la parola al prevosto

RICORDANDO I GRANDI PADRI, L’EUROPA HA BISOGNODI UN’ANIMA

Forti, significative e inaspettate furono le parole che Robert Schuman, ministro degli Esteri francese, pronunciò lo stesso giorno e nella stessa ora davanti ai giornalisti di tutto il mondo convocati frettolosamente per ascoltare «un’importante dichiarazione». «La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionati ai pericoli che la minacciano… L’Europa non è ancora stata fatta: abbiamo avuto la guerra!». La voce monocorde, sgraziata di Schuman risuona nel salone del Ministero degli Esteri. L’uditorio si fa più attento quando il Ministro proclama che «il governo francese propone di mettere l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e acciaio sotto una Comune Autorità… La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio assicurerà subito le basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della federazione europea». Nasce la prima Comunità Europea, a cui seguiranno altre “realizzazioni concrete” che, attraverso progressi ed evoluzioni, porteranno negli anni all’attuale Unione Europea.

9 maggio 1950: nasce il processo di integrazione europea, l’idea politica più feconda del XX° secolo. Alla prima Comunità aderiranno, oltre alla Francia e alla Germania occidentale di Adenauer, l’Italia di De Gasperi e i tre Paesi del Benelux.  Davvero appartiene alla “vocazione europeista” affermare che il fine dell’Europa unita è assicurare condizioni socio-economiche per una pace sicura e duratura per tutti. Non corrisponde, dunque, a verità affermare che «l’Europa è la negazione della Patria»: la sovra-nazionalità rappresenta l’espansione della cultura, storia e tradizioni del proprio Paese che si includono e interscambiano con altre culture. L’Europa unita non è il rifiuto della propria identità, ma il suo ampliamento con l’incontro di altre culture che l’arricchiscono con la loro diversità. L’Europa non è solo un’entità economica: è soprattutto una comunità culturale e spirituale, di cui ha bisogno per essere costantemente sviluppata sul piano socio-politico.

Noi credenti poi non dovremmo dimenticare che l’Europa unita prefigura l’universalismo cristiano. L’umile artigiano di pace Robert Schuman ha cercato di tradurre lo sguardo e la Parola di Dio nel suo tempo, ancora dominato dai rancori provocati dalla seconda guerra mondiale. Infatti Schuman, rappresentante di un Paese vincente, è intervenuto quel giorno dicendo al suo popolo cose non facili da accettare al momento – come la riconciliazione con il nemico tedesco – e profetando un tempo di collaborazione e di pace. Il nuovo nome della pace è diventato «solidarietà», che non è un semplice aiuto, ma sinonimo di unità, di “stare assieme” non nella massa, dove le persone non hanno voce, ma nella pasta per essere lievito che la fermenta, così come nel mondo di cui i cristiani sono l’anima. Un fido collaboratore di Robert Schuman nelle sue Memorie racconta che, al termine della dichiarazione, avviandosi verso l’uscita, il Ministro gli sussurrò all’orecchio: «E ora bisogna darle un’anima».
Sì, l’Europa ha bisogno di un’anima per ritrovare i suoi valori che sono alla base della sua costruzione, ma che rischiano di cadere nell’oblìo.
Sì, l’Europa ha bisogno di un’anima per essere capace, forte delle sue radici, di affrontare le sfide del nostro tempo.
Sì, l’Europa ha bisogno di un’anima per ritrovare il senso dell’integralità della persona, che è a fondamento di una politica e di un’economia al servizio dell’uomo e non della finanza.
Sì, l’Europa ha bisogno di un’anima per colmare il vuoto spirituale che si è creato nel suo interno e che deve essere superato dall’incontro tra la sua antica cultura umanistica con la nuova cultura tecnico-scientifica, tra la perenne etica con le nuove scienze.
Sì, l’Europa ha bisogno di un’anima che le permetta di essere padrona del suo destino.
Sì, l’Europa ha bisogno di trasformare la tristezza in gioia, come fa allusione il suo “Inno alla gioia”.

Proprio per questo richiamo ad un’anima non dovremmo dimenticare altri grandi “Padri” più recenti che, quasi in un continuo echeggiarsi a vicenda, richiamavano a costruire un ‘Europa come “Casa Comune”; come dimenticare questi Padri che furono San Giovanni Paolo II e il Cardinal Martini: insieme, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, con forza hanno investito intelligente pensiero, proposto anima e spirito, dialogo ecumenico e forza di preghiera, sognando una Europa unita. Hanno affascinato a un progetto, hanno invitato a collaborare e ad appassionarsi a un sogno, hanno indicato una meta.
Oggi sembriamo più deboli e anche le Chiese sembrano più deboli. E tuttavia il richiamo ai valori cristiani e alle radici storico-culturali dell’Europa è molto importante per renderci conto della qualità dell’eredità che abbiamo ricevuto. Ma non possiamo celebrare queste cose semplicemente come si può ammirare un museo dove si conservano beni preziosissimi. Deve invece diventare un fermento di futuro. Dobbiamo farci carico di un’operazione culturale e spirituale. I grandi “Padri”, la memoria di profeti come Woityla e Martini ci invitano a continuare una missione culturale e spirituale.
Nell’atmosfera di chiasso e confusione a cui assistiamo in questo periodo, potrà sembrare paradossale e fuori luogo, in vista delle prossime elezioni europee, che noi cristiani abbiamo a riflettere, meditare e persino pregare, per andare contro la paura, i pregiudizi e l’arroganza e per proporre all’Europa di salvaguardare sempre la pace nella concordia fra i Paesi membri, perchè ci sia prosperità ma nella solidarietà, perchè si crei unità per superare discordie.
Potrà sembrare strano e persino paradossale, ma così detta il Vangelo e anche così i cristiani sanno essere sulla scena del mondo da protagonisti.
E tutto questo lo si può fare anche oggi, anche nell’esercizio responsabile del voto europeo il prossimo 26 Maggio

don Maurizio

 

ALLA CENA DI GESU’: INDEGNI MA SEMPRE ACCOLTI

Le Prime Sante Comunioni sono l’occasione per riflettere sul nostro rapporto con l’Eucaristia

Nelle prossime due domeniche nella comunità di San Martino si celebrano le “Prime Comunioni” dei nostri ragazzi. E’ l’occasione per i singoli e per tutta la comunità cristiana per riflettere non tanto sul valore dell’Eucaristia – valore che dovrebbe essere noto a tutti e lo si dovrebbe conoscere bene – quanto sulle modalità partecipative, nonché sulla sua incisività nella vita quotidiana. Infatti, a volte, sembra che nemmeno i cristiani che vi partecipano sembrano saper onorare l’Eucaristia che celebrano, perchè poi nella vita appare tutt’altro, smentendo il mistero: non si vive come e ciò che si celebra. E’ altrettanto vero però che siamo edificati dalla testimonianza coerente di cristiani che nella loro vita quotidiana sono sostenuti dall’Eucaristia e attingono forza e speranza dalla partecipazione alla Santa Messa.
Stupisce comunque il fatto che alla “Prima Comunione” dei nostri ragazzi ben pochi sono i genitori che fanno la comunione; che strana sensazione di contraddizione: tutti i bambini a fare festa con Gesù e solo pochi genitori partecipano a questa comunione di festa o festa di comunione, e se lo fanno sembra sia solo per circostanza o per non apparire scortesi.        Questo è uno dei temi più incandescenti nell’odierno dibattito ecclesiale, cioè quello relativo a chi possa prendere parte alla tavola eucaristica. Il problema è delicato e scottante soprattutto nei casi dei divorziati-risposati, dei conviventi o di chi comunque sa di essere, più o meno chiaramente e consapevolmente, in situazione di peccato grave e pubblico. La questione non va intesa come un divieto rivolto a chi è indegno moralmente, perchè tutti i cristiani sono e restano peccatori anche quando si accostano all’Eucaristia; persino il prete che celebra chiede perdono, all’inizio della Messa, insieme a tutto il popolo di Dio. Chi va alla cena del Signore si sente indegno fino all’ultimo momento («Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa…»), vi si accosta come un peccatore che confida nella misericordia di Dio, è convinto che l’Eucaristia non sia un premio per i buoni, ma un sostegno per i deboli e un viatico per i peccatori. Al riguardo, non possiamo nemmeno dimenticare che la tavola del Signore, inaugurata da Gesù nell’ultima cena, annoverava dei commensali non certo degni: vi partecipavano Giuda, che l’avrebbe tradito; Pietro, che l’avrebbe rinnegato poco dopo; gli altri apostoli che, consapevoli dell’ora di Gesù, discutevano tra loro su chi fosse il più grande e che, per paura, l’avrebbero tutti abbandonato. Come Gesù non aveva disdegnato di sedere alla tavola dei peccatori, così la sua tavola è luogo di accoglienza di tutti, degni e indegni, spazio di inclusione in vista della comunione nella quale la santità del Signore Gesù incontra il peccato dei discepoli di allora e di oggi. L’Eucaristia è davvero la tavola del dono, della gratuità dell’amore che non deve essere meritato, abbatte le barriere tra puri e impuri, annulla le divisioni.          Questo però non significa che tutti possano accedere alla Comunione Eucaristica senza nessun riguardo o indiscriminatamente; già San Paolo aveva messo in guardia dall’accostarsi alla “Mensa del Signore” in modo indegno o senza rendersi conto di ciò che si sta facendo (1Cor 11).  Occorre una condizione imprescindibile e assoluta: che chi va a questa tavola vi acceda come un “mendicante” e sia consapevole dell’azione che compie e del grande dono che riceve. Occorre che le persone siano disponibili ad avviare processi di comprensione del mistero e di conversione del cuore e della vita.       Come accennavamo all’inizio, la questione interpella ogni singolo fedele, magari assiduo alla Messa, e la comunità cristiana che celebra e partecipa alla Cena del Signore. Lo spezzare il Pane è il gesto liturgico originale che fa riconoscere l’assemblea dei discepoli di Gesù come la comunità che fa memoria della sua Pasqua, vive del suo Spirito, pratica il suo Vangelo. Noi popolo di pellegrini abbiamo bisogno di trovare nella celebrazione eucaristica quella fonte di gioia e di comunione – con il Signore e tra di noi – , di forza e di speranza che possa sostenere la fatica del cammino quotidiano attraverso le molteplici e diverse esperienze che la vita ci riserva; esperienze che hanno bisogno di ritrovare il loro significato cristiano. In questo senso la Messa non è un rito, e la partecipazione all’Eucaristia non è semplicemente un “precetto” ecclesiastico: esse sono autenticamente “fonte e culmine”, “forza centrifuga e centripeta” di tutta la nostra vita.    Perciò non possiamo evitare di domandarci se e come celebriamo la Cena del Signore. Non possiamo non trovare una soluzione al come mai la celebrazione della Messa, in particolare della Messa domenicale, spesso perda la sua attrattiva. Benchè la nostra parrocchia abbia particolarmente a cuore la cura della liturgia e si impegna molto nelle celebrazioni – come non avviene da altre parti, tuttavia dobbiamo chiederci dove conduce il cammino di iniziazione cristiana che impegna tanti ragazzi e coinvolge le loro famiglie, se poi alla conclusione del suo percorso c’è un “fuggi, fuggi generale” dalla Messa e non si crea la persuasione che “senza la domenica non possiamo vivere”. I discorsi potrebbero essere ancora molto lunghi e articolati…      Il primo passo, però, da compiere non potrà che essere la convinzione, la gioia, la partecipazione intensa di chi frequenta abitualmente la Messa e la cura perchè ne vengano frutti di carità e di comunione.

don Maurizio

 

IN MEMORIA DI MONS. PAOLO VIEIRA

Nella nostra parrocchia di San Martino in questi anni, generazioni e generazioni di ragazzi della S.Cresima e i loro genitori, familiari, parenti e amici, hanno avuto la bella esperienza di aver ricevuto il dono dello Spirito Santo dal vescovo africano di Djougou in Benin, per tutti: don Paolo. Il vescovo amico della nostra parrocchia, il vescovo sempre gioioso che concludeva le celebrazioni dell’amministrazione della Cresima con un coinvolgente canto africano. Il vescovo con il quale si è creata una sorta di gemellaggio tra la sua Diocesi e la nostra parrocchia con una serie di interventi e di aiuti per sostenere le sue comunità. Il vescovo dalla profonda e semplice umanità che non si vergognava di raccontare come da tempo fosse colpito dalla malattia e ci aggiornava sull’andamento delle sue terapie ed esami che periodicamente veniva ad effettuare in Italia. Il vescovo che ci informava sulle sue attività pastorali in una terra, la sua, il Benin, dove la convivenza della minoranza cristiana con la maggioranza musulmana è faticosa, rendendoci edotti sull’arduo cammino del dialogo e della collaborazione interreligiosa. Il vescovo che proprio nella sua terra ha rischiato più volte la vita da parte dell’intransigenza religiosa. Il vescovo dalla fede fiduciosamente incrollabile anche davanti a diverse prove e sofferenze che hanno toccato la sua famiglia e la sua vita. Così diceva in una intervista: “La più grande liturgia che si possa celebrare al Signore è quella della nostra stessa vita e della nostra persona, offerte in dono”. “La sofferenza è sempre una grande prova, e rischia di sconvolgerci – continua Mons. Vieira – L’ho provata, l’ho vissuta. Ma con la grazia di Dio e l’aiuto dato dalle preghiere dei tuoi fratelli, allora arrivi ad accettare la sofferenza pensando alla croce di Cristo, alla sua stessa sofferenza, allora arrivi a trasformare la sofferenza in un cammino di fedeltà verso Gesù Cristo. Perché la prima grazia che mi è stata donata, è stato un nuovo affermarsi della mia fede”. 
Il vescovo racconta anche del senso di ribellione che l’ha colto apprendendo della malattia: “Ho pensato a Santa Teresa d’Avila e ho detto al Signore: se è così che tratti i tuoi amici, non mi sorprende che tu ne abbia così pochi!”, preoccupato che essa interrompesse la mia missione nella diocesi di Djougou. 
Ribellione superata in una notte di preghiera: “Stavo lì, tutto solo, alle cinque del mattino. La mia preghiera era il mio sguardo posato sul tabernacolo, la croce e la Vergine. Come un’altalena, i miei occhi si spostavano dal tabernacolo alla Vergine, passando per la Croce, che si trovava in mezzo. Ad un certo punto, il mio sguardo si è arrestato sulla Croce e mi sono detto: ed Egli, dunque? Si è forse interrotta la sua missione, per il fatto di essere stato sulla Croce? No di certo; al contrario. Ho sorriso e mi sono sentito cogliere da un vero senso di pace. Allora ho detto: “Signore, accetto tutto questo e mi affido a te” Ed ecco: questa è stata la mia forza.

Il vescovo Mons. Vieira, che per tutti era semplicemente don Paolo, Giovedì 21 Marzo 2019 è improvvisamente ritornato alla casa del Padre.  Nato il 17 luglio 1949, il vescovo Paul Kouassivi Vieira è stato ordinato sacerdote il 29 giugno 1975 da Papa Paolo VI a Roma. Dopo aver servito alcuni anni come segretario del cardinale Bernardin Gantin a Roma, è tornato nel suo paese per essere successivamente Rettore dei Seminari di San Giuseppe di Adjatokpa e San Gallo di Ouidah. Il 28 giugno 1995 è stato nominato Vescovo di Djougou da San Giovanni Paolo II e ordinato Vescovo il primo di ottobre 1995 da Sua Eminenza Bernardin Gantin a Djougou.

Nonostante la sua malattia, la sua morte è stata inattesa e ci ha lasciato tutti sorpresi, ma la sua testimonianza resterà per sempre nella nostra memoria e la sua benedizione, più volte data alla nostra comunità di san Martino e a molte singole persone, accompagnerà tutti nel cammino della fede. Quella comunione dei santi che la fede della Chiesa proclama ha ora in don Paolo una risorsa in più dal cielo e per noi la certezza di esser accompagnati dalla sua simpatia e dalla sua preghiera celeste.

don Maurizio

CI SONO ANCORA I CRISTIANI??

Non siamo colti da pessimismo o da una sorta di sentimento amareggiato, ma la domanda sorge spontanea. Non si tratta nemmeno di porsi la domanda sull’onda delle statistiche che impietosamente rivelano la diminuzione del numero dei cristiani – non solo praticanti o almeno consapevoli della loro fede – ma piuttosto constatare il venir meno della passione, della convinzione se non addirittura della coscienza di che cosa consista la fede cristiana di molti battezzati che pur continuano a dirsi cristiani. Ovviamente non ci riferiamo alla fede intensa, pura e semplice o popolare di tante persone, in particolare di quelle anziane.

La domanda ha una sua plausibilità perchè raramente si trovano cristiani che nutrono una passione per il Vangelo, e sono davvero convinti non solo che Gesù possa essere una risposta alle loro domande di senso della vita, ma che Lui sia la loro vita, il loro futuro. Anche le motivazioni che spingono i genitori a iscrivere i loro figli al catechismo suscitano la questione; chissà poi perchè lo fanno e quali sono le ragioni profonde di questa scelta che rischia di essere solo sociologica – così i figli non saranno diversi dalla maggioranza; di tradizione – i nostri vecchi ci hanno insegnato così ; o sorretta da altre motivazioni che non siano quelle di introdurre ad una reale esperienza di relazione col Signore.
Raramente si trova tra i cristiani d’oggi una vera passione per Cristo e il Vangelo. E’ vero: c’è la ricerca di una spiritualità, ma intesa soprattutto come ricerca di benessere interiore. Anche nella vita parrocchiale siamo più preoccupati di risolvere problemi strutturali o organizzativi, di sciogliere rapporti spesso tesi tra gruppi e persone, di far girare bene i molteplici impegni in agenda e di tenere sotto controllo questioni marginali che nulla hanno a che vedere con la missione fondamentale di una comunità: l’evangelizzazione.
E’ vero che oggi si constata che tra i cristiani vi è una ricerca di vita spirituale interiore forse più intensa di una volta e una scelta più consapevole. Ma sovente si tratta di una spiritualità che desidera solo un benessere interiore, e chiede non il Regno che viene, non Gesù Cristo, ma un insegnamento etico per vivere meglio o criteri morali che almeno orientino nella vita per non commettere troppi sbagli, trovando un’armonia con sè e con gli altri. Così il messaggio di Gesù è svuotato e la vita credente è ridotta a forme di autosalvezza o di religiosità autocostruite e individuali, dove la fede ha perso la grammatica per cui non sa più dirsi in una sintassi che tenga conto dei suoi contenuti. Una religiosità che arriva persino a scelte paradossali (nuova legge regionale che permette la sepoltura dell’animale domestico nel loculo stesso del proprio padrone) che smarriscono lo specifico della fede cristiana che è data da una vita “in Cristo”.      La vita di fede non può essere ridotta a una via tra le tante o comunque perchè: “bisogna pur credere in qualcosa”, ma deve restare una comunicazione di vita, una grazia che giustifica l’esistenza di ciascuno.
Una vita battesimale, dunque cristiana, vuol dire volere una vita “nuova”: la vita stessa del Figlio di Dio (Gal 4,4-7) che trasfigura, portandola a pienezza di significato e di realizzazione, la vita umana.
All’uomo è consegnata la vita stessa di Gesù e non soltanto secondo Gesù. La vita “nuova” che egli riceve è la vita del Figlio di Dio che Dio ci dona: dono totalmente libero e gratuito. Ma il dono di Dio chiede il “sì” dell’uomo, chiede di essere accolto, conosciuto e vissuto in libertà.       La vita cristiana è una “vita spirituale”, cioè animata dallo Spirito Santo, dunque vita di Cristo e in Cristo. Benedetto XVI ha ricordato con forza che «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì un evento, l’incontro con una persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò un orientamento definitivo» (Deus caritas est 1). Allora pregare, celebrare la Liturgia, leggere le Scritture ascoltando la Parola è una festa, una beatitudine.        Siamo dunque gli ultimi cristiani? Dobbiamo rassegnarci a vivere in comunità dove manca il fuoco, quel fuoco che Gesù volle portare sulla terra e desiderò tanto vedere ardere (cfr. Lc 12,49)? Siamo stati incapaci di trasmettere quella passione che rende la fede contagiosa?… In ogni caso, crediamo che queste domande non possano essere evase o tralasciate con sufficienza.        Il tempo forte della Quaresima che inizierà tra poche settimane e ancor più quello che seguirà, cioè il tempo Pasquale e Pentecostale, saranno occasione propizia per risvegliare la fede cristiana assopita o semplicemente riscoprirla per quello che è e che ci chiede.

don Maurizio

La preghiera del “Padre Nostro” nella Santa Messa

Riportiamo la Nota del Servizio diocesano sui contenuti e la tempistica della variazione introdotta dai Vescovi italiani a proposito della preghiera del Padre Nostro, perché molti si interrogano su come e quando applicare le modifiche nella recita della preghiera insegnataci da Gesù. Ecco quanto comunicato nell’ultima settimana di Gennaio 2019 dal Servizio Diocesano della nostra Chiesa Ambrosiana per la Pastorale Liturgica.
Premesse
Nella versione italiana della Bibbia, approvata ufficialmente dalla Conferenza Episcopale Italiana (Cei) nel 2008, la penultima richiesta del Padre Nostro suona così: «E non abbandonarci alla tentazione». Questa nuova versione, subito recepita dalla rinnovata edizione italiana del Lezionario romano e del Lezionario ambrosiano, non è ancora entrata nell’ordinamento romano e ambrosiano della Santa Messa in lingua italiana in attesa della nuova edizione del Messale romano e del Messale ambrosiano.
Di recente, durante l’ultima assemblea generale della Cei, tenutasi a Roma dal 12 al 15 novembre 2018, i Vescovi Italiani hanno approvato l’edizione italiana rinnovata del Messale romano, che per essere promulgata ed entrare in vigore dovrà prima passare dalla Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti per la necessaria «confirmatio» (can. 838 §3). Tra gli elementi approvati c’è anche il mutamento da «e non ci indurre in tentazione» a «e non abbandonarci alla tentazione» della sesta richiesta del Padre Nostro e l’inserzione di «anche» («come anche noi li rimettiamo») nella richiesta immediatamente precedente. In tal modo il Messale si uniformerà al Lezionario e andrà a modificare la stessa recitazione della preghiera del Signore al di fuori della Santa Messa. Tutto questo varrà allo stesso modo per il Messale ambrosiano rinnovato, che è in preparazione presso la Congregazione del Rito Ambrosiano.      Alla base di questo mutamento testuale che, andando a toccare l’uso liturgico, è destinato a modificare anche l’apprendimento mnemonico e la pratica della preghiera del Signore al di fuori della Santa Messa, sta l’intento di superare un possibile fraintendimento del testo finora in uso, che papa Francesco ha riassunto così: «Non è Dio che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto, un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito».

Conseguenze
a) Fino all’entrata in vigore della nuova edizione del Messale romano, e per gli ambrosiani del Messale ambrosiano, si continuerà a pregare il Padre Nostro con il testo attualmente in uso («e non ci indurre in tentazione»). Non è fissata, al momento, una data certa; siamo però nell’ordine di 1, massimo 2 anni.
b) Dal momento che la preghiera liturgica è preghiera ecclesiale, destinata cioè a manifestare l’unità e la comunione di tutti i fedeli, a nessun singolo sacerdote e a nessuna singola comunità (parrocchia, comunità religiosa, gruppo, associazione, movimento, ecc) è data facoltà di introdurre la nuova versione prima della promulgazione ufficiale del Messale rinnovato. Ciò infatti potrebbe alimentare inutili stridori sia all’interno delle comunità, sia tra le comunità. c) Nel frattempo, è importante istruire i fedeli, dai piccoli ai grandi, insegnando loro la variante del testo e illustrando loro il significato del cambiamento annunciato, così che, al momento opportuno, siano pronti ad assumere con cognizione di causa e in un clima sereno il cambiamento.

 

DUE EVENTI METTONO BOLLATE AL CENTRO DELLA DIOCESI DI MILANO
Le prossime settimane la nostra parrocchia di San Martino ospiterà due eventi importanti per tutta la diocesi Ambrosiana

Il primo si svolgerà presso il Centro Pastorale di San Giuseppe (nella nuova struttura tensostatica appena ristrutturata), Sabato 26 Gennaio alle 19.30. Le comunità parrocchiali di Bollate in collaborazione con Caritas Ambrosiana propongono un momento di “apericena” per presentare e proporre il progetto di Caritas Ambrosiana e Comune di Milano di affido famigliare per “l’accoglienza famigliare di adolescenti migranti soli”. Infatti dal 2015 Caritas Ambrosiana insieme al Comune di Milano ha intrapreso un confronto sulle tematiche inerenti i minori non accompagnati, in particolare sulle forme possibili di accoglienza, con l’intento di cercare e coinvolgere famiglie disponibili. Sono giovani pieni di entusiasmo e di realizzare qualcosa di bello per la loro vita attraverso lo studio e il lavoro; hanno bisogno solo di famiglie che li facciano sentire a casa propria, che li incoraggino e li stimolino a dare il meglio. Possono diventare “affidatari” persone singole o coppie, sposate o conviventi senza vincoli di età. Le famiglie o le persone interessate sono invitate a partecipare a incontri di informazione e approfondimento come quello che si svolgerà a San Giuseppe il 26 Gennaio.

Il secondo evento di carattere diocesano, che si svolgerà sempre a Bollate, sarà ancora più coinvolgente, perchè rivolto a tutti gli oratori della Diocesi di Milano per un progetto che riguarderà il futuro degli oratori stessi.
Il prossimo 9 Febbraio la nostra parrocchia San Martino ospiterà per una giornata intera presso il cine-teatro Splendor e le strutture dei nostri oratori un grande convegno sul tema “Oratorio 2020: quali oratori per fare oratorio”. Già il titolo guarda al futuro (2020, venti-venti o duemilaventi) ed è particolarmente significativo perchè si interroga su cosa sono oggi gli oratori delle nostre parrocchie, per costruire l’oratorio di domani. Non è la prima volta che in Diocesi ci si interroga su questa questione, ma lo si deve fare spesso perchè la società è in continua evoluzione e il mondo dei ragazzi e dei giovani è in veloce cambiamento.
Oratorio 2020 ci provoca a rimettere in cammino i nostri oratori. Tutti, nessuno escluso. La meta vicina nel tempo ha una data: settembre 2020. Sappiamo bene che quell’anno conclude il decennio che la CEI ha dedicato all’educazione. Gli oratori della nostra Diocesi intendono rimettersi in gioco. Tutti, nessuno escluso. Attenzione: non si tratta di esibire una forza che non c’è. Nemmeno vogliamo allestire una mostra di immagini nostalgiche, per preservare la memoria dell’oratorio che non c’è più. Gli oratori si rimettono in gioco perché difendono il diritto dei ragazzi e dei giovani a trovare una cura per la loro vita; ad avere degli adulti che li accompagnino e non che si contrappongano. Immaginiamo quindi che il 2020 sarà l’anno in cui condividiamo ancora il sogno di oratorio, per riprendere il cammino quotidiano con letizia, coraggio e intelligenza.   Tutti i rappresentanti degli oratori della Diocesi sono invitati ad esserci fisicamente alla prima Assemblea FOM di oratorio 2020, prevista per il 9 febbraio 2019 a Bollate. Tutti verranno a portare il loro migliore pensiero, perché tutti condividiamo l’obbligo di costruire il futuro. Ad ogni oratorio sono state consegnate delle schede sulle quali lavorare sia analizzando il dato di fatto sia proiettandosi nel futuro. Dopo l’ascolto diocesano dell’Assemblea FOM del 9 febbraio 2019, inizia la seconda fase. Ad ogni oratorio verranno restituite le idee, i progetti, le parole chiave, le proposte, appena abbozzati ma già utili per iniziare a sperimentarsi, a provare sul campo. La seconda fase, già operativa, chiede ad ogni oratorio di mettersi all’opera, iniziando a costruire nella sua situazione reale l’immagine di oratorio che abbiamo individuato nell’ascolto diocesano.   Si apre quindi la terza fase, con la grande celebrazione diocesana di settembre 2020. Immaginiamo che sia una grande festa diocesana degli oratori. In quel momento vorremmo tentare di rispondere alla domanda: quali oratori per fare oratorio?

Con il fermento e le novità introdotte da don Matteo, anche il nostro oratorio è in cammino verso il futuro, per rispondere sempre meglio alle sfide educative di una società in continuo cambiamento ed essere al fianco di genitori e famiglie nell’aiutare a crescere sé stesse e quindi anche i loro figli. E’ bene però non leggere la realtà come se esistessero due società o due comunità, quella dei giovani e quella degli adulti, perchè, se le cose stessero così, si verrebbero a generare inevitabilmente conflittualità e fratture. Si tratta, invece, di abitare un’unica realtà complessa. Questo lavoro riguarda tutti: interessiamocene e non lasciamolo agli addetti ai lavori

don Maurizio

IL VALORE DELLA… “CARNE”
perchè senza “incarnazione” non c’è cristianesimo

Nella linea dell’essere “autorizzati a pensare” così come ci ha proposto il nostro arcivescovo Mario nel discorso alla città di sant’Ambrogio, a me sembra che a volte noi cristiani siamo proprio distratti e superficiali nel non renderci conto, per esempio, del peso delle parole che usiamo inconsapevolmente per esprimere la nostra fede.   Non è ancora del tutto scomparso il clima delle festività natalizie, dove liturgia e Vangeli ci hanno raccontato di Dio fattosi uomo in Gesù con una infinità di scene e di particolari tutti molto “carnali”, o se preferite un’espressione meno forte, molto umani. Un parto avventuroso e difficoltoso al limite della sopravvivenza; una fuga rocambolesca e un esilio da migranti e stranieri; la paura di un futuro incerto, l’angoscia dello smarrimento; il rimprovero amorevole ed educativo e il silenzio di una vita per nulla straordinaria.
Quante volte in questi giorni abbiamo sentito parlare di “incarnazione” che non significa solo che Dio si fa uomo ma che si fa…carne.   Sì, perchè la fede cristiana mette al centro l’uomo Gesù, così che non si può più affermare Dio senza affermare l’essere umano. Dobbiamo quindi prendere sul serio il carattere specifico del cristianesimo, che resta scandaloso, oggi come agli inizi della fede dei discepoli di Gesù e della sua Chiesa: Dio si è fatto uomo, uomo con un corpo di carne.     E’ il Vangelo di Giovanni che sintetizza l’evento della salvezza nella famosa affermazione del prologo: “E il Verbo si fece carne” (Gv 1,14). Questa è la novità cristiana ma anche l’originalità, perchè non c’è nulla di simile in nessun’altra religione. Già il Nuovo Testamento e gli antichi Padri della Chiesa hanno molto faticato per affermarla rispetto al giudaismo e alle altre successive interpretazioni della vita di Gesù. Per questo, nella sua Prima lettera, san Giovanni mette in guardia dalla più pesante aggressione alla verità del Vangelo: “Chi non confessa Gesù Cristo venuto nella carne, non è da Dio” (1Gv 4,3).     Il rischio della svalutazione della carne del Figlio di Dio ha percorso tutti i secoli dall’inizio fino a giungere al Vaticano II quando, per riaffermare con forza e chiarezza che senza carne non c’è Cristo, il documento conciliare, la Gaudium et Spes al n. 22, affermava con sublime delicatezza che “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato”.      L’incarnazione va presa sul serio, mentre noi ne restiamo scandalizzati o indifferenti, fino – forse – ad avere paura della fragilità dell’uomo Gesù. Preferiamo pensarlo solo come Dio mitizzando ogni sua esperienza umana, ma così facendo svuoteremmo il cristianesimo.   Secondo la fede cristiana, Gesù è “nato da donna” (Gal 4,4), per grazia dello Spirito Santo. E’ “cresciuto in sapienza, età e grazia” (Lc 2,52), come tutti noi; è stato tentato, ha gioito e ha sofferto, è morto come ogni figlio di Adamo perchè la sua condizione era umanissima. Ecco perchè la carne è il cardine della salvezza.    La fede cristiana mette al centro l’uomo Gesù, così che non si può più affermare Dio senza affermare l’essere umano. Guardando a Gesù Cristo – e attraverso di lui ogni uomo – contempliamo una creatura umanissima in cui “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9); in lui vediamo l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15).   Questa non è solo una professione di fede, ma determina la nostra esistenza vissuta nella carne, il nostro stile di vita cristiana, perchè noi siamo un corpo, siamo carne e spirito insieme.    Perciò noi cristiani non solo non abbiamo paura della carne, ma ne abbiamo profondo rispetto. Del corpo di carne non ne abusiamo, ma ne abbiamo persino giusta venerazione, non per esaltarne l’esteriorità estetica ma per farne emergere la sua identità divina. Il corpo di carne va onorato davanti alla svendita dei corpi, al disonore di quelli umiliati, torturati da ogni forma di vilipendio, a quelli persino abbandonati in mezzo al mare senza che trovino un approdo o abbiano un minimo di sollievo.   Ogni uomo, con il suo corpo di carne, è immagine e gloria del Dio vivente. Davvero “nessuno tocchi Caino” ma neanche nessuno offenda Abele perchè, da quando Dio si è fatto uomo in un corpo di carne nell’umanità di Gesù, ogni persona con il suo corpo è presenza dello Spirito, prezioso agli occhi di Dio e mistero da rispettare.

don Maurizio

LA “SCOSSA”… DI SAN MARTINO”  nella festa patronale 2018

Lo scorso anno San Martino, visitando la nostra comunità, in occasione della sua festa patronale, si è accorto di una comunità che, magari silenziosamente e senza troppo apparire, di sicuro cammina e cresce spiritualmente con un impegno costante, paziente, quotidiano. San Martino si è accorto dello sforzo che ci mettiamo nel costruire una comunità fondata su pilastri di fede.
Il nostro Patrono ci visita anche quest’anno, e ha notato che nella nostra comunità c’è fermento, ci sono diversi cambiamenti e novità, non solo organizzative. Ha notato anche che ci sono ancora vecchi problemi che facciamo fatica ad affrontare con coesione e lungimiranza. San Martino, forse, nota che viene a mancare l’entusiasmo; forse, nota che ci sentiamo un po’ frustrati perchè sembra che non siamo incisivi e le cose si trascinano e ci prende la delusione; forse, nota che ci prende la fatica dell’essere in cammino e i nostri passi, invece di essere attratti dalla meta che ci sta davanti, sembrano appesantirsi. Forse siamo perfino preoccupati di una Chiesa che invecchia, dove i giovani fanno fatica a restituirci entusiasmo e speranza. Forse come preti, come catechiste, come collaboratori pastorali, dalla carità alla polisportiva alle altre mille attività, stiamo vivendo un cristianesimo un po’ stanco e appiattito.              La santità di Martino, invece, ci provoca e ci rimette in cammino nel pellegrinaggio della nostra fede e della nostra Chiesa. Ci provoca e ci stimola a camminare con la sua vita contemplativa, con la sua vita di carità, con il suo stile umile e schivo senza mettersi in mostra ma senza rifuggire dalle sue responsabilità pastorali; ci provoca con il suo impegno coraggioso, franco e coerente, a combattere la falsa religiosità e a conoscere il Vangelo seguendo Gesù, l’unico Signore e maestro della vita.    La santità del patrono della nostra parrocchia e città ci provoca e ci stimola – oggi più che mai, ripensando a come spesso viviamo la nostra fede – a non essere cristiani banali e conformisti. In mezzo alla società e persino dentro la nostra parrocchia, spesso sentiamo l’imbarazzo di essere riconosciuti come cristiani, sentiamo il disagio di essere oggetto di scherno e di discredito se ci professiamo discepoli di Gesù; ci capita pure di tacere le parole audaci del Vangelo perchè l’insulto che ne potrebbe venire dagli altri ci spaventa.     La santità di Martino ci chiede di non essere i cristiani banali e del conformismo!

I cristiani del conformismo si presentano come tolleranti ma in realtà sono timidi e temono di essere riconosciuti discepoli e di sentirsi impopolari.
I cristiani del conformismo si conformano, e quando sono in chiesa si conformano alla devozione, mentre quando sono fuori di chiesa si conformano “all’aria che tira”, ripetono le parole correnti, si convincono che si possa essere discepoli di Gesù e accomodarsi nell’omologazione del “così fan tutti”.
I cristiani del conformismo assistono come tutti alle ingiustizie insopportabili, ma come tutti preferiscono tacere piuttosto che esporsi nel protestare, preferiscono confermare il proprio stile di vita piuttosto che decidersi a convertire il proprio cuore, piuttosto che domandarsi come possono fare per aggiustare le situazioni.
I cristiani del conformismo sono anche gente “di compagnia” chiacchierano volentieri “del più e del meno”, ma evitano discorsi un po’ più di spessore e dichiarazioni che ti possano far riconoscere come quelli che “sono segnati dal sigillo del Dio vivente” (Ap 7,2) perchè sanno che non è di moda, sanno che parlare di fede li può esporre al ridicolo e forse a conseguenze peggiori.
I cristiani del conformismo vivono una intima contraddizione tra il Vangelo che emoziona il cuore e i giudizi che si devono esprimere, gli stili di vita che si devono praticare, gli espedienti per imparare – come si dice – “a stare al mondo” come vuole il conformismo.
I cristiani del conformismo sentono parlar male della Chiesa, quella Chiesa che poi infine sono loro, di quella Chiesa in cui abitano, da cui hanno molto ricevuto, ma sono inclini alla creduloneria piuttosto che alla ricerca della verità e si adeguano al sentire diffuso e perciò preferiscono come tutti parlar male anche loro della Chiesa loro Madre.
I cristiani del conformismo sono però anche loro, come tutti noi, invitati a guardare alla schiettezza semplice ed efficace della santità di Martino e persino di quella dei recenti santi appena canonizzati e dei quali qualcuno lo abbiamo persino incontrato e stretto la mano.
Come loro siamo invitati a guardare la storia con gli occhi di Dio e non con quelli del conformismo; e anche noi che forse ci riconosciamo cristiani un po’ timidi, un po’ imbarazzati, un po’ complessati, un po’ accomodati nell’omologazione, forse possiamo ritrovare il coraggio nel non nascondere il “sigillo del Dio vivente” con cui siamo stati segnati e a farne invece una ragione di fierezza e un impegno di coerenza.

La santità di Martino ci scuote ad essere gente in cammino nella propria fede, mai stanca, ripetitiva, assuefatta all’abitudine e al conformismo, ma luce del mondo, sale della terra.
La santità di Martino ci raccomanda la familiarità con la Parola di Dio, la partecipazione alla celebrazione dell’Eucaristia cogliendone il mistero, imparando a celebrare bene, ci invita a imparare sempre di nuovo a pregare ma soprattutto a farlo!    Si direbbe “le pratiche di sempre” o anche peggio: “le solite cose”. Ma noi non abbiamo altro. Noi credenti non abbiamo altre risorse, non abbiamo iniziative fantasiose, proposte che stupiscono per originalità o clamore, non andiamo in cerca di esperienze esotiche. Non abbiamo altro che il mistero di Cristo e le vie che Cristo ha indicato. Non abbiamo altro, ma quello che abbiamo basta per la nostra salvezza e per il nostro pellegrinaggio. Abbiamo bisogno solo di riscoprire queste realtà e di rimodularle sempre di nuovo nella nostra esperienza cristiana.  Riceviamo così un sussulto di lucidità e di fierezza per decidere di non essere i cristiani del banale e del conformismo per non continuare quella timidezza imbarazzante che ci omologa all’andazzo”, ma piuttosto ci fa essere “concittadini dei santi e familiari di Dio” (Ef 2,19) nella capacità di rimotivare la nostra presenza in parrocchia, di vivere con “parresia” (franchezza, coraggio, coerenza, magnanimità…) la nostra fede, nel segno della gioia invincibile e di quella unità che supera banali tensioni e rigidità. Che strano, ma è proprio vero! San Martino ci sta dicendo che se camminiamo non ci stanchiamo, ma anzi “cresce lungo il cammino il nostro vigore” (Salmo 84): che “scossa” per la nostra comunità!

don Maurizio

 

4 Novembre 2018 – 100 ANNI…PER COSTRUIRE LA PACE

In questo 4 Novembre 2018 ricorrono i cento anni della vittoria al termine della prima guerra mondiale. Sembra un po’ paradossale celebrare questo centenario parlando di vittoria se teniamo presente che quell’esperienza ha provocato milioni di morti e fu talmente drammatica da lasciare scioccate intere generazioni e i sistemi sociali di tutte le nazioni coinvolte. Meglio sarebbe semplicemente parlare di cento anni dalla fine della prima guerra mondiale – detta anche Grande Guerra – che pose termine a quella che papa Benedetto XV definì proprio come “l’inutile strage”. Perchè non esiste una “grande” o “piccola” guerra, ogni guerra è “inutile strage”, inutile, cioè dannosa per tutti.

Cento anni dalla fine di orrende sofferenze, di colpe imperdonabili per il coinvolgimento di generazioni addirittura giovanissime spezzando loro futuro e sogni. Bollate stessa ha sperimentato questo orrore con lo scoppio del polverificio di Castellazzo, la cui memoria abbiamo appena celebrata nello scorso Giugno.
Cento anni dalla fine di un’esperienza che ha lasciato migliaia e migliaia di mutilati, feriti e traumi psicologici e comportamentali come mai fino ad allora si erano sperimentati, a tal punto che nella cultura popolare è passato perfino il famoso e un po’ dispregiativo detto: “scemo di guerra”. Quanto dolore!!
Certo quell’intervento e la partecipazione alla guerra erano accompagnati anche dal desiderio di valori come l’unità della nazione e della libertà da ogni vincolo di soggiogo da parte di altri Stati, dall’orgoglio patriottico e dalla propria identità culturale e da nobili tradizioni storiche. Ma come non pensare che forse tutto questo sia stato manipolato politicamente e militarmente per calcoli nazionalistici di pochi?
Cento anni da un’esperienza che ha detto ancora una volta della debolezza e della fragilità del continente europeo. Una ricorrenza che è monito a non dimenticare le radici ebraico-cristiane del vecchio continente; quell’Europa che con fatica impara dall’esperienza, tant’è che da lì a qualche decennio sperimenterà un seconda guerra. Un’Europa che ancora oggi ha bisogno di riprendere percorsi che la facciano progredire verso il superamento di tensioni e divisioni, di corte visioni solamente tecnocratiche ed economiche, per praticare l’accoglienza e l’integrazione intelligente per il benessere di tutti nella giustizia e nell’equità. Quale grande e complesso compito spetta alle istituzioni!

Vogliamo sperare che questo centenario sia l’occasione per intraprendere con maggiore decisione processi che sottolineano l’impegno a vincere gli egoismi nazionalistici, lo spirito di rivalsa dei populismi, le umiliazioni inferte da scelte dettate solo dalla paura; piuttosto si creino condizioni per il rispetto della dignità delle persone, per offrire a tutti opportunità per una vita che possa svilupparsi secondo le potenzialità di ciascuno; si investano intelligenza e risorse per una società più equa.

Un altro papa, Pio XII, in occasione – purtroppo – della seconda guerra mondiale ebbe a sottolineare che “nulla è perduto con la pace, mentre tutto può esserlo con la guerra”.
L’ombra di Caino – puntualizza papa Francesco – ci ricopre ancora oggi. Anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta ‘a pezzi’, con crimini, massacri, distruzioni. Con spirito di figlio, di fratello, di padre, chiedo per tutti noi – sottolinea il pontefice – la conversione del cuore: passare da quel ‘a me che importa?’ di Caino, al pianto. Per tutti i caduti della ‘inutile strage’, per tutte le vittime della follia della guerra, in ogni tempo e in ogni luogo del pianeta l’umanità ha bisogno di piangere, e questa è l’ora del pianto”. Un pianto – aggiungiamo noi – partecipato e liberatorio, che conduca a un sussulto per decisioni che contribuiscano a costruire un mondo di pace.

Per proseguire la riflessione su questo tema del centenario, suggerisco di leggere l’approfondimento a cura di Giovanni Ghezzi, interessante anche dal punto di vista storico, pubblicato sul sito della nostra parrocchia.

don Maurizio

 

 

 

SAN PAOLO VI: “IL PRIMO”
Una riflessione in occasione della canonizzazione di Giovanni Battista Montini

del 14 Ottobre 2018

Se a contemporanea e futura memoria abbiamo considerato san Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla, il “grande”, dobbiamo considerare papa Paolo VI, Giovanni Battista Montini, “il primo”.
Il primo ad aprirsi al mondo e alla modernità cercando il dialogo comprensivo e costruttivo; il primo ad intrattenere con ogni forma di cultura laica dialoghi di reciproco ascolto e apprezzamento; il primo ad intraprendere i viaggi apostolici internazionali e tra questi il primo dopo duemila anni ad andare in Terra Santa, il primo nella terra del suo predecessore e primo papa san Pietro; il primo – in epoca moderna – a subire un attentato rischiando la vita; il primo a porre dei gesti coraggiosi e inaspettati nelle relazioni ecumeniche e con gli uomini del terrorismo nella forma brigatista rossa; il primo…ma l’elencazione si farebbe davvero lunga.     Il riconoscimento, in contemporanea, della santità di Paolo VI e di mons. Oscar Romero è senza dubbio, dunque, uno degli atti più importanti della Chiesa cattolica e del pontificato di papa Francesco.      Paolo VI è il papa che continua e conclude il Concilio Vaticano II aperto da Giovanni XIII; difende gli insegnamenti del Concilio dal pericolo del tradizionalismo che spinge allo scisma; affronta la questione della modernità in modo aperto anche se incompreso; sviluppa la tradizione della Chiesa sulle questioni della giustizia sociale ed economica in modo lungimirante; indica il tema dell’evangelizzazione come la questione decisiva e profetica che determinerà il futuro del terzo millennio della Chiesa; apre il papato a una dimensione globale che ormai è inscindibile dal ministero del vescovo di Roma.      La canonizzazione di Romero, dal canto suo, e a conferma di una Chiesa ormai nuova e dinamica come testimoniata dall’azione pastorale di Paolo VI, universalizza uno dei più alti simboli dell’esperienza di Chiesa nell’area latino americana durante il periodo successivo al Concilio Vaticano II. Papa Francesco fa memoria del martirio di Romero assassinato a causa del suo impegno per la giustizia sociale sull’altare mentre celebrava la Messa, ma al tempo stesso rende giustizia del silenzio e del disconoscimento calato sulla testimonianza eroica del vescovo salvadoregno. Forte è stata la tentazione della “normalizzazione” per paura di un eccessivo “sbilanciamento” compromettente sul versante secolare e della dimenticanza di quell’esperienza di impegno sociale che rimangono però fondative per la Chiesa latinoamericana ed esemplare per la Chiesa nel resto del mondo. La canonizzazione di Romero evidenzia il carattere universale – cioè cattolico – di un’esperienza di Chiesa per lungo tempo trattata come dipendente e subalterna.      Ma tornando a Paolo VI, perchè particolarmente caro ai milanesi e agli ambrosiani che lo hanno avuto come arcivescovo dal 1955 al 1963, egli fu alla guida della Diocesi di Milano con lungimiranza, intelligenza e finezza intellettuale. Come arcivescovo seppe parlare chiaro a credenti e non, come profetica guida di una “Milano che non dà tregua” – come scrisse nel 1959 – e di cittadini ai quali “non bisognava insegnare a lavorare ma a pregare”. Come non ricordare l’ormai leggendaria “Missione di Milano” del 1957 che resta, a oggi, la più grande mai predicata nella Chiesa cattolica, per raccontare l’ansia del futuro santo per edificare una chiesa di popolo, una civiltà dell’amore e per la trasmissione della fede in un contesto ormai volto inesorabilmente verso la scristianizzazione. Scriveva già nel 1934, ben prima di diventare vescovo: “Cristo è un ignoto, un dimenticato, un assente in gran parte della cultura contemporanea”. Accanto a questa ansiosa e sofferta passione evangelizzatrice sta tutta la convinzione che il Vangelo e il messaggio di salvezza del Cristo è l’unica autentica gioia soprattutto per le giovani generazioni che cercano il senso dell’esistenza. Non a caso, l’esortazione “Gaudete in Domino”, il primo documento ufficiale della Chiesa sulla gioia – ancora una vola Paolo VI “il primo” – è dedicato proprio ai giovani.      Il pontificato di Paolo VI è stato difficile e spesso doloroso, ma fecondo. Scrisse: “Forse il Signore mi ha chiamato a questo servizio non perchè io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perchè io soffra qualche cosa per la Chiesa, e sia chiaro che Egli, non altri, la guida e la salva”. In tutta la sua vita troviamo una continua ascensione spirituale interiore verso una sempre maggiore coerenza al Vangelo con un continuo appello alla santità-missione possibile per tutti, da risvegliare come desiderio nei fedeli.       Quanto abbiamo detto è solo un “assaggio”: è impossibile fare una sintesi del ricchissimo itinerario umano e spirituale di Paolo VI, del suo episcopato e del pontificato: tutto ciò meriterebbe la giusta conoscenza e l’opportuno approfondimento.
E’ l’invito che ci viene anche dalle parole dell’Arcivescovo Mario nella sua lettera pastorale. “Invito a riprendere la sua testimonianza e a rileggere i suoi testi, così intensi e belli, perchè il nostro sguardo su questo tempo sia ispirato dalla sua visione di Milano, del mondo moderno e della missione della Chiesa. Ricordando la figura e il ministero di Giovanni Battista Montini in diocesi di Milano e la sua scelta del nome dell’apostolo Paolo come programma del suo pontificato, siamo chiamati a condividere lo spirito con cui ha promosso e vissuto la Missione di Milano del 1957 e le motivazioni che lo hanno convinto a visitare i continenti e a orientare il Concilio Vaticano II al confronto, al dialogo, alla simpatia per il mondo, per una responsabilità di evangelizzazione. Come ci consiglia papa Francesco, rileggere l’esortazione apostolica “Evangelii Nuntiandi” sarà un modo per vivere la canonizzazione non solo come una celebrazione, ma come occasione per rendere ancora fecondo il magistero di Paolo VI”.

don Maurizio

 

NON POSSIAMO VIVERE SENZA…LA PAROLA
Tutti invitati alla scuola della Parola delle Scritture

Carissimo e Carissima,
il nostro Vescovo Mario continua ad insistere sulla necessità di familiarizzare con la Parola di Dio e di ascoltarla con metodo. Lo ha già fatto in diverse circostanze e continua a farlo anche nella sua nuova lettera pastorale: “Cresce lungo il cammino il suo vigore”. Addirittura il vescovo ci chiede una verifica del nostro ascolto, sapendo che non è una novità l’invito all’esercizio della Lectio Divina o di altre forme di ascolto della Parola di Dio.   Questa insistenza vorrà pur dire che, per la qualità di vita cristiana di tutti noi, dobbiamo accostarci con perseveranza e con metodo alle sacre Scritture: ne va della nostra fede.
Diverse sono le occasioni per ascoltare, meditare, verificare e convertire la nostra vita sulle Parole che Dio ci rivolge, dalla liturgia, ai momenti di preghiera che precedono gli incontri, da qualche pagina della Bibbia letta in famiglia, ai momenti più organizzati e strutturati per un miglior approfondimento.    Tra tutti questi momenti da valorizzare, ecco anche quest’anno l’occasione da non perdere: la Scuola della Parola Decanale con l’esercizio della Lectio Divina.   A pensarci bene siamo davvero in debito, gli uni verso gli altri e in particolare lo è la Chiesa, di comunicare la verità della Parola di Dio. Anzi, affinché non si riduca il Vangelo a una raccomandazione di opere buone, siamo in debito verso tante persone e verso il mondo contemporaneo di una parola che apra alla speranza, al significato pieno dell’esistere e alla salvezza. Dobbiamo proporci e proporre di recuperare quella familiarità con la Parola di Dio che è la condizione essenziale per essere educati al pensiero, al sentire e all’agire di Cristo.   Proprio per questo dobbiamo evitare che la Sacra Scrittura sia solo ridotta a un libro da leggere, studiare, commentare, discutere. La Scrittura è un testo ispirato, ha un’efficacia “quasi sacramentale” e la sua lettura non deve essere solo “curiosa” o “intellettualistica”, ma spirituale. Infatti lo Spirito abilita chi accosta la Parola a conoscerla “spiritualmente”, cioè rende possibile e desiderabile entrare in quella confidenza di comunione con colui che ha desiderato parlarci e rivelarsi.   Nell’accostarci alla Parola di Dio non possiamo ridurci a raccogliere informazioni o incrementare conoscenza sul quel brano: sempre la Parola chiede una risposta, invita a una conversione, propone una vocazione e spinge alla preghiera.   Per questo obiettivo di crescere nella familiarità con la Scrittura, in ogni ambiente e circostanza devono risuonare le Parole del Vangelo; tuttavia non si può essere ingenui o affidarsi all’emotività, occorre essere guidati con un metodo e condotti con sapienza. Occorre lasciare maggior spazio allo Spirito e permettere alla Parola di non fermarsi alla sola mente, ma di arrivare fino al cuore, perchè dal cuore si sciolga la decisone di seguire Gesù e sgorghi l’eloquenza della preghiera che supera i nostri mutismi e pigrizia.   Il tema e il percorso proposto quest’anno dalla Scuola della Parola Decanale con l’esercizio della Lectio Divina vuole aiutare a ripensare il senso dell’essere Chiesa che vive vigilando nell’attesa, che vive pellegrina nel deserto, che vive come popolo in cammino nella precarietà nomade. L’incontro, l’ascolto, la condivisione degli uni verso gli altri permettono di valorizzare le differenze, lo specifico di ciascuno, impongono di riconoscere i doni ricevuti.     Non possiamo pensarci come comunità di Cristo stando semplicemente accanto a persone di altri paesi e di altre culture e immaginando che dovremmo essere “accoglienti” solo nel senso di “permettere” a queste persone di partecipare alle nostre cose. Questo tempo ci chiede un cambio di prospettiva, o meglio, assumere la prospettiva che fin dall’inizio è stata della comunità cristiana. Ci domanda di ripensare il senso dell’essere Chiesa, di riconoscere che nessuno è straniero o ospite ma che tutti siamo concittadini dei santi e familiari Dio, “edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù” (Ef 2, 19-20).  Ecco, dunque, il tema: ABBATTERE I MURI DI SEPARAZIONE. Per una Chiesa fino ai confini della terra.

Cogli l’occasione, non perderla nonostante i numerosi impegni, fai la cosa giusta e, come invita simpaticamente papa Francesco, “vuoi farmi contento? Leggi, conosci e medita la Parola di Dio!

Ecco il percorso e le date della Scuola della Parola Decanale:
Chiesa san Martino in Bollate ore 21.00

  • Venerdì 12 Ottobre PRIMO INCONTRO: II disegno d ‘amore di Dio (Efesini 1 , 1 -1 9)
  • Venerdì 09 Novembre SECONDO INCONTRO: Nessuno è straniero (Efesini 2, 8-22)
  • Venerdì 14 Dicembre TERZO INCONTRO: Ricolmi della pienezza di Dio (Efesini 3, 14-21)
  • Venerdì 11 Gennaio QUARTO INCONTRO: Rivestire l’uomo nuovo (Efesini 4,17-32)
  • Venerdì 08 Febbraio QUINTO INCONTRO: Lottare con l’armatura di Dio (Efesini 6, 10-20)
  • Venerdì 01 Marzo EVENTO CONCLUSIVO

La presidenza delle celebrazioni della Scuola è affidata a don Maurizio (Decano) mentre la predicazione quest’anno sarà a cura di don Fabio Riva, Vicario di Baranzate, e da quest’anno neo assistente diocesano di Azione Cattolica ragazzi e giovani e assitente della FUCI.

don Maurizio

 

“CRESCE LUNGO IL CAMMINO IL SUO VIGORE” – La nuova lettera pastorale 2018/2019

Ecco un altro e nuovo anno pastorale. Come tutti gli anni non c’è niente di nuovo e c’è tutto di nuovo, le cose di sempre e i tentativi di farne di nuove o almeno diverse. Una cosa è certa: siamo sempre in cammino, siamo un popolo, una Chiesa perennemente pellegrina verso la “città santa, la Gerusalemme nuova”, una Chiesa in cammino che non teme di riformarsi e leggere i segni dei tempi; la nostra fede non può restare sempre la stessa ma deve maturare, passo dopo passo. E’ questa situazione peregrinante che rende attraente l’esperienza cristiana e ci spingere a vivere con entusiasmo e mai con rassegnazione, nostalgia o risentimento. Dunque: coraggio, forza, andiamo avanti!

Per questo l’Arcivescovo ci propone per il nuovo anno pastorale alcuni “esercizi spirituali” del pellegrinaggio: l’ascolto della Parola, la centralità dell’Eucaristia, la preghiera. Si direbbe “le pratiche di sempre” o anche peggio: “le solite cose”. Ma non abbiamo altro! Si tratta di riscoprirle e riscoprendole arricchire di nuove energie il nostro cammino accrescendo il nostro vigore (Salmo 84,8). Noi discepoli del Signore non abbiamo altre risorse, non abbiamo iniziative fantasiose, proposte che stupiscono per originalità e clamore, non andiamo in cerca di esperienze strabilianti. Non abbiamo altro che il mistero di Cristo e il suo Vangelo. Non abbiamo altro, ma quello che abbiamo basta per la nostra salvezza, basta per il nostro pellegrinaggio e per entrare nella vita eterna. Anche per questo chiedo a tutti i parrocchiani e soprattutto ai frequentatori assidui dei nostri ambienti di vincere e superare insensibilità, pigrizie, remore, rivendicazioni, malumori di chi è sempre incontentabile, e di accogliere invece positivamente le proposte di partecipazione costruttiva alla vita della comunità, anche se si fanno le “cose di sempre” ma che sono il fondamento e l’energia del nostro pellegrinaggio e che ci permettono di porre passi sicuri, uno dopo l’altro, e di proseguire non restando fermi.

Ecco, più in dettaglio, cosa ci propone l’Arcivescovo con la sua lettera.

La lezione attuale di Montini Una Lettera pastorale intrisa di ammirazione per il suo predecessore Giovanni Battista Montini, più volte richiamato come esempio da rilanciare e approfondire: l’arcivescovo ci invita a riprendere la sua testimonianza e a rileggere i suoi testi, così intensi e belli.
Un coraggioso rinnovamento della Chiesa Una Chiesa che si riforma sempre, che non si siede sul già sperimentato, ma che vive pienamente il tempo: Siamo un popolo in cammino. L’arcivescovo ci Invita a «pensare e praticare con coraggio un inesausto rinnovamento/riforma della Chiesa stessa», egli dice: «Non ha fondamento storico né giustificazione ragionevole l’espressione di chi dice “si è sempre fatto così”».
Per una Chiesa dalle genti L’Arcivescovo richiama il cammino fin qui svolto in occasione del Sinodo «Chiesa dalle genti», che si concluderà il 3 novembre. Affronta il tema della ricchezza anche ecclesiale che nasce dal dialogo di popoli e persone presenti a Milano e in Diocesi. Questo tempo ci chiede un cambio di prospettiva, o meglio, assumere la prospettiva che fin dall’inizio è stata della comunità cristiana. Ci domanda di ripensare il senso dell’essere Chiesa, di riconoscere che nessuno è straniero o ospite ma che tutti siamo concittadini dei santi e familiari Dio, “edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù” (Ef 2, 19-20).

Giovani che non si scoraggiano Un’attenzione particolare l’Arcivescovo la dedica ai giovani, nell’anno nel quale si celebra il Sinodo dei vescovi voluto da papa Francesco.

La cura della Parola a Messa e nella preghiera L’Arcivescovo invita a una cura particolare alla Messa domenicale, in particolare nell’annuncio della Parola, a una spiritualità alimentata dalla preghiera. È necessario che l’insegnamento catechistico, la predicazione ordinaria, il riferimento alla Scrittura negli incontri di preghiera, nei percorsi di iniziazione cristiana, nei gruppi di ascolto, negli appuntamenti della Scuola della Parola siano guidati con un metodo e condotti con sapienza.

Dalla Missione di Milano alla nuova evangelizzazione Dalla preghiera alla testimonianza per la nuova evangelizzazione. Anche su questo il vescovo Mario non manca di riprendere la lezione montiniana: «Siamo chiamati a condividere lo spirito con cui ha promosso e vissuto la Missione di Milano del 1957 e le motivazioni che lo hanno convinto a visitare i continenti e a orientare il Concilio Vaticano II al confronto, al dialogo, alla simpatia per il mondo, per una responsabilità di evangelizzazione. Come ci consiglia papa Francesco, rileggere l’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi sarà un modo per vivere la canonizzazione non solo come una celebrazione, ma come occasione per rendere ancora fecondo il magistero di Paolo VI».

Rilanciare l’impegno sociale perchè la dottrina sociale della Chiesa è una benedizione «La proposta   cristiana si offre come una benedizione, come l’indicazione di una possibilità di vita buona che ci convince e che si comunica come invito, che si confronta e contribuisce a definire nel concreto percorsi praticabili, persuasivi con l’intenzione di dare volto a una città dove sia desiderabile vivere. La dottrina sociale della Chiesa, il magistero della Chiesa sulla vita e sulla morte, sull’amore e il matrimonio, non sono una sistematica alternativa ai desideri degli uomini e delle donne, ma sono una benedizione». I cristiani «sono profeti, hanno proposte, hanno soluzioni, hanno qualche cosa da dire nel dialogo con tutti gli uomini e le donne di buona volontà».
La visita pastorale Infine l’Arcivescovo annuncia dall’Avvento 2018 la visita pastorale nelle parrocchie e Comunità pastorali della Diocesi. Oltre alla verifica sull’ascolto nelle nostre comunità della Parola, sarà importante non perdere di vista, attuare e verificare i “passi da compiere” che ci si è dati come compiti pastorali e che ci sono stati affidati con un “mandato”.

«Popolo di pellegrini, popolo in camminino, impariamo a pregare i Salmi per condividere la fede di fratelli e sorelle di epoche lontane che pregano con noi. I Salmi trasformano il vissuto quotidiano – con le sue speranze e le sue fatiche, i desideri e i drammi della vita – in esperienza di preghiera. Un esercizio di riflessione e di condivisione, per imparare a pregare con tutti i Salmi del Salterio e in particolare con quelli che la Liturgia delle ore propone come preghiera della Chiesa».
Preghiamo per resistere alla tentazione di fermarci, di distrarci, di scoraggiarci». «Di tutto la Chiesa può avere paura, ma non di camminare!».
Vi invito, per chi vuole approfondire, ad acquistare la lettera pastorale presso la segreteria parrocchiale.

don Maurizio

MAI PIÙ LA “PENA DI MORTE” Papa Francesco ha modificato un articolo del catechismo della Chiesa Cattolica

Può sembrare strano e paradossale che i cristiani e la Chiesa, credenti e seguaci del Vangelo di Gesù, che non ha chiesto la morte del peccatore ma anzi ha dato la vita proprio per lui, possano ammettere di dover infliggere la pena capitale a una persona benchè colpevole di reati gravi. Eppure, nel passato della Chiesa e ancora oggi nelle legislazioni di molti paesi, così si è pensato e così si fa. Nei discorsi e nel pensare comune, poi, anche di molti credenti, davanti a casi di violenza efferata, si ritiene che sia giusto infliggere la pena di morte; e se non la pensano proprio così, arrivano a dire di rinchiudere per sempre il “malvagio” e “gettare le chiavi”: un modo equivalente per dire di considerare morta quella persona. Così anche il tema dell’ergastolo potrebbe e dovrebbe essere ripensato; la questione è complessa e meriterebbe di non essere liquidata in poche righe.   Forse un ripensamento alla luce del Vangelo è necessario. A porre rimedio a queste derive che hanno toccato anche la Chiesa ufficiale ci ha pensato papa Francesco proprio pochi giorni fa.   Infatti papa Bergoglio ha modificato un articolo del Catechismo della Chiesa cattolica (n.2267), affermando, alla luce del Vangelo, «l’inammissibilità della pena di morte perché essa attenta all’inviolabilità e dignità della persona». È una definizione chiara e decisa che impegna la Chiesa e i cattolici ovunque nel mondo perché si difenda sempre e comunque la intangibilità della vita anche attraverso l’eliminazione di questa pena disumana.       Il Papa ha comunicato questa modifica del Catechismo a tutti i vescovi del mondo. È un intervento importante perchè non solo modifica ma cambia un articolo del catechismo: un testo nel quale tutti i credenti sono chiamati a riconoscervi la propria fede. È un impegno grande e vasto per tutta la Chiesa a educare e lavorare, anche in questo campo, per salvaguardare la sacralità della vita umana e la sua dignità. Il cambiamento annunciato il 2 Agosto 2018 (giornata del “Perdono di Assisisi” toglie ogni giustificazione alla pena di morte anche in quei «rari casi» in cui era tollerata perché «era più difficile garantire che il criminale non potesse reiterare il suo crimine». Con la modifica apportata al Catechismo la Chiesa segna una pietra miliare del suo insegnamento e del suo deciso impegno presso gli Stati e i governi, perché vengano create le condizioni che consentano di eliminare «oggi» l’istituto giuridico della pena di morte.               Il termine «oggi» che il Papa usa è esemplificativo dell’urgenza da lui sentita perché questa pratica disumana volga presto al suo termine, sebbene negli ultimi anni i progressi sono stati notevoli. Sono, infatti, ancora cinquantasette i Paesi che mantengono in vigore la pena capitale. L’«oggi» – che usa papa Francesco – ha anche un altro significato: davanti al “culto della morte” espresso dal terrorismo, da atteggiamenti di intolleranza, dalla violenza diffusa o dalla guerra “a pezzetti”, combattere la pena di morte significa ribadire il senso della vita e contestare la logica della morte. Il nichilismo che c’è dietro a chi si batte per togliere la vita agli altri non è contestato, ma avvalorato dalla pena di morte. Essere contrari alla pena di morte è confermare le ragioni della vita: la vita è più forte di tutto e la storia non è stata scritta per sempre, una volta per tutte. Esiste umanità finché c’è vita, anche poca, anche debole, anche limitata.   Questo gesto ufficiale e forte di modifica del catechismo della Chiesa cattolica deve spingere tutti a pensare e a vivere coltivando sempre più il rispetto della dignità della persona anche quando sbaglia e investire in relazioni educative più impegnative, perchè il male viene sempre da una mancanza d’amore: non solo amore non dato, ma anche amore non ricevuto.

don Maurizio

PERCHE’ LA VACANZA…SIA VACANZA

Auguro a tutti di fare delle prossime vacanze una vera esperienza di ricarica di energie fisiche e spirituali. Auguro di fare delle vostre vacanze un’autentica esperienza di rigenerazione dello spirito, dell’interiorità della persona. Nelle vostre vacanze auguro che possiate ritrovare l’equilibrio psicofisico ma di avere cura del proprio “io”, della propria anima e della vita spirituale. Auguro di arrestare per un po’ di tempo la propria frenesia, liberandosi dall’incombere di un “fare” tutto votato all’ “avere” e orfano dell’ “essere”.   Un pensiero particolare va a chi, con modalità e tempi diversi, si incontrerà con la montagna. E non di rado potrà succedere che percorrendo questi territori montani, o altri in luoghi più pianeggianti o rivieraschi, ci si incontri con delle pievi, chiesette di montagna o chiese rurali, soprattutto romaniche, disseminate, per la maggior parte, lungo gli antichi cammini di pellegrinaggio.
Natura e cultura di un popolo si abbracciano nell’architettura sacra: contemplare il creato ci aiuta a scorgere l’invisibile; organizzare gli spazi orienta e diviene bussola per orientare i cammini del cuore e dello spirito.    Certo è che i monti hanno sempre condensato significati di particolare pregnanza: custodire i misteri del divino, rivelarli talvolta, accogliere eventi straordinari , fornire ancore di salvezza…Le vette raggiungibili solo con fatiche e rischi , inaccessibili ai più, offuscate da nubi che accentuano il mistero, grembo di tempeste o di neve luccicante sotto il sole, sono da sempre state desigante come sedi di ciò che non si può afferrare – la Bibbia insegna!
Tutte le civiltà hanno avuto i loro monti sacri: da quella greca con il suo Olimpo, affollata casa di tutti gli dei, a quella tibetana con le sue divinità sopra il tetto del mondo, a quella giapponese con il monte Fuji circonfuso di vapori che nascondono gli spiriti degli antenati, alle pianure mesopotamiche che là dove non vi erano monti hanno tentato di imitarli con costruzioni straordinarie. Anche il mondo biblico ha i suoi sacri monti: dall’ Ararat, al Sinai, al Moria, al Carmelo; e nel Nuovo Testamento dal monte della Trasfigurazione a quello delle Beatitudini, al Golgota inteso come punto di sutura salvifica tra gli il cielo e la terra.    Se la montagna è – simbolicamente – sede di ciò che inaccessibile agli umani, è anche, e proprio per questo, una possente forza trainante per la piccola, debole e insignificante creatura umana.
Perché l’uomo desidera scalare una montagna? Perché salire? Perché vedere l’altro orizzonte che si apre sulla cima di una vetta?     Voglio lasciare aperta la domanda perchè ciascuno trovi le sue risposte; solo un suggerimento: per chi ha occhi attenti e cuore vigile, tutto richiama all’immensità del mistero.
Sarà anche per questo, aggiungo, che nel gesto di chi prega – il volto verso l’alto, le palme delle mani aperte verso il cielo – si dà una possibilità di congiunzione tra l’umana piccolezza e l’immensità del mistero, tra la nostra fragilità e l’immensità di Dio che si manifesta nella bellezza del creato perchè in noi susciti la fede.

don Maurizio

 

ALTRI CANTIERI CI ATTENDONO…

Nella nostra parrocchia gli interventi di manutenzione e rilancio non sono mai finiti

Negli ultimi recenti anni abbiamo portato a termine delle opere straordinarie, persino storiche, come il rifacimento del tetto della chiesa, parte dei suoi intonaci e il restauro completo dell’impianto campanario. Non dobbiamo perdere la memoria di questi interventi e un plauso e una gratitudine a tutti sono di dovere. Ma altri cantieri necessitano di essere aperti e l’attività pastorale esige di intervenire sulle strutture non solo per ragioni di sicurezza e manutenzione ma primariamente per poter garantire iniziative pastorali a servizio della comunità cristiana.  Di questo dobbiamo farcene carico tutti a secondo dei compiti e delle responsabilità di ciascuno, dei gruppi e delle associazioni presenti. Ritorna necessaria l’immagine di parrocchia come “famiglia” dove insieme ci si fa carico della sua vita e conduzione: nessuno può essere lasciato da solo ad affrontare il suo problema, ma occorre operare insieme con le capacità e i contributi di ciascuno.  In questo orizzonte una realtà fondamentale è quella del volontariato: un forte contributo può già essere dato dalla disponibilità di molti ad essere presenti e ad offrire il loro servizio al di là del semplice contributo economico pur assolutamente indispensabile nelle condizioni economiche in cui si trova la nostra parrocchia.

Penso in particolare alla realtà della Chiesa e del quartiere di san Giuseppe. In questi ultimi anni questa comunità si è rivitalizzata e ora si fanno molteplici attività, non ultima, quella dell’oratorio estivo per gli anziani che ha avuto notevole successo e grande ricaduta mediatica. Soprattutto si è ristabilito un tessuto di presenze, di relazioni e di interventi educativi. Proprio per questo il centro pastorale san Giuseppe della nostra parrocchia va aiutato nelle sue strutture per offrire un adeguato servizio alle persone e sostenere l’attività educativa e di responsabilità di chi lì opera. Le strutture di san Giuseppe necessitano urgentemente di un intervento di riqualificazione soprattutto della struttura tensostatica (pallone coperto) in quanto unico spazio al coperto per le ormai molteplici attività di cui beneficia la pastorale parrocchiale e non solo. E’ stato presentato un progetto dettagliato e competente anche in vista di un finanziamento a fondo perduto che purtroppo non è andato in porto; non desistiamo nel cercare altre risorse, ma ora è il momento del coinvolgimento della comunità chiamata a conoscere l’intervento e a contribuirne.

San Giuseppe non è il solo “cantiere” che dobbiamo affrontare; esiste anche un’altra emergenza: quella del tetto della Palestra dell’oratorio utilizzata come palazzetto delle sport dall’ARDOR. Le infiltrazioni d’acqua chiedono al più presto di intervenire su tutta la copertura non solo per evitare maggiori danni ma soprattutto per garantire l’attività sportiva di centinaia di ragazzi e giovani. Anche in questo caso è necessario il coinvolgimento di tutti ma in particolare di tutti coloro che seguono e partecipano all’attività dell’ARDOR.

Ultimamente si è potuto verificare da parte di tecnici e autorità competenti che per ragioni di sicurezza dobbiamo intervenire almeno su tutta la cornice, che si sta sgretolando, del grande finestrone della facciata della nostra chiesa di san Martino: un intervento urgente che dovrà essere svolto a breve.

E’ certo che nelle condizioni economiche della nostra parrocchia occorre dare delle priorità senza dimenticare nessuna delle necessità del nostro enorme patrimonio immobiliare e di strutture a servizio della pastorale. L’elenco sarebbe ancora molto lungo e le necessità sono tutte importanti e ne abbiamo sempre dato conto soprattutto in occasione della presentazione ufficiale del bilancio parrocchiale; ciò che però al momento conta è il senso di responsabilità che ci deve muovere tutti; dobbiamo essere consapevoli che l’ordinarietà della nostra “famiglia” e della “casa comune” della nostra parrocchia ha le sue quotidiane esigenze e la straordinarietà degli interventi è necessaria e va sostenuta con contributi straordinari che non possono venir meno se vogliamo garantire il futuro delle attività della nostra comunità cristiana. L’amministrazione della nostra parrocchia sta cercando il più possibile di fare la sua parte, di dimostrare che nell’ordinarietà della sua gestione è attenta e oculata; tuttavia, nella grande “Famiglia” della nostra comunità, davanti a interventi straordinari o anche solo che debbano garantire la normale attività pastorale, abbiamo bisogno che ciascuno senta la responsabilità di procurare introiti straordinari, e i vari gruppi predispongano opportuni accantonamenti, per una programmazione lungimirante dei lavori. Ovviamente riprenderemo questo discorsi al termine della pausa estiva, in particolare convocheremo un incontro pubblico in san Giuseppe per presentare il progetto di ristrutturazione della struttura tensostatica. Nel frattempo prendiamo coscienza della realtà e predisponiamoci al coinvolgimento da protagonisti.

don Maurizio

 

QUALE FIGURA DI PRETE OGGI PER LA CHIESA?
La grazia e la responsabilità per la nostra comunità cristiana del dono di due prime sante Messe (prima parte)

La prima santa Messa di don Simone e di don Matteo, di due giovani nel pieno della loro vita, e il loro completo ingresso nel ministero a servizio delle parrocchie alle quali sono inviati interrogano e provocano positivamente la nostra comunità cristiana.    Se non ci lasciamo prendere dai sentimenti e dalle emozioni, che pur hanno diritto di esserci e di manifestarsi, dovremmo perlomeno riconoscere che siamo invitati da questo avvenimento, a “ripartire da Dio”. Ripartire da Dio vuol dire confrontare con le esigenze del Suo primato tutto ciò che si è e si fa. Se due giovani – e i loro compagni – decidono di giocare totalmente la loro libertà, la loro intelligenza, le loro migliori energie e la loro fede, significa che solo il Signore è la misura del vero, del giusto e del bene. Vuol dire tornare alla verità di noi stessi, rinunciando a farci misura di tutto, per riconoscere che Lui soltanto è la misura che non passa, la “pietra d’angolo” che dà fondamento, la ragione ultima per vivere, amare, morire. Vuol dire guardare le cose dall’alto, vedere il Tutto prima della parte, partire dalla Sorgente per comprendere il flusso delle acque.      Già questo basterebbe per sentirci chiamati tutti in causa – personalmente e come comunità – nel verificare e spronare il nostro modo di vivere da cristiani. Lo possiamo fare domandandoci quale tipo di prete attendono le nostre parrocchie ma anche come, di riflesso, devono essere le nostre comunità cristiane. Chi sono questi giovani che diventano preti? Che cosa vuole dire oggi per un giovane diventare prete? E noi cosa ci aspettiamo come comunità dal prete che viene tra noi? Siamo disposti a metterci in gioco anche noi in questo avvenimento? Ma, in fondo, che tipo di prete hanno bisogno la Chiesa e il mondo oggi?
Sei parole sintetiche potrebbero guidarci nelle risposte e in questa riflessione, in un momento così particolarmente intenso dell’esperienza spirituale della nostra parrocchia; sei parole per stimolare tutti noi a trovarne altre che ci aiutino a vivere bene il dono di due prime sante Messe.

La prima parola: il VANGELO. Non è e non può essere una parola scontata e il suo contenuto non può più essere dato per presupposto. Ogni cosa che il prete fa, si rifà o dovrebbe rifarsi al Vangelo; il prete è mandato perchè il Vangelo sia annunciato a tutte le persone. In questo modo riafferma che il Vangelo è origine, radice di tutta l’esistenza cristiana. Oggi più che mai occorre far tornare continuamente la comunità cristiana alle origini della propria vita e della propria missione: si tratta di un compito pastorale fondamentale. Tutto ciò vuol dire che il primato va concesso al Vangelo come radice esplicita messa chiaramente a tema di ogni altra azione pastorale. Occorre tornare sempre di nuovo alle radici. Occorre tornare a ciò che ha generato i riti, le forme di convivenza, le istituzioni, le iniziative, le varie attività concrete, le organizzazioni della comunità cristiana per ridare loro sapore, senso, radicazione profonda. Il prete deve formarsi e formare a questo gusto dell’essenziale, tornare a ciò che è veramente fondativo della comunità cristiana e delle sue tante sovrastrutture.

La seconda parola: lo SPIRITO.    Anche qui dobbiamo evitare considerazioni scontate. Il dono dello Spirito è per essere guida in un cammino di appropriazione profonda, personale e comunitaria, della fede, storicamente determinata, localizzata qui ed ora di ciò che Gesù è per la nostra vita. Appropriazione personale della fede significa far diventare il Vangelo annunciato, un principio di vita e di giudizio su ciò che sto vivendo; vuol dire imparare l’esercizio del discernimento – esercizio che non siamo molto abituati a fare – della preghiera contemplativa, della direzione spirituale. E’ questo ciò di cui hanno bisogno le nostre comunità cristiane. E’ questo ciò che è richiesto ai preti oggi: che loro stessi vivano una forte esperienza spirituale e si preparino ad essere non semplicemente distributori di sacramenti, non i capi della comunità, ma uomini spirituali, uomini capaci di far percepire agli altri i sottili, profondi, penetranti movimenti dello Spirito, uomini che siano capaci di interpretare la storia delle persone. Uomini che guidino non comunità psicologiche, sociologiche o super organizzate in attività da “pro-loco”, ma comunità spirituali, comunità nelle quali si è in grado di riconoscere di volta in volta la voce dello Spirito e i segni con cui lo Spirito guida la comunità.

La terza parola: la CROCE.    La vita secondo lo Spirito è la capacità di partire da ciò che è ultimo, da ciò che è debole, stolto agli occhi del mondo (1Cor 1,27) per rivelare con maggior forza la presenza operante di Dio. La vita secondo lo Spirito rivela la sua forza, la sua tenace speranza e l’inizio di una vita nuova, proprio là dove una situazione umana è particolarmente disperata, ottusa, impermeabile.  Nella comunità cristiana d’oggi come anche nella società e nella cultura attuale, accanto a tanto buon grano ci imbattiamo continuamente in tanti casi e situazioni di impotenza e povertà, di indifferenza e di lontananza da Dio. Un prete oggi qui a Milano non deve spaventarsi di tutto questo, deve abituarsi a vivere la logica della croce, a dire “io partirò dagli ultimi, da chi è lontano”. La vita secondo la croce di Cristo significa partire da lì, partire da queste situazioni che, più da vicino, assomigliano alla croce, alla disfatta di Gesù Cristo, nella certezza che la forza dello Spirito proprio da lì parte per avviare un cammino di speranza, di pienezza di vita e di salvezza. Questo deve fare il prete oggi, questo devono testimoniare oggi le nostre comunità cristiane.

A queste tre parole forti devono far seguito altre parole che vogliono dire lo stile e gli atteggiamenti del prete oggi. Ma di questo ne parliamo nel prossimo editoriale.

don Maurizio

QUALE STILE DEVE AVERE IL PRETE OGGI?
La grazia e la responsabilità per la nostra comunità cristiana del dono di due prime Sante Messe (seconda parte)

Nel precedente editoriale – che vi invito a rileggere – dopo aver indicato le prime tre parole di carattere fondamentale per dire quale figura di prete la Chiesa e il mondo oggi hanno bisogno, ora continuiamo la riflessione indicando altre parole che vorrebbero dire alcuni atteggiamenti profondi, alcune doti spirituali, alcuni orientamenti di stile che dovrebbe coltivare il prete oggi, ma che le comunità dovrebbero esercitare per aiutarlo e sostenerlo nel suo ministero. Anche per una parrocchia tutto questo può diventare un itinerario di conversione.

La prima parola, il primo stile è: solitudine.
Dobbiamo precisare di cosa si tratta per non ingenerare ambiguità e fraintendimenti. Qui la solitudine è la capacità da parte del prete di stare con Gesù, suo unico Signore e Maestro. In questo nostro contesto sociale e culturale in cui occorre annunciare con coerenza e con radicalità il Vangelo, è indispensabile che uno viva un rapporto profondo, radicato e personale con Gesù Cristo. Per cui, pur attraversando prove e difficoltà, sorge spontaneo dire: “Tu sei davvero la mia gioia, non ho nient’altro che te nella mia vita. Se trovo, certo, anche una struttura, un’istituzione, una comunità o una famiglia che mi aiuta, te ne sono grato; però, Signore, quand’anche io fossi solo, non ci fosse nulla che mi da una mano, non ci fosse neanche un fratello di fede che mi sostiene e persino i superiori non mi capissero, tu, Signore, mi basti; io con te ricomincio da capo”. E’ importante questo senso profondo di una capacità di stare soli con Cristo come unica perla preziosa che appaga un’intera esistenza senza isolarla, ma proiettandola al servizio dei fratelli. Ecco quindi una vita vissuta nel celibato, nella povertà e nell’obbedienza profonda ai disegni di Dio, ma anche ai bisogni concreti del popolo cristiano che di volta in volta si presentano. Gesù e la Chiesa sono gli unici Signori della vita di un prete che egli deve servire con infinita umiltà e con immensa docilità e disponibilità.

La seconda parola è: fraternità.
In un momento in cui occorre quasi ricominciare da capo, ritornare al Vangelo, per interpretare poi secondo la voce dello Spirito Santo le varie situazioni umane, diventa indispensabile che il presbitero si senta partecipe di una comunità, che è anzitutto la comunità presbiterale, i suoi fratelli nel presbiterio insieme col Vescovo. E poi fraternità, collaborazione, con tutta quella fioritura di carismi, di vocazioni, di ministeri antichi e nuovi che sono presenti, per un dono misterioso e meraviglioso dello Spirito, nel la comunità cristiana attuale.   Un prete che fa tutto da solo o coltiva solo i suoi interessi, sganciato da ogni reale collaborazione, è una figura inaccettabile, è una figura improduttiva. Soltanto un prete che vive intensamente la fraternità, la comunione con gli altri fratelli del presbiterio, e con tutti i fratelli di fede variamente impegnati, è un prete che interpreta le esigenze di ritorno al Vangelo, di obbedienza allo Spirito e di fedeltà alla croce, che è l’esigenza tipica della vita pastorale contemporanea.
Non si tratta semplicemente di “lavorare insieme per la stessa causa” ma di sentirsi legati da un vincolo profondo che nasce dall’essere stati scelti dal Maestro per condividere con lui e con gli altri scelti da lui la stessa passione per il Regno: si tratta di un legame ancora più forte di quello di sangue, un legame frutto della preghiera e della misteriosa chiamata del Signore.

La terza parola è: sinodalità
Se per un pastore lo stile della fraternità è costitutivo del suo essere, oggi per lui è decisiva una vita con una buona capacità relazionale, con un’abitudine a tener conto degli altri, a lavorare insieme con gli altri, a pensare insieme con gli altri la vita.   Tra gli atteggiamenti sinodali c’è l’esercizio del discernimento come capacità di ascolto, dialogo e di saper dare indicazioni concrete per i cammini di vita e di fede. Il prete oggi deve avere un’infinita capacità di ascolto rispettoso della storia della comunità nella quale è inserito, di capire , di non classificare le persone ma di valorizzarle secondo le loro doti e carismi. È indispensabile che uno mentre annuncia il Vangelo, sia pronto a percepire tutti i dinamismi, gli itinerari spirituali che il fratello sta percorrendo. E poi si abitui, insieme col fratello, di qualsiasi razza, di qualsiasi ideologia, a trovare i modi applicativi del Vangelo alla realtà sociale d’oggi, nella certezza che tante intuizioni sono presenti in tanti fratelli che pur non condividono le stesse idee e non partecipano alla vita della comunità cristiana.

Sono solo alcune parole di stile, ma chissà quante altre ne possiamo trovare per un prete e per una parrocchia che vogliono davvero vivere il compito di essere la Chiesa del Signore oggi.
La grazia e la responsabilità di avere due prime Sante Messe sono un forte richiamo a impegnarci in questo.

don Maurizio

GAUDETE ED EXSULTATE

Una lettera del papa; il vescovo Mario che ci invita alla profezia della comunione ricostruendo le nostre comunità attorno alla Parola e al mistero dei sacramenti con stile di stupore, entusiasmo, ammirazione, esultanza; due prossimi santi, di cui uno a noi particolarmente legato; 23 nuovi preti di cui due ben noti don Simone e don Matteo; la comunità cristiana di san Martino in cammino di fede nonostante i suoi complessi problemi, e ciascuno di noi con la sua esistenza da giocarsi nella quotidianità, alla ricerca di senso e pienezza di vita.
Che cosa mai unirà tutte queste cose? Che cosa le accomuna? Al di là delle continue lamentele e delle frustranti insoddisfazioni una cosa appare come un legame più forte di ogni difficoltà e che può e deve sostenerci e spronarci: la gioia che viene dalla consapevolezza, mai del tutto considerata, della ricchezza – qualcuno direbbe della fortuna – di avere la fede cristiana e dal fatto che solo nella santità la nostra vita trova pienezza di significato e realizzazione piena.

È appena uscita la terza esortazione apostolica di Papa Francesco dal titolo Gaudete ed Exsultate – che vi invito a conoscere. Il filo rosso della gioia continua a rappresentare l’elemento che unifica il magistero del Papa che vuole cristiani gioiosi che mostrino di aver incontrato il Risorto e in lui il segreto di una vita pacificata, realizzata, piena. Quasi facendo eco al dettato conciliare sull’universale chiamata alla santità, la Gaudete et Exsultate indica nella santità l’orizzonte della esistenza del cristiano comune.
La prima cosa che colpisce nel testo è la convinzione con cui si sostiene che la santità appartiene al “popolo di Dio paziente”, alle persone che hanno un’ordinaria vita quotidiana fatta delle cose semplici che sono la struttura dell’esistenza di tutti.
Ci si dovrà abituare a riconoscere i santi della porta accanto: nei “genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere” (n. 7).
Dunque una santità che non è per pochi eroi o per persone eccezionali o appartenenti a taluni stati di vita (consacrati), ma il modo ordinario di vivere l’ordinaria esistenza cristiana di ciascuno. C’è un solo modo di essere cristiani, quello che si colloca nella prospettiva della santità.
La manifestazione della santità della vita quotidiana non va cercata nelle estasi o nei fenomeni straordinari che talvolta si associano ad essa, ma in coloro che fanno delle beatitudini – e più in generale del Vangelo di Gesù – la loro carta di identità. Chi vive nel dono di sé perché vive secondo la parola di Gesù, è santo e sperimenta la vera beatitudine. Papa Francesco però mette in guardia dalla tentazione di considerare le beatitudini come belle parole poetiche: esse vanno controcorrente e delineano uno stile diverso da quello del mondo.
Vivere la santità richiede di avere realizzato nella propria esistenza quell’unità per cui si passa dalla contemplazione del volto del Signore alla concretezza del gesto di carità, e dall’azione per l’altro al mistero del Risorto come a sua radice.
L’Esortazione non è un piccolo trattato, ma vuole essere uno strumento per cercare le forme della santità per l’oggi. Questa è la vera questione: la santità è un problema di Dio: è lui che ci vuole partecipi della sua vita e ci chiama ad essere a immagine del suo Figlio Gesù, ma la modalità di questa forma esistenziale spetta di trovarla a ciascuno di noi.
Le cinque caratteristiche che vengono proposte nel capitolo quarto indicano alcuni rischi e limiti della cultura di oggi: “L’ansietà nervosa e violenta che ci disperde e debilita; la negatività e la tristezza; l’accidia comoda, consumista ed egoista; l’individualismo, e tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale” (n. 111). Di fronte ad essi, occorrono fermezza e solidità interiore per resistere all’aggressività che è dentro di noi; la gioia e il senso dell’umorismo; la franchezza, come coraggio apostolico e capacità di osare; la disponibilità a fare un cammino di comunione e infine la preghiera.
Così il cristiano potrà sperimentare quella gioia che il mondo non gli potrà togliere. La vera gioia è radicata in quel senso della vita che vede la vita come chiamata alla santità, pienezza di significato dell’esistenza.
Come abbiamo ricordato, in questo cammino siamo richiamati da due figure significative: Paolo VI e Mons. Oscar Romero che verranno canonizzati, il primo a ottobre, e il secondo poco dopo. Ne parleremo nei prossimi editoriali.
Siamo richiamati a questo tema della gioia per una vita orientata alla piena realizzazione di sè e quindi nella forma della santità, anche dal motto dei prossimi ordinandi preti (9 Giugno). Don Simone, don Matteo e i loro compagni hanno scelto la frase evangelica: “e cominciarono a far festa” (Lc 15,24). Dobbiamo però comprenderne il giusto senso. Essa fa riferimento alla gioia conseguente al perdono frutto della misericordia di Dio, a quella gioia che può venire solo dal Signore che rende la vita bella, buona, felice, una vita che vale veramente la pena vivere, al di là di tutti i mugugni delle nostre insoddisfazioni.

don Maurizio

 

CINQUE ANNI SULLA SEDIA PIU’ SCOMODA
Come leggere e interpretare il pontificato di Francesco

Sono già passati cinque anni – anzi è iniziato il sesto – e la figura di papa Francesco ha suscitato, fin dall’inizio, – come è normale che sia – reazioni diverse e persino opposte, da quelle più sentimentali ed emotive a quelle più ragionate e contestualizzate. Anche rispetto alle ultime pubblicazioni, dove non mancano toni polemici, forse è bene cercare di fare lo sforzo per una lettura più attenta e più ampia di questo spicchio di tempo, cercando di andare al di là di una visione personalistica della figura di Jorge Mario Bergoglio e cogliere meglio, attraverso l’impronta del suo pontificato, cosa la Chiesa sta vivendo e dove vuole andare per essere fedele al mandato evangelico. Ci da lo spunto anche l’ultima esortazione apostolica di papa Francesco appena uscita (“Gaudete et exultate”) e che ancora una volta sottolinea lo stile del suo particolare pontificato. Questa lettera è sulla chiamata di tutti alla santità in questo nostro mondo contemporaneo. Oltre all’invito a leggerla, perchè rivolta davvero a tutti, il suo messaggio ribadisce e approfondisce quanto a questo papa sta a cuore, ovvero la sottolineatura della fede popolare e della necessità di viverla testimoniandola con stile missionario, con coraggio e con semplicità evangelica nell’ordinarietà della vita.

Tra le tante caratteristiche di questo pontificato, la prima da non dimenticare è il fatto singolare della compresenza del Papa emerito, Benedetto XVI. Anche se alcuni hanno cercato di strumentalizzare questa circostanza, se non addirittura di contrapporre le due figure, non c’è mai stata nessuna frattura tra i due. Anzi, pur nella differenza delle personalità, si è manifestata una vera continuità. Infatti, entrambi, non hanno fatto altro che portare avanti le indicazioni del concilio Vaticano II. Non si può tornare a una “mitica” epoca precedente, perché la Chiesa, guidata dallo Spirito e impegnata nella lettura profetica dei segni dei tempi, vive nel tempo e non può che dialogare con gli uomini e le donne di oggi, se vuole essere fedele alla sua missione di annuncio del Vangelo. Non dobbiamo lasciarci ingannare: la Chiesa è realtà molto più viva e diversificata di quanto si sia soliti pensare, una realtà nella quale arde sempre il Vangelo, anche quando sembra ridotto a poche braci, pronte però a divampare nuovamente non appena qualcuno ha l’audacia di smuovere le ceneri con il soffio della profezia.

Dentro questa prospettiva i mutamenti, indicati e in parte anche attuati, in questi cinque anni da papa Francesco sono molti ma possono essere ricondotti a questi aspetti chiave: la centralità del Vangelo, le riforme, la sinodalità, la priorità ai diritti dei poveri. Ai più attenti osservatori questo papa continua a sorprendere per le iniziative che intraprende ma sono comunque tutte accomunate da alcune scelte di fondo e trasversali e che sono caratteristiche del suo ministero petrino.

Innanzitutto una volontà di riforma della Chiesa: la chiesa è sempre in stato di riforma, ma con criterio. Infatti la Chiesa ha sempre la necessità di ritrovare la “forma” indicata dal Vangelo, la “forma” che Gesù Cristo, il suo sposo, attende da lei. Riforma, per papa Francesco, è conversione, mutamento e ritorno al Signore e al suo Vangelo. Si tratta di una riforma non formale o di facciata ma personale e di tutto il popolo di Dio e che quindi ha una caratteristica missionaria perchè vuole raggiungere tutti.

In questo senso si coglie meglio anche un’altra tematica trasversale e che forse è meno colta dalla maggioranza dei fedeli e che Francesco indica con il termine “sinodalità”. Non solo nei documenti, ma soprattutto nella “gestione” della vita della Chiesa appare chiaramente l’urgenza di una maggiore coinvolgente fraternità. La sinodalità appare come il cammino che Dio attende dalla Chiesa nel terzo millennio, cioè un cammino percorso insieme da tutto il popolo di Dio: fedeli, pastori e papa.
Si tratta di uno stile quotidiano e di un antico principio cristiano: «Ciò che riguarda tutti, da tutti deve essere trattato e deliberato». Francesco ha persino dato un’immagine della Chiesa che si è impressa nella mente e nel cuore dei semplici fedeli: una piramide capovolta, con in cima il popolo di Dio e sotto, al suo servizio, i pastori e il Papa. L’impegno per una Chiesa sinodale costituisce un’autentica novità per la Chiesa cattolica, anche se non di facile attuazione. [Noi come parrocchie di Bollate stiamo lavorando in questa direzione]. Sinodalità significa infatti un mutamento della forma della Chiesa cui oggi non siamo preparati, maggiore partecipazione e una reale corresponsabilità: occorrerà educare alla sinodalità, serviranno maturità cristiana, una fede pensata e l’esercizio di una comunione plurale.

Infine, un’ulteriore opzione di fondo di papa Francesco è il desiderio di una “Chiesa povera per i poveri”. Questa connotazione di povertà ha due aspetti complementari e che hanno di fondo la preoccupazione per il rispetto della dignità della persona umana. Da un lato il riconoscimento del diritto universale ad avere «terra, tetto e lavoro» e, dall’altro, la sollecitudine verso i migranti, qualunque sia il motivo del loro esodo dalla propria terra.

Alla luce di questi orientamenti di fondo potremmo cogliere una sintetica ma fondamentale chiave di lettura non solo della figura di questo papa, ma piuttosto del volto che si sta imprimendo alla Chiesa di questo inizio di terzo millennio. Una Chiesa che, come affermò papa Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio, “preferisce usare la medicina della misericordia – vera parola chiave del pontificato di Bergoglio – invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando”.
Forse, a oltre cinquantacinque anni dal Vaticano II e a cinque anni dall’elezione di papa Francesco, non ci siamo ancora abituati e non ancora del tutto attrezzati ad attuare questa semplice, evangelica verità. Ma la Chiesa va avanti: non perdiamo il passo!

don Maurizio