessi) di chi frequenta la Messa, vuoi al desiderio di scansare il più possibile ogni forma di fatica o di sforzo. L’inginocchiarci non è una forma di penitenza o di sofferenza da auto infliggerci per chissà quale motivo, bensì esprime la consapevolezza che davanti a Dio l’uomo si annulla, si fa piccolo, riconosce la sua miseria. Sto in ginocchio per dire che Lui è tutto, mentre io sono niente. Narrano che Paul Claudel ormai molto vecchio, quasi totalmente paralizzato, cieco e sordo, poche settimane prima di morire venne portato in carrozzina ad una riunione di universitari cattolici di Parigi e gli fu chiesto di dare un messaggio a questi giovani. E lui balbettando come poteva disse pressappoco così: «Vedete, sono un rudere di uomo; non sono più un uomo. Non so parlare più, non ci vedo più, non ci sento più, non cammino più. Però, nonostante la paralisi, riesco a fare ancora una cosa che mi dà l’idea di essere uomo: riesco ancora a mettermi in ginocchio». Ho voluto concludere con questo aneddoto sulla vita di Claudel per dire che il nostro corpo non solo dice la verità della nostra preghiera, ma è anche espressione della profonda verità di noi stessi, di quella verità che siamo chiamati a cercare, seguire, testimoniare.

Insieme 03.2024

Carissimi, continuiamo in questo tempo ordinario dopo l’Epifania la riflessione riguardante il “bon ton liturgico” iniziata la scorsa domenica con il segno della croce. Quest’oggi vorrei soffermarmi sul senso dell’assemblea liturgica, aspetto che, mi pare, sia da molti mal compreso o vissuto con fatica.
Innanzitutto, la prima cosa da ricordare è che le celebrazioni liturgiche (Messa, Lodi, Vespri, ecc.) non sono momenti di preghiera o di devozione personali bensì azioni liturgiche che coinvolgono tutta l’assemblea. E l’assemblea liturgica è costituita da diverse persone, ciascuna con il proprio ministero, che si radunano comunitariamente per celebrare la liturgia che è memoria viva della Pasqua del Signore: c’è il ministro ordinato che presiede la celebrazione, i lettori incaricati di proclamare la Parola, i ministranti che servono all’altare, il coro che accompagna la celebrazione con il canto, il popolo di Dio che si raccoglie a officiare la propria fede. Ognuno ha il suo ruolo e ogni ruolo ha il suo posto; questo è un elemento essenziale affinché la celebrazione sia vissuta nel modo più ordinato e composto possibile. Mi pare che dobbiamo educarci a superare la logica del “si è sempre fatto così” o peggio ancora del “ho sempre fatto così” per entrare in una visione che sia sempre più comunitaria ed ecclesiale. Alcune settimane fa ho fatto togliere le sedie dagli altari laterali del transetto, in quanto questo stacco da parte di alcuni rispetto al luogo del popolo di Dio all’interno dello spazio celebrativo diceva una stonatura liturgica necessariamente da correggere. Ho notato con rammarico che alcuni imperterriti prendono la sedia dal transetto per accasarsi dove più aggradano seguire la Messa. È bene ricordare che l’assemblea liturgica non è la platea di un cinema o il parterre di un teatro nel quale ciascuno sceglie il posto più comodo per seguire lo spettacolo. L’assemblea liturgica significa piuttosto invece riunirsi (e non isolarsi dove più aggrada) con i propri fratelli e le proprie sorelle per innalzare con voce unanime (la voce della Chiesa, appunto) la lode al Signore Risorto. Altro aspetto che mi sembra decisivo è quello della puntualità: non è solo questione di rispetto sia nei confronti della celebrazione già iniziata che per coloro che vi stanno partecipando. Non celebrando sempre le stesse Messe domenicali, ho avuto modo di vedere più volte come, soprattutto alcuni giovani e ragazzi, restino in piazza a continuare le loro chiacchiere fin dopo l’inizio della celebrazione, entrando di fatto in Chiesa a canto iniziale già terminato se non addirittura durante l’atto penitenziale. Per carità, può capitare che una volta si ritardi di qualche minuto; ma la ripetitiva sistematicità è segno di una poca affezione verso l’assemblea e una poca attenzione verso il mistero che si sta celebrando. E’ bene abituarsi ad entrare in chiesa qualche minuto prima dell’inizio della celebrazione; vivere un momento di silenzio che favorisca l’ingresso in preghiera; magari iniziare a leggere per conto proprio le letture sul foglietto così che durante la loro proclamazione possano essere seguite con maggiore attenzione. Credo che siano piccoli accorgimenti che possano aiutare ad entrare in un clima di preghiera e, soprattutto, a sentirsi parte di quell’unica assemblea liturgica, la Chiesa, che innalza la lode e il ringraziamento al suo Signore. Infine mi permetto di richiamare una attenzione nei confronti di coloro che verranno dopo di noi: in fondo è anche questo un modo di sentirsi chiesa e parte di una comunità. Ci sono domeniche che passo il tempo tra una messa e l’altra a raddrizzare le sedie e a rimettere al loro posto i foglietti e i libretti dei canti. Credo che un piccolo sforzo nel raddrizzare la sedia che abbiamo utilizzato o nel mettere a posto il materiale di cui ci siamo serviti sia indice non solo di buona educazione, ma anche di un’attenzione caritatevole nei confronti di coloro che formeranno un’assemblea liturgica dopo di noi. In fondo tutte queste attenzioni dicono a noi stessi e agli altri la nostra volontà di essere Chiesa, comunità di persone che si stimano e che camminano unite sulla strada
del Vangelo incontro al loro Signore.

Insieme 02.2024

Carissimi, abbiamo iniziato, dopo le festività natalizie, il tempo liturgico ordinario caratterizzato dalla ripresa delle attività scolastiche, lavorative e comunitarie. Vorrei, durante questo tempo ordinario, soffermarmi su alcuni aspetti di “bon ton liturgico” che possono aiutare tutti noi a vivere e a celebrare meglio (sia personalmente che comunitariamente) la nostra preghiera. Il primo aspetto su cui vorrei soffermarmi è il segno della croce. Esso costituisce il primo gesto che compiamo quando iniziamo i momenti di preghiera o le celebrazioni liturgiche; è il gesto che facciamo quando entriamo in chiesa o varchiamo i cancelli del cimitero; è un segno che ci hanno insegnato (e abituato) a fare fin da piccini. E forse proprio qui sta il problema: ci siamo fin troppo abituati a compiere questo gesto! Quanta sciatteria, quanta superficialità, quanta banalità accompagnano il segno della croce. Partiamo dal suo significato: come dice il termine il segno della croce consiste nel tracciare su se stessi la forma di una croce. Già questo è significativo. Proviamo a domandarci: ma che cos’è una croce? Non è un talismano, né un porta fortuna (quasi fosse un cornetto napoletano o un ferro di cavallo), né tantomeno un gesto scaramantico. La croce è un mezzo di morte (tra i più strazianti) trasformato da Gesù in strumento per rivelare tutto l’amore che Dio Padre ha verso di noi. Tracciare la croce sul nostro corpo significa prima di tutto riconoscere l’amore con cui siamo stati amati; significa riconoscere che la nostra salvezza passa proprio dal segno attraverso il quale Dio si è perso per noi. Capite allora come un segno che porta in sé un così grande significato non possa e non debba essere banalizzato o, peggio ancora, ridicolizzato. Questo segno, secondo i contesti in cui lo poniamo, può dire una professione di fede: credo nell’amore che mi ha salvato; può dire una preghiera: mi affido a te, Signore, che per me hai dato la vita sulla croce; può dire
un impegno: voglio fare della mia vita un dono d’amore come hai fatto tu. E il segno accompagnato dalle parole (nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo) assume un significato ulteriore: l’affermare che proprio in questo segno ci è stato rivelato il volto stesso di Dio, appunto il mistero della Trinità!
Proviamo quindi a spazzare via alcune cattive abitudini per vivere il segno della croce nel suo significato
più autentico: § Non serve a scacciare i moscerini dal naso: il segno della croce non dev’essere un gesto frettoloso, superficiale, più somigliante a un tic nervoso spontaneo che a un momento pensato, meditato, voluto. Fallo con calma, collegando la testa alla tua mano e pensando a ciò che stai compiendo sul tuo corpo e a ciò che vuoi comunicare attraverso questo gesto. § Come direbbero a Roma, baciare il dito dopo aver fatto il segno della croce, è proprio da coatti! Baciare il dito non ha proprio nessun significato: basterebbe collegare il cervello per dare un significato ai gesti che facciamo. È pur vero che la nonna quando eravamo bambini ci aveva insegnato a mandare il bacino alla Madonnina…forse è il caso di ricordare che non siamo più bambini di tre anni che compivano gesti adatti alla loro età. § L’acquasantiera in fondo alle chiese, nella quale immergere le dita prima del segno della croce, non è il talismano che scaccia i fantasmi, ma significa fare memoria del nostro battesimo, ovvero del momento in cui ricevendo la vita di figli di Dio siamo stati fatti partecipi del suo amore infinito, della vita del figlio suo Gesù donata per noi sulla croce.
Credo che la prima cosa da fare è mettere la testa in quello che stiamo facendo: forse questo ci aiuterà a superare gli automatismi abitudinari che rendono i nostri gesti non segni di fede ma atti insignificanti incapaci di comunicare alcunché a noi stessi, agli altri, al Padre nostro che è nei cieli.

Insieme 01.2024

Carissimi,
nella domenica dopo l’Epifania la Chiesa celebra la memoria del Battesimo di Gesù e, con essa, la chiusura del tempo di Natale e l’inizio del tempo ordinario. Tale tempo è caratterizzato dal colore liturgico verde simbolo di ferialità, ma anche – e soprattutto al di là della liturgia – dal ritorno alle consuete attività della vita di ogni giorno: la scuola che ricomincia, il lavoro che riprende… insomma le normali operosità che caratterizzano il nostro quotidiano. Mi pare particolarmente significativo che questo ritorno alla ferialità sia introdotto dalla memoria del Battesimo di Gesù. Mi sembra riduttivo pensarlo come un caso fortuito o come il maldestro tentativo di far coincidere la cronologia dei Vangeli con la fine del tempo di Natale, quasi che l’episodio del Battesimo concluda i racconti dell’infanzia; infatti quando Gesù si recò al fiume Giordano da Giovanni per essere battezzato aveva già compiuto all’incirca trent’anni. Più suggestiva mi pare la considerazione della memoria del Battesimo di Gesù quale occasione per ricordare il Battesimo di ognuno di noi. Certo, questo va fatto stabilendo le opportune e fondamentali differenze: quello ricevuto sulle sponde del Giordano per mano del Battista era un Battesimo di penitenza, un gesto di ravvedimento con cui iniziare un cammino di conversione; quello ricevuto nel fonte battesimale è invece un segno sacramentale: siamo battezzati nella morte e nella risurrezione di Gesù (cfr. Rm 6,3-5), resi membra del suo Corpo che è la Chiesa e, per mezzo dello Spirito, costituiti figli adottivi, eredi di Dio e coeredi di Cristo (cfr.Rm 8,17). Certo la maggior parte di noi non ricorda nulla del giorno del proprio Battesimo: eravamo piccoli, molti (come si usava qualche decennio fa) addirittura neonati; la ricostruzione di quell’evento è spesso affidata unicamente a qualche fotografia ormai sbiadita, a qualche racconto tramandato dai nostri genitori o, per i più giovani, a qualche filmato. Eppure questo evento di cui non conserviamo un ricordo diretto, per un credente è da considerarsi l’avvenimento più importante della vita, perfino della propria nascita: se infatti nascendo abbiamo iniziato una vita comunque (presto o tardi poco importa) destinata a morire, con il Battesimo abbiamo ereditato la vita eterna, la vita stessa e propria di Dio, destinata a non finire neppure con l’evento della morte: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno» (Gv 11, 25-26). Potremmo dunque dire che il nostro Battesimo porta a compimento in noi, nella nostra vita, nella nostra storia il mistero che abbiamo
celebrato nel Natale: il Verbo di Dio si è fatto carne (Gv 1,14) per dare ad ognuno di noi il potere di diventare figlio di Dio (Gv 1,12). Il tempo ordinario, la ferialità della vita che inizia proprio con la memoria del Battesimo di Gesù e, attraverso di essa, con il ricordo del nostro Battesimo, sembra dire ad ognuno di noi: vivi ciò che sei! Ovvero nella trama del tuo quotidiano, nell’ordinarietà della vita di ogni giorno, della tua famiglia, della scuola dove studi, del lavoro che fai, vivi la dignità di figlio di Dio che ti è stata donata nel giorno del tuo Battesimo. Ciò significa non rassegnarsi alla mediocrità, alla banalità, alla trascuratezza di chi cerca ogni giorno di sopravvivere, ma di vivere alla grande, intensamente, pienamente, come farebbe Gesù, cioè facendo della propria vita un dono per gli altri, un dono d’amore fino alla fine. Riconosci il dono che ti è stato fatto e vivi di conseguenza la tua vita. Come ha ricordato papa Francesco: «Il Battesimo permette a Cristo di vivere in noi e a noi di vivere uniti a Lui, per collaborare nella Chiesa, ciascuno secondo la propria condizione, alla trasformazione del mondo». Sì, trasformando il mondo, a partire dal quotidiano di ognuno di noi, in quel Regno di Dio in cui la regola e legge suprema altro non è che l’amore vicendevole.

Insieme 53.2023

Carissimi,
con questa domenica si conclude il 2023, anno caratterizzato da grandi cambiamenti per me personalmente e per tutta la comunità cristiana di Bollate. Desidero ringraziare tutti e ciascuno per l’affetto e la premurosa accoglienza che mi state dimostrando in questi primi mesi del mio ministero di parroco in questa comunità; iniziamo il nuovo anno con il desiderio di tracciare un cammino comune e deciso entro il quale condurre le nostre comunità cristiane senza rimpiangere un nostalgico passato, ma proiettandoci verso il futuro, come il Signore e la storia stessa ci domandano.
Come da tradizione, iniziata nel 1968 da papa Paolo VI, il primo Gennaio la Chiesa celebra la giornata mondiale per la pace e tutti noi siamo ben coscienti di quanto oggi ci sia bisogno di pace. L’anno che si conclude ha visto continuare e aumentare l’escalation di violenza nel conflitto tra Russia e Ucraina con l’aumento dei bombardamenti e delle crudeltà. Negli scorsi mesi abbiamo poi assistito ad una imprevista accelerazione del conflitto tra Israele e Palestina: a seguito dell’attacco terroristico di Hamas contro Israele dello scorso 7 ottobre, ha avuto inizio l’offensiva missilistica nella striscia di Gaza, la quale ha causato finora più di ventimila morti tra la popolazione palestinese. Per non parlare delle innumerevoli guerre che ogni giorno causano distruzione, morte, devastazione e alle quali ci siamo così assuefatti da non essere neppure più citate nelle pagine di cronaca: Afghanistan, Siria, Yemen, Somalia, Niger, Birmania e tanti altri luoghi nel mondo. Nel suo messaggio Urbi et Orbi di Natale, papa Francesco ha ricordato che «dire “sì” al Principe della pace significa dire “no” alla guerra, e questo con coraggio: dire “no” alla guerra, a ogni guerra, alla logica stessa della guerra, viaggio senza meta, sconfitta senza vincitori, follia senza scuse». Mi hanno colpito molto queste sue parole: mentre le nostre logiche classificano le guerre in vincitori e vinti, in trionfanti e perdenti, il papa ci ricorda che qualunque guerra non ha mai vincitori, ma resta una sconfitta per tutta l’umanità. Punto di partenza per fermare le guerre, ha ricordato Bergoglio, è dire no alle armi: «per dire “no” alla guerra bisogna dire “no” alle armi. Perché, se l’uomo, il cui cuore è instabile e ferito, si trova strumenti di morte tra le mani, prima o poi li userà. E come si può parlare di pace se aumentano la produzione, la vendita e il commercio delle armi?». Un recente rapporto del SIPRI (Istituto
internazionale di ricerche sulla pace) mette in luce che nell’anno 2022 in tutto il mondo è stata spesa la cifra record di 2.240 miliardi di dollari per le spese militari; quante persone potevano essere sfamate? Quanti poveri potevano essere aiutati? Quanti ospedali si potevano costruire con tutti questi soldi? «La gente – continua papa Francesco –, che non vuole armi ma pane, che fatica ad andare avanti e chiede pace, ignora quanti soldi pubblici sono destinati agli armamenti. Eppure dovrebbe saperlo! Se ne parli, se ne scriva, perché si sappiano gli interessi e i guadagni che muovono i fili delle guerre». Nel Natale abbiamo contemplato il “principe della pace” (Is 9,6), annunciato dagli angeli come colui che dona la pace sulla terra agli uomini amati dal Signore (cfr Lc 2,14). Di questo annuncio di pace ognuno di noi è chiamato a farsi testimone e annunciatore, come ha concluso papa Francesco nel suo messaggio: «Dal presepe, il Bambino ci chiede di essere voce di chi non ha voce: voce degli innocenti, morti per mancanza di acqua e di pane; voce di quanti non riescono a trovare un lavoro o l’hanno perso; voce di quanti sono obbligati a fuggire dalla propria patria in cerca di un avvenire migliore, rischiando la vita in viaggi estenuanti e in balia di trafficanti senza scrupoli». Che il nuovo anno. ormai alle soglie, possa davvero essere un anno di pace per tutta l’umanità! Buon anno!

Insieme 52.2023

Carissimi, finalmente è Natale! Le attese si sono compiute! La speranza dell’umanità si è fatta presenza con cui ognuno di noi può entrare in relazione! Finalmente è Natale! “L’attitudine all’attesa” ci conceda giorni di calma, giorni di serenità, giorni di pace durante i quali fermarci dai nostri affanni quotidiani per
contemplare nel presepe l’atteso dei popoli che nasce tra i poveri, tra gli umili, tra gli ultimi. Finalmente è Natale! “L’attitudine al silenzio” ci doni giorni liberi dal frastuono del quotidiano, dai rumori del traffico, dalle grida delle nostre città per contemplare nel presepe il silenzio di Dio rotto solo dal tenero vagire di un bimbo che ci mostra la tenerezza di quel Dio che vuol essere chiamato con il nome di Padre. Finalmente è Natale! “L’attitudine all’ascolto” ci doni la capacità di un ascolto profondo di quella Parola che fattasi carne (cfr. Gv 1,14) si è mostrata nel bambino di Betlemme, affinché in ognuno di noi risuoni il Verbo della vita il quale dona a coloro che lo accolgono il potere di diventare figli di Dio. Finalmente è Natale! “L’attitudine alla bellezza” ci liberi dal vano luccichio dell’apparire così frequentemente millantato da moderni e alquanto discutibili influencer per scoprire lo splendore della verità che riluce nello squallido candore di una stalla di Betlemme. Finalmente è Natale! “L’attitudine all’intelligenza” ci aiuti a non accontentarci della superficialità delle cose, ma a leggere con profondità la vita, il mondo, gli eventi per scoprire che in essi risplende la forza e la bellezza stessa di Dio. Nel presepe che contempliamo nella notte di Natale, l’attesa del mondo si fa presenza di un bimbo; i rumori e i frastuoni tacciono e il silenzio sembra avvolgere e cullare il sonno del bimbo che è nato; il Verbo eterno che era presso il Padre fin dal principio si fa parola di uomo udibile da ciascuno di noi; ogni apparenza è cancellata dall’umiltà della stalla, dalla semplicità della mangiatoia, dall’umiltà di un bue e di un asinello che, primi, riconoscono il Signore del mondo nel bimbo che è nato; la superficialità è superata dallo sguardo profondo di Maria, di Giuseppe, dei pastori che al di là di ogni apparenza sanno cogliere il mistero divino che si cela nella semplicità e nella normalità della nascita di un bimbo. Finalmente è Natale! L’augurio che mi sento di fare a ciascuno di voi è che questo giorno non resti una festa vuota e priva di contenuto, ma possa diventare veramente l’occasione per accogliere nella nostra vita il Signore che viene ad abitare tra noi per donare ai nostri giorni il gusto, lo spessore, la bellezza dell’eternità.
Come per umiliare
i più grandiosi sforzi umani
e le più mirabolanti imprese umane,
un bimbo viene posto al centro
della storia umana.
Un bimbo nato da donna,
un figlio dato da Dio.
Questo è il mistero
della liberazione del mondo:
tutto il passato e tutto il futuro
vi sono ricompresi.

(Dietrich Bonhoeffer)
A tutti e a ciascuno i migliori auguri di un Santo Natale!

Insieme 51.2023

Carissimi, con questa ultima domenica di Avvento, nella quale la nostra liturgia ambrosiana ci invita a sostare sul mistero della Divina Maternità di Maria, siamo giunti alle soglie della grande solennità del Natale. Ci siamo preparati durante questo tempo santo esercitando alcune attitudini fondamentali: l’attesa, il silenzio, l’ascolto, la bellezza. Vorrei in quest’ultima domenica del nostro percorso suggerirvi un’ultima attitudine che mi pare fondamentale per vivere le festività del Natale ormai alle porte: “l’attitudine all’intelligenza”. Mi pare doverosa una sottolineatura da tener presente. Nel linguaggio comune tendiamo a confondere l’intelligenza con il sapere tante cose o con la capacità di apprendere tante cose. Da un certo punto di vista può essere anche vero: il cosiddetto quoziente intellettivo è lo strumento utilizzato in diversi campi delle scienze umane per misurate il livello (o la capacità) cognitivo
di un determinato soggetto; più il quoziente intellettivo è alto, più una persona è considerata intelligente. Evidentemente quando parlo di “attitudine all’intelligenza” non mi sto riferendo a questa accezione di intelligenza: essa infatti è determinata unicamente dalle doti naturali che si hanno e dal patrimonio culturale che ognuno può vantare sulla base della possibilità degli studi intrapresi. Mi riferisco piuttosto all’accezione etimologica della parola intelligenza: essa infatti deriva dall’avverbio latino intus (che significa dentro, in profondità) unito al verbo ligere (che significa leggere). Ecco allora che l’intelligenza è la capacità di leggere e interpretare con profondità ciò che vediamo, ciò che ascoltiamo, la realtà che ci circonda. In un mondo in cui molti si accontentano dell’idiozia (che è il contrario dell’intelligenza), della superficialità, della banalità delle cose, la persona intelligente è colui o colei che legge gli avvenimenti della propria vita e del mondo che ci circonda in profondità, in modo, appunto, intelligente. Tutti i personaggi che contempleremo nel presepe durante il Natale si caratterizzano proprio per la lettura intelligente della nascita di un bambino. Cosa c’è di più normale, di più banale, di più quotidiano di un bimbo che nasce? Solo uno sguardo intelligente può essere in grado di comprendere lo straordinario significato che questo nascere ordinario porta in sé. C’è l’intelligenza di Maria che custodisce fin dal concepimento di quel bimbo nel suo grembo il compiersi delle scritture e delle attese di tutta l’umanità;
c’è l’intelligenza di Giuseppe che leggendo in profondità con stupore e forse anche con un certo smarrimento la vicenda che vede protagonista sua moglie, comprende che «quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20); c’è l’intelligenza dei pastori che davanti alla normalità e alla semplicità di un segno «troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc 2,12) riconoscono la presenza del Salvatore, il Cristo Signore. L’attitudine all’intelligenza ha dunque aiutato i
protagonisti del Natale a leggere in profondità gli avvenimenti che stavano accadendo riconoscendo in essi l’irrompere del divino nella storia degli uomini. Per acquisire l’attitudine all’intelligenza mi pare fondamentale non accontentarsi della superficialità delle cose così come spesso ci vengono propinate, ma sforzarci sempre di cercarne il senso più profondo, cercare di scoprire le motivazioni più vere, guardare oltre ciò che appare di primo acchito e cogliere gli aspetti più veri che esse racchiudono nelle profondità. Scriveva il grande filosofo e teologo francese Blaise Pascal: «Più uno è intelligente, più sono le persone che uno trova originali: la gente comune non vede differenza tra gli uomini». Superare la superficialità, vincere la banalità assumere l’attitudine all’intelligenza mi sembra il modo migliore per riscoprire l’originalità delle relazioni che viviamo e, nel nostro cammino di fede, l’originalità, anzi l’unicità di quel bambino che il Natale consegna alla storia dell’uomo.

Insieme 50/2023

Carissimi, le solennità di Sant’Ambrogio e dell’Immacolata che abbiamo celebrato nei giorni scorsi, ci hanno proiettato ancora più decisamente verso le ormai imminenti festività natalizie. Ci siamo esercitati
nell’attitudine all’attesa, nell’attitudine al silenzio e nell’attitudine all’ascolto. In questa domenica vorrei
proporvi un ulteriore esercizio: “l’attitudine alla bellezza”! Sì, perché il Natale ci racconta di una bellezza del tutto paradossale capace però di affascinare tutti gli uomini, sia credenti che non credenti. È paradossale, in quanto in una stalla piena di animali non vi è nulla di splendente; è paradossale, in quanto in una famiglia esclusa e lasciata per strada – perché non c’era posto per loro nell’albergo – non vi è proprio nulla di affascinante; è paradossale, in quanto nella povertà e nella miseria di pastori indigenti non vi può essere certo qualcosa di incantevole. Ciò che splende è il luccichio delle nostre città con le sue vetrine e i suoi addobbi; ciò che affascina sono le calde dinamiche famigliari mostrate nelle pubblicità,
avvolte in caldi pigiamoni invernali o radunate festosamente attorno alla tavola imbandita; ciò che incanta
sono i castelli regali dipinti nelle fiabe o i palazzi sontuosi in cui si consumano le ricchezze del mondo. Eppure la bellezza paradossale del Natale è ancora capace di attrarre i nostri sguardi con la sua semplicità, con la sua sobrietà, con la sua tenerezza con la sua autenticità. Viviamo in un mondo, in una cultura, in una società dove il bello viene confuso con l’apparire, il vero viene scambiato con l’opinabile, i valori che contano sono scambiati con l’effimero che passa. La cultura dell’immagine veicolata dalla televisione, dai social, dai siti internet, dai cartelloni pubblicitari ci ha sempre più convinto che la bellezza stia nell’immagine che si dà, nell’apparire a tutti i costi, nel primato del sembrare sull’essere. Poi la vita con la sua spietata durezza ci insegna che quell’apparire cui spesso dedichiamo tutte le nostre forze non si riduce che a un fuoco di paglia del quale non rimane altro che polvere e cenere. Quanti personaggi televisivi o musicali (le cronache ne sono piene) che, avendo speso la vita per cercare un palcoscenico sul quale mostrarsi, sul quale far emergere la loro immagine, si sono presto ridotti in miseria, dimenticati da tutti, se non a volte ridotti sul lastrico! In questa mentalità in cui l’immagine è ciò che conta, il fascino del Natale è ancora in grado di attrarre i nostri sguardi perché in esso intuiamo ancora una scena di autenticità umana, un momento in cui il falso apparire dei nostri miti attuali viene cancellato da un momento di vera bellezza che ci viene donato dalla semplicità di un bimbo che nasce, dalla tenerezza di una madre che accoglie, dalla fortezza di un padre che custodisce, dallo stupore di poveri pastori che assistono a questo momento. “La bellezza è lo splendore del vero” diceva Platone più di duemila e cinquecento anni fa; senza voler affrontare in questa sede le speculazioni filosofiche da cui nasce questa espressione, mi verrebbe da dire che unicamente nella verità delle cose può ancora splendere una bellezza autentica ancora capace di attirare i nostri sguardi e di affascinare i nostri cuori. L’attitudine alla bellezza significa allora la capacità di riscoprire ed apprezzare ciò che veramente è bellezza, andando oltre l’apparenza o la scorza superficiale che ci dispone ad accontentarci di una mediocrità alquanto discutibile. E quando sapremo apprezzare la bellezza che si radica nella verità, impareremo che nel volto del povero, dell’ammalato, dell’escluso, del sofferente risplende tutta la bellezza del volto di Dio.

Insieme 49/2023

Carissimi,
continuiamo il nostro cammino di Avvento: abbiamo iniziato il mese di Dicembre che ci proietta in modo ancor più deciso verso la celebrazione del Natale di Gesù. In questa settimana vivremo le due grandi festività (sant’Ambrogio e l’Immacolata) che tradizionalmente segnano l’inizio ufficiale dei presepi, degli alberi, degli addobbi che ci introducono nel clima natalizio. E in questo contesto di trepidazione e di attesa continuiamo il nostro percorso sulle attenzioni che ci consentono di preparare il nostro cuore ad accogliere la venuta del Signore che viene ad abitare in mezzo a noi. La scorsa domenica mi sono soffermato sull’attitudine di “educarci al silenzio”. Conseguenza diretta della capacità di fare silenzio è la predisposizione all’ascolto. È proprio la capacita di fare silenzio fuori e dentro di noi che ci consentirà di “educarci all’ascolto”. Condizione preliminare ad ogni forma di ascolto è la capacità di stare in silenzio: se non stai in silenzio non puoi metterti in ascolto. Quando cercavo di spiegare questo concetto ai ragazzi del catechismo, mostravo loro la fondamentale differenza tra stare zitti e stare in silenzio. A scuola, dicevo, devo stare zitto (nel senso che non devo parlare con i miei compagni durante la lezione); ma se intanto che il professore spiega, formalmente sto zitto, ma nel frattempo con la mia testa penso a tutt’altro (e quindi non faccio silenzio) non posso certo ascoltare quello che viene spiegato durante la lezione. Il silenzio pertanto non si limita al non fare rumore, bensì si caratterizza come quell’attitudine per la quale facendo silenzio fuori e dentro di me consento ad una parola altra di entrare e dimorare nella mia mente e nel mio cuore (l’ascolto, appunto). Ci educhiamo all’ascolto innanzitutto imparando ad ascoltare gli altri. Spesso quando un altro ci parla rimaniamo zitti (almeno per buona educazione), ma raramente restiamo disponibili all’ascolto; così le parole dell’altro, ciò che l’altro ha da dire a me, il mistero che l’altro vuole condividere con me, resta un flatus vocis, una parola inutile, inconsistente, incapace di scalfire quel pregiudizio che spesso conduce la nostra relazione con l’altro. Quando il silenzio si limita all’assenza di rumore, restiamo prigionieri di quelle formule preconcettuali e pregiudizievoli che abbiamo nei confronti dell’altro, rimanendo così “impermeabili” alla parola con la quale l’altro si consegna a noi. Se la mancanza di silenzio che genera l’indisponibilità all’ascolto è caratteristica che spesso presiede alle nostre relazioni umane, ancor più essa definisce la nostra relazione (o meglio, mancanza di relazione) con Dio. Tante, troppe volte abbiamo la pretesa – o forse sarebbe meglio dire la presunzione – di essere cristiani che non hanno bisogno di ascoltare. Quando celebro la Messa, durante il momento delle letture, mi capita spesso di guardare l’assemblea e di vedere persone perse nei loro pensieri, pressoché estranee ad ogni forma di ascolto della Parola che viene proclamata. Abbiamo la presunzione di equiparare il Vangelo ad una storia di cui in fondo il finale è già noto, di un romanzo già letto e riletto più volte e, per questo, ormai inutile da ascoltare. E così rimaniamo ancora una volta prigionieri dei nostri pregiudizi su Dio, dell’immagine (spesso idolatrica) che negli anni ci siamo fatti di Lui, di una conoscenza che si limita al “sentito dire” o ai quattro concetti che le catechiste ci hanno insegnato trenta o quarant’anni fa, senza accettare quell’ascolto che ci può consentire una conoscenza autentica di Lui. L’incapacità di silenzio che genera la mancanza di ascolto porta ognuno di noi a quella “patologia dello spirito” ben delineata da Vasco Rossi in una sua famosa canzone: vivere “ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi”! E appunto…persi dentro i fatti propri significa persi dentro quelle forme pregiudizievoli che non aprendoci all’ascolto dell’altro continuano a considerarlo un estraneo da evitare, un nemico da cui difendersi e mai qualcuno con cui entrare in relazione. E questo, sia che l’altro sia un fratello o una sorella…sia che l’Altro sia il Signore della mia vita.

Insieme 48/2023

Carissimi,
dopo la pausa che settimana scorsa abbiamo riservato al mio ingresso ufficiale nella comunità cristiana di Bollate, riprendiamo con questa domenica il nostro itinerario di Avvento che ci prepara al Natale e, in particolare, il suggerimento di alcune attenzioni che ci consentano di convertirci (nel senso letterale del termine, cioè volgersi, rivolgersi) al Signore che viene. La prima attenzione che avevo suggerito durante la prima domenica di Avvento era: “educarci all’attesa”. In questa terza domenica vorrei suggerire la seconda attenzione che ci prepara al Natale: “educarci al silenzio”. Viviamo circondati di rumori: il rombo dei motori e lo strombazzare dei clacson; le suonerie dei cellulari e le notifiche dei messaggi; il chiacchiericcio delle televisioni e la musica della radio. La vita di ogni giorno, in qualunque luogo ci troviamo, è circondata da suoni, da parole, da rumori. Ne siamo così assuefatti che il silenzio è diventato uno sconosciuto che cerchiamo di evitare il più possibile: anche nei momenti di silenzio che ci capita di vivere durante le nostre giornate, andiamo alla ricerca spasmodica di qualche rumore o di qualche suono capace di infrangere i rari momenti di quiete. Così, nelle nostre case, la televisione o la radio diventano quel rumoroso sottofondo che ci fa costantemente compagnia anche quando in realtà non stiamo per nulla seguendo ciò che esse trasmettono. In contrasto con questa rumorosità del quotidiano c’è il silenzio del Natale: il mistero della Santa Notte, iconicamente rappresentato dai nostri presepi, suggerisce a tutti noi un affascinante senso di silenzio e di pace. Nella grotta della Natività vigilano silenziosi e stupiti Maria e Giuseppe; i pastori con le loro greggi contemplano attoniti e stupiti il mistero loro annunciato; il cantico delle schiere angeliche sembra suggerire un dolce sottofondo capace di mettere in maggior risalto il silenzio della notte di Betlemme. La notte di Natale sembra così suggerire a tutti noi l’esercizio di imparare a rieducarci al silenzio. Per educarci al silenzio dobbiamo innanzitutto scegliere il silenzio. Il silenzio non si riduce infatti all’assenza di rumore, bensì è presenza a se stessi, è presenza in noi del mistero stesso di Dio. Scegliere il silenzio significa anche costringerci a qualche momento di solitudine in luoghi che ci consentano di attenuare i rumori attorno a noi e dentro di noi. Trova nella tua settimana qualche momento di silenzio; non servono ore o giornate intere…bastano pochi minuti in cui ti isoli da tutto e rimani solo con te stesso e con la voce dello Spirito che risuona dentro di te. La chiesa (specialmente nelle ore in cui non c’è molta gente) potrebbe essere un buon luogo in cui esercitarti al silenzio: magari la mattina prima di immergerti nel frastuono del lavoro quotidiano o la sera quando rientri dal lavoro con le orecchie ancora assordate dai rumori della giornata. I pochi attimi di silenzio e solitudine che sceglierai di vivere, saranno essenziali per mettere ordine in te stesso e nella tua vita; ti impediranno di vedere i giorni, gli anni, i mesi sfuggire dalla tue mani o, peggio ancora, di subire passivamente lo scorrere del tempo impedendoti di essere il vero e unico protagonista della tua vita e delle tue scelte. Il silenzio dentro di te e fuori da te ti consentirà di sfuggire alla superficialità cui le parole superflue e i rumori del quotidiano spesso costringono le nostre relazioni, consentendoti di ritrovare quel senso, quello spessore, quella profondità capace di renderle buone e belle. Il Natale a cui ci stiamo preparando ci domanda di imparare ad educarci al silenzio per ritrovare la profondità in noi stessi, nelle relazioni che viviamo, nelle occupazioni del nostro quotidiano: quella profondità che, sola, è capace di dare senso e gusto alla nostra vita.

Insieme 47/2023

Carissimi,
spero mi perdonerete se in questa seconda domenica di Avvento mi permetto di “sospendere” il discorso sulle attenzioni da avere per prepararci al Natale per spendere alcune parole sul mio ministero di Parroco di San Martino e Santa Monica iniziato ufficialmente con la Celebrazione solenne di sabato sera. Vorrei che il ministero di pastore che mi è stato affidato dal Vescovo Mario nella comunità di Bollate potesse essere riassunto attraverso l’icona che ho scelto come immagine ricordo di questo giorno. L’icona (come ci insegna ormai il mondo dei computer) è ciò che in qualche modo sintetizza e riassume in maniera simbolica un programma o un file o un contenuto; ed è proprio “cliccando” su di essa che tale programma o contenuto sotteso si apre. Quella che ho scelto per il mio ingresso come parroco di queste comunità riproduce un’icona Copta del VII secolo il cui autore resta ignoto come per tutte le icone. In essa viene rappresentato il Cristo che cammina accompagnando un discepolo e ponendo il braccio dietro la sua spalla. Gesù è riprodotto come Maestro e Signore che regge nella mano sinistra il Vangelo, la buona notizia, il dono più prezioso. La mano destra, come dicevamo, è invece posata sulla spalla del discepolo, dell’amico che cammina al suo fianco. Gesù non sta di fronte come un maestro da seguire, ma cammina al fianco dell’amico; la mano sulla spalla infonde sicurezza e protezione, ma è anche dono di grazia, in quanto prende su di sé le colpe, gli sbagli, i pesi che gravano sull’altro come ben espresso dall’aureola, simbolo di santità, condivisa con il discepolo. Questa grazia che è donata al discepolo, egli non la tiene per sé, ma la ridona; ciò è rappresentato attraverso il gesto della mano benedicente: il discepolo che è perdonato, sul quale è stata fatta grazia, che ha fatto sua la Parola del Vangelo (simboleggiata dal rotolo che tiene stretto nella mano sinistra) diventa così una benedizione per tutte le genti. Ecco, mi pare che proprio questa icona possa in qualche modo significare ciò che vorrei essere in mezzo a voi, in questa comunità che mi è stata affidata: semplicemente un discepolo in cammino al quale il Signore ha fatto Grazia, del quale sono continuamente perdonati i peccati, le mancanze, i pesi; al quale è stata donata una parola buona per la vita e che solo per questo può diventare una benedizione per tutti coloro che lo incontreranno. Mi piacerebbe condividere con ognuno di voi il cammino di ogni giorno – spesso pieno di fatiche, difficoltà, sofferenze – non standovi davanti come un maestro che ha qualcosa da insegnare (in verità non mi sono sentito mai maestro di nessuno), né tantomeno con il piglio di un condottiero chiamato a guidare un popolo (a volte mi sembra di non essere in grado di guidare nemmeno me stesso), bensì con la semplicità di chi cammina al vostro fianco condividendo con ciascuno di voi il tempo che scorre, le gioie e le sofferenze, i momenti di esultanza e di afflizione, le povertà e le miserie che ciascuno di noi porta con sé nel bagaglio della vita. Vorrei essere semplicemente questo: un povero cristo che cammina al vostro fianco, condividendo quel pezzetto di strada che ci sarà dato da percorrere, cosciente che al mio e vostro fianco c’è la presenza di Colui che ci accompagna e che è il nostro vero compagno di viaggio: il Signore Gesù che cammina con noi e che sempre sostiene i nostri passi: «Gesù in persona si accostò e camminava con loro» (Lc 24,15).

Insieme 45/2023

Carissimi,
con questa domenica di Novembre iniziamo il tempo dell’Avvento che nelle prossime sei settimane ci condurrà alla celebrazione del Natale di Gesù. Il tempo di Avvento è quel periodo liturgico che si caratterizza per l’attesa: l’attesa del Natale certamente, ma più profondamente l’attesa del ritorno del Signore, quando alla fine dei tempi verrà nella Gloria per stabilire definitivamente il suo Regno su tutta l’umanità. Vorrei, in queste domeniche di Avvento, suggerire alcune attenzioni che ci aiutino a prepararci al Natale e più in generale ad accogliere la venuta del Signore alla fine dei tempi. E la prima attenzione che mi sembra fondamentale è proprio quella di educarci all’attesa. Viviamo in un contesto in cui non siamo più capaci di attendere niente. Tutto corre, tutto è veloce, tutto avviene in un istante; ci sembra che attendere sia una perdita di tempo. Quando il pullman, il treno, la metropolitana sono in ritardo ci sembra che l’attesa che ci è domandata sia tempo sciupato nella nostra giornata; e quando la connessione
internet è lenta e la rotellina del cellulare di turno gira domandandoci di attendere, ci viene da arrabbiarci, perché “non si può nell’epoca delle comunicazioni avere sistemi così lenti”. Nel mondo interconnesso alla velocità della luce (ormai si viaggia sulla fibra perché tutto sia più veloce) abbiamo perso l’attitudine all’attesa: non siamo più capaci di attendere. Una volta si attendevano le vacanze una volta all’anno: dal primo al trentuno di agosto ci si riversava sulle strade tra ingorghi proverbiali; oggi la facilità degli spostamenti rende ogni weekend occasione buona per una partenza. Una volta si attendeva la cartolina che gli amici spedivano o la lettera che la fidanzata lontana aspettava trepidante; oggi con whatsapp tutto è immediato e, anzi, puoi perfino verificare se l’altro ha ricevuto e letto il messaggio che gli è stato inviato. Una volta si attendeva con pazienza nelle sale d’attesa, alle fermate dei mezzi, l’inizio di un film che ti interessava; oggi prenoti online per non fare la fila, verifichi con il gps dove si trova il mezzo che attendi, usi lo streaming per vedere alla tele quello che vuoi e quando lo vuoi. Insomma, il mondo che ci circonda, pur avendo reso più comodi e agevoli molti aspetti del nostro quotidiano, ci ha diseducati all’attesa. Ma soprattutto ci ha persuaso che l’attesa sia qualcosa di sterile, di vano, insomma sia un’inutile perdita di tempo cui in ogni modo dobbiamo sottrarci. La diseducazione all’attesa ci ha portati a
confondere l’attendere con l’aspettare. Anche se questi verbi vengono spesso confusi come sinonimi l’uno dell’altro, essi si annunciano come tra loro differenti. Mentre infatti aspettare è un’azione statica, nella quale un soggetto inerme, immobile aspetta qualcosa, l’attendere implica un movimento, una tensione verso qualcosa o qualcuno. Il verbo aspettare, infatti, è composto dalla particella “ad” unita al verbo “spicere”, che letteralmente significa guardare, rivolgere lo sguardo verso qualcosa; è il verbo che descrive l’azione di chi appunto staticamente, senza muoversi, scruta con l’occhio intento la persona che deve arrivare. Il verbo attendere, invece, è composto anch’esso dalla particella “ad” cui è unito il verbo “tendere”, indicando così non un’azione statica e inerme, bensì dinamica, un protendersi verso qualcosa e qualcuno che è oggetto dell’attesa. Attendere non è dunque un’inutile perdita di tempo, bensì un moto
interiore, un cammino che prepara la mente e il cuore verso colui che è atteso, che domanda alla nostra vita di pro-tenderci verso di lui. L’attesa del Signore (sia del suo Natale che della sua venuta finale) non è statica e arida perdita di tempo, ma cammino quotidiano che prepara il nostro cuore all’accoglienza. Così vogliamo vivere l’Avvento come tempo dell’attesa, cioè come tempo propizio per educare i nostri giorni, il nostro cammino a tendere verso Colui che deve venire, per vivere la nostra vita come una continua tensione verso il Signore, per preparare la nostra vita all’incontro con Colui che, solo, può dare pienezza al nostro esistere. Che non ci accada la sventura annunciata da Ignazio Silone in un suo scritto: «I cristiani dicono di attendere il Signore, e lo aspettano con la stessa indifferenza con cui si aspetta un tram». Allora sì che la nostra attesa sarà un’inutile perdita di tempo, come, forse, lo sarà tutta la nostra vita!

Insieme 44/2023

Carissimi,
ci apprestiamo a concludere il mese di ottobre e tra pochi giorni vivremo due feste molto sentite non solo dai cristiani che abitualmente frequentano l’Eucarestia domenicale, ma anche da tutti coloro che per diversi motivi si sono allontanati dai percorsi della fede. Nei prossimi giorni infatti tutti noi ci recheremo nei cimiteri a visitare le tombe dei nostri cari che ci hanno lasciati e i cui corpi lì ora riposano in attesa della risurrezione. Tanti di noi con cura amorevole puliranno le lapidi, le tombe, i luoghi dove i nostri cari riposano, quasi a voler dire che non ci siamo dimenticati di loro, che ancora – magari dopo anni dalla loro scomparsa – vogliamo prenderci cura di loro. Alcuni di noi si soffermeranno con gli occhi lucidi davanti alle loro fotografie, ricordando con nostalgia e commozione i tempi passati, i bei momenti vissuti, le parole condivise, gli attimi trascorsi che lo scorrere del tempo non è riuscito a cancellare dalla nostra memoria. In pochi sussurreranno a fil di voce qualche preghiera, magari quelle che proprio loro ci avevano insegnato quando eravamo bambini, nella persuasione (o nella semplice speranza) che tali sommessi mormorii possano giungere fino a loro. Ma ci sono due gesti che mi sembrano particolarmente
belli e significativi e che dicono in modo forse del tutto inconscio la nostra fede nella vita che sa vincere e superare perfino l’enigma della morte.
Il primo gesto sono i fiori che porteremo sulla tomba dei nostri cari. Sì, in occasione del due Novembre i nostri cimiteri si trasformano in tappeti fioriti: fiori di ogni colore (giallo, bianco, rosso, viola) renderanno un posto proverbialmente lugubre come il cimitero, un luogo colorato, tanto da rubare – forse per un solo giorno – ai cimiteri la loro triste nomea, rendendoli addirittura luoghi belli sui quali merita posare il nostro sguardo. E così se una certa cultura pensa di festeggiare questa ricorrenza tra zombi e morti viventi rendendo la memoria simile ad un film dell’orrore, i nostri semplici gesti, quei gesti che i nostri genitori e i nostri nonni ci hanno insegnato quando da bambini ci portavano al cimitero a deporre fiori freschi sulle tombe dei nostri cari, questi gesti dicono che nella fede anche la morte può essere qualcosa non di orribile ma di bello, non di lugubre ma di colorato, non di disperazione ma di speranza. E questo perché nella fede sappiamo che la morte non è la parola ultima e definitiva sulla vita nostra e dei nostri cari, ma che c’è una parola, una promessa di resurrezione che dovrà essere pronunciata e che è capace di rendere perfino la morte quella “dolce sorella” cui affidare gli anni che abbiamo vissuto affinché siano da essa custoditi per l’eternità.
Il secondo gesto significativo che compiremo nei prossimi giorni sarà l’accendere un lumino sulla tomba dei nostri cari. In occasione della commemorazione di tutti i defunti i nostri cimiteri vengono come illuminati da piccole fiammelle capaci di dare un poco di luce anche a ciò che ci appare oscuro come il mistero della morte. E se una certa cultura vuole inculcare l’idea che questa ricorrenza sia una festa delle tenebre, le piccole fiammelle che scintillano sulle tombe dei nostri cari dicono di una speranza capace di illuminare l’oscurità più cupa. E questo perché nella fede sappiamo che le tenebre sono state sconfitte dal bagliore della luce sfolgorante che ha accolto le donne – chiuse nel loro dolore – la mattina di Pasqua. Quando le tenebre sono fitte, quando il buio si fa pesto, basta una piccola luce, anche fioca, per permetterci di vedere intorno a noi e muovere passi fiduciosi senza inciampare e cadere. Non importa quanta fede abbiamo…una piccola luce è capace di accendere una speranza che illumina la nostra notte.
A questi fiori che dicono la nostra fede nella risurrezione, a questa luce che dice la nostra speranza nella notte più fitta, affidiamo i nostri passi mentre si recheranno sulle tombe dei nostri cari, certi che il ricordo che compiremo con i nostri semplici gesti di persone distratte non è segno o esaltazione della morte (come una certa cultura vuole farci credere), bensì fede in una promessa di vita che ci è stata consegnata e di cui attendiamo il compimento per noi e per i nostri cari.

Insieme 43/2023

Carissimi,
come da tradizione nella quarta domenica di Ottobre la Chiesa celebra la Giornata Missionaria Mondiale,
quest’anno nella sua novantasettesima edizione. Quando pensiamo alla missione la prima cosa che ci viene in mente sono quei sacerdoti, consacrati, consacrate, laici che lasciano la loro patria, la loro famiglia per dedicarsi ad annunciare il Vangelo nei luoghi più remoti della terra. E certamente questo costituisce un aspetto fondamentale della missionarietà della Chiesa! Quanto bene gratuito, quanta generosità, quante opere in aiuto alle popolazioni più povere e più abbandonate che vengono portate avanti da missionari e missionarie che prestano il loro servizio (spesso a rischio della vita) senza la ricerca di alcun interesse personale, ma unicamente annunciando la bontà di Dio e il suo amore per noi. Mi viene in mente quello che diceva un santo frate cappuccino ogni volta che donava un piatto di minestra e un tozzo di pane ai poveri che bussavano alla porta del suo convento: «Ricordati che Gesù ti vuole bene!».
La giornata Missionaria che oggi la Chiesa universale celebra è certo occasione per ricordarci di queste realtà lontane e per sostenerle con il nostro aiuto e la nostra concreta solidarietà. Ma il tema scelto da papa Francesco per questa giornata “Cuori ardenti, piedi in cammino”, ci sprona ad assumere uno sguardo più ampio riguardo la missionarietà della Chiesa. Lo slogan scelto per questa giornata prende spunto dal brano evangelico dei due discepoli di Emmaus: «Quei due discepoli erano confusi e delusi, ma l’incontro con Cristo nella Parola e nel Pane spezzato accese in loro l’entusiasmo per rimettersi in cammino verso Gerusalemme e annunciare che il Signore era veramente risorto». Proprio questo – ci ricorda il papa – è il cuore, lo scopo della missione della Chiesa: annunciare a tutto il mondo la buona notizia che il Signore è Risorto, che la morte è stata vinta per sempre, che ognuno è infinitamente amato da Dio, che per tutti c’è una speranza di salvezza. Per poter portare questo annuncio sono necessari dei Cuori Ardenti: lungo il cammino che li porta da Gerusalemme ad Emmaus i due discepoli sono tristi, scoraggiati a causa della morte di Gesù che appare loro come il fallimento di ogni speranza; ma è il Risorto che prende l’iniziativa e si fa loro compagno di viaggio cammina loro accanto senza stancarsi dei difetti, dei dubbi, delle debolezze che si trasformano in tristezza e pessimismo portandoli a diventare “gente di poca fede”. Se ci lasciamo accompagnare dal Signore Risorto, dalla sua parola che dà luce, i nostri cuori spesso spenti, tristi, desolati torneranno ad essere cuori capaci di ardere d’amore per il Signore Risorto. I cuori ardono perché gli occhi si aprono e riconoscono Gesù nel gesto del pane spezzato, in quel gesto che ogni domenica ripetiamo nelle nostre comunità: che slancio missionario e che bellezza attrattiva assumerebbero le nostre comunità cristiane se davvero ciascuno di noi vivesse l’Eucarestia non con l’andazzo annoiato e sonnecchiante di un cristianesimo distratto, ma con l’entusiasmo di chi sa riconoscere nel gesto del pane e del vino la presenza del Signore che si fa pellegrino per incontrarci sulle nostre strade. Anche i nostri cuori diventerebbero ardenti e capaci di contagiare nella fede e nell’amore reciproco. E infine, da cuori ardenti non possono che nascere dei Piedi in Cammino, ovvero piedi che percorrono le nostre strade, le nostre città che sempre più si connotano come terreni di missione, come luoghi in cui portare il Vangelo, come deserti assetati che siamo chiamati ad irrorare con l’acqua feconda della Parola. Conclude papa Francesco nel suo messaggio: «Ripartiamo dunque anche noi, illuminati dall’incontro con il Risorto e animati dal suo Spirito. Ripartiamo con cuori
ardenti, occhi aperti, piedi in cammino, per far ardere altri cuori con la Parola di Dio, aprire altri occhi a Gesù Eucaristia, e invitare tutti a camminare insieme sulla via della pace e della salvezza che Dio in Cristo ha donato all’umanità». L’essere missionari non si riduce ad una prerogativa di alcuni eletti chiamati ad annunciare il Vangelo in terre lontane, bensì è compito di ciascun credente che come scrive Francesco nella Evangelii Gaudium «Siamo missione su questa terra»! Ed è questo l’augurio che vorrei oggi rivolgere in particolare ai 98 ragazzi e ragazze di prima media che oggi e domenica prossima riceveranno il Sacramento della Cresima: nel mondo in cui vivete, nella scuola che frequentate, nelle amicizie che condividete siate davvero missionari, cioè ragazzi e ragazze con il cuore ardente perché ha incontrato Gesù e con i piedi in cammino per annunciare a tutti che avete trovato Qualcuno che vi vuole bene davvero.

Insieme 42/2023

Carissimi,
questa domenica in tutta la nostra Diocesi di Milano ricorre la festa della Dedicazione della Chiesa Cattedrale. La solennità e la sua data vennero istituite per commemorare la dedicazione della basilica di Santa Tecla da parte del vescovo di Milano Eusebio, che avvenne nella terza domenica del mese di ottobre dell’anno 453. Tale basilica si trovava dove ora sorge il moderno Duomo di Milano. Realizzata nel
350, venne edificata in epoca romana tardo-imperiale nel periodo in cui la città romana di Mediolanum
(la moderna Milano) era capitale dell’Impero romano d’Occidente (ruolo che ricoprì dal 286 al 402). La basilica di Santa Tecla fu poi demolita nel 1461 per poter permettere la costruzione del moderno Duomo di Milano. Altre date importanti che riguardano la nostra Cattedrale sono: nella terza domenica di ottobre del 1418, papa Martino V, proveniente dal Concilio di Costanza, consacrò l’altare maggiore; il 20 ottobre 1577 San Carlo Borromeo presiedette la Dedicazione dell’attuale Duomo, istituendone la solennità in questa domenica; infine, nel 1986, sempre nella III domenica di ottobre, il cardinale Carlo Maria Martini consacrò l’altare attuale. Al di là delle date e delle ricorrenze storiche che hanno istituito questa festa, mi pare che il significato più profondo sia quello di sentirci tutti parte di una Chiesa. Potrebbe questa apparire come un’affermazione banale o forse scontata; eppure a pensarci bene non lo è proprio. Partendo semplicemente dal nostro modo di esprimerci, normalmente siamo abituati a dire che andiamo in Chiesa (per pregare, per partecipare alla Messa) o che entriamo in una Chiesa (intendendo con essa l’edificio di culto) magari solo per una visita di carattere artistico; raramente, se non addirittura mai, usiamo l’espressione “siamo/sono Chiesa”, intendendo così sentirci parte di una comunità e, in quanto tale, di una comunione con altri fratelli e sorelle credenti. Lo smarrimento di una dimensione comunitaria della fede, risulta ancor più accentuato dalla tendenza all’individualismo in cui la cultura
contemporanea ci invita sempre maggiormente a rinchiuderci. Ciò comporta una dimensione sempre più singolare e intimistica della fede con il risultato che “sono io che prego”, “sono io che vado a Messa”, sono io che “partecipo alle funzioni religiose”; la conseguenza è che la dimensione comunitaria rimane relegata in una realtà accessoria (non si può certo celebrare una Messa personalizzata per ciascun fedele che la domenica vi partecipa) che poco o nulla ha a che fare con il mio cammino di fede. Ma proprio qui sta l’errore fondamentale cui l’individualismo religioso ci ha condotto: lo smarrimento della dimensione comunitaria della fede. Posso vivere una fede autenticamente cristiana solo se la vivo all’interno di una comunità. La fede non è una mia conquista personale, ma qualcosa che mi è stato trasmesso da una comunità credente che esisteva prima di me e che risale fino agli Apostoli, primi testimoni del Risorto; l’Eucarestia non è un semplice rito fatto da un prete a cui partecipiamo come spettatori passivi, ma è il momento in cui tutta la comunità cristiana si raduna per far memoria del suo Signore Risorto e presente (cfr.At 2,44-48). La dimensione comunitaria è poi il luogo in cui praticare la fede: una fede che si limita ad un culto sterile che non feconda nell’amore, nel perdono, nell’accoglienza, nella stima reciproca le relazioni fraterne, non può certo dirsi cristiana, né tantomeno secondo il Vangelo.
La festa della Dedicazione della Chiesa Cattedrale, mentre ci rimanda alla storia della nostra Cattedrale, alla genesi della nostra fede, ci ricorda che non possiamo pensare di essere cristiani “da soli”, ma che sempre siamo chiamati a condividere con altri il nostro percorso di fede e che unicamente in questa dimensione comunitaria (ecclesiale appunto) possiamo metterci alla sequela di quel Gesù che per rivelarsi a noi ha scelto di condividere la vita con un gruppo di amici, con una comunità di discepoli.

Insieme 41/2023

Carissimi,
la scorsa domenica, al termine della Processione Mariana con la statua della Madonna che ci ha introdotto nel mese di Ottobre, abbiamo vissuto con tutti i ragazzi del catechismo la “Festa del Via”. Sono rimasto profondamente colpito dai 35 ragazzi e ragazze di prima superiore che hanno fatto la loro Professione di Fede. Si tratta di un passaggio importante nel loro percorso formativo: davanti a tutta la comunità cristiana hanno detto il loro “Eccomi”, ovvero il loro “Ci Sto” ad impegnarsi sempre più seriamente nel cammino di conoscenza e di sequela di Gesù. Parlando nel pomeriggio con una di loro (forse un po’ intimorita che il “prevosto” potesse rivolgerle una domanda), le ho chiesto: «Ma tu lo sai che cosa hai fatto oggi durante la Professione di Fede?». …silenzio imbarazzato…(ci sta…ci mancherebbe il contrario…)… «Hai detto a me e a tutte le persone di questa comunità: da oggi voi potete contare su di me!». Penso che questo sia qualcosa di veramente grandioso! Le cronache spesso sono costrette a dipingere le giovani generazioni con toni cupi, a volte perfino drammatici: come non ricordare le recenti violenze di Caivano o di Palermo ad opera di minorenni, oppure le aggressioni messe sempre più frequentemente in atto da numerose baby gang (incoraggiate da Trapper e pseudo-musicisti rap di basso profilo culturale) nelle grandi città. In un tale drammatico contesto socio-culturale è commovente vedere che ci sono ragazze e ragazzi che accettano di metterci la faccia, di impegnarsi in prima persona; in un mondo in cui, come cantava Vasco Rossi, ognuno è in fondo perso “dentro i fatti suoi”, colpisce sapere che ci sono ancora giovani adolescenti capaci di dire (pur dentro le inevitabili contraddizioni tipiche dalla loro età): voi adulti, voi comunità cristiana, potete contare su di me, perché io sono disposto a metterci la faccia, a dire il mio “sì”, a cacciarmela seriamente per qualcosa. Questa disponibilità è toccante come il constatare che anche nel deserto più arido riescono a crescere meravigliosi fiori capaci di colorare e rendere magica perfino l’aridità della sabbia. Vorrei pertanto rivolgermi (nella piena consapevolezza che probabilmente non leggeranno queste righe e, pertanto, domando ai genitori e ai nonni di farsi tramite per raggiungerli) a tutti i ragazzi e le ragazze che domenica hanno fatto la Professione di Fede e, più in generale, a tutti coloro che si impegnano in oratorio nel servizio dei più piccoli: non sentitevi gli “sfigati” che frequentano l’oratorio o coloro che vengono lasciati in disparte o esclusi perché non accettano di conformarsi alla moda dominante o ai facili cliché imposti dai musicisti o da influencer che guadagnano soldi a palate sulla vostra pelle. Imparate piuttosto a pensare con la vostra testa, a fare scelte coraggiose, ad investire il vostro domani impegnandovi per qualcosa o per qualcuno. Sventurato non è colui che costruisce il proprio futuro con fatica e impegno, ma chi spreca il proprio tempo restando a mani vuote senza investire sul suo domani; sfortunato non è colui che coltiva amicizie vere, sincere, autentiche capaci di durare per la vita, ma chi pensa che la violenza, la sopraffazione, il bullismo siano l’unica strada per trascorrere il proprio tempo, salvo poi dover rimpiangere da adulto una giovinezza che è andata sprecata in vuote e insignificanti relazioni; sfigato non è colui che sceglie di imparare da Gesù come si diventa donne e uomini autentici, capaci di fare della propria vita qualcosa di veramente eterno, ma chi segue vuoti modelli unicamente idonei a renderci dei morti ancor prima di finire sotto terra. Diceva il beato Carlo Acutis (un ragazzino come tanti di voi morto a soli 15 anni nel 2006): «Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie!». Proprio questo è l’augurio che vorrei fare a tutti i nostri ragazzi e ragazze all’inizio di questo nuovo anno oratoriano: il dono che Dio ha rinchiuso dentro ciascuno di voi è qualcosa di unico, meraviglioso, irripetibile. Non accontentatevi (anche se il mondo che vi circonda vorrebbe questo da voi) di crescere, vivere e morire come delle inutili fotocopie. Mai!!!

Insieme 40/2023

Carissimi,
per la prima volta raggiungo ciascuno di voi attraverso questo strumento comunitario: grazie di cuore per l’accoglienza calorosa che mi avete riservato in queste prime settimane di presenza a Bollate!
Iniziamo un nuovo Anno Pastorale circondati da parecchie novità, le quali mi auguro possano spronare
ciascuno di noi a passi più decisi sulla via del Vangelo. La prima novità è il cambio del Parroco. Come ormai saprete don Maurizio dopo 12 anni di servizio pastorale nella nostra comunità è stato nominato dall’Arcivescovo Responsabile della Comunità Pastorale di Cantù; mentre rinnoviamo la nostra gratitudine per quanto ha fatto in questi anni, domandiamo per lui ogni benedizione e ogni dono dello Spirito affinché possa essere Pastore di quella nuova comunità secondo il cuore di Gesù. Sempre il nostro Arcivescovo mi ha domandato la disponibilità ad assumere l’incarico di nuovo Parroco delle Parrocchie san Martino e santa Monica in Bollate, domanda a cui ho risposto in spirito di obbedienza e di benevolenza nei confronti del mio Vescovo e di tutta la Chiesa. Penso sia superfluo dare notizie biografiche su di me, in quanto – ne sono convinto – in molti avranno già cercato abbondanti informazioni su internet. Quello che invece mi sembra importante ricordare è che il cambio del Parroco non si riduce ad un mero avvicendamento del “dirigente” dell’azienda Parrocchia, quanto piuttosto ad un profondo momento ecclesiale che domanda a ciascuno una rinnovata adesione di fede. Questo passaggio dice che il vero e unico Pastore del gregge non è un sacerdote piuttosto che l’altro, ma è il Signore Gesù: è Lui il pastore buono e bello che conduce il suo popolo alla salvezza e verso cui tutti – sacerdoti e fedeli – siamo chiamati a camminare. Dice anche un “si” che ognuno di noi è chiamato a dire nella fede: io come presbitero sono chiamato a dire un “si” all’obbedienza che la Chiesa mi domanda, certo che dietro tale richiesta c’è un disegno più grande del Signore che conduce la storia di ognuno di noi; voi come fedeli siete chiamati a dire “si” al Signore che chiama ciascuno a non stancarsi adagiandosi su percorsi consolidati, bensì a rinnovare con fiducia il proprio passo su nuovi sentieri in cui siamo condotti. L’altra grande novità è il rinnovamento della piazza della Chiesa e della sua facciata, che rendono la casa del Signore – e di tutti i bollatesi – ancor più bella e accogliente. Proprio oggi, durante la celebrazione della Messa delle 11.30 queste due nuove opere verranno ufficialmente inaugurate alla presenza del Vicario Generale mons. Franco Agnesi. Mentre ringrazio di cuore tutti coloro che hanno reso possibile la realizzazione di tutto ciò, vorrei che ricordassimo che non si tratta semplicemente di una questione estetica o della realizzazione di miglioramenti conservativi, ma che è necessario guardare oltre per comprendere il significato più profondo di queste due opere rinnovate. Il piazzale della Chiesa rimesso a nuovo, ripulito, riordinato possa diventare il simbolo di una comunità capace di accoglienza, di coesione di unità; come è bello ritrovarsi su una piazza tra amici a chiacchierare, a salutarsi, a “contarsela su”, così la nostra comunità cristiana diventi davvero un luogo in cui ciascuno si sente accolto,
benvoluto e benvenuto: un luogo in cui possa risplendere la bellezza delle relazioni fraterne che il Vangelo domanda a ciascuno di noi. La facciata della Chiesa restaurata e riportata agli splendori originari possa essere segno concreto di una comunità che non si accontenta di un cristianesimo di facciata, ma che si sforza di vivere un autentico cammino di discepolato alla sequela di Gesù. Se infatti al di là delle facciate non si trova una Chiesa disposta a vivere e a testimoniare la fede che celebra, che annuncia, che professa, anche la facciata più splendente sarà destinata a ridursi all’ipocrisia di quei “sepolcri imbiancati” (cfr. Mt 23,27) all’esterno tanto belli, ma all’interno pieni di ogni putridume. Vogliamo dunque iniziare questo nuovo anno con queste grandi novità affidandoci alla Madonna del Rosario (cui il mese di Ottobre è dedicato) affinché con la sua intercessione e il suo materno aiuto, ciascuno di noi possa camminare decisamente sulla strada del Vangelo, laddove lo Spirito conduce la sua Chiesa. Buon cammino!

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Con questo ultimo Editoriale mi congedo da tutti voi carissimi parrocchiani e vi ringrazio per aver percorso insieme un tratto di cammino considerevole, aiutati da queste riflessioni che ho condiviso con voi per imparare ad essere sempre più consapevoli della bellezza e della forza della nostra fede cristiana, nella interpretazione, alla luce del Vangelo, della storia e del tempo che viviamo.
don Maurizio

la parola al prevosto – don Maurizio