la parola al prevosto

MAI PIÙ LA “PENA DI MORTE” Papa Francesco ha modificato un articolo del catechismo della Chiesa Cattolica

Può sembrare strano e paradossale che i cristiani e la Chiesa, credenti e seguaci del Vangelo di Gesù, che non ha chiesto la morte del peccatore ma anzi ha dato la vita proprio per lui, possano ammettere di dover infliggere la pena capitale a una persona benchè colpevole di reati gravi. Eppure, nel passato della Chiesa e ancora oggi nelle legislazioni di molti paesi, così si è pensato e così si fa. Nei discorsi e nel pensare comune, poi, anche di molti credenti, davanti a casi di violenza efferata, si ritiene che sia giusto infliggere la pena di morte; e se non la pensano proprio così, arrivano a dire di rinchiudere per sempre il “malvagio” e “gettare le chiavi”: un modo equivalente per dire di considerare morta quella persona. Così anche il tema dell’ergastolo potrebbe e dovrebbe essere ripensato; la questione è complessa e meriterebbe di non essere liquidata in poche righe.   Forse un ripensamento alla luce del Vangelo è necessario. A porre rimedio a queste derive che hanno toccato anche la Chiesa ufficiale ci ha pensato papa Francesco proprio pochi giorni fa.   Infatti papa Bergoglio ha modificato un articolo del Catechismo della Chiesa cattolica (n.2267), affermando, alla luce del Vangelo, «l’inammissibilità della pena di morte perché essa attenta all’inviolabilità e dignità della persona». È una definizione chiara e decisa che impegna la Chiesa e i cattolici ovunque nel mondo perché si difenda sempre e comunque la intangibilità della vita anche attraverso l’eliminazione di questa pena disumana.       Il Papa ha comunicato questa modifica del Catechismo a tutti i vescovi del mondo. È un intervento importante perchè non solo modifica ma cambia un articolo del catechismo: un testo nel quale tutti i credenti sono chiamati a riconoscervi la propria fede. È un impegno grande e vasto per tutta la Chiesa a educare e lavorare, anche in questo campo, per salvaguardare la sacralità della vita umana e la sua dignità. Il cambiamento annunciato il 2 Agosto 2018 (giornata del “Perdono di Assisisi” toglie ogni giustificazione alla pena di morte anche in quei «rari casi» in cui era tollerata perché «era più difficile garantire che il criminale non potesse reiterare il suo crimine». Con la modifica apportata al Catechismo la Chiesa segna una pietra miliare del suo insegnamento e del suo deciso impegno presso gli Stati e i governi, perché vengano create le condizioni che consentano di eliminare «oggi» l’istituto giuridico della pena di morte.               Il termine «oggi» che il Papa usa è esemplificativo dell’urgenza da lui sentita perché questa pratica disumana volga presto al suo termine, sebbene negli ultimi anni i progressi sono stati notevoli. Sono, infatti, ancora cinquantasette i Paesi che mantengono in vigore la pena capitale. L’«oggi» – che usa papa Francesco – ha anche un altro significato: davanti al “culto della morte” espresso dal terrorismo, da atteggiamenti di intolleranza, dalla violenza diffusa o dalla guerra “a pezzetti”, combattere la pena di morte significa ribadire il senso della vita e contestare la logica della morte. Il nichilismo che c’è dietro a chi si batte per togliere la vita agli altri non è contestato, ma avvalorato dalla pena di morte. Essere contrari alla pena di morte è confermare le ragioni della vita: la vita è più forte di tutto e la storia non è stata scritta per sempre, una volta per tutte. Esiste umanità finché c’è vita, anche poca, anche debole, anche limitata.   Questo gesto ufficiale e forte di modifica del catechismo della Chiesa cattolica deve spingere tutti a pensare e a vivere coltivando sempre più il rispetto della dignità della persona anche quando sbaglia e investire in relazioni educative più impegnative, perchè il male viene sempre da una mancanza d’amore: non solo amore non dato, ma anche amore non ricevuto.

don Maurizio

PERCHE’ LA VACANZA…SIA VACANZA

Auguro a tutti di fare delle prossime vacanze una vera esperienza di ricarica di energie fisiche e spirituali. Auguro di fare delle vostre vacanze un’autentica esperienza di rigenerazione dello spirito, dell’interiorità della persona. Nelle vostre vacanze auguro che possiate ritrovare l’equilibrio psicofisico ma di avere cura del proprio “io”, della propria anima e della vita spirituale. Auguro di arrestare per un po’ di tempo la propria frenesia, liberandosi dall’incombere di un “fare” tutto votato all’ “avere” e orfano dell’ “essere”.   Un pensiero particolare va a chi, con modalità e tempi diversi, si incontrerà con la montagna. E non di rado potrà succedere che percorrendo questi territori montani, o altri in luoghi più pianeggianti o rivieraschi, ci si incontri con delle pievi, chiesette di montagna o chiese rurali, soprattutto romaniche, disseminate, per la maggior parte, lungo gli antichi cammini di pellegrinaggio.
Natura e cultura di un popolo si abbracciano nell’architettura sacra: contemplare il creato ci aiuta a scorgere l’invisibile; organizzare gli spazi orienta e diviene bussola per orientare i cammini del cuore e dello spirito.    Certo è che i monti hanno sempre condensato significati di particolare pregnanza: custodire i misteri del divino, rivelarli talvolta, accogliere eventi straordinari , fornire ancore di salvezza…Le vette raggiungibili solo con fatiche e rischi , inaccessibili ai più, offuscate da nubi che accentuano il mistero, grembo di tempeste o di neve luccicante sotto il sole, sono da sempre state desigante come sedi di ciò che non si può afferrare – la Bibbia insegna!
Tutte le civiltà hanno avuto i loro monti sacri: da quella greca con il suo Olimpo, affollata casa di tutti gli dei, a quella tibetana con le sue divinità sopra il tetto del mondo, a quella giapponese con il monte Fuji circonfuso di vapori che nascondono gli spiriti degli antenati, alle pianure mesopotamiche che là dove non vi erano monti hanno tentato di imitarli con costruzioni straordinarie. Anche il mondo biblico ha i suoi sacri monti: dall’ Ararat, al Sinai, al Moria, al Carmelo; e nel Nuovo Testamento dal monte della Trasfigurazione a quello delle Beatitudini, al Golgota inteso come punto di sutura salvifica tra gli il cielo e la terra.    Se la montagna è – simbolicamente – sede di ciò che inaccessibile agli umani, è anche, e proprio per questo, una possente forza trainante per la piccola, debole e insignificante creatura umana.
Perché l’uomo desidera scalare una montagna? Perché salire? Perché vedere l’altro orizzonte che si apre sulla cima di una vetta?     Voglio lasciare aperta la domanda perchè ciascuno trovi le sue risposte; solo un suggerimento: per chi ha occhi attenti e cuore vigile, tutto richiama all’immensità del mistero.
Sarà anche per questo, aggiungo, che nel gesto di chi prega – il volto verso l’alto, le palme delle mani aperte verso il cielo – si dà una possibilità di congiunzione tra l’umana piccolezza e l’immensità del mistero, tra la nostra fragilità e l’immensità di Dio che si manifesta nella bellezza del creato perchè in noi susciti la fede.

don Maurizio

 

ALTRI CANTIERI CI ATTENDONO…

Nella nostra parrocchia gli interventi di manutenzione e rilancio non sono mai finiti

Negli ultimi recenti anni abbiamo portato a termine delle opere straordinarie, persino storiche, come il rifacimento del tetto della chiesa, parte dei suoi intonaci e il restauro completo dell’impianto campanario. Non dobbiamo perdere la memoria di questi interventi e un plauso e una gratitudine a tutti sono di dovere. Ma altri cantieri necessitano di essere aperti e l’attività pastorale esige di intervenire sulle strutture non solo per ragioni di sicurezza e manutenzione ma primariamente per poter garantire iniziative pastorali a servizio della comunità cristiana.  Di questo dobbiamo farcene carico tutti a secondo dei compiti e delle responsabilità di ciascuno, dei gruppi e delle associazioni presenti. Ritorna necessaria l’immagine di parrocchia come “famiglia” dove insieme ci si fa carico della sua vita e conduzione: nessuno può essere lasciato da solo ad affrontare il suo problema, ma occorre operare insieme con le capacità e i contributi di ciascuno.  In questo orizzonte una realtà fondamentale è quella del volontariato: un forte contributo può già essere dato dalla disponibilità di molti ad essere presenti e ad offrire il loro servizio al di là del semplice contributo economico pur assolutamente indispensabile nelle condizioni economiche in cui si trova la nostra parrocchia.

Penso in particolare alla realtà della Chiesa e del quartiere di san Giuseppe. In questi ultimi anni questa comunità si è rivitalizzata e ora si fanno molteplici attività, non ultima, quella dell’oratorio estivo per gli anziani che ha avuto notevole successo e grande ricaduta mediatica. Soprattutto si è ristabilito un tessuto di presenze, di relazioni e di interventi educativi. Proprio per questo il centro pastorale san Giuseppe della nostra parrocchia va aiutato nelle sue strutture per offrire un adeguato servizio alle persone e sostenere l’attività educativa e di responsabilità di chi lì opera. Le strutture di san Giuseppe necessitano urgentemente di un intervento di riqualificazione soprattutto della struttura tensostatica (pallone coperto) in quanto unico spazio al coperto per le ormai molteplici attività di cui beneficia la pastorale parrocchiale e non solo. E’ stato presentato un progetto dettagliato e competente anche in vista di un finanziamento a fondo perduto che purtroppo non è andato in porto; non desistiamo nel cercare altre risorse, ma ora è il momento del coinvolgimento della comunità chiamata a conoscere l’intervento e a contribuirne.

San Giuseppe non è il solo “cantiere” che dobbiamo affrontare; esiste anche un’altra emergenza: quella del tetto della Palestra dell’oratorio utilizzata come palazzetto delle sport dall’ARDOR. Le infiltrazioni d’acqua chiedono al più presto di intervenire su tutta la copertura non solo per evitare maggiori danni ma soprattutto per garantire l’attività sportiva di centinaia di ragazzi e giovani. Anche in questo caso è necessario il coinvolgimento di tutti ma in particolare di tutti coloro che seguono e partecipano all’attività dell’ARDOR.

Ultimamente si è potuto verificare da parte di tecnici e autorità competenti che per ragioni di sicurezza dobbiamo intervenire almeno su tutta la cornice, che si sta sgretolando, del grande finestrone della facciata della nostra chiesa di san Martino: un intervento urgente che dovrà essere svolto a breve.

E’ certo che nelle condizioni economiche della nostra parrocchia occorre dare delle priorità senza dimenticare nessuna delle necessità del nostro enorme patrimonio immobiliare e di strutture a servizio della pastorale. L’elenco sarebbe ancora molto lungo e le necessità sono tutte importanti e ne abbiamo sempre dato conto soprattutto in occasione della presentazione ufficiale del bilancio parrocchiale; ciò che però al momento conta è il senso di responsabilità che ci deve muovere tutti; dobbiamo essere consapevoli che l’ordinarietà della nostra “famiglia” e della “casa comune” della nostra parrocchia ha le sue quotidiane esigenze e la straordinarietà degli interventi è necessaria e va sostenuta con contributi straordinari che non possono venir meno se vogliamo garantire il futuro delle attività della nostra comunità cristiana. L’amministrazione della nostra parrocchia sta cercando il più possibile di fare la sua parte, di dimostrare che nell’ordinarietà della sua gestione è attenta e oculata; tuttavia, nella grande “Famiglia” della nostra comunità, davanti a interventi straordinari o anche solo che debbano garantire la normale attività pastorale, abbiamo bisogno che ciascuno senta la responsabilità di procurare introiti straordinari, e i vari gruppi predispongano opportuni accantonamenti, per una programmazione lungimirante dei lavori. Ovviamente riprenderemo questo discorsi al termine della pausa estiva, in particolare convocheremo un incontro pubblico in san Giuseppe per presentare il progetto di ristrutturazione della struttura tensostatica. Nel frattempo prendiamo coscienza della realtà e predisponiamoci al coinvolgimento da protagonisti.

don Maurizio

 

QUALE FIGURA DI PRETE OGGI PER LA CHIESA?
La grazia e la responsabilità per la nostra comunità cristiana del dono di due prime sante Messe (prima parte)

La prima santa Messa di don Simone e di don Matteo, di due giovani nel pieno della loro vita, e il loro completo ingresso nel ministero a servizio delle parrocchie alle quali sono inviati interrogano e provocano positivamente la nostra comunità cristiana.    Se non ci lasciamo prendere dai sentimenti e dalle emozioni, che pur hanno diritto di esserci e di manifestarsi, dovremmo perlomeno riconoscere che siamo invitati da questo avvenimento, a “ripartire da Dio”. Ripartire da Dio vuol dire confrontare con le esigenze del Suo primato tutto ciò che si è e si fa. Se due giovani – e i loro compagni – decidono di giocare totalmente la loro libertà, la loro intelligenza, le loro migliori energie e la loro fede, significa che solo il Signore è la misura del vero, del giusto e del bene. Vuol dire tornare alla verità di noi stessi, rinunciando a farci misura di tutto, per riconoscere che Lui soltanto è la misura che non passa, la “pietra d’angolo” che dà fondamento, la ragione ultima per vivere, amare, morire. Vuol dire guardare le cose dall’alto, vedere il Tutto prima della parte, partire dalla Sorgente per comprendere il flusso delle acque.      Già questo basterebbe per sentirci chiamati tutti in causa – personalmente e come comunità – nel verificare e spronare il nostro modo di vivere da cristiani. Lo possiamo fare domandandoci quale tipo di prete attendono le nostre parrocchie ma anche come, di riflesso, devono essere le nostre comunità cristiane. Chi sono questi giovani che diventano preti? Che cosa vuole dire oggi per un giovane diventare prete? E noi cosa ci aspettiamo come comunità dal prete che viene tra noi? Siamo disposti a metterci in gioco anche noi in questo avvenimento? Ma, in fondo, che tipo di prete hanno bisogno la Chiesa e il mondo oggi?
Sei parole sintetiche potrebbero guidarci nelle risposte e in questa riflessione, in un momento così particolarmente intenso dell’esperienza spirituale della nostra parrocchia; sei parole per stimolare tutti noi a trovarne altre che ci aiutino a vivere bene il dono di due prime sante Messe.

La prima parola: il VANGELO. Non è e non può essere una parola scontata e il suo contenuto non può più essere dato per presupposto. Ogni cosa che il prete fa, si rifà o dovrebbe rifarsi al Vangelo; il prete è mandato perchè il Vangelo sia annunciato a tutte le persone. In questo modo riafferma che il Vangelo è origine, radice di tutta l’esistenza cristiana. Oggi più che mai occorre far tornare continuamente la comunità cristiana alle origini della propria vita e della propria missione: si tratta di un compito pastorale fondamentale. Tutto ciò vuol dire che il primato va concesso al Vangelo come radice esplicita messa chiaramente a tema di ogni altra azione pastorale. Occorre tornare sempre di nuovo alle radici. Occorre tornare a ciò che ha generato i riti, le forme di convivenza, le istituzioni, le iniziative, le varie attività concrete, le organizzazioni della comunità cristiana per ridare loro sapore, senso, radicazione profonda. Il prete deve formarsi e formare a questo gusto dell’essenziale, tornare a ciò che è veramente fondativo della comunità cristiana e delle sue tante sovrastrutture.

La seconda parola: lo SPIRITO.    Anche qui dobbiamo evitare considerazioni scontate. Il dono dello Spirito è per essere guida in un cammino di appropriazione profonda, personale e comunitaria, della fede, storicamente determinata, localizzata qui ed ora di ciò che Gesù è per la nostra vita. Appropriazione personale della fede significa far diventare il Vangelo annunciato, un principio di vita e di giudizio su ciò che sto vivendo; vuol dire imparare l’esercizio del discernimento – esercizio che non siamo molto abituati a fare – della preghiera contemplativa, della direzione spirituale. E’ questo ciò di cui hanno bisogno le nostre comunità cristiane. E’ questo ciò che è richiesto ai preti oggi: che loro stessi vivano una forte esperienza spirituale e si preparino ad essere non semplicemente distributori di sacramenti, non i capi della comunità, ma uomini spirituali, uomini capaci di far percepire agli altri i sottili, profondi, penetranti movimenti dello Spirito, uomini che siano capaci di interpretare la storia delle persone. Uomini che guidino non comunità psicologiche, sociologiche o super organizzate in attività da “pro-loco”, ma comunità spirituali, comunità nelle quali si è in grado di riconoscere di volta in volta la voce dello Spirito e i segni con cui lo Spirito guida la comunità.

La terza parola: la CROCE.    La vita secondo lo Spirito è la capacità di partire da ciò che è ultimo, da ciò che è debole, stolto agli occhi del mondo (1Cor 1,27) per rivelare con maggior forza la presenza operante di Dio. La vita secondo lo Spirito rivela la sua forza, la sua tenace speranza e l’inizio di una vita nuova, proprio là dove una situazione umana è particolarmente disperata, ottusa, impermeabile.  Nella comunità cristiana d’oggi come anche nella società e nella cultura attuale, accanto a tanto buon grano ci imbattiamo continuamente in tanti casi e situazioni di impotenza e povertà, di indifferenza e di lontananza da Dio. Un prete oggi qui a Milano non deve spaventarsi di tutto questo, deve abituarsi a vivere la logica della croce, a dire “io partirò dagli ultimi, da chi è lontano”. La vita secondo la croce di Cristo significa partire da lì, partire da queste situazioni che, più da vicino, assomigliano alla croce, alla disfatta di Gesù Cristo, nella certezza che la forza dello Spirito proprio da lì parte per avviare un cammino di speranza, di pienezza di vita e di salvezza. Questo deve fare il prete oggi, questo devono testimoniare oggi le nostre comunità cristiane.

A queste tre parole forti devono far seguito altre parole che vogliono dire lo stile e gli atteggiamenti del prete oggi. Ma di questo ne parliamo nel prossimo editoriale.

don Maurizio

QUALE STILE DEVE AVERE IL PRETE OGGI?
La grazia e la responsabilità per la nostra comunità cristiana del dono di due prime Sante Messe (seconda parte)

Nel precedente editoriale – che vi invito a rileggere – dopo aver indicato le prime tre parole di carattere fondamentale per dire quale figura di prete la Chiesa e il mondo oggi hanno bisogno, ora continuiamo la riflessione indicando altre parole che vorrebbero dire alcuni atteggiamenti profondi, alcune doti spirituali, alcuni orientamenti di stile che dovrebbe coltivare il prete oggi, ma che le comunità dovrebbero esercitare per aiutarlo e sostenerlo nel suo ministero. Anche per una parrocchia tutto questo può diventare un itinerario di conversione.

La prima parola, il primo stile è: solitudine.
Dobbiamo precisare di cosa si tratta per non ingenerare ambiguità e fraintendimenti. Qui la solitudine è la capacità da parte del prete di stare con Gesù, suo unico Signore e Maestro. In questo nostro contesto sociale e culturale in cui occorre annunciare con coerenza e con radicalità il Vangelo, è indispensabile che uno viva un rapporto profondo, radicato e personale con Gesù Cristo. Per cui, pur attraversando prove e difficoltà, sorge spontaneo dire: “Tu sei davvero la mia gioia, non ho nient’altro che te nella mia vita. Se trovo, certo, anche una struttura, un’istituzione, una comunità o una famiglia che mi aiuta, te ne sono grato; però, Signore, quand’anche io fossi solo, non ci fosse nulla che mi da una mano, non ci fosse neanche un fratello di fede che mi sostiene e persino i superiori non mi capissero, tu, Signore, mi basti; io con te ricomincio da capo”. E’ importante questo senso profondo di una capacità di stare soli con Cristo come unica perla preziosa che appaga un’intera esistenza senza isolarla, ma proiettandola al servizio dei fratelli. Ecco quindi una vita vissuta nel celibato, nella povertà e nell’obbedienza profonda ai disegni di Dio, ma anche ai bisogni concreti del popolo cristiano che di volta in volta si presentano. Gesù e la Chiesa sono gli unici Signori della vita di un prete che egli deve servire con infinita umiltà e con immensa docilità e disponibilità.

La seconda parola è: fraternità.
In un momento in cui occorre quasi ricominciare da capo, ritornare al Vangelo, per interpretare poi secondo la voce dello Spirito Santo le varie situazioni umane, diventa indispensabile che il presbitero si senta partecipe di una comunità, che è anzitutto la comunità presbiterale, i suoi fratelli nel presbiterio insieme col Vescovo. E poi fraternità, collaborazione, con tutta quella fioritura di carismi, di vocazioni, di ministeri antichi e nuovi che sono presenti, per un dono misterioso e meraviglioso dello Spirito, nel la comunità cristiana attuale.   Un prete che fa tutto da solo o coltiva solo i suoi interessi, sganciato da ogni reale collaborazione, è una figura inaccettabile, è una figura improduttiva. Soltanto un prete che vive intensamente la fraternità, la comunione con gli altri fratelli del presbiterio, e con tutti i fratelli di fede variamente impegnati, è un prete che interpreta le esigenze di ritorno al Vangelo, di obbedienza allo Spirito e di fedeltà alla croce, che è l’esigenza tipica della vita pastorale contemporanea.
Non si tratta semplicemente di “lavorare insieme per la stessa causa” ma di sentirsi legati da un vincolo profondo che nasce dall’essere stati scelti dal Maestro per condividere con lui e con gli altri scelti da lui la stessa passione per il Regno: si tratta di un legame ancora più forte di quello di sangue, un legame frutto della preghiera e della misteriosa chiamata del Signore.

La terza parola è: sinodalità
Se per un pastore lo stile della fraternità è costitutivo del suo essere, oggi per lui è decisiva una vita con una buona capacità relazionale, con un’abitudine a tener conto degli altri, a lavorare insieme con gli altri, a pensare insieme con gli altri la vita.   Tra gli atteggiamenti sinodali c’è l’esercizio del discernimento come capacità di ascolto, dialogo e di saper dare indicazioni concrete per i cammini di vita e di fede. Il prete oggi deve avere un’infinita capacità di ascolto rispettoso della storia della comunità nella quale è inserito, di capire , di non classificare le persone ma di valorizzarle secondo le loro doti e carismi. È indispensabile che uno mentre annuncia il Vangelo, sia pronto a percepire tutti i dinamismi, gli itinerari spirituali che il fratello sta percorrendo. E poi si abitui, insieme col fratello, di qualsiasi razza, di qualsiasi ideologia, a trovare i modi applicativi del Vangelo alla realtà sociale d’oggi, nella certezza che tante intuizioni sono presenti in tanti fratelli che pur non condividono le stesse idee e non partecipano alla vita della comunità cristiana.

Sono solo alcune parole di stile, ma chissà quante altre ne possiamo trovare per un prete e per una parrocchia che vogliono davvero vivere il compito di essere la Chiesa del Signore oggi.
La grazia e la responsabilità di avere due prime Sante Messe sono un forte richiamo a impegnarci in questo.

don Maurizio

GAUDETE ED EXSULTATE

Una lettera del papa; il vescovo Mario che ci invita alla profezia della comunione ricostruendo le nostre comunità attorno alla Parola e al mistero dei sacramenti con stile di stupore, entusiasmo, ammirazione, esultanza; due prossimi santi, di cui uno a noi particolarmente legato; 23 nuovi preti di cui due ben noti don Simone e don Matteo; la comunità cristiana di san Martino in cammino di fede nonostante i suoi complessi problemi, e ciascuno di noi con la sua esistenza da giocarsi nella quotidianità, alla ricerca di senso e pienezza di vita.
Che cosa mai unirà tutte queste cose? Che cosa le accomuna? Al di là delle continue lamentele e delle frustranti insoddisfazioni una cosa appare come un legame più forte di ogni difficoltà e che può e deve sostenerci e spronarci: la gioia che viene dalla consapevolezza, mai del tutto considerata, della ricchezza – qualcuno direbbe della fortuna – di avere la fede cristiana e dal fatto che solo nella santità la nostra vita trova pienezza di significato e realizzazione piena.

È appena uscita la terza esortazione apostolica di Papa Francesco dal titolo Gaudete ed Exsultate – che vi invito a conoscere. Il filo rosso della gioia continua a rappresentare l’elemento che unifica il magistero del Papa che vuole cristiani gioiosi che mostrino di aver incontrato il Risorto e in lui il segreto di una vita pacificata, realizzata, piena. Quasi facendo eco al dettato conciliare sull’universale chiamata alla santità, la Gaudete et Exsultate indica nella santità l’orizzonte della esistenza del cristiano comune.
La prima cosa che colpisce nel testo è la convinzione con cui si sostiene che la santità appartiene al “popolo di Dio paziente”, alle persone che hanno un’ordinaria vita quotidiana fatta delle cose semplici che sono la struttura dell’esistenza di tutti.
Ci si dovrà abituare a riconoscere i santi della porta accanto: nei “genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere” (n. 7).
Dunque una santità che non è per pochi eroi o per persone eccezionali o appartenenti a taluni stati di vita (consacrati), ma il modo ordinario di vivere l’ordinaria esistenza cristiana di ciascuno. C’è un solo modo di essere cristiani, quello che si colloca nella prospettiva della santità.
La manifestazione della santità della vita quotidiana non va cercata nelle estasi o nei fenomeni straordinari che talvolta si associano ad essa, ma in coloro che fanno delle beatitudini – e più in generale del Vangelo di Gesù – la loro carta di identità. Chi vive nel dono di sé perché vive secondo la parola di Gesù, è santo e sperimenta la vera beatitudine. Papa Francesco però mette in guardia dalla tentazione di considerare le beatitudini come belle parole poetiche: esse vanno controcorrente e delineano uno stile diverso da quello del mondo.
Vivere la santità richiede di avere realizzato nella propria esistenza quell’unità per cui si passa dalla contemplazione del volto del Signore alla concretezza del gesto di carità, e dall’azione per l’altro al mistero del Risorto come a sua radice.
L’Esortazione non è un piccolo trattato, ma vuole essere uno strumento per cercare le forme della santità per l’oggi. Questa è la vera questione: la santità è un problema di Dio: è lui che ci vuole partecipi della sua vita e ci chiama ad essere a immagine del suo Figlio Gesù, ma la modalità di questa forma esistenziale spetta di trovarla a ciascuno di noi.
Le cinque caratteristiche che vengono proposte nel capitolo quarto indicano alcuni rischi e limiti della cultura di oggi: “L’ansietà nervosa e violenta che ci disperde e debilita; la negatività e la tristezza; l’accidia comoda, consumista ed egoista; l’individualismo, e tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale” (n. 111). Di fronte ad essi, occorrono fermezza e solidità interiore per resistere all’aggressività che è dentro di noi; la gioia e il senso dell’umorismo; la franchezza, come coraggio apostolico e capacità di osare; la disponibilità a fare un cammino di comunione e infine la preghiera.
Così il cristiano potrà sperimentare quella gioia che il mondo non gli potrà togliere. La vera gioia è radicata in quel senso della vita che vede la vita come chiamata alla santità, pienezza di significato dell’esistenza.
Come abbiamo ricordato, in questo cammino siamo richiamati da due figure significative: Paolo VI e Mons. Oscar Romero che verranno canonizzati, il primo a ottobre, e il secondo poco dopo. Ne parleremo nei prossimi editoriali.
Siamo richiamati a questo tema della gioia per una vita orientata alla piena realizzazione di sè e quindi nella forma della santità, anche dal motto dei prossimi ordinandi preti (9 Giugno). Don Simone, don Matteo e i loro compagni hanno scelto la frase evangelica: “e cominciarono a far festa” (Lc 15,24). Dobbiamo però comprenderne il giusto senso. Essa fa riferimento alla gioia conseguente al perdono frutto della misericordia di Dio, a quella gioia che può venire solo dal Signore che rende la vita bella, buona, felice, una vita che vale veramente la pena vivere, al di là di tutti i mugugni delle nostre insoddisfazioni.

don Maurizio

 

CINQUE ANNI SULLA SEDIA PIU’ SCOMODA
Come leggere e interpretare il pontificato di Francesco

Sono già passati cinque anni – anzi è iniziato il sesto – e la figura di papa Francesco ha suscitato, fin dall’inizio, – come è normale che sia – reazioni diverse e persino opposte, da quelle più sentimentali ed emotive a quelle più ragionate e contestualizzate. Anche rispetto alle ultime pubblicazioni, dove non mancano toni polemici, forse è bene cercare di fare lo sforzo per una lettura più attenta e più ampia di questo spicchio di tempo, cercando di andare al di là di una visione personalistica della figura di Jorge Mario Bergoglio e cogliere meglio, attraverso l’impronta del suo pontificato, cosa la Chiesa sta vivendo e dove vuole andare per essere fedele al mandato evangelico. Ci da lo spunto anche l’ultima esortazione apostolica di papa Francesco appena uscita (“Gaudete et exultate”) e che ancora una volta sottolinea lo stile del suo particolare pontificato. Questa lettera è sulla chiamata di tutti alla santità in questo nostro mondo contemporaneo. Oltre all’invito a leggerla, perchè rivolta davvero a tutti, il suo messaggio ribadisce e approfondisce quanto a questo papa sta a cuore, ovvero la sottolineatura della fede popolare e della necessità di viverla testimoniandola con stile missionario, con coraggio e con semplicità evangelica nell’ordinarietà della vita.

Tra le tante caratteristiche di questo pontificato, la prima da non dimenticare è il fatto singolare della compresenza del Papa emerito, Benedetto XVI. Anche se alcuni hanno cercato di strumentalizzare questa circostanza, se non addirittura di contrapporre le due figure, non c’è mai stata nessuna frattura tra i due. Anzi, pur nella differenza delle personalità, si è manifestata una vera continuità. Infatti, entrambi, non hanno fatto altro che portare avanti le indicazioni del concilio Vaticano II. Non si può tornare a una “mitica” epoca precedente, perché la Chiesa, guidata dallo Spirito e impegnata nella lettura profetica dei segni dei tempi, vive nel tempo e non può che dialogare con gli uomini e le donne di oggi, se vuole essere fedele alla sua missione di annuncio del Vangelo. Non dobbiamo lasciarci ingannare: la Chiesa è realtà molto più viva e diversificata di quanto si sia soliti pensare, una realtà nella quale arde sempre il Vangelo, anche quando sembra ridotto a poche braci, pronte però a divampare nuovamente non appena qualcuno ha l’audacia di smuovere le ceneri con il soffio della profezia.

Dentro questa prospettiva i mutamenti, indicati e in parte anche attuati, in questi cinque anni da papa Francesco sono molti ma possono essere ricondotti a questi aspetti chiave: la centralità del Vangelo, le riforme, la sinodalità, la priorità ai diritti dei poveri. Ai più attenti osservatori questo papa continua a sorprendere per le iniziative che intraprende ma sono comunque tutte accomunate da alcune scelte di fondo e trasversali e che sono caratteristiche del suo ministero petrino.

Innanzitutto una volontà di riforma della Chiesa: la chiesa è sempre in stato di riforma, ma con criterio. Infatti la Chiesa ha sempre la necessità di ritrovare la “forma” indicata dal Vangelo, la “forma” che Gesù Cristo, il suo sposo, attende da lei. Riforma, per papa Francesco, è conversione, mutamento e ritorno al Signore e al suo Vangelo. Si tratta di una riforma non formale o di facciata ma personale e di tutto il popolo di Dio e che quindi ha una caratteristica missionaria perchè vuole raggiungere tutti.

In questo senso si coglie meglio anche un’altra tematica trasversale e che forse è meno colta dalla maggioranza dei fedeli e che Francesco indica con il termine “sinodalità”. Non solo nei documenti, ma soprattutto nella “gestione” della vita della Chiesa appare chiaramente l’urgenza di una maggiore coinvolgente fraternità. La sinodalità appare come il cammino che Dio attende dalla Chiesa nel terzo millennio, cioè un cammino percorso insieme da tutto il popolo di Dio: fedeli, pastori e papa.
Si tratta di uno stile quotidiano e di un antico principio cristiano: «Ciò che riguarda tutti, da tutti deve essere trattato e deliberato». Francesco ha persino dato un’immagine della Chiesa che si è impressa nella mente e nel cuore dei semplici fedeli: una piramide capovolta, con in cima il popolo di Dio e sotto, al suo servizio, i pastori e il Papa. L’impegno per una Chiesa sinodale costituisce un’autentica novità per la Chiesa cattolica, anche se non di facile attuazione. [Noi come parrocchie di Bollate stiamo lavorando in questa direzione]. Sinodalità significa infatti un mutamento della forma della Chiesa cui oggi non siamo preparati, maggiore partecipazione e una reale corresponsabilità: occorrerà educare alla sinodalità, serviranno maturità cristiana, una fede pensata e l’esercizio di una comunione plurale.

Infine, un’ulteriore opzione di fondo di papa Francesco è il desiderio di una “Chiesa povera per i poveri”. Questa connotazione di povertà ha due aspetti complementari e che hanno di fondo la preoccupazione per il rispetto della dignità della persona umana. Da un lato il riconoscimento del diritto universale ad avere «terra, tetto e lavoro» e, dall’altro, la sollecitudine verso i migranti, qualunque sia il motivo del loro esodo dalla propria terra.

Alla luce di questi orientamenti di fondo potremmo cogliere una sintetica ma fondamentale chiave di lettura non solo della figura di questo papa, ma piuttosto del volto che si sta imprimendo alla Chiesa di questo inizio di terzo millennio. Una Chiesa che, come affermò papa Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio, “preferisce usare la medicina della misericordia – vera parola chiave del pontificato di Bergoglio – invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando”.
Forse, a oltre cinquantacinque anni dal Vaticano II e a cinque anni dall’elezione di papa Francesco, non ci siamo ancora abituati e non ancora del tutto attrezzati ad attuare questa semplice, evangelica verità. Ma la Chiesa va avanti: non perdiamo il passo!

don Maurizio