la parola al prevosto

CINQUE ANNI SULLA SEDIA PIU’ SCOMODA
Come leggere e interpretare il pontificato di Francesco

Sono già passati cinque anni – anzi è iniziato il sesto – e la figura di papa Francesco ha suscitato, fin dall’inizio, – come è normale che sia – reazioni diverse e persino opposte, da quelle più sentimentali ed emotive a quelle più ragionate e contestualizzate. Anche rispetto alle ultime pubblicazioni, dove non mancano toni polemici, forse è bene cercare di fare lo sforzo per una lettura più attenta e più ampia di questo spicchio di tempo, cercando di andare al di là di una visione personalistica della figura di Jorge Mario Bergoglio e cogliere meglio, attraverso l’impronta del suo pontificato, cosa la Chiesa sta vivendo e dove vuole andare per essere fedele al mandato evangelico. Ci da lo spunto anche l’ultima esortazione apostolica di papa Francesco appena uscita (“Gaudete et exultate”) e che ancora una volta sottolinea lo stile del suo particolare pontificato. Questa lettera è sulla chiamata di tutti alla santità in questo nostro mondo contemporaneo. Oltre all’invito a leggerla, perchè rivolta davvero a tutti, il suo messaggio ribadisce e approfondisce quanto a questo papa sta a cuore, ovvero la sottolineatura della fede popolare e della necessità di viverla testimoniandola con stile missionario, con coraggio e con semplicità evangelica nell’ordinarietà della vita.

Tra le tante caratteristiche di questo pontificato, la prima da non dimenticare è il fatto singolare della compresenza del Papa emerito, Benedetto XVI. Anche se alcuni hanno cercato di strumentalizzare questa circostanza, se non addirittura di contrapporre le due figure, non c’è mai stata nessuna frattura tra i due. Anzi, pur nella differenza delle personalità, si è manifestata una vera continuità. Infatti, entrambi, non hanno fatto altro che portare avanti le indicazioni del concilio Vaticano II. Non si può tornare a una “mitica” epoca precedente, perché la Chiesa, guidata dallo Spirito e impegnata nella lettura profetica dei segni dei tempi, vive nel tempo e non può che dialogare con gli uomini e le donne di oggi, se vuole essere fedele alla sua missione di annuncio del Vangelo. Non dobbiamo lasciarci ingannare: la Chiesa è realtà molto più viva e diversificata di quanto si sia soliti pensare, una realtà nella quale arde sempre il Vangelo, anche quando sembra ridotto a poche braci, pronte però a divampare nuovamente non appena qualcuno ha l’audacia di smuovere le ceneri con il soffio della profezia.

Dentro questa prospettiva i mutamenti, indicati e in parte anche attuati, in questi cinque anni da papa Francesco sono molti ma possono essere ricondotti a questi aspetti chiave: la centralità del Vangelo, le riforme, la sinodalità, la priorità ai diritti dei poveri. Ai più attenti osservatori questo papa continua a sorprendere per le iniziative che intraprende ma sono comunque tutte accomunate da alcune scelte di fondo e trasversali e che sono caratteristiche del suo ministero petrino.

Innanzitutto una volontà di riforma della Chiesa: la chiesa è sempre in stato di riforma, ma con criterio. Infatti la Chiesa ha sempre la necessità di ritrovare la “forma” indicata dal Vangelo, la “forma” che Gesù Cristo, il suo sposo, attende da lei. Riforma, per papa Francesco, è conversione, mutamento e ritorno al Signore e al suo Vangelo. Si tratta di una riforma non formale o di facciata ma personale e di tutto il popolo di Dio e che quindi ha una caratteristica missionaria perchè vuole raggiungere tutti.

In questo senso si coglie meglio anche un’altra tematica trasversale e che forse è meno colta dalla maggioranza dei fedeli e che Francesco indica con il termine “sinodalità”. Non solo nei documenti, ma soprattutto nella “gestione” della vita della Chiesa appare chiaramente l’urgenza di una maggiore coinvolgente fraternità. La sinodalità appare come il cammino che Dio attende dalla Chiesa nel terzo millennio, cioè un cammino percorso insieme da tutto il popolo di Dio: fedeli, pastori e papa.
Si tratta di uno stile quotidiano e di un antico principio cristiano: «Ciò che riguarda tutti, da tutti deve essere trattato e deliberato». Francesco ha persino dato un’immagine della Chiesa che si è impressa nella mente e nel cuore dei semplici fedeli: una piramide capovolta, con in cima il popolo di Dio e sotto, al suo servizio, i pastori e il Papa. L’impegno per una Chiesa sinodale costituisce un’autentica novità per la Chiesa cattolica, anche se non di facile attuazione. [Noi come parrocchie di Bollate stiamo lavorando in questa direzione]. Sinodalità significa infatti un mutamento della forma della Chiesa cui oggi non siamo preparati, maggiore partecipazione e una reale corresponsabilità: occorrerà educare alla sinodalità, serviranno maturità cristiana, una fede pensata e l’esercizio di una comunione plurale.

Infine, un’ulteriore opzione di fondo di papa Francesco è il desiderio di una “Chiesa povera per i poveri”. Questa connotazione di povertà ha due aspetti complementari e che hanno di fondo la preoccupazione per il rispetto della dignità della persona umana. Da un lato il riconoscimento del diritto universale ad avere «terra, tetto e lavoro» e, dall’altro, la sollecitudine verso i migranti, qualunque sia il motivo del loro esodo dalla propria terra.

Alla luce di questi orientamenti di fondo potremmo cogliere una sintetica ma fondamentale chiave di lettura non solo della figura di questo papa, ma piuttosto del volto che si sta imprimendo alla Chiesa di questo inizio di terzo millennio. Una Chiesa che, come affermò papa Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio, “preferisce usare la medicina della misericordia – vera parola chiave del pontificato di Bergoglio – invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando”.
Forse, a oltre cinquantacinque anni dal Vaticano II e a cinque anni dall’elezione di papa Francesco, non ci siamo ancora abituati e non ancora del tutto attrezzati ad attuare questa semplice, evangelica verità. Ma la Chiesa va avanti: non perdiamo il passo!

don Maurizio

 

SE NEANCHE LA PASQUA CI BASTA…

Quest’anno gli auguri per una Pasqua santa vorrebbero provocare, cioè interpellare, la nostra fede, ma anche il nostro modo di viverla, il nostro stile cristiano. La celebrazione dei riti sacri non è ancora sufficiente, se essi non innervano il nostro credere e dunque il nostro vivere coerentemente nel mondo e nella comunità cristiana. Non dobbiamo assuefarci alla normalità umana delle debolezze, delle fragilità, delle depressioni, delle tensioni, delle personali convinzioni che spesso sono solo testardaggini autoreferenziali, delle logiche del: “tanto non cambia niente”, dei nervosismi e delle arrabbiature.

Possibile che non basti neanche la Pasqua del Signore a cambiare i nostri pensieri e i nostri stili? Possibile che, dopo tante Pasque celebrate, la nostra speranza sia ancora tanto flebile e continuiamo a rimanere legati ai nostri convinti pregiudizi?

Non basta che l’universo canti le sue meraviglie?
Non basta che il mondo ci parli di una provvidenza premurosa che ogni giorno ci nutre, di una bellezza che ogni giorno ci commuove, di una fecondità che ogni giorno rinnova il domani e garantisce il futuro?
Non basta che ogni cosa sia stata creata nel Verbo di Dio per convincerci che la volontà del Padre è che ciascuno di noi sia felice?
Ancora non basta?!
Non basta che il Verbo di Dio si sia fatto carne, per essere presenza amica nella fatica dei giorni e nell’esultanza della festa?
Non basta che il Figlio dell’uomo, il Figlio di Dio, abbia vissuto miseria e solitudine, abbia visitato malattia e schiavitù per rimandare liberi gli oppressi e spezzare il giogo di ogni tipo di oppressione e stanchezza di vivere (Is 58,6)?
Non basta che il figlio del falegname parli come nessuno mai ha parlato e parli con un’autorità tale da spaventare i demoni e restituire uomini e donne alla libertà e alla vita? Sembra che tutto questo ancora non basti, perché si possa credere in un Dio che è il Padre provvidente e misericordioso che ha mandato suo Figlio per la salvezza di tutti!
Non basta che il Figlio dell’uomo si sia consegnato nelle mani degli uomini, che i capi del popolo e la gentaglia abbiano potuto fare di Lui ciò che hanno voluto e ne abbiano ricevuto non maledizioni e imprecazioni, ma parole di perdono e struggenti esempi di mitezza?
E non basta – infine – che Lui sia stato innalzato sulla croce, che abbia gridato la sua ultima preghiera? No, ancora non basta: là, sotto la croce, ci sono ancora parole di scherno, tra l’indifferenza e il disprezzo dei capi del popolo e della gentaglia, nella solitudine dell’abbandono.
No, ancora non basta perché tutti si lascino convincere a volgere lo sguardo a colui che hanno trafitto e a invocarlo come l’unico nome che salva, come il seme che morendo solo porta molto frutto.
Persino la notizia che Egli abbia vinto il peccato e la morte, sia risorto, sia vivo e dunque presente, e che – pertanto – i suoi, ma anche tutti coloro che lo vogliono, possono incontrarlo… persino questa buona notizia ha faticato e fatica ancora ad essere accettata, oggi come allora, da chi ha vissuto con Lui.

Se non basta la creazione, se non basta l’incarnazione, se non bastano le parole e i miracoli, se non bastano il mite soffrire e lo straziante morire, se neanche l’annuncio pasquale basta a scardinare le ottuse convinzioni e gli atteggiamenti depressi, allora che cosa sarà necessario per portare a compimento il desiderio di Dio di offrire ai suoi figli e alle sue figlie la sua vita perché vivano, vivano felici, vivano la vita eterna?

Quello che rende la morte di Gesù salvezza per ogni figlio dell’uomo, quello che attira tutti a volgere lo sguardo a colui che è stato innalzato, quello che provoca la fede del centurione che lo ha visto spirare in quel modo, quello che porta i suoi discepoli di ogni epoca – persino noi oggi – a credere in lui “vivo e vegeto” dopo sarcastiche incredulità e lunghi tentennamenti, è il dono del Suo Spirito che ci permette di fare esperienza reale di Lui, di superare il fossato tra fede e vita.
Abbiamo bisogno di un sussulto entusiasta! Abbiamo bisogno dello Spirito del Signore Risorto. Abbiamo bisogno di essere persone maggiormente spirituali. Dobbiamo uscire dalle nostre visioni parziali e grette, dobbiamo invece imparare a vivere dentro orizzonti alti, a vivere come persone pasquali! 
Se una persona apre gli occhi e guarda a questa dimensione nella certezza della risurrezione di Gesù e che il dono del Suo spirito non è una favola illusoria, allora non vede più soltanto l’orizzonte oscuro delle divisioni, delle tensioni, delle ingiustizie, delle mancate speranze, ma vede anche tanti esempi di dedizione, di bontà, di misericordia, di accoglienza, di perdono, di azioni che danno vita e gioia; vede soprattutto che Dio è ancora all’opera nella sua vita. E questo…basta.

E’ il miglior augurio per me e per ciascuno di voi.

don Maurizio

 

DALLA CROCE, ALLA PASQUA, ALLA CHIESA DALLE GENTI
Il cammino quaresimale 2018

“Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me” (Gv 12,32). La Croce di Cristo ha una sua forza universalmente attrattiva perchè quel Crocifisso – riconosciuto proprio da uno straniero come il vero Figlio di Dio – è l’unico, necessario e universale salvatore di tutto e di tutti.   La realtà del Crocifisso è un invito innanzitutto ad alzare lo sguardo, a un esercizio di contemplazione dell’opera di Dio. Solo se guardiamo a quello che Dio ha fatto per noi tutti possiamo avere occhi di fede per leggere e vivere cristianamente quello che sta accadendo nel mondo.  Quella attrazione, già sperimentata dal fascino di un Dio-Bimbo che si fa come noi per farci come lui, ora è la forza “centripeta” (attrae a sé) che il suo amore crocifisso esercita perchè intuiamo che non c’è amore più grande di chi da la vita per gli altri; se poi colui che dona per amore è Dio stesso nel suo Figlio unigenito, comprendiamo che questa forza diventa centrifuga (spinge verso l’esterno); egli è il crocifisso-risorto per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi (Gv 11,52). Soltanto chi è “dis-tratto” dai suoi affanni non si accorge di come è “at-tratto” da questa salvezza.

Che cosa ci rivela la Croce riguardo alla Chiesa, ai popoli e al mondo intero?
«Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Gesù pronuncia queste parole, entrato in Gerusalemme, dopo che la folla venuta per la festa gli era corsa incontro con acclamazioni di giubilo. Alcuni greci, segno dell’attenzione degli stranieri verso il Signore, avevano espresso il desiderio di vedere Gesù (cfr. Gv 12,12-32). Di fronte a questi segni e nell’imminenza della sua passione, il Signore con l’espressione «attirerò tutti a me» indica l’interpretazione originaria che lui stesso da alla sua morte. Egli ha dato la sua vita per noi, per le moltitudini, per tutti. Ogni fratello e ogni sorella che incontriamo, a qualsiasi nazione, cultura e civiltà appartengano, sono un fratello e una sorella per cui egli ha dato la vita.  Questa prospettiva la viviamo e la celebriamo ancora ai giorni nostri, addirittura nell’Eucaristia, quando ci rivolgiamo al Padre che “continua a radunare intorno a se un popolo, che da un confine all’altro della terra offre al suo nome il sacrificio perfetto” (Preghiera Eucaristica III). Tutto questo è possibile perchè Gesù stesso ci ha resi partecipi della sua Pasqua. Il sacrificio di Cristo ha reso possibile l’effusione del dono dello Spirito Santo. Nella Pentecoste, frutto della Pasqua, si realizza una comunione nuova tra popoli diversi, che per essere riuniti non hanno bisogno di abolire le loro differenze.

Il cambiamento profondo in atto nelle nostre terre ambrosiane, riguardo alla presenza crescente di fedeli appartenenti a nazioni diverse, ci chiede di approfondire il carattere universale, cattolico, della Chiesa. Questo ci fa sperimentare oggi più intensamente come in ogni Chiesa particolare «è veramente presente e agisce la Chiesa di Cristo, Una, Santa, Cattolica e Apostolica». La Chiesa particolare è chiamata a vivere come sua dimensione costitutiva l’universalità.
Pertanto, è necessario innescare e sviluppare nuovi processi, per imparare meglio la dimensione inclusiva della fede che deve caratterizzare sempre di più le nostre comunità cristiane, di fronte al fenomeno epocale, ma non totalmente nuovo, delle migrazioni. Siamo interpellati a mettere a fuoco la corretta immagine e il giusto volto di Chiesa, e magari a convertire il nostro modo di vedere e di pensare il nostro essere comunità cristiana non esclusiva.  Per questo la nostra Chiesa Ambrosiana si è messa in cammino nel Sinodo Minore “Chiesa Dalle Genti”.   Questo tempo quaresimale è particolarmente favorevole a questo cammino proprio perchè ci fa contemplare quella Croce e quel mistero Pasquale dai quali Cristo attrae tutti a sé, nessuno escluso.

Quest’anno la nostra Quaresima dunque si muoverà in questa prospettiva anzitutto contemplando, personalmente e comunitariamente, il progetto del Padre, meditando il mistero della croce che attrae tutti a sé, nessuno escluso; considerando il mistero di Gesù risorto e datore dello Spirito che chiama tutti i popoli a formare una sola famiglia. Rifletteremo sul fatto che i fedeli migranti sono in cospicua parte anzitutto dei battezzati, membra dello stesso corpo di Cristo, portatori di doni propri. Considereremo il compito imprescindibile della Chiesa, in particolare della nostra Chiesa ambrosiana chiamata a ripensare profeticamente le proprie forme di presenza sul territorio per essere per tutti segno di unità e di inclusione intorno alla fede e alla preghiera. Ci interrogheremo su come le nostre forme di solidarietà e di carità siano effettivamente segno espressivo di una Chiesa dalle genti.

La prima settimana di quaresima, da alcuni anni ormai riservata agli Esercizi spirituali cittadini in parrocchia, a partire da alcuni testi degli Atti degli Apostoli che mediteremo, ci aiuterà ad essere una Chiesa che sa accogliere e includere, che sa camminare insieme a tutti i cristiani che la compongono da quelli ambrosiani agli “ultimi arrivati”, dai cattolici ai non cattolici, dai cristiani agli uomini di buona volontà: insomma cercheremo di capire cosa significa anche per noi essere una “Chiesa dalle genti”.  Chiediamo inoltre ad ogni gruppo e associazione presente in parrocchia di ritrovarsi a discutere su questo tema e a fornire le proprie riflessioni e i propri contributi entro la Pasqua.

Anche dal punto di vista caritativo, l’iniziativa quaresimale di solidarietà e carità avrà come obiettivo di aiutare la comunità cristiana di una Chiesa della periferia di Conakrì, capitale della Guinea, da dove viene il nostro don Albert (vedi proposta Caritas). Anche questo è essere Chiesa Dalle Genti.

don Maurizio