la parola al prevosto

I VESCOVI EUROPEI: FINALMENTE FANNO SENTIRE LA LORO VOCE

Messaggio dei Presidenti delle Conferenze episcopali dei Paesi dell’Unione

(Insieme 48.2020)

Da tanto tempo avevamo bisogno di sentire una parola chiara e autorevole da parte dei nostri vescovi europei! Il vecchio continente, la nostra Europa, dalle radici ebraico-cristiane, ha bisogno di essere presente con il suo bagaglio di cultura e di fede soprattutto in questa fase storica, non solo segnata drammaticamente dalla pandemia, ma anche da segnali che spingono sempre più verso la secolarizzazione e individualismi nazionalistici pericolosi che chiudono in orizzonti egoistici e poco costruttivi.      La crisi Covid-19 ha “travolto” il vecchio continente, e per questo la Chiesa cattolica conferma il suo «impegno per la costruzione dell’Europa, che ha portato pace e prosperità al nostro continente, e ai suoi valori fondanti di solidarietà, libertà, inviolabilità della dignità umana, democrazia, stato di diritto, uguaglianza, e difesa e promozione dei diritti umani». E’ il messaggio di “speranza e solidarietà” e l’impegno che i vescovi europei, in questi giorni, hanno fatto conoscere soprattutto ai leader dei Ventisette.      I vescovi, riuniti per la prima volta tutti assieme nella Commissione degli episcopati dell’Ue, che ha sede a Bruxelles, affermano: «I Padri fondatori dell’Unione europea erano convinti che l’Europa sarebbe stata forgiata dalle sue crisi. Nella nostra fede cristiana nel Signore risorto abbiamo la speranza che Dio possa volgere al bene tutto ciò che accade, anche ciò che non comprendiamo e che può sembrare cattivo, ed è questa fede il fondamento ultimo della nostra speranza, della fraternità universale e dell’impegno per il bene di tutti. Come Chiesa cattolica nell’Unione europea, insieme alle altre Chiese e comunità ecclesiali sorelle, annunciamo e diamo testimonianza di questa fede ed insieme ai membri di altre tradizioni religiose e persone di buona volontà ci sforziamo di costruire una fraternità universale che non lasci fuori nessuno».      La pandemia ha messo in ginocchio famiglie, imprese, interi territori, mettendo in luce la vulnerabilità delle nostre società e di vaste regioni del pianeta. «Gli anziani e i poveri in tutto il mondo hanno sofferto il peggio. A questa crisi che ci ha sorpresi e colti impreparati, i Paesi europei hanno reagito inizialmente con paura, chiudendo i confini interni e le frontiere esterne, alcuni anche rifiutando di condividere tra i Paesi le forniture mediche di cui c’era più bisogno -denunciano i vescovi -. Molti di noi erano preoccupati che persino la stessa Unione europea, in quanto progetto economico, politico, sociale e culturale, fosse a rischio. Ci siamo resi conto allora, come ha detto Papa Francesco, di essere nella stessa barca e di poterci salvare solo restando insieme». Il documento riconosce dunque che l’Ue ha cominciato a rispondere «in modo unitario» dimostrando «la sua capacità di riscoprire lo spirito dei Padri fondatori». I vescovi si augurano che tale unità si rifletta in scelte politiche accorte e lungimiranti.     Poi osservano: «Il futuro dell’Unione europea non dipende solo dall’economia e dalle finanze, ma anche da uno spirito comune e da una nuova mentalità. Questa crisi è un’opportunità spirituale di conversione. Non dobbiamo semplicemente dedicare tutti i nostri sforzi al ritorno alla “vecchia normalità”, ma approfittare di questa crisi per realizzare un cambiamento radicale in meglio».      Un cambiamento che non può essere solo materiale ma, ora più che mai, umano e spirituale. Questo momento, sostengono i presidenti delle Conferenze episcopali dei Paesi Ue, «ci costringe a ripensare e a ristrutturare l’attuale modello di globalizzazione, per garantire il rispetto dell’ambiente, l’apertura alla vita, l’attenzione alla famiglia, l’uguaglianza sociale, la dignità dei lavoratori e i diritti delle generazioni future». Di papa Francesco citano la Laudato si’ e la Fratelli tutti, nonché i principi della Dottrina sociale cattolica, al fine di «costruire un modello differente di economia e società dopo la pandemia».     La solidarietà deve guidare il futuro del continente. Ma tale principio va applicato da subito: «Il vaccino per il Covid-19, una volta disponibile, dev’essere accessibile a tutti, soprattutto ai più poveri». E, ancora: «La solidarietà europea dovrebbe estendersi con urgenza ai rifugiati che vivono in condizioni disumane nei campi di accoglienza. Ampio, a questo proposito, il capitolo dedicato al “Patto europeo sulla migrazione e l’asilo”. Non manca un riferimento al «rispetto per la libertà di religione dei credenti, in particolare la libertà di riunirsi per esercitare la propria libertà di culto, nel pieno rispetto delle esigenze sanitarie».    Sembrano parole e concetti assolutamente condivisibili, scontati, ripetuti da diversi decenni – soprattutto dagli anni ’80, da due grandi “fari” dell’Europa: il card. Martini e Giovanni Paolo II –  ma ancora di grande attualità e forza: chissà perchè sono così difficili da recepire e largamente disattesi?    Il documento si conclude così: «Si è detto frequentemente che il mondo sarà diverso dopo questa crisi. Dipende tuttavia da noi se il mondo sarà migliore o peggiore, se usciremo da questa crisi rafforzati nella solidarietà o meno. Durante questi mesi di pandemia siamo stati testimoni di tanti segni che ci aprono alla speranza, dal lavoro del personale sanitario, a quello degli addetti alla cura degli anziani, ai gesti di compassione e creatività posti in atto dalle parrocchie e dalle comunità ecclesiali». Infine: «Tutte le iniziative che promuovono i valori autentici dell’Europa saranno da noi sostenute. Ci auguriamo che potremo uscire da questa crisi più forti, più saggi, più uniti, più solidali, più attenti alla nostra casa comune».

don Maurizio

AVVENTO: L’ETERNITA’ E’ GIA’ NEL TEMPO

(Insieme n.46/2020)

Davvero il tempo scorre velocemente e siamo già all’inizio dell’Avvento che ci porterà al prossimo Natale. Certo l’ansia, le preoccupazioni, i decreti restrittivi anti contagio Covid-19 ingenerati dalla pandemia non hanno fatto che accelerare la percezione che il tempo ci sia sfuggito di mano.  Il “lockdown” dei mesi primaverili e quello che stiamo vivendo ora sembra che abbiano addirittura fermato il tempo o lo abbiano messo maggiormente a disposizione, tranne poi scoprire che molte volte non sappiamo nemmeno come utilizzarlo al meglio.     Ora è già tempo di Avvento.  Avvento come tempo dell’attesa, tempo di speranza, tempo di preparazione, tempo da “calendari dell’Avvento” – quelli dei nostri bambini con le finestrelle da aprire ogni giorno fino al giorno di Natale; Avvento come tempo per coltivare desideri, tempo per renderci conto che è sempre tempo di Avvento perchè sempre in attesa di qualcosa o di Qualcuno: tutta la vita è tempo di Avvento. La fede cristiana, poi, non fa che confermare questa attualità presente dell’Avvento perchè celebrala l’attesa di colui – Gesù, il Figlio di Dio – che deve venire eppure è già venuto e noi viviamo il presente nella consapevolezza che egli già accompagna i tutti i nostri giorni fino al momento – nell’attesa, appunto – dell’incontro con lui.

Avvento come tempo di…Già come “tempo”, ma che cos’è per il cristiano il tempo e “questo” tempo che viviamo?

L’Avvento ci suggerisce dunque di riflettere sul tempo per imparare una saggia considerazione del tempo, anche perchè in questo periodo di pandemia lo scopriamo particolarmente prezioso soprattutto quando percepiamo la possibilità che possa venire meno: il non avere più tempo…per vivere.          C’è dunque motivo per riflettere, confrontarsi, conversare e condurre una verifica critica sul nostro modo di considerare e vivere il tempo.          L’immagine del tempo che spesso abbiamo è quella del suo inesorabile scorrere verso il degrado delle cose,  l’invecchiamento e la fine. Si insinua così l’idea che il tempo, in fondo, sia nemico del bene: tutto quello che è bello, sano, forte, piacevole è destinato a corrompersi fino a scomparire. Le conseguenze di questo modo di pensare sono disastrose: lo scorrere del tempo porta a pensare che siamo vittime della nostra vita e che non possiamo più di tanto gestire responsabilmente la nostra libertà: tanto tutto passa.          La visione cristiana del tempo non ignora il suo aspetto misterioso e il suo scorrere inarrestabile. Tuttavia crede con san Paolo che il tempo è dentro, anzi, è la storia della salvezza che si svolge misteriosamente ma  provvidenzialmente  fino a giungere con l’incarnazione di Gesù – il suo Natale – alla pienezza del tempo (Gal 4,4-5). Da quel momento per i cristiani la durata del tempo, qualunque esso sia, è amico del bene, è dono della misericordia di Dio, della sua pazienza (2Pt 3,9). Da quel momento imparare a “contare i giorni” (Sal 90,12) significa fare attenzione se in quel susseguirsi non vi sia una novità che sappia attrarci per il suo messaggio, per la sua bellezza. Vuol dire imparare a guardarli bene i nostri giorni cosicché possiamo accorgerci di una presenza del Signore, capace di trasfigurare i giorni che passano e rivestirli di vita divina. Se così è allora ogni età della vita si rivela tempo di grazia; allora in ogni situazione c’è la possibilità di scegliere il bene, di decidersi ad amare, di mettere mano all’impresa di migliorare le cose e contribuire ad aggiustare il mondo. Ricordiamocelo quando a Natale guarderemo Gesù Bambino nella capanna di del presepe: Lui che, Signore del tempo perchè eterno, è nato nel tempo per rendere il tempo occasione di salvezza.

In questa luce il tempo assume la sua veste bella e positiva, sfuggendo alla superficialità della distrazione del nostro “non avere mai tempo”. Il tempo diventa così occasione per ordinare gli orari della giornata e della vita; diventa occasione per la preghiera, occasione da dedicare al servizio degli altri, regolarità nei ritmi della vita familiare. Ma soprattutto il tempo, nella luce del Vangelo, diventa occasione di salvezza e non una salvezza rimandata ma presente, per l’ “oggi”. Questa parola chiave – “oggi” – per interpretare il valore cristiano del tempo la possiamo trovare in almeno quattro testi decisivi del Vangelo.

1. La troviamo per la prima volta nel capitolo 2 di Luca , quando è annunciata ai pastori la nascita di Gesù a Betlemme (leggi Lc 2,10-12). In questo brano, “oggi” indica la densità del tempo presente, cui è subordinato un futuro (la “grande gioia che sarà di tutto il popolo”); e il futuro deriva da una promessa del passato (la promessa di Is 9,5: “Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace”).   Vi è dunque un oggi denso e decisivo che richiama un passato e promette un futuro.

2. Questo “oggi” ricco di memoria e di promessa ritorna nella prima uscita pubblica di Gesù, nel discorso alla sinagoga di Nazaret. Egli legge il rotolo di Isaia (leggi Lc 4,18-19). E dopo essersi seduto, sotto lo sguardo di tutti i presenti nella sinagoga, Gesù dichiara: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi” (Lc 4,21). Anche qui l’oggi dell’adempimento della profezia risponde a una promessa del passato (vedi Is 61,2) e apre sul futuro.

3. Un terzo “oggi” carico di senso appare nel momento in cui Gesù, entrato in Gerico, incontra il pubblicano Zaccheo (leggi Lc, 19,2-9). L’evento ha le sue radici nel passato (si richiama ad Abramo) ed è segno di tutta l’opera di salvezza del futuro: “II Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10).

4. Infine, un senso ancora più denso assume l'”oggi” che Gesù proclama dalla croce al buon ladrone (leggi Lc 24,39-43). L’oggi si apre a una pienezza che non ha fine, e tale pienezza è data dalla compassione, dal perdono e dall’amore. Un oggi non frenetico o fuggente, bensì segnato dal sigillo dell’alleanza compiuta nel Cristo crocifisso e risorto, contemporaneo di tutti i tempi, che fa del qui e ora un oggi di salvezza che vince persino la morte come fine del tempo.

È questa pienezza del presente a spiegare con efficacia e concretezza il senso del tempo per chi riconosce in Gesù Cristo la pienezza dei tempi e il centro della storia. In questo oggi tempo finito e tempo infinito non sono più contrapposti, non si elidono a vicenda, ma si toccano e si saldano. Questo Bambino Gesù, che nasce nel tempo, è il Signore del “tempo eterno” che lo regala anche a noi. Così per noi cristiani il tempo è cristologico, si riferisce cioè a Cristo fatto uomo, crocifisso e risorto, Signore della storia e dunque anche dell’oggi.

Vorrei concludere quasi dipingendo un’icona che traggo dal racconto biblico della “scala di Giacobbe” (leggi Gen 28,10-16). Passando dal sogno alla realtà, Giacobbe intuì che non era solo e abbandonato, come pensava, e che il suo tempo era tempo di speranza, non di disperazione. Le coordinate spazio-temporali che lo stringevano nella morsa della paura, dandogli l’impressione di essere pellegrino sperduto in un mondo senza più riferimenti, si tramutavano in coscienza del rapporto tra il destino umano e il suo significato custodito fuori dal tempo e dallo spazio. Così, quella mattina Giacobbe, divenne coraggioso (leggi Gen 28,18-22).

Sia dato anche a noi di trovare nel labirinto del tempo l’indicazione di un cammino sicuro e di trovare nel sorriso del Bambino di Betlemme la ragione per vivere al meglio il tempo dei nostri giorni, imparando che il mio “qui e ora” è ricco di valore, che “l’eternità è già nel tempo”.

don Maurizio

“VIVERE LA MORTE, CELEBRARE LA VITA”

La commemorazione dei fedeli defunti nel tempo della pandemia (Insieme 44.2020)

Non è bello e non conviene pensare alla morte e tuttavia…

Noi, vivi, sani, impegnati in molte cose siamo abituati a pensare alla morte come a un evento così lontano, così estraneo, così riservato ad altri: ci sembra persino un’espressione di cattivo gusto quando si insinua l’idea che possa riguardare anche noi, e proprio adesso.      In questo tempo – ma in quale altro non è stato sempre così? – la morte è diventata vicina, interessa le persone care, i confratelli, le presenze quotidiane negli ambienti del lavoro, del riposo. Ogni volta che si parla di un ricovero, ogni volta che si dice: «Si è aggravato» si è subito indotti a pensare che l’esito sia fatale, tanto la morte è vicina, visita ogni parte della città e del Paese. E ogni volta che si avverte un malessere, una tosse che non guarisce, un brivido di paura e di smarrimento percorre la schiena. La morte vicina suscita domande che sono più ferite che questioni da discutere.      I conti aperti, i lavori incompiuti, gli affetti sospesi insinuano una specie di terrore: «Sì, lo so che viene la morte, ma non adesso, per favore! Non adesso, ti prego; non adesso! Non io!». La morte è così vicina e non ci pensavamo.

Non pensavamo che fosse così difficile riconoscere la presenza del Signore risorto…

La crisi della cultura e delle tradizioni religiose, la supremazia della tecnica e della scienza medica e persino la burocrazia che spesso toglie all’ultimo evento terreno della persona quanto di umano e di sacro racchiude, allontanando non solo i parenti più prossimi dal malato, ma il malato stesso dalla propria morte, sono realtà attuali e diffuse, tragicamente affini a quella generale tendenza alla rimozione della morte, la quale per larghi strati della società finisce con l’essere soltanto un problema angoscioso, un appuntamento ineluttabile cui é meglio non pensare. La città secolare da tempo ha decretato l’assenza di Dio o, quanto meno, la sua esclusione dalla vita pubblica.     A dire il vero, per alcuni, in questo tempo di pandemia che ci pone davanti la possibilità della malattia e persino della morte, è molto cambiato l’atteggiamento verso il religioso: ne è nata una qualche nostalgia per chi non ci pensava più e persino quelli che non sanno dove siano le chiese si sono interessati per sapere se siano aperte o chiuse.     Per i devoti e i fedeli credenti, però, quello che era ovvio è diventato problematico. L’antica domanda che mette alla prova il Signore è rinata spontanea: «II Signore è in mezzo a noi sì o no?» (Es 17,7). C’è un bisogno di segni che lo dimostrino, c’è un desiderio sincero di essere confermati nella fede; persino i più ferventi praticanti chiedono di essere rassicurati sulle convinzioni religiose che riguardano l’al di là di questa vita.     Facciamo fatica a credere che la morte può essere sconfitta, che c’è un risorto e che in lui anche noi risorgeremo (1Cor 15,20-23); facciamo fatica a vedere i segni della presenza del Risorto. E’ più facile constatare che «vi è una sorte unica per tutti: per il giusto e per il malvagio» (Qo 9,2). «Perché allora ho cercato d’essere saggio e di vivere bene? Dov’è il vantaggio?» (Qo 2,15).     Non pensavamo che fosse così difficile riconoscere la presenza del Risorto, riconoscere la sua potenza che salva per vie che non sono quelle umane. Siamo chiamati a entrare con fede più semplice e più sapiente nella promessa di Gesù: «In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna» (Gv 6,47), per capire meglio la rivelazione: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3).

Non pensavamo che fosse così necessaria la resurrezione per la nostra speranza, e invece…

Nel linguaggio comune la speranza si è banalizzata a significare un’aspettativa fondata su previsioni più o meno attendibili: «Speriamo che domani sia bel tempo; speriamo che piova al momento giusto, speriamo di vincere…». Le persone che si ritengono serie elaborano progetti, confrontano risorse, mettono in bilancio anche la voce imprevisti, perché è ragionevole aver tutto sotto controllo. Si danno da fare, non si aspettano niente da nessuno, sono convinte che se vuoi qualche cosa devi conquistartelo. Ma quando irrompe il nemico che blocca tutto, che paralizza la città, che entra in casa con quella febbre che non vuoi passare, allora le certezze vacillano, e il verdetto del termometro diventa più importante dell’indice della Borsa.     La percezione del pericolo estremo costringe a una visione diversa delle cose, allora l’unica roccia alla quale appoggiarsi può essere solo chi ha vinto la morte. «Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede» (ICor 15,14). «Ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini» (1 Cor 15,17-19). Il messaggio di san Paolo è chiaro e provocatorio anche oggi per me credente.

Il messaggio della Chiesa

“Davvero il Signore è risorto!” (Lc 24,34). È questo il grido di gioia dei primi discepoli di Gesù e dei cristiani di tutti i tempi. Per la potenza del mistero pasquale, la gloria di Dio si è irradiata nel mondo ed è divenuta forza di vita e di redenzione. In questa luce pacificante ritrova il suo vero significato anche l’esperienza del morire umano. Per chi guarda al Cristo glorificato, la morte non è la fine di tutto ma il passaggio all’incontro con lui e quindi alla pienezza della vita. “Ai tuoi fedeli – recita la preghiera liturgica – la vita non è tolta, ma trasformata”. In questa luce per i cristiani non esiste la morte – se non come realtà biologica – ma esiste solo la PASQUA cioè il passaggio. Nella fede in Cristo risorto e vivente in eterno, venuto perché abbiamo la vita in abbondanza (Gv 10,10), la nostra vita non va verso la fine, ma va verso il FINE cioè Dio.      Nella sua materna sollecitudine, la Chiesa ha sempre tenuto in alta considerazione il momento della morte, cioè del congedo nella fede da questo mondo e del passaggio alla casa del Padre. Lo ha fatto attraverso un’azione pastorale – la “Celebrazione delle Esequie” – che ha sempre visto nel Rito delle Esequie il suo momento culminante, ma ha anche sempre attribuito grande importanza ai gesti che lo precedono e lo seguono.     Convinti della rilevanza di una simile azione pastorale anche per il tempo attuale, anzi ancora di più, e insieme consapevoli dei profondi cambiamenti in atto, la Chiesa non perde  l’occasione per testimoniare la visione cristiana della morte nei suoi vari aspetti: annuncio che i nostri morti sono vivi in Cristo e condividono la gioiosa comunione dei santi; ricordo del giudizio di Dio, inteso come invito a riconoscere la serietà del male e la responsabilità della libertà; richiamo al pensiero alla morte non impaurito ma riconciliato e perciò capace di illuminare costantemente la vita; esortazione a comprendere il senso cristiano del suffragio, nella piena convinzione della comunione dei santi.     Nel contesto che viviamo alternativamente e pericolosamente di depressione e di euforia, i discepoli del Risorto sono invitati ad essere testimoni della risurrezione.

Siamo tutti esortati a vivere la certezza (non solo la speranza), quella che fiorisce dal sepolcro vuoto di Cristo, memori che “la risurrezione dai morti è la fede dei cristiani. Per questo essi sono tali.” (Tertulliano, Ap 1).

don Maurizio

 

Domenica 4 ottobre 2020  – LA DOMENICA DELLA “RINASCITA”

Festa della Madonna del Rosario

(Insieme 39.2020)

Nella nostra parrocchia, come da tradizione, la prima domenica di ottobre non è solo la festa della Conpatrona – la Madonna del Rosario, alla quale tutti i fedeli sono particolarmente legati – ma coincide anche con la ripresa di tutte le attività pastorali, a cominciare da quelle oratoriane e della catechesi.      Quest’anno, poi, questo inizio assume un valore significativo dopo la lunga esperienza di lockdown dovuta alla pandemia. C’è attesa, c’è speranza, c’è voglia di riprendere insieme. C’è una grazia speciale in ogni inizio. Chi si mette all’opera è attratto da una meta da raggiungere, da un risultato desiderabile, dall’intenzione di vivere il tempo come amico del bene.   C’è anche una speciale tentazione in ogni ripresa, quando chi si mette all’opera sembra spinto dall’inerzia e dice: «Ancora? Sempre le stesse cose? I soliti volti, i soliti fastidi, le solite tensioni! i soliti impegni!». Ma c’è anche una domanda carica di attesa fiduciosa: “Come inizieremo quest’anno? ”

Dopo il trauma subito, dopo le molte previsioni e le molte smentite, sotto molti condizionamenti e forse inestirpabili paure, avviamo comunque un nuovo anno pastorale.

La sapienza cristiana legge in ogni inizio un’occasione, una grazia, una novità. Tanto più in questo 2020: molte delle solite cose sono da re-inventare. L’impegno che dobbiamo metterci è quello di imparare dall’esperienza vissuta e che stiamo ancora vivendo per essere migliori rispetto a  prima.  Dobbiamo essere docili allo Spirito di Dio e come «ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli: è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (cfr. Mt 13,52).

La ripresa dell’attività ordinaria è il tempo propizio non solo per raccogliere la lezione che viene dai mesi strani e complicati che abbiamo vissuto, ma anche per interrogarci insieme su come dobbiamo riprendere, su quali siano le cose essenziali, quali le zavorre, quale il segreto per l’irradiazione della gioia nel vivere la nostra fede cristiana.      L’arcivescovo Mario ci propone, dunque, di caratterizzare la Domenica 4 ottobre come “domenica dell’ulivo”, nel senso che intende incoraggiare la benedizione e la distribuzione di un “segno” come messaggio augurale. Basterebbe ripensare spontaneamente alla colomba di Noè e al suo segno-messaggio di “rinascita”, di “ripresa”, di “futuro”. Penso che in questo tempo ne abbiamo tutti bisogno: come singoli, come famiglie, come Chiesa popolo di Dio, come società civile.      Nel tempo che abbiamo vissuto, l’epidemia ha devastato la Terra e sconvolto la vita della gente. Abbiamo atteso segni della fine del dramma. La benedizione dell’ulivo o di un segno analogo deve essere occasione per un annuncio di pace, di ripresa fiduciosa, di augurio che può raggiungere tutte le case.      Celebrare questo segno nel giorno in cui ricorre la memoria di san Francesco d’Assisi, nell’anno dedicato a rileggere e recepire l’enciclica di papa Francesco Laudato si’, è un ‘altra occasione ricca di messaggi. Inoltre, per noi parrocchiani di san Martino assume un ulteriore significato: la festa della Madonna del Rosario e la festa del “Via” come inizio della catechesi sono l’occasione per iniziare un nuovo anno pastorale nella intercessione di Maria come “sede della Sapienza”. Ella, donna di fede, abitata dal timor di Dio, fedele al disegno del Padre e del suo Figlio Gesù, lei che custodiva meditando nel suo cuore le parole e le vicende di Gesù ci aiuti in una lettura cristiana delle vicende e delle situazioni, una lettura sapiente, ispirata dallo Spirito di Dio e dalla luce del Vangelo.

don Maurizio

 

LA SAPIENZA: QUESTA SCONOSCIUTA E TANTO NECESSARIA

Qualche riflessione per entrare nello spirito della lettera pastorale dell’Arcivescovo

(Insieme 37.2020)

Dopo la presentazione-introduzione della lettera pastorale 2020-2021 che abbiamo dato nell’Editoriale dell’Insieme scorso, vogliamo offrire qualche spunto per entrare meglio nello “spirito” e nel “cuore” della proposta pastorale.

Quale potrebbe essere la o le “parole-chiave” della proposta pastorale dell’Arcivescovo 2020-2021? Dopo aver letto la lettera pastorale con l’invito a coltivare la Sapienza di Dio per evitare di essere stolti, la “parola chiave” o il concetto sintetico di tutta la proposta potrebbe essere: discernimento. Per discernimento, infatti, intendiamo la capacità di rileggere la storia con una capacità di interpretare gli avvenimenti e la vita alla luce della Parola di Dio e che consente di comprendere le scelte che siamo chiamati a fare, distinguendo e perseguendo il bene. La pandemia non ha creato tanto delle dinamiche nuove – se non come conseguenze – , quanto piuttosto, in primis, ha portato alla luce alcune che erano già presenti ma delle quali dobbiamo prendere di nuovo coscienza e averne più profonda consapevolezza. Il senso del limite e della fragilità, il significato della malattia e della sofferenza, il dolore della solitudine e il valore della solidarietà, l’impatto provocante con la realtà della morte ma anche il suo oltre come speranza o piuttosto come certezza, sono realtà che chiedono alla nostra società – e a noi – incantata dalla convinzione di un progresso senza limiti, di ripensare se stessa.     Inoltre, il discernimento non è mai un’arte individuale, ma è un’arte relazionale, comunionale; per questo si percepisce, trasversalmente a tutta la lettera, il forte richiamo di papa Francesco nella sera del 27 Marzo: «non ci salva da soli perchè siamo tutti insieme sulla stessa barca».

Colpisce molto quello che l’Arcivescovo, nelle prime pagine della sua proposta, afferma, ossia che l’inizio di questo anno pastorale, più che un tempo di programmazione, debba essere un tempo d’interpretazione e di discernimento su quanto abbiamo vissuto, stiamo vivendo e ci apprestiamo a vivere. Un tempo che ci chiede di ritornare all’essenziale. Un’affermazione, quella dell’Arcivescovo, che sembra un po’ contraddittoria con tutta una lunga serie di proposte concrete che vengono poi indicate per l’attività delle parrocchie. Rimane tuttavia l’invito all’ascolto di competenze e sapienze diverse, anche nei confronti di chi non appartiene alla comunità ecclesiale, per maturare una visione lungimirante della vita pastorale e non chiusa nei limitati orizzonti delle cose da fare pur necessarie.

Perché questo richiamo?  Spesso il rischio è quello di essere maggiormente preoccupati di fornire degli strumenti di programmazione, pure necessari, ma che non sempre nascono da un ascolto attento della percezione del reale. Mi pare interessante il fatto che siamo chiamati anzitutto a un ascolto profondo della realtà e della storia che ci aiuti a orientarci come comunità cristiana ed ecclesiale. Che l’Arcivescovo indichi questo, richiamando l’importanza della sapienza che ritroviamo negli scritti biblici, mi sembra particolarmente significativo, perché la sapienza è quell’arte di trovare la Parola di Dio iscritta dentro le vicende umane, o meglio, illuminate da essa. Non una Parola che scende semplicemente dall’alto, ma che sale quasi dal basso, facendosi carico di ciò che la persona e la comunità vivono.

Altre declinazioni di che cosa sia la sapienza.  Tra le definizioni bibliche spicca quella che afferma che «Il principio della sapienza è il timore del Signore» (Sal 111,10): questo non vuol dire avere paura, ma piuttosto coltivare il “senso” di Dio e del suo Mistero come affidamento. Si tratta di un “senso” – quello di Dio – che va certamente e correttamente recuperato e che la nostra società moderna sembra aver perso o averne dato significati inappropriati.

Sapienza, nel suo significato biblico, non vuol dire sapere tutto o avere necessariamente cultura, ma cercare il senso di quello che viviamo in questo nostro tempo. Per questo la Sapienza è piuttosto il nome di un’arte, di uno stile di vita, che comincia dal lasciarsi ammaestrare dalla situazione. Questo vuol dire, anzitutto, cogliere le domande radicali che la realtà che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo porta con sé. La ricerca della sapienza è come il dotarsi di una bussola, che non esime dalla fatica del cammino, ma che piuttosto, spinge a muoversi senza smarrirsi.     La Sapienza è un dono e, allo stesso tempo, un compito. È un dono che viene dall’alto, come invochiamo nella preghiera. Insieme, però, la nostra preghiera non può essere autentica senza la consapevolezza di un esercizio che ci implichi direttamente.     La Sapienza non si costruisce in maniera individualistica, ma sempre in un esercizio di dialogo, che include una disposizione all’arricchimento reciproco, anche tra fedi diverse.   A questo riguardo, emblematico è il monito che, in maniera davvero struggente, papa Francesco, il 27 marzo scorso, ha pronunciato in piazza San Pietro: «Abbiamo proseguito imperterriti pensando di vivere sempre sani in un mondo malato». Dobbiamo cambiare e farlo tutti insieme».     La Sapienza è un «esercizio di docilità allo spirito», al dialogo fraterno, a valorizzare l’intelligenza umana che, illuminata dalla fede, si predisponga al futuro. Insomma, l’esercizio della sapienza ci porterà anche a una rinnovata intelligenza pastorale.

Un compito lungimirante  Trovo assolutamente interessante e provocatorio il sottotitolo: «Si può evitare di essere stolti». Chiaro, puntuale, va al dunque.  In questo modo, oggi siamo chiamati ad essere credenti moderni che mentre provano a vivere da cristiani con l’aiuto della Parola e dei sacramenti, stanno dentro il tempo e il mondo, condividendo con ogni essere umano la storia nella quale il Signore li pone. Vi si scorge un filo rosso che parte dal Vangelo, passa per la lettera A Diogneto, trova un approdo e un trampolino per un nuovo rilancio nel Vaticano II.

don Maurizio

 

DIVENTARE SAPIENTI IN QUESTO TEMPO DI RIPRESA DOPO LA PANDEMIA

Presentazione-introduzione della lettera pastorale dell’Arcivescovo: «Infonda Dio sapienza»

(Insieme 36.2020)

Ecco cosa intende offrire alla Diocesi il nostro Arcivescovo Mario come proposta pastorale per questo prossimo anno.

Il punto di partenza, come prima inevitabile riflessione, è quello sul tempo che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo in conseguenza di questa pandemia che ha messo alla prova tanti aspetti della nostra società, della nostra vita e della nostra comunità cristiana e di tanti problemi che ha creato nel mondo intero. Si tratta di una tragedia planetaria, di un dramma profondo difficile da affrontare; è stato ed è un tempo complicato, doloroso, siamo stati costretti anche a riflettere sull’evento della morte. L’immagine più consona è quella del trauma che poi per essere recuperato non può essere dimenticato in breve ma ha bisogno di una riabilitazione che richiede il suo tempo e la necessaria pazienza.     Queste considerazioni ci spingono a capire di più e meglio quanto sta accadendo e come possiamo affrontarlo. Il tema da porre in evidenza è chiaramente un desiderio di Sapienza, la persuasione che abbiamo bisogno di una considerazione Sapiente di quello che è successo e che stiamo vivendo; c’è bisogno di una riflessione di una pacatezza che permetta di richiedere al Signore la Sapienza non come acquisizione intellettuale, ma come quella sapienza pratica che rende saggi nel vivere, nell’affrontare le esperienze della vita.  Due riferimenti sono particolarmente significativi.

Il primo è il memoriale di san Carlo ai milanesi dopo la peste: «conosci Milano, conosci che cosa ti è successo, conosci da dove ti viene questa grazia di essere ancora vivo?» La preoccupazione del Borromeo è far sì che la gente esca dalla peste con una sapienza, con una consapevolezza nuova che permetta di convertirsi, di capire che non si può riprendere a vivere come prima.

Il secondo è il messaggio di papa Francesco rivolto alla gente di Lombardia durante l’udienza del 26 Giugno che possiamo sintetizzare così: «Adesso, è il momento di fare tesoro di tutta questa energia positiva che è stata investita. Non dobbiamo dimenticare.

Due testi che danno buone motivazioni per dedicarci a una ricerca della sapienza.     Nella lettera la proposta pastorale si articola in una parte generale sul tema della sapienza, parte che dovrebbe essere riletta e utilizzata durante tutto l’anno pastorale, mentre per ogni tempo dell’anno ci sarà una lettera più breve, più specifica sui tempi liturgici e sulle iniziative previste. Non dimentichiamo che la vera proposta pastorale è l’Anno Liturgico: quello che forma la nostra fede, le nostre comunità e che orienta il nostro cammino; è la liturgia che ci permette di essere uomini e comunità rinnovate.

Il tema della Sapienza prende spunto dalle domande che meritano di essere ascoltate; bisogna dare tempo perchè le domande emergano e nello stesso tempo la domanda è da interpretare perchè la domanda può essere intenzionata a finalità diverse: alcune domande sono fatte per sapere e imparare come in una lezione; altre volte sono domande fatte per provocare per protestare; altre sono fatte perchè c’è un’autentica sete che cerca l’acqua fresca, quindi domande che sono invocazioni, che sono fame e sete della Parola di Dio. In quest’ultimo senso la domanda è un desiderio di sapienza, di verità, di amore, di luminosa consolazione.

L’ascoltare correttamente le domande diventa inoltre esercizio per interpretare il vissuto: che cosa è successo? che cosa abbiamo provato? in che modo ha reagito la nostra comunità, la Chiesa nel suo insieme, la nostra società? Cosa dobbiamo fare?

Non ci sono però solo le domande, ci sono anche le risposte; non c’è solo la sete, c’è anche la sorgente: ecco la sapienza della rivelazione che non è semplicemente il buon senso. Il percorso che dobbiamo fare è dunque piuttosto quello di pregare, quello di ascoltare la Parola di Dio, di imparare a leggere le Scritture perchè non è già data la sapienza, non è contenuta in modo esauriente nei manuali e nei catechismi, ma viene da Dio, giungendo al punto supremo nella Rivelazione che è Gesù Sapienza di Dio.    Gran parte della Bibbia si può riassumere sotto questo tema della sapienza. Tra tutti i testi raccomandiamo un testo per la lectio durante questo anno pastorale: il libro del Siracide.     Altro tema interessante è “come si cerca la sapienza”, è il tema dell’amicizia come cammino insieme verso la verità. Tema poco frequentato dalla prassi pastorale che spesso considera le persone per il loro ruolo o compito come consiglieri, operatori, corresponsabili. L’amicizia invece esprime uno stile, vuol dire quel tratto di rapporto che è più personale in cui si può condividere le domande, ci si può fare coraggio insieme per andare in una direzione. Di fatto l’amicizia è una categoria  molto preziosa nel Vangelo perchè Gesù nel momento in cui ha portato a compimento la sua rivelazione lo ha fatto nella forma di “confidenza agli amici”: «io non vi chiamo più servi ma amici…» (….); «non c’è amore più grande di chi dà la vita per i propri amici…» (….); «e voi sarete mie amici se farete quello che vi comando…» (….). Nella nostra tradizione abbiamo sempre distinto con un certo vigore l’amicizia dalla fraternità, ma dobbiamo imparare a vivere i rapporti fraterni con lo stile dell’amicizia e – forse – anche viceversa.

Un’altra riflessione necessaria è riconoscere da dove viene il desiderio, il bisogno della sapienza. L’arcivescovo indica tre radici principali che, tra l’altro, ritiene pertinenti al momento che viviamo e che si traducono in proposte pastorale.    La prima radice del desiderio è dare parola allo smarrimento – non si sa cosa sta succedendo, non si sa cosa succederà, non si sa che cosa dobbiamo fare – in modo che diventi invocazione; chi vive nella fede anche nello smarrimento sa di avere un interlocutore; Dio ci ascolta, Dio ci previene, Dio ci ha mandato il suo Spirito, nel dramma, noi non siamo abbandonati a noi stessi. Questo è il modo di cercare la Sapienza più tipico e più necessario: la richiesta nella preghiera. Ecco la proposta di una scuola di preghiera: la sapienza non è solo frutto dell’ascolto di un esperto che ci spiega qualcosa, ma esercizio di preghiera.

L’altra radice della sapienza è il gusto di vedere, di contemplare di dare un nome e un significato alle cose; lo spettacolo della bellezza che suscita lo stupore e suscita una visione serena che riconduce i frammenti a un disegno, che interpreta la vita umana. Ecco la proposta di rileggere l’enciclica di papa Francesco “Laudato Sii” che non è tanto un documento da rileggere ma una visione sapiente della vita, dei rapporti sociali, dei rapporti dell’uomo con l’ambiente in una visione integrale e che per essere acquisita deve essere praticata.

La terza radice è quella che si esprime come “l’arte di stare al mondo”: è la sapienza pratica, è la sapienza che sa interpretare le cose di tutti i giorni. Ecco l’impegno per la buona politica, per la giustizia, per il bene comune, per la cultura.

Nella lettera pastorale sono poi indicati dei percorsi di sapienza.  La sapienza del corpo, cioè l’interpretazione del proprio vissuto corporeo, lasciandosi istruire dal proprio corpo per capire chi siamo, che cosa dice di noi. Abitare il corpo con sapienza vuol dire rendersi conto della nostra bellezza nella fragilità, significa rendersi conto che ciascuno di noi ha bisogno costantemente di cura. Come a dire che la vocazione originaria della nostra corporeità non è quella della prestazione, della performance, quanto piuttosto dell’incontro, della sollecitudine reciproca.    La sapienza tipica del cristiano che è quella della croce che è anche una contestazione della sapienza umana nella misura in cui la sapienza umana diventa orgoglio: cfr la prima lettera di san Paolo ai Corinzi: i greci chiedo sapienza, i giudei chiedono potenza e i cristiani hanno Cristo Crocifisso, sapienza e potenza di Dio. Così questo tema della sapienza non è per fare di noi degli intellettuali, ma per renderci cristiani, vedendo il vertice della rivelazione nella croce di Gesù.  Altro percorso è quello dell’avere una giusta visione di se: contare i propri giorni per avere un cuore saggio; avere il senso del tempo come aiuto a dare un nome all’età che viviamo e alla vita che stiamo conducendo. E’ inevitabile confrontarsi con la sofferenza e con lo scorrere del tempo che porta alla morte. Credo che l’Arcivescovo ci inviti a cogliere, anche in questo abisso, l’opportunità di fare i conti con il limite che noi siamo e della domanda di salvezza che sale dal nostro cuore. Se si sta bene, è facile dimenticare il limite, ma la vera sapienza è appunto sapere, scoprire, capire, ricordarci della nostra fragilità: anche in questo consiste la nostra grandezza.

In conclusione all’Arcivescovo preme anche ricordare una nota di metodo: «si tratta e si chiama proposta pastorale perchè prima di entrare nelle proposte pastorali specifiche, nelle scadenze e nelle cose da fare, io vorrei raccomandare di vivere l’inizio dell’anno dove il tema della sapienza diventi il tema dei nostri incontri: fermarsi a raccogliere le domande e ad ascoltare la rivelazione perchè abbiamo bisogno di una visione sapienziale».  Senza dimenticare che la sapienza è anche quella prudenza che rende audace, che cerca di superare le pigrizie, le paure, l’inerzia che forse il lockdown di questi mesi hanno indotto. Ecco la domenica 4 Ottobre come domenica delle Palme nel senso dell’inizio della ripresa come l’esperienza di Noè al termine del diluvio.    Nel prossimo editoriale continueremo la riflessione sulla lettera pastorale e presenteremo anche una serie di proposte concrete che l’Arcivescovo rivolge alle parrocchie della Diocesi.

don Maurizio

 

” L’ ANNO PROSSIMO A GERUSALEMME ”

(Insieme 33.2020)

In questi giorni avremmo dovuto proprio essere a Gerusalemme in pellegrinaggio in Terra Santa con un gruppo di 100 persone della parrocchia. Purtroppo con la situazione di pandemia abbiamo dovuto rinviare questo pellegrinaggio all’anno prossimo. Sulle nostre labbra e nel nostro cuore sorge così spontanea e quasi naturale l’esclamazione: “l’anno prossimo a Gerusalemme”, ma in questo modo – quasi senza rendercene conto – diciamo una verità che tutti gli ebrei sparsi nel mondo dicono realmente in determinate circostanze con fede e speranza. Strana e – forse – provvidenziale coincidenza. Vediamo di capirci qualcosa di più.

L’Shana haba’ah b’Yerushalayim (השנה הבאה בירושלים), ovvero L’anno prossimo a Gerusalemme è la promessa che ci si scambia durante la Pasqua ebraica. E’ una promessa dolce: quest’anno, siamo in esilio ma l’anno prossimo il nostro Dio ci consentirà di essere nuovamente a casa.    E’ anche una promessa intimamente antisionista: Gerusalemme può essere solo un dono di Dio, non la si può conquistare con le armi o con la costruzione degli insediamenti. Soprattutto, è una promessa oltre il tempo e la storia. Perchè il giorno in cui saremo a Gerusalemme non appartiene alla nostra vita.

Gli ebrei che vivono nella Diaspora pregano “L’anno prossimo a Gerusalemme!” ogni anno alla fine di Pasqua e dello Yom Kippur. Dopo la distruzione del tempio ebraico, la speranza di vederlo ricostruito divenne una componente centrale dell’ ebraica coscienza religiosa e il modo più comune per gli ebrei religiosi di esprimere speranza per il futuro di riscatto e ovviamente di ritorno nella propria terra.       Il Talmud – raccolta di commenti e studi rabbinici – è pieno di dichiarazioni che affermano lo status superiore religioso della Terra Santa, l’obbligo di ebrei a vivere lì, e la fiducia – alla fine – nel ritorno collettivo del popolo ebraico.     La Fede ebraica postula che, sebbene il Tempio di Gerusalemme fu distrutto due volte, sarà ricostruita una terza volta, inaugurando l’ era messianica e la riunione di tutti gli esiliati . Ed ecco che in alcuni rituali ebraici si esprime il desiderio di testimoniare quegli eventi, nella frase L’Shana Haba’ah B’Yerushalayim: “L’anno prossimo a Gerusalemme”.      Per secoli questa è stata solo una promessa spirituale, una speranza che non moriva. Una preghiera. Gradualmente, a partire da centocinquanta anni fa, la clausola è diventata concreta con il movimento sionista; anche il senso è cambiato in un invito a salire davvero in Eretz Israel. All’inizio solo una proposta, una richiesta. Poi, a Giugno del 1948 a Gerusalemme gli ebrei si sono insediati davvero.       Magari fra mille problemi, Gerusalemme era comunque tornata al popolo ebraico, dopo centinaia, migliaia di instancabili ripetizioni di quella formula che continua ad esser ripetuta per il suo senso di speranza nei tempi messianici.      Indipendentemente dall’andare pellegrini in Terra Santa oppure non potervisi recare, tutti dobbiamo coltivare fortissimo il desiderio di conoscere la terra d’Israele, perchè, come afferma misteriosamente il Salmo, «tutti là sono nati» (Sal 87,4-5), perchè carne geografica e umana dell’avventura di Dio nel mondo; un Israele, popolo e paese, che noi dovremmo in ogni caso prediligere, sempre e al di sopra di tutto, tra i nostri amori.      Anche noi pellegrini e non solo, che in tempo di Covid-19 dobbiamo rimandare il nostro progetto, coltiviamo lo stesso desiderio degli ebrei-cristiani di tutti i tempi, anzi nonostante il rinvio, l’occasione di avere più tempo a disposizione ci impegna ancora di più a prepararci e a formarci. Per questo riproporremo, nel corso dell’anno che ci sta davanti per tutti coloro che lo desiderano, un programma con tutta una serie di incontri, quelli già previsti ed altri ancora, ed esperienze che potranno ulteriormente accrescere la conoscenza della Terra Santa e prepararsi consapevolmente al pellegrinaggio.

don Maurizio

 

L’ “ALPINISTA” GESU’   (Terza Parte)

(Insieme 31.2020)

Nell’esercizio della ricerca della sapienza, cioè il “salire per scendere” nelle profondità del significato della vita e delle sue esperienze, abbiamo un modello sublime: il Figlio di Dio, Gesù.

Diverse sono le montagne salite da Gesù, non per il gusto di scalare, ma per ricercare luoghi di più profonda intimità col Padre, luoghi di silenzio e di contemplazione. Alcune di queste montagne spiccano nel paesaggio, altre sono rilievi appena accennati. Talune individuabili anche oggi, come la scarpata su cui si adagia Nazaret (Lc 4,29), la severa impennata che partendo da Gerico culmina con Gerusalemme (Lc 18,35-19,11), il Monte degli Ulivi (Lc 22,39-46), il grumo roccioso del Golgota (Gv 19,17). Altre sono identificate da tradizioni antichissime, come il Tabor, la cima dove Cristo si trasfigurò (Mc 9,2), o la montagna del discorso che cambiò il mondo (Mt 5,1), la salita verso Betania, dove abitavano i suoi amici e da dove ascese al cielo (Lc 24,50). La localizzazione di altre rimane un mistero, come il monte dove Gesù, solo, salì a pregare (Mc 6,46), o a rifugiarsi, scappando dalla folla (Gv 6,14).

Le montagne sono la scena adatta per gesti importanti del Salvatore: in quei luoghi ammaestra, prega, sta con la gente o in solitudine, riceve l’incoraggiamento e l’affetto del Padre, avvolto nella nube; su un monte (la collina degli ulivi), pur provando paura, tristezza, angoscia, si fida e si affida; sopra un’altura si lamenta, grida e muore; da una cima, vittorioso, appare risorto (Mt 28,16). Anche sulle montagne il Figlio incontra e rivela il Padre, il suo, dai tratti inconfondibili: tenace, resistente, affidabile come una roccia, ma come essa vertiginoso.

Tuttavia i Vangeli non provano il medesimo ingenuo entusiasmo riservato da molte religioni e spiritualità alle montagne, quasi fossero in ogni caso luoghi prediletti dell’incontro col divino o luoghi sacrali. La visuale evangelica è più complessa. Infatti la montagna può essere lo scenario dove anche il Maligno agisce volentieri. Satana portò Gesù su un «monte altissimo» (Mt 4,10), millantando una potenza e una forza che non aveva e quindi non poteva offrirgli. Il Signore non ci cascò. Così anche il pover’uomo che, spinto da uno spirito impuro, «continuamente» saliva sui monti, gridando e lacerandosi con pietre (Mc 5,5). I Vangeli avvertono con chiarezza: non tutte le altezze sono divine, tantomeno i desideri e le energie che consentono di raggiungerle!

Dalla vita del Signore traspare una considerazione ben più articolata circa le altezze (montuose e non), le salite e le ascese (montane e non). Lo si nota fin da subito, quando all’inizio della cosiddetta vita pubblica per la prima volta egli è il soggetto del verbo salire, tipico di chi va in montagna: «Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua» (Mt 4,16). L’originale greco non dice uscì, ma salì. Si tratta delle acque del fiume Giordano, il cui nome significa “Colui che scende”, ed è più che mai appropriato. Infatti dalla considerevole altitudine della sua sorgente sul monte Hermon (2.700 metri) scorre fino a cadere nel lago di Tiberiade, a quasi 250 metri sotto il livello del mare. Da quel bacino fuoriesce per insinuarsi nella grande depressione causata dalla spaccatura della crosta terrestre, per sfociare nel Mar Morto, a 400 metri sotto il livello del mare, il punto più basso della superficie della Terra. Il corso del Giordano è una discesa violenta, un precipizio di più di 3.000 metri. Per farsi battezzare, Gesù entra proprio nel Giordano e sale da “Colui che scende”. Questa immagine paradossale è la porta d’ingresso al mistero delle salite di Cristo e delle ascensioni richieste ai suoi discepoli. La sua salita non è frutto dall’eroismo che sfida la forza di gravità, tantomeno deriva dalla presunzione delle proprie forze, non guarda la gravità dall’alto in basso, non la nega come forza che ci attrae verso il basso e ci tenta a cadere, non vi soccombe, ma ad essa si allena. Del resto, la gravità è la medesima potenza che fa cadere e che tiene i piedi ben saldi a terra, permettendo l’equilibrio della posizione eretta. Chi nega la gravità o, presuntuoso, la provoca, prima o poi cade; chi ne rimane succube, non si rialza; chi accoglie le sue possibilità, rispetta le sue resistenze ed è abile a trasformare i suoi blocchi in “blocchi di partenza”, si mette in piedi, cammina e sale. Questo vale anche per ciascuna delle forze che fremono nell’anima, funziona anche per le vette dell’anima.

Il Nazareno sale bagnato dalle acque di “Colui che scende”, perciò si trova a suo agio a percorrere in lungo e in largo la Terra Santa. Essa non si presenta né come un’unica ampia vetta, né come una regolare pianura, ma è tutta un saliscendi, esattamente come il paesaggio di ogni anima. Persino Maria, di cui ricordiamo in questi giorni di mezza estate la festa dell’Assunzione al cielo, ci ricorda l’impegno ad elevarci verso il cielo: Maria si mise in viaggio in fretta verso la montagna (Lc, 1,39)

Anche noi siamo invitatati a “salire e scendere” in un continuo esercizio spirituale che alla fine ci rende sapienti e santi.

don Maurizio

 

LA BIBBIA E LA MONTAGNA (Seconda Parte)

(Insieme 31.2020)

Riprendo il filo della riflessione dell’Editoriale della scorsa domenica sul tema della montagna come luogo della dinamica del salire in alto per “scendere alle altezze” dell’interiorità come esercizio che propizia la sapienza della vita. In questa prospettiva, comprendere a fondo il radicamento del tema nel contesto biblico si presenta davvero come essenziale. La montagna come cifra spirituale e di rivelazione di Dio è un tema caro a tutta la Bibbia.

L’età dei patriarchi, come ci racconta l’Antico Testamento, ci ha lasciato varie memorie di pellegrinaggi a luoghi santi o a santuari, in genere rappresentati da alture (si tratta dei “luoghi alti” che, secondo la tradizione biblica, sono anche i santuari degli dei venerati dalle nazioni straniere rispetto al popolo d’Israele). Tali luoghi santi possono essere pietre spesso d’origine meteorica (considerate dimore divine: bethel, “casa della potenza”), pozzi come quello di Sichem in Samaria, alberi come la quercia di Mamre: di solito i patriarchi marcano il luogo santo sancendone appunto la santità mediante la costruzione di un altare o di una stele. Sovente, nell’età più antica, si tratta di luoghi sacri della tradizione cananea, di cui il Dio d’Israele in qualche modo si appropria.

Un ruolo speciale, in tutta la tradizione ebraica, è assegnato alle montagne sacre. Il mancato sacrificio d’Isacco ha luogo sull’altura del monte Moriah, che viene tradizionalmente identificato con la collina che sorge leggermente a nord di Sion – a sua volta sede di quella città di Salem sulla quale regna il re-sacerdote Melchisedec, “sacerdote dell’Altissimo” e a ovest del Monte degli Ulivi. Sul monte Moriah verrà eretto nel X secolo a.C. il Tempio di Gerusalemme. Altre montagne sacre alla tradizione ebraica sono il Gebel Musa (Monte di Mosè) al centro del Sinai; il monte Nebo, che si erge immediatamente a est dell’oasi segnata dall’ingresso del Giordano nel Mar Morto e dal quale Mosè contemplò la Terra promessa, nella quale tuttavia Dio non gli consentì di far ingresso; il monte   Carmelo   (Karm El, letteralmente “Vigna della Potenza”), lo sperone montano, sito nel nord del paese d’Israele, che nel IX secolo a.C. era sacro alla divinità fenicia Baal e sul quale ebbe luogo la tremenda ordalia tra il profeta Elia – e il suo Dio, il Dio di Israele – e i sacerdoti di quel dio (1Re 19,20-40). Più tardi, secondo il racconto evangelico i due profeti cui erano care le montagne sacre Mosè ed Elia – si sarebbero mostrati ai lati di Gesù su un’altra montagna destinata a divenir per questo sacra, il monte Tabor, in Galilea (Mc 9,1; Mt 17,1; Lc 9,27) dove risuona impressionante l’espressione dei tre discepoli che vivono quest’esperienza: «E’ bello per noi stare qui…».

Quella bellezza, nella sua dimensione salvifica, l’ha vissuta anche Gesù, ma di questo parleremo nella terza parte dell’Editoriale. Intanto ti regalo una riflessione poetica.

Tu la conosci una montagna?

No?

Allora cercala, trovala. Arriva in cima, in un giorno in cui ti sembra di non farcela.

Cerca un posto in cui gli occhi possano frugare l’Assoluto,

in cui il cielo sia uno spettacolo privato solo per te.

Siediti. Respira forte, lentamente, ingoia tutta l’aria, assaporandola come non fai da tempo.

Guarda davanti a te verso l’infinito:

e solo allora preparati a buttare via la rabbia, la delusione, la paura e il malcontento.

Sono zavorre inutili.

Fai che ci sia il silenzio, quel suo stesso silenzio.

Aspetta con fiducia e qualcosa succederà. Qualcuno si metterà all’ascolto.

Non chiedere, non proporre, non pensare. Semplicemente mettiti in ascolto.

Avrai di colpo una percezione, capirai qualcosa che ti sfuggiva,

qualcosa su cui non sapevi di poter contare. 

Quella bellezza intorno all’improvviso ti toccherà il cuore.

È tua, ti appartiene e ne fai parte, è dono per te.

Credi, non credi? Poco importa. Cerca il suo ricordo, cerca la sua voce, cerca il suo sorriso.

Verrà. Lui, Dio. 

Tienitelo un po’ vicino, fagli posto accanto a te, e aspetta ancora senza fretta.

Poi guardati di nuovo attorno e guardati dentro: tutto sarà come prima, ma nulla sarà come prima.

Quel posto sarà il tuo santuario, tornaci tutte le volte che ne avrai bisogno.

Lui e la montagna – ma anche qualsiasi luogo dove stai con il cuore – ti insegneranno ad amare

e ad amarti.

don Maurizio

 

SALIRE LE VETTE DELLA…VITA (prima parte)

(Insieme 30.2020)

Per quest’estate molto particolare, che segue ma è ancora toccata dall’esperienza del Coronavirus, vi propongo un Editoriale in più parti, rivolte soprattutto a chi va in montagna, ma non solo: anche chi andrà al mare o chi resterà a casa o farà qualche uscita fugace, oppure percorrerà il cammino di Dante, potrà trarre giovamento da queste riflessioni. Sono una sorta di preludio a un esercizio sapiente per imparare a leggere il nostro tempo e le nostre esperienze a un livello più profondo; un esercizio che ci proporrà anche il nostro Arcivescovo con la sua prossima lettera pastorale sulla sapienza.

Sapersi inferiori, deboli e fragili e al tempo stesso dignitari di una coscienza. Succede all’essere umano di essere molto piccolo e tanto grande al tempo stesso quando sta in mezzo alla natura. Dentro alla natura si esprime il fascino e una chiara separazione che ci pone in un particolare atteggiamento di riverenza e di responsabilità.      Non ci sono preferenze nella natura, tutto è sacro, l’aria, l’acqua, la terra, il mare, la montagna… anche noi. E’ lei che porta l’essere umano a un bisogno di salire, cercare un punto elevato, che sia più alto della  misura quotidiana. E’ lei che instilla nel cuore dell’uomo il desiderio della bellezza e di poterne far parte.     La bellezza e la capacità di uno sguardo più ampio, lo sappiamo, ci sono indispensabili per esprimere il fondo misterioso del vivere, nostro e del mondo. Dobbiamo allenare la nostra libertà e la nostra sensibilità a decidere di fare dell’apertura all’infinito la costante della condizione umana e la scala della sua salita al cielo, pur rimanendo fedeli alla terra.     Lo sappiamo: i luoghi alti sono da sempre tra gli spazi preferiti dall’uomo per esprimere il rapporto con la sfera del sacro. Si tratta di una costante antropologica, un codice condiviso per significare la verticalità simbolica del rapporto con il divino, che non a caso spesso abitava le cime dei monti. Nel cristianesimo questo rapporto è più articolato e complesso. E nei secoli le vette hanno visto sorgere cappelle, abbazie e santuari. Potremmo addirittura parlare di una religiosità – o meglio – di una mistica della montagna.     Il mare, sin dall’inizio, ha sempre ispirato avventure collettive facendo nascere la letteratura di mare epica, con l’Odissea, fino a Moby Dick e gli altri capolavori, poiché il fondamento è un’epopea; mentre la montagna ispira visioni e bagliori, una ricchissima antologia di capolavori dove la letteratura sulla montagna è individuale della stessa stoffa della visione del mistico, e del poeta lirico.      L’avventura in montagna, esperita fisicamente o nella pura immaginazione, non conduce da una terra a un’altra, ma dalla terra al cielo. Pare replicare al miracolo originario dell’albero, che affonda le sue radici nella terra, da cui trae nutrimento, per salire verso le regioni del cielo, allontanandosi dall’humus da cui pure nasce. La montagna lega la terra al cielo. Per quanto alta e lontana, quella cima non si è staccata dal suolo, ma lo porta nel cielo.     L’uomo che si avventura verso la montagna, l’alpinista, sente l’impulso a lasciare la terra per salire più in alto, a contatto con le regioni del cielo. Egli sa che non può oltrepassare quel confine se non nello spirito; può solo giungere alla vetta per poi tornare: vuole toccare l’infinito per portarne l’impronta sulla terra, per sentirne la complessità divina.     Da qui nasce la duplice interessante e impegnativa dimensione: dell’alpinista e del monaco, cioè di chi va in montagna con un procedere e un salire sapiente, non certo da sprovveduto turista.     La montagna non è solo incantata e incantevole, è il luogo attraverso cui il divino può passare dal cielo alla terra. La montagna è il luogo supremo di ascesi, la zona dello Spirito. La montagna è lo spazio e il tempo dove salire, fermarsi, sostare  e ritornare: qui il viaggiatore non è più simile al marinaio, che giunto al porto lontano salpa e riparte diretto a quello di partenza. Qui, senza la sosta sulla montagna e l’accesso al suo spirito, sarà impossibile un vero ritorno. Si tratta di un ritorno molto particolare perchè diviene conquista di un se stesso a noi stessi ignoto prima del viaggio.     Si può salire solo per scendere…o per ri-discendere, scendere di nuovo, scendere in profondità: dalle altezze verticali alle altezze interiori! Si sale per scendere ed essere più sapienti.

don Maurizio

 

IMPAREREMO QUALCOSA DAL COVID-19? L’ARTE DEL CHIEDERE LA SAPIENZA

(Insieme 28.2020)

Il desiderio di ripresa e di speranza nel guardare al futuro dopo l’esperienza della pandemia – anche se tutto non è ancora passato soprattutto in diverse parti del mondo –  è davvero grande.     Dopo aver scritto e gridato in tanti modi la frase cult “andrà tutto bene”, in questo periodo c’è il rischio di non convertirsi, di non cambiare, di resistere al cambiamento. Si potrebbe riprendere tutto come prima o anche peggio, mancando l’appuntamento con la storia. Ci sono purtroppo alcuni segnali che dicono la voglia di ritornare come prima e che sembrano smentire che qualcosa di drammatico è successo; dobbiamo invece essere migliori rispetto a prima e imparare alcuni insegnamenti.

«Neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi» In questo tempo del Coronavirus, che sembra non avere fine, c’è il grave e molto probabile rischio di non imparare, di non convertirsi e di non cambiare. Viene alla mente la conclusione della parabola di Lazzaro e del ricco epulone nella invocazione del ricco epulone dall’inferno ad Abramo: «Il ricco disse: “Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui: “No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi”» (Lc 6, 26-31).

Per imparare da questo tempo è prima necessario attraversarlo fino in fondo. Con la metafora presa dal racconto biblico dell’Esodo, prima bisogna attraversare il mare e poi c’è un lungo e faticoso cammino nel deserto prima di entrare nella terra promessa. “Il tempo per imparare” è fondamentale per lasciarsi mettere in questione in modo profondo e cambiare, altrimenti  rimarrà retorica l’affermazione più volte ripetuta da tutti: «Non sarà più come prima!». Non c’è purtroppo solo il rischio di non cambiare, ma se non si sente, non si ascolta, se non si impara dall’esperienza, se non si riflette sapientemente, c’è anche il pericolo di andare anche peggio nella comunità ecclesiale come in quella civile.

A questo punto abbiamo davvero bisogno della Sapienza, di una Sapienza che ascolta le domande profonde e ricerca le risposte nella rivelazione di Dio. E’ l’invito che ci rivolgerà il nostro arcivescovo con la prossima lettera pastorale per l’anno 2020-2021

La sindrome del: “sò io come stanno le cose” Non hanno il tempo di imparare – e non sono saggi – quelli che hanno già capito tutto, che sanno già tutto, che giudicano facilmente senza sentirsi responsabili di niente. Se non recuperiamo una visione sapiente dell’esperienza vissuta e che stiamo ancora vivendo, si corre il rischio di non lasciarsi veramente interrogare da ciò che sta accadendo per cambiare il proprio stile di vita, i propri pensieri e la qualità delle proprie azioni.

Trovare il colpevole Non hanno tempo per imparare – e non sono saggi – quelli che trovano sempre il colpevole, il capro espiatorio, dando sempre la colpa agli altri. In questa fase di iniziale remissione della pandemia stanno moltiplicandosi coloro che accusano e spesso sono gli stessi che hanno sottovalutato e deriso la gravità del pericolo. La teoria del nemico negli eventi sociali funziona benissimo.  Non impara niente chi si fissa su un “nemico” come assoluto e quindi riesce a dividere il mondo in due, in modo netto, tra buoni e cattivi. In tal modo si semplifica la vita a se stessi e la si complica agli altri. Se non recuperiamo una visione sapiente dell’esperienza vissuta e che stiamo ancora vivendo, gli interessi personali, di gruppo, di partito o di azienda o di “chiesuola” sono gli unici che contano e non importa chi li paga.

Non fare i conti con se stessi  Non hanno tempo per imparare – e non sono saggi – quelli che in questi giorni non stanno facendo i conti con se stessi. La pandemia crea un “pressing” emotivo pesante, è come una radiografia che mette allo scoperto il proprio modo di essere, le crepe e le fragilità, lo stile delle relazioni, la propria visione del mondo di qua e del mondo di là. Non hanno tempo di imparare – e non sono saggi – coloro che non prendono contatto, al tempo stesso, con la vulnerabilità e la grandezza della propria umanità: le povertà e i limiti, le qualità e le risorse, ciò che sta più a cuore e ciò che dà senso e gusto alla vita. Questo tempo di vero e proprio “tirocinio” nel vivere, così esigente, apre occhi nuovi verso gli altri oltre che verso se stessi. Se recuperiamo una visione sapiente dell’esperienza vissuta e che stiamo ancora vivendo, questo può essere un tempo nel quale si impara molto anche a riguardo di esperienze precedenti. Ma per imparare occorre il coraggio di rischiare e lasciarsi convertire. 

Non mancare l’appuntamento con la storia  In questo momento si apre un tempo delicato e rischioso in cui  re-imparare  a camminare e stare con gli altri, dove c’è chi ha paura e c’è chi ha fretta. Ma il rischio più grave sarebbe quello di non imparare e quindi di non cambiare, ma, come è più probabile, ripetere o peggiorare.

Impareremo qualcosa? Dopo il mare del grave pericolo, come per il popolo di Israele, ci aspetta il cammino nel deserto, per imparare chi veramente siamo (“Come ci stiamo conoscendo? Quali scelte personali sono messe alla prova? Quali interrogativi rispetto al mio stile di vita?”), chi è Dio per noi (“Come è mutata la percezione del volto di Dio? Quale resistenza/lotta e affidamento/resa verso Dio? Come si sta purificando e rendendo più essenziale la fede?”), come si può camminare insieme (“Quali forme di solidarietà viviamo? Come stiamo riscoprendo il senso della  comunione ecclesiale? Quali sentieri stiamo percorrendo nella fraternità e nelle riconciliazione famigliare e sociale?”). Se recuperiamo una visione sapiente dell’esperienza vissuta e che stiamo ancora vivendo, scopriamo che proprio ora c’è un tempo per imparare. C’è bisogno di una riflessione, di una pacatezza che permetta di richiedere al Signore la Sapienza non come acquisizione intellettuale, ma come quella Sapienza pratica che rende saggi nel vivere e nell’affrontare le esperienze della vita.

don Maurizio

DIO: DENTRO O FUORI DALLA NOSTRA STORIA?

(Insieme 23.2020)

Nell’emergenza che stiamo ancora vivendo a causa della pandemia ci sono offerte molteplici sfaccettature della realtà, talune tra loro contraddittorie e altre edificanti. Tra le tante mi sembra di dover constatare che in questo tempo di grave emergenza la cultura, le espressioni della società, le iniziative prese, tutto sia stato fatto nella più o meno inconscia consapevolezza che dovevamo – dobbiamo – “cavarcela da soli”.

Alla televisione e nel mondo dei social tutti sono intervenuti a dire la propria opinione; persino i “big” della musica, dello spettacolo, della scienza e dell’economia, per non parlare dei politici, tutti a lanciare considerazioni, proclami e appelli, ma mai nessuno a parlare di Dio né in bene né in male, come se egli fosse stato estromesso dal nostro mondo. Tutte le reazioni messe in atto dal mondo laico – scienza, tecnica, economia, politica – non hanno minimamente coinvolto Dio, come se fosse ormai dato per scontato che egli sia scomparso dalla scena non solo del nostro tempo ormai secolarizzato, ma anche dal nostro pensiero e dal nostro agire.      Espressioni stereotipate come gli slogan carichi di speranza scritti e colorati del tipo: “andrà tutto bene”, sembravano confermare che comunque ce la saremmo cavata da soli e ne saremmo usciti bene confidando solo in noi stessi. Nessun pensiero e nessun riferimento al senso popolare della provvidenza che pure per secoli aveva istruito non solo i cristiani ma la cultura europea con l’arte letteraria di manzoniana memoria.   Soltanto gli uomini di Chiesa sono intervenuti: alcuni opportunamente e significativamente, altri maldestramente creando persino confusione nel popolo di Dio.

Dobbiamo però anche riconoscere che in questo tempo di coronavirus una buona parte di credenti ha riscoperto la fede e molte persone si sono avvicinate di più all’esperienza spirituale in genere e alla preghiera in particolare.  Abbiamo poi assistito ad una sorta di condivisione della sofferenza  e della solidarietà nell’impegno di molti professionisti e volontari. Nell’emergenza del coronavirus è risuonata un’urgenza, quasi una “vocazione” senza frontiere: la compassione, il soffrire insieme, il solidarizzare con i più provati; sentimenti anche se spesso dettati da una spinta emozionale.     Bisogna però riconoscere che questa solidarietà e questa compassione per i cristiani ha un fondamento biblico e la sua motivazione sta nella rivelazione del Dio di Gesù Cristo, un Dio che è tutt’altro che scomparso dalla scena di questo mondo ed è tutt’altro che sordo al grido dell’umanità benchè l’umanità, che ritiene di “cavarsela da sola”, sembra non lo voglia prendere in considerazione.

Penso invece che faccia molto bene al nostro mondo, in questo momento della sua storia, ri-scoprire che nella storia della salvezza il Dio cristiano è apparso non solo come il “Dio-con-noi”, l’Emmanu-El, ma anche colui che ha la capacità di soffrire per amore insieme all’umanità, di sentire compassione degli esseri umani generati quali “figli e figlie”, destinatari del dono del suo amore.     La Bibbia rivela costantemente un Dio che vede la sofferenza del popolo, ascolta il suo grido e “scende” per soffrire insieme a lui. Il nostro Dio è capace di tenerezza materna viscerale. Non è un caso che, nella sua prima rivelazione a Mosè, gli si presenti così: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto, ho ascoltato il suo grido a causa dei suoi oppressori. Conosco le sue sofferenze e dunque “scendo”, vengo in mezzo al vostro dolore per liberarvi» (Esodo 3,7-8). Il nostro Dio è colui che nel Salmo 91 promette al fedele che lo prega: «Nell’angoscia io sono con te» (v. 15). Nella rivelazione del suo Nome santo, ancora a Mosè, egli si manifesta come «il Signore, Dio di tenerezza e di misericordia, lento all’ira, grande nell’amore e nella fedeltà» (Esodo.34,6). E’ un Dio che confessa: «Ho il cuore spezzato, le mie viscere fremono» (Osea 11,8). È un Dio che si definisce padre pieno di compassione (cf. Geremia 31,9) e madre piena di tenerezza (cf. Isaia 49,15).    Ma la rivelazione definitiva di questa compassione di Dio ci è stata fatta da Gesù, che ha narrato Dio come “buona notizia”, spogliandolo di ogni immagine sbagliata. Gesù non solo vive la compassione ma è compassione fatta carne per chiunque incontra, compassione che si china per incontrare chi è a terra, nella debolezza del peccato, della sofferenza o della morte. Quante volte i Vangeli testimoniano che Gesù era «mosso dalla compassione» perché Gesù possedeva questa sensibilità, questa vulnerabilità di fronte alla sofferenza altrui.

Comprendiamo allora perché la compassione dovrebbe essere la prima virtù del cristiano. Dovrebbe inoltre esserlo anche come virtù sociale, quale necessario fondamento alla vita della polis, della città, della società. Condividere la sofferenza degli altri significa rifiutare di considerare la sofferenza come un fatto indifferente e un vivente come una cosa, un oggetto. In questa situazione di epidemia siamo stati spinti alla compassione in diversi modi e abbiamo potuto conoscere la nostra capacità di prossimità
(anche a distanza) e di cura dell’altro.  Si tratta ora di tenere viva questa virtù, esercitarla ascoltando il fremito del nostro cuore e delle nostre viscere. Infatti, l’unica cosa necessaria per gli altri e per noi, nella nostra impotenza e fragilità, è la compassione.     C’è un’esperienza di compassione divina e umana sotto i nostri occhi: l’Eucaristia, un corpo dato e un sangue versato per compassione dell’umanità, perchè nella condivisione della sofferenza e nel dono della vita, l’umanità ritrovi speranza gioia e vita.

Tutto sotto i nostri occhi che vedono e contemplano questo mistero della compassione di Dio: ecco l’Eucaristia celebrata, contemplata, adorata. Ecco le “Giornate Eucaristiche” delle sante “Quarantore”, occasione offerta alla nostra fede per riscoprire questa vicinanza di Dio e vivere di conseguenza. Contemplando e adorando l’Eucaristia forse potremo accorgerci – ancora una volta di più – che Dio non è fuori dalla nostra storia, ma profondamente dentro, dentro anche questo tempo di pandemia.

don Maurizio

LA PREGHIERA…. AL TEMPO DEL CORONAVIRUS (2)

(Insieme 22/2020)

Tutti pregano Dio perchè faccia finire questa epidemia: papa Francesco da solo in due chiese di Roma per pregare davanti a un crocifisso miracoloso e davanti all’immagine della Madonna “salvezza dei Romani”; l’arcivescovo di Milano è persino salito sul tetto del Duomo per pregare la “Madonnina” con il ritornello del famoso canto milanese; la Chiesa italiana ha fatto pregare il Rosario; di nuovo papa Francesco ha addirittura fatto una celebrazione in una piazza san Pietro deserta…Si prega, si prega, si prega….Ma cambia veramente qualcosa? E dunque ritorna la domanda di sempre: a cosa serve pregare? soprattutto se…non succede niente!   Proviamo a trovare qualche ragione per continuare a pregare o per iniziare a farlo o a farlo meglio.

Premessa: pregare non è “dire le preghiere o le preghierine” come ci hanno insegnato da piccoli. La fede è giusto che cambi con la nostra crescita e maturazione umana e spirituale. La preghiera non può rimanere la stessa come la “dicevamo da piccoli”: certo, lo spirito è lo stesso – anche perchè “se non ritornerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3) – ma la forma e le modalità devono essere adeguate alla nostra situazione attuale.     Pregare non è nemmeno provare un’emozione forte in balia di quello che proviamo e dei nostri sentimenti; non è nemmeno una tecnica di meditazione…Pregare è entrare in contatto – o meglio – in comunione, in relazione con Dio. Attenzione però, ogni contatto con Dio è preghiera, ma non è detto che ogni preghiera che facciamo sia contatto con Dio. L’emozione, i sentimenti, le “passioni forti” che qualche volta sentiamo, spesso la “fanno da padroni” anche nella relazione spirituale, ma la preghiera è tutt’altro che “spiritualismo” o predominio del “mi sento”.     Soprattutto pregare non è nemmeno fare o contare su “le magie”, chiedendo quello che vogliamo e attendendoci che si realizzi quanto chiesto più o meno velocemente e in modo corrispondente a quanto richiesto.     La preghiera non cambia la realtà, ma cambia noi stessi: se si sta tanto tempo in comunione con il Signore ci si trasfigura; se si sta con Gesù si impara a pensare, sentire e agire come lui; se ti senti voluto bene nel profondo questo ci cambia: ci si illumina lo sguardo, si distendono i muscoli del viso, si sta meglio e si vede.     Non possiamo pensare che Dio debba vivere al posto nostro e fare le cose al posto nostro, la preghiera non cambia la realtà (o forse si…?), cambiamo piuttosto noi. E se la preghiera ha la potenza di cambiare noi stessi, perchè non pensare che abbia anche la forza di cambiare la realtà?

La storia è piena di eventi che sembrano misteriosamente e provvidenzialmente guidati da qualcuno di più grande. Tra molteplici fatti, vorrei citare solo una annata: quella del 1989.      Nel corso di quell’anno si sono verificati i più incredibili eventi, quelli collegati al crollo, in pochi giorni, del più vasto e feroce impero mai visto sulla terra, dopo decenni di stermini e oppressione, senza neanche un vetro rotto se non la sola caduta di un muro: quello di Berlino. Ed è stata l’unica rivoluzione politica dei tempi moderni dove non è stata versata una goccia di sangue. L’unica nella quale un potere soggiogante la libertà e lo spirito sia stato vinto da uomini inermi e non violenti. Come è potuto accadere? Forse che qualcosa ha potuto la preghiera e la sofferenza di molti compresa quella di un papa ferito a morte eppure salvato dall’intercessione di una Madre celeste?   Lascio la domanda aperta!     Quindi pregare ti cambia lo sguardo: siamo troppo abituati a vedere le cose da vicino e per questo ci sembrano gigantesche e insormontabili; bisogna invece recuperare una visione d’insieme, prendere le distanze da quello che viviamo e provare a vedere il tutto da un’altra prospettiva: questo permette di dare senso alle esperienze che facciamo, persino quelle più faticose e quelle che ci sembrano insensate. Pregare è come staccarsi dalla pianure, salire sull’alto di un monte, vedere le cose dall’alto – che si vedono meglio – entrare in contatto con Dio – non a caso normalmente nella Bibbia Dio si rivela sul monte –  e assumere il suo punto di vista, riguardare con i suoi occhi la nostra vita.    Pregare cambia anche il nostro atteggiamento. Se si fa esperienza di Dio, se ci si sente guardati da lui, se ci si sente voluti bene da lui, tutto questo ci cambia perchè ci dà una carica incredibile per affrontare la vita, e come Padre Dio ci dice: sappi che tu sei più grande del tuo dolore, tu non sei la tua tristezza, non sei il tuo dolore, non sei le tue ferite, non sei i tuoi problemi, tu sei unico e speciale, ricordati quanto ti amo e inizia a vivere. Se la preghiera è sincera uno torna a vivere quello che normalmente fa con un atteggiamento diverso, più carico, pieno di speranza.

La questione decisiva della preghiera è che cambia il cuore, donando un cuore da bambino. Potremmo essere chiunque ma di fonte a Dio siamo tutti “piccoli”, siamo tutti figli che non pensano di farcela sempre con le loro sole forze, che non credono di aver capito tutto dalla vita, che non pretendono di essere sempre all’altezza di quello che capita, ma hanno bisogno di stringere una mano sicura che li sorregga e ridoni loro coraggio.    La presenza accanto a noi di chi ci ama cambia tutto come un bambino che da piccolo si fidava della presenza della mamma e del papà anche se poi avrebbe dovuto farcela da solo.    Pregare dunque serve a restare in contatto con Dio a tal punto da ricevere il dono della sua presenza nel tuo sguardo, nel tuo atteggiamento, nel tuo cuore. In termini teologici la preghiera serve a donarti lo Spirito santo che è la presenza stessa di Gesù.     Se pensiamo di restare in piedi da soli con le sole nostre forze, se si pensa di affrontare ogni questione pensando di esserne all’altezza, allora pregare sembrerà superfluo e una perdita di tempo. Se invece siamo convinti che si possa fare meglio e che si possa fare di più a partire da noi stessi, allora pregare sarà di grande aiuto. Pregare cambia la vita e anche quella di chi ci circonda: «prega come se tutto dipendesse da Dio e agisci come se tutto dipendesse da te» (Sant’Ignazio di Loyola). Tutto dipende da noi ma la storia è nelle mani di Dio.

Per chi desidera, molte altre potrebbero essere le piste per continuare e approfondire questo tema; ne offro una attraverso la proposta di un libro: C. M. Martini,  Qualcosa di così personale, Mondadori.

don Maurizio

LA PREGHIERA…. AL TEMPO DEL CORONAVIRUS (1)

(Insieme 21/2020)

Vorrei dedicare i prossimi due editoriali al tema della preghiera, tema così tanto consueto e al tempo stesso tanto misterioso che tocca la sfera intima e personale  che spesso ci fa sentire in imbarazzo. Così si esprimeva Padre Martini: «Sento sempre un certo disagio e una certa fatica quando devo parlare della preghiera, perché mi pare che sia una realtà di cui non si possa parlare. Si può invitare a pregare, esortare, consigliare. Ma la preghiera è qualcosa di così personale, di così intimo, di così nostro, che diventa difficile parlarne insieme.» Meglio, dunque, fare esperienza della preghiera, meglio lasciare che ognuno preghi, ma…     Affronto questo tema perchè l’esperienza della epidemia, che ancora stiamo vivendo nonostante una certa ripresa, ha richiamato tanti temi essenziali della nostra vita che avevamo dato per scontati se non addirittura abbandonati. Tra questi temi, la riscoperta della preghiera.  Tra l’altro siamo in un mese privilegiato per la preghiera, il mese di Maggio, dedicato soprattutto dalla pietà popolare a Maria e alla sua preghiera più devota: quella del Rosario.

Nella crisi che stiamo attraversando spesso le persone hanno cercato e continuano a cercare la preghiera. Toccati direttamente o indirettamente dalla malattia, dalla sofferenza, dalla solitudine, direttamente o indirettamente anche dalla morte, ci siamo aggrappati alla preghiera con fiducia per trovarvi conforto e speranza; altre volte, non ascoltati e delusi persino da un Dio che dice di ascoltare ma poi non realizza ciò che chiediamo, la preghiera è divenuta motivo di incredulità se non addirittura bestemmia.     Nel tempo della pandemia e della sospensione degli impegni ordinari e delle relazioni comunitarie, abbiamo avuto più tempo a disposizione e qualcuno ha riscoperto il “tempo con Dio e per Dio”. Abbiamo addirittura trovato nuove forme di comunicazione spirituale “on-line” o streaming, tant’è che ci siamo interrogati sul valore del sacramento trasmesso via Web. Non sono certo mancate esperienze forti e commoventi che nessuno dimenticherà più e che passeranno alla storia, come l’immagine di un papa curvo e zoppicante in una piazza san Pietro deserta che prega da solo davanti a un crocifisso miracoloso per una Chiesa e un’umanità immersa nella tempesta. Persino l’Arcivescovo di Milano ci ha stupiti – con un’azione che forse alcuni hanno giudicato buffa – andando sul tetto del Duomo, tutto solo, a invocare l’intercessione della “Madonnina” tutta d’oro così cara a milanesi, risvegliando in noi l’immagine di “oranti” d’altri tempi.    Ma… abbiamo veramente pregato di più e meglio?    Io credo di si! La preghiera non è un’esperienza perfetta; come ogni relazione di amicizia e di comunione è un cammino di crescita e di approfondimento. Penso che in questo tempo così particolare, ciascuno di noi abbia fatto, nella sua esperienza di preghiera, passi da gigante che neanche avrebbe sospettato di poter compiere. Non dobbiamo però dimenticare la complessità della situazione reale.    La generazione dei nostri nonni, che ora sta drammaticamente scomparendo troppo velocemente, è cresciuta con la preghiera.    La generazione dei genitori sa quantomeno che la preghiera c’è, anche se vive una certa inesperienza in materia e sente che è difficile trovare un tempo, un modo, uno strumento, delle parole per pregare e non sapendo…spesso rinuncia.      I giovani di oggi, aperti a molte cose, trovano a stento persone in grado di insegnare loro a pregare e spesso non le trovano né dentro né fuori le comunità cristiane.      Tuttavia siamo testimoni, in questa fase di ripresa, di un desiderio profondo e sincero di spiritualità. Chi ha avuto dei cari strappati dalla morte senza ricevere o dare il conforto di una carezza o di una presenza, sente l’incontenibile volontà di rivolgere almeno una preghiera e un saluto che oltrepassi la cortina dello strazio della separazione, riponendo almeno la speranza in un Dio che se apparentemente non vince la morte – che è sotto gli occhi di tutti – almeno accolga nel suo regno di luce e di pace. Anche per un cristiano moderno forse credere alla risurrezione e alla vita eterna è troppo complicato eppure fondamentale nel suo essere uomo credente e di preghiera.    Sì, perchè la preghiera è la questione seria della domanda su Dio, anzi ci costringe a fare chiarezza sul Dio in cui crediamo. E sull’onda di queste provocazioni fioccano le domande.     I cristiani credono in un Dio che sostiene nella preghiera. Perchè allora alcune volte lo fa e altre, a volte sovente, non lo fa?  Perchè Dio ascolta la preghiera della persona/comunità A e non quella B? Esaudisce solo le preghiere di coloro che gli stanno particolarmente a cuore?  La preghiera fatta un po’ “così” ma sincera, oppure una preghiera fatta bene ci permette di sopravvivere a crisi minacciose come la pandemia del Coronavirus? Oppure la preghiera non serve a niente, visto che il virus è cieco e non fa distinzioni tra credenti e non credenti e quindi alla fine non ci rimane che il coraggio nel consegnarci al destino?    Qualcuno ritiene che la preghiera esaudita sia quella fatta bene o fatta da un credente che vive senza macchia. E’ ovvio poi che si deve pregare a lungo e intensamente. Ma anche quando tutte queste condizioni sono ottemperate non sembra esservi alcuna garanzia di successo.

Dentro questo orizzonte di domande e di altre ancora, suonano strane le parole di Gesù quando afferma senza ombra di dubbio: «pregate e vi sarà dato» (Mt 7,7; Lc 11,9).    Eppure, anche lui, in una sorta di condivisione, di un essere-con, nel Getsemani Gesù prova terrore e angoscia (cf. Mc 14,33), magari anche e proprio per i suoi discepoli che non sono in grado di vegliare con lui proprio nella preghiera. In ogni caso, bisognerà prestare attenzione come gli ultimi momenti della vita di Gesù e la sua stessa preghiera rivelano un’immagine completamente diversa di Dio.    Proprio nella luce del Vangelo, un ultimo dubbio ci assale: non è che forse sono sbagliate in partenza proprio le nostre domande o quantomeno formulate male?     E allora bisognerà cercare altre piste di riflessione e porre, questa volta, le domande nel modo giusto. Lo vedremo nel prossimo editoriale.

don Maurizio 

 

DAL 18 MAGGIO PROTOCOLLO E NORME DA SEGUIRE  –

LA PAZIENZA DELLA RIPRESA, LE RISCOPERTE MOTIVAZIONI

(Insieme 20.2020)

Dopo tre mesi di gesso, cara grazia se stai in piedi. Osi qualche passo, magari non disdegnando una stampella o una spalla amica. E’ certo che a nessuno viene in mente di correre.

Il Protocollo sottoscritto dal Presidente della Cei, dal Presidente del Consiglio, dal Ministro degli Interni e adottato dalla Diocesi di Milano con ulteriori precisazioni,  intende «tenere unite le esigenze di tutela della salute pubblica con le indicazioni accessibili e fruibili da ogni comunità ecclesiale per celebrare i misteri della nostra salvezza ma nella tutela del bene della salute per tutti. Declina così parole d’ordine inderogabili come distanziamento, protezione, scaglionamento, controllo.

Certamente avvertiamo il rischio – reale – che queste «necessarie misure da ottemperare con cura» penalizzino il senso dell’Eucaristia e del suo frutto, la sua bellezza sommamente desiderabile di comunione grata con il Signore Gesù e di comunione ecclesiale con i fratelli.

Questa ripresa non può soltanto essere contrassegnata dalla volontà di eseguire puntualmente ogni dettaglio. Deve, invece, portare con sé sentimenti e atteggiamenti nuovi e riscoperti che ci aiutano a ritrovare nell’Eucaristia «la fonte e il culmine» della vita cristiana.

Deve rinascere una motivazione più convinta e sostenuta da un desiderio sincero e grande di incontrare il Signore, di celebrare il Suo Amore.

C’è un passaggio nella Sacrosanctum Concilium, la Costituzione del Concilio Vaticano II sulla liturgia, che merita di essere riletto e attuato con una disposizione del cuore nuova: «I fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma (…) partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente» (n.48). I tre avverbi (consapevolmente, piamente, attivamente) meritano la nostra attenzione e possono fare di questo ritorno una rinascita delle nostre comunità che sono generate dall’Eucaristia e trovano nell’Eucaristia la Parola, il Pane e la comunione per il cammino.

Osiamo dunque qualche passo, con pazienza, nell’attesa di condizioni che gradualmente consentano di celebrare ancor più degnamente e nella libertà consapevole l’Eucaristia.

Andiamo a nostro agio nella storia, proprio sopportandone i disagi, con responsabilità civica e gioia del Vangelo.

don Maurizio

 

 

E Dopo?… Per un approccio “sapiente” al dopo-dramma della pandemia

(Insieme n.19/2020)

E’ davvero paradossale e, fino a poco tempo fa impensabile, come l’infinitamente piccolo, il microscopico possa mettere in totale crisi l’efficienza del nostro mondo tecnologico, e come i giganteschi e complessi meccanismi della globalizzazione si siano bloccati. Questo nostro mondo, gigante tecnocratico, ha sperimentato di avere i piedi di argilla.      Quello che è ancora più sconcertante è che le nostre acquisite convinzioni di essere potenti e di avere capacità intellettive, scientifiche, imprenditoriali e di sfruttamento pressoché illimitate, siano state sconfessate da qualcosa di impercettibile, che si può osservare solo col microscopio elettronico.      Quello che abbiamo sempre rinviato o trascurato perché non immediatamente produttivo o redditizio, quello che non abbiamo mai considerato con attenzione perché presi dai ritmi infernali della quotidianità, come i grandi temi dell’esistenza, ora siamo costretti a riconsiderarlo in tutto il suo spessore e portata. Ora comprendiamo come i grandi temi della vita, della morte, del dolore, della sofferenza, della dignità umana e delle relazioni abbiano bisogno non solo di un approccio tecnico-scientifico-organizzativo, ma sapiente, di una sapienza che permette di cogliere non solo i meccanismi bensì i “perché”, il loro senso.

Da questo punto di vista il messaggio cristiano ha una sua potenza che, in una società secolarizzata e tecnocratica come la nostra, forse vale la pena recuperare, non perché il Vangelo abbia soluzioni a portata di mano, ma perché innesca processi che meritano di essere seguiti, in quanto conducono oltre la soglia della paura e dell’angoscia che stiamo sperimentando come non mai.      Positivamente dobbiamo però dire che le difficoltà in tempo di pandemia hanno risvegliato le nostre migliori energie suscitando senso del dovere, abnegazione verso gli altri, spirito di solidarietà, fratellanza non più forzata ma scelta come stile di vita.      Molte altre potrebbero essere le considerazioni in questo tempo forzatamente fermo che ora volge alla ripresa. Tra le altre, una cosa è certa: l’esercizio del pensiero sarà quello che maggiormente dovremo esercitare perché questa esperienza ci istruisca.     Non dibattiamoci troppo su come devono essere la “fase 2, 3 , 4…” fino alla normalità; sicuramente il “dopo” sarà altrettanto importante come il sofferto presente, perché la memoria di ciò che si sta vivendo non passi senza renderci migliori e ci insegni a vivere bene nella verità.

Ma la domanda e proprio questa? Ma cosa succederà dopo? Quando il mondo riprenderà il suo cammino, quando anche questo virus sarà vinto, a che cosa assomiglierà la nostra vita dopo? 

Dopo dovremo riscoprire la domenica!     Ricordandoci quello che abbiamo vissuto durante questo lungo confinamento, decideremo che ci sarà un giorno alla settimana in cui è necessario cessare di lavorare, perché abbiamo scoperto quanto fa bene il fermarsi; una lunga giornata per fermarsi e gustare il tempo che passa dedicandolo a Dio, a noi stessi e agli altri intorno a noi.

Dopo dovremo riscoprire la famiglia e le relazioni affettive!     Quelli che abitano sotto lo stesso tetto e costretti in casa insieme, a parlare, a giocare, a occuparsi degli altri e a telefonare agli amici hanno imparato la bellezza, a volte ostica, delle relazioni.  L’arte della gentilezza, della buona educazione e del buon vicinato saranno le basi di una società meno fredda e anonima. Riscopriremo le relazioni come esperienza fondamentale non solo per vincere il senso di solitudine, ma per comprendere che nessuno si salva da solo e che l’altro è prezioso per la mia vita.

Dopo dovremo riscoprire la saggezza!     Scriveremo nella Costituzione che non si può comprare tutto, che bisogna fare la differenza tra bisogno e capriccio, fra desiderio e cupidigia; che un albero ha bisogno di tempo per crescere e il tempo che prende il suo tempo è cosa buona. Che l’Uomo non è mai stato e non sarà mai super-potente e che questo limite, questa fragilità inscritta nel profondo del suo essere è una benedizione perché è la condizione di tutte le forme di Amore. L’umile considerazione dei propri limiti e fragilità smonta ogni pretesa di presunzione e orgoglio; queste ultime sono l’anticamera per schiacciare il prossimo e veicoli della “cultura dello scarto”.

Dopo dovremo riscoprire la gratitudine!     Dovremo applaudire ogni giorno, non soltanto il personale medico ma anche gli spazzini, i postini, i fornai, gli autisti e tante altre persone che quotidianamente, nascostamente e con senso del dovere consento la vita ordinaria di ciascuno di noi. In questo lungo periodo di deserto  abbiamo percepito meglio l’utilità del servizio dello Stato, la dedizione al Bene Comune. Applaudiremo perciò a tutte quelle e quelli che, in una maniera o nell’altra, sono al servizio del prossimo e, soprattutto, ce ne accorgeremo.

Dopo comprenderemo ancora di più ed eserciteremo meglio la pazienza!     Decideremo di non arrabbiarci nelle file d’attesa o per i contrattempi della vita. Perché avremo riscoperto che il tempo non ci appartiene; che Quello che ce l’ha dato non ci ha fatto pagare niente e che decisamente, no, il tempo non è denaro. Il tempo è un dono che riceviamo ogni minuto, e che ogni situazione dataci dal tempo è occasione di grazia, una possibilità di vita che costruisce il futuro e addirittura determina l’eternità.

Dopo dovremo coltivare maggiormente il senso di umanità!     Ci ricorderemo che questo virus si è trasmesso fra di noi senza fare nessuna distinzione di colore della pelle, di cultura, del livello del reddito, di religione, di età o di stato sociale. Semplicemente si è trasmesso perché apparteniamo alla specie umana. Semplicemente siamo degli umani. E come nel corso della storia abbiamo imparato che possiamo trasmettere il peggio, così possiamo anche trasmettere il meglio, anzi avvertiamo che c’è dentro di noi una spinta misteriosa e irrefrenabile a dare il meglio forse perchè siamo figli…di uno stesso Dio.

Dopo dovremo riconsiderare la fede non come esercizio bigotto, ma significato essenziale della vita e delle sue esperienze!     Nelle nostre case, nelle nostre famiglie, ci saranno numerose sedie vuote e piangeremo quelle o quelli che non vedranno mai questo dopo. Ma quello che abbiamo vissuto sarà così doloroso e così intenso che avremo scoperto il legame che c’è fra di noi, quella comunione più forte di ogni distanza o separazione. E sapremo che questo legame di comunione è lo stesso desiderio di Dio che non ci ha fatti per la morte ma per la vita, non per la solitudine ma per la gioiosa relazione senza fine.

Dopo?     Il dopo sarà differente di prima, ma per vivere questo dopo, dobbiamo attraversare il presente. E ciascuno dovrà metterci del suo in questa lenta trasformazione di noi stessi.

don Maurizio

 

 

CHE TEMPO CHE FA. CHE TEMPO CHE FARA’. MA CHE TEMPO E’ QUESTO?

(Insieme n.18/2020)

Prendo spunto dalla nota e seguitissima trasmissione televisiva di Fabio Fazio almeno per lasciarmi suggestionare dal titolo. Soprattutto in pandemia questo sembra essere il tempo delle parole. Parole, parole e ancora  parole. Il tema dell’abbondanza delle parole pronunciate in questo tempo di emergenza planetaria aveva introdotto l’editoriale precedente (domenica 19/4). Ma così si corre il pericolo che le parole finiscano o meglio che siano sfinite e non dicano più la verità che dovrebbero dire.

Forse è meglio che questo tempo sia abitato dal silenzio; anzi non dobbiamo aver paura del silenzio. Non è il caso di fare sempre qualcosa, di tenere costantemente accesa la televisione o di stare davanti al computer o ai social, e non dobbiamo nemmeno riempire di cose e rumori i nostri spazi vitali. Si può – anzi si deve – restare in silenzio e pensare ascoltando il silenzio e renderlo fecondo: pensare ci rende più umani, più consapevoli, più intelligenti ma di una intelligenza sapiente. Sapienti, possiamo esserlo anche noi e penso che esistono veramente i saggi: uomini e donne che prendono il tempo per pensare, gente che non ama parlare molto – soprattutto a sproposito – gente che non pronuncia giudizi affrettati, gente capace di ascoltare, gente umile, gente convinta che il principio della sapienza è il timore del Signore. Ecco questo è il tempo, nel silenzio, per pensare!

Il silenzio è poi una delle condizioni migliori per la preghiera. Ecco questo è il tempo per imparare di nuovo a pregare magari insieme in famiglia. Dato che le parole sono sfinite, finalmente la preghiera diventa, come dovrebbe essere sempre, silenzio, ascolto che si tramuta in dialogo essenziale, nostalgia del celebrare. Questo è il tempo per consentire allo Spirito Santo di dare voce alla nostra interiorità e all’unica parola che bisogna saper dire nella preghiera: «Abbà! Padre!».    Ecco questo è il tempo per pregare!

Papa Francesco, nella sua potente omelia del 27 marzo scorso in una piazza San Pietro deserta, ha ridestato le coscienze di tutti con parole che indicano una rotta nuova: «La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. […] In questo nostro mondo, che Tu – o Dio – ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta».  L’epidemia, con le restrizioni che genera, ci ha obbligato a compiere una salutare decelerazione, un forte ridimensionamento del ritmo quotidiano. Siamo così costretti a riappropriarci del tempo vissuto, cioè quello interiore che ha la preminenza su quello cronometrato, quello delle cose da fare. Abituati al “tutto e subito”, a ordinare merci da una parte all’altra del mondo e a ipotecare il futuro programmandolo efficientemente, il coronavirus ci ha costretti a riconsiderare di nuovo la bellezza di un tempo “perso” in un abbraccio, in uno sguardo lento e profondo, in un desiderio di relazione che chiede anzitutto “il stare”.   Ecco questo è il tempo per riappropriarci del tempo interiore!

Siamo persino capaci di ipotecare il futuro come se fosse nostra proprietà. La pubblicità fa di tutto per convincerci della nostra terrena immortalità: dalla crema anti-rughe alle polizze anti-tutto, tutto è pensato come se la nostra sorte fosse definitivamente ancorata a questa terra. La verità è che abbiamo dimenticato una delle preghiere più belle – ma anche più scomode – contenute nella Bibbia. «Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» (Salmo 90,12). Viene alla mente anche il salmo 48: « Ma l’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono».   Ecco questo è il tempo di riconoscere che il tempo non è nostro!

La cosa grave è che non l’abbiamo semplicemente dimenticato: l’abbiamo s-cordato, «tolto dal cuore», eliminato dalla nostra consapevolezza più profonda. Ma c’è di più! Questo virus ci sta facendo scoprire più che mai fragili, noi che pensavamo di essere tecnologicamente evoluti, a sfoderare soluzioni d’avanguardia per ogni imprevisto. L’epidemia ci obbliga a confrontarci, oltre che con la solitudine, con i limiti e la mortalità. La situazione attuale ci fa comprendere che la vita è una sopravvivenza continua perché esistono limiti, obblighi, fragilità. Con il Coronavirus abbiamo capito che siamo vulnerabili e, se mai ce ne fosse bisogno, siamo stati richiamati al fatto che non siamo immortali. Questa sarebbe una di-sperazione se non avessimo il messaggio cristiano. Se l’orizzonte è l’eternità le cose cambiano. Non la fragilità è il problema, ma le risposte che a essa si possono dare.       Non pensavamo che fosse così necessaria la resurrezione per la nostra speranza. Normalmente nel linguaggio comune la speranza si è banalizzata a significare un’aspettativa fondata su previsioni più o meno attendibili. Le persone elaborano progetti, confrontano risorse, mettono in bilancio anche la voce imprevisti, perché è ragionevole aver tutto sotto controllo. Si danno da fare, non si aspettano niente da nessuno, sono convinte che se vuoi qualche cosa devi conquistartelo. Anche le persone serie dicono talvolta «Speriamo» e incrociano le dita: è più una scaramanzia che una speranza.    Ma quando irrompe il nemico che blocca tutto, che paralizza la città, che entra in casa con quella febbre che non vuol passare, allora le certezze vacillano.    La percezione del pericolo estremo costringe a una visione diversa delle cose. Quando si intuisce che qualcuno in casa deve affrontare il pericolo estremo, allora l’unica roccia alla quale appoggiarsi può essere solo chi ha vinto la morte. «Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede» (1Cor 15,14). «Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini» (1Cor 15,17-19).   Ecco questo è il tempo per riscoprire la speranza cristiana e il messaggio evangelico della vittoria sulla morte – sua e nostra – di Cristo Risorto.

don Maurizio

 

PASQUA E PANDEMIA:  UN BINOMIO INOPPORTUNO O UNA FOLGORANTE INTUIZIONE?

Molte sono le parole che in questo tempo di pandemia vengono pronunciate da più parti; alcune vogliono essere autorevoli, altre decretano regole, altre ancora, come persino quelle della fede, cercano di infondere  consolazione e speranza, di generare coraggio per intraprendere il cammino verso la luce. Un fiume di parole che fa dire all’arcivescovo di Milano che dopo tanto intervenire desidera tacere e dare solo la benedizione del Signore. Ma tutte queste parole, comprese quelle della fede, devono fare comunque i conti con la realtà di sofferenza spalmata trasversalmente su questa umanità dolente che spesso ha la sensazione che nulla può più darle consolazione, perché sembra che persino Dio l’abbia abbandonata ed estromessa dal sacro fiume della vita!

Così è stata anche la disperazione del grande compositore Georg Friedrich Händel. Per Händel questa esperienza di senso di abbandono avvenne in una soffocante notte di agosto del 1741: la vena creativa era prosciugata, nessuno gli commissionava nuovi lavori e i soldi erano finiti. A 56 anni, senza musica, era perduto e voleva morire: «In un accesso di collera pronunciò le parole di Colui che moriva sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”». Parole che fanno oggi pensare a una persona sola e in fin di vita a causa del virus; e che ricordano quei momenti in cui sembra di aver perso tutto: l’ispirazione, la fiducia, la speranza, la vicinanza degli altri e di Dio.

Questo abisso è in realtà un «passaggio» esattamente come il significato ebraico di Pasqua: anche Cristo sperimenta il muro invalicabile della solitudine, ma lo trasforma in apertura. Il Figlio infatti – come sappiamo – chiede al Padre perché l’abbia abbandonato con le parole iniziali del profetico Salmo 21, che non sono un urlo disperato, ma l’atto di fiducia di chi, non potendo più confidare nelle proprie forze, si affida, come mostrano le sue ultime parole: «Padre, nelle tue mani affido la mia vita». Voler ricevere la vita dal Padre: questa è la fede, dono dato a chiunque accetti di non potersela dare da solo. La scelta del silenzio di Dio non è per stroncare una vita, ma per lasciarle esprimere la sua massima potenzialità: quella di donare per generare, quella di riconoscere che un Altro dà la vita!

Quando perdiamo ciò su cui puntiamo di più (amore, affetti, carriera), la vita ci si mostra nella sua nuda fragilità e: o ci si perde o ci si ritrova una volta per sempre, come accadde a Händel. In preda all’angoscia del suo Getzemani personale, si alzò ed entrò nello studio: sul tavolo c’era una busta dimenticata. Gliel’aveva recapitata un amico poeta, era il testo per una composizione sacra, che solo lui poteva musicare: «Alle prime parole tremò. “Consolazione”, così iniziava. Quella sola parola, “Consolazione!”, emanava un potere magico, anzi no, non una parola ma una risposta, la risposta di Dio, che scendeva dai cieli fino al suo cuore dolente. «Consolazione»: una parola creatrice, generatrice! Non aveva finito di leggere e già le parole si scioglievano in melodia e canto. Dio aveva risposto proprio a lui. E così sgorgò il “Messiah”, capolavoro noto a tutti perché almeno una volta ne abbiamo sentito il portentoso Alleluia corale. Per tre settimane Händel si «abbandonò» alla creazione, riconoscendo che ad un Altro era debitore per quanto fatto.

Così il 6 aprile del 1759, 74enne, cieco e malato, presagendo il «passaggio» finale, volle dirigere di persona il Messiah: era il suo ad-Dio. Pochi giorni dopo, il 14 aprile, sabato santo, entrava nella vita eterna dalla porta che s’era aperta con la sofferta bellezza della sua opera.

La Pasqua è proprio la risposta ad ogni dolore umano che si affida; è l’opera che Dio fa per restituirci la somiglianza con Lui: essere creatori di vita, creatori del bene, del bello, del vero. Come Cristo sulla croce in quel «tutto è compiuto», noi ci realizziamo portando a compimento le potenzialità della vita nostra e altrui, ciascuno nel suo ambito. Fatti per ricevere e dare vita (creare e crescere hanno la stessa radice), quando creiamo qualcosa di vero, bello e buono, anche minimo, cresciamo e facciamo crescere il mondo. Se invece siamo preda di forze distruttive, tendiamo a strappare la vita a cose e persone: de-cresciamo e facciamo de-crescere il mondo.

La Pasqua serve a ritrovare la gioia di «fare la vita», in e attorno a noi, diventando noi stessi il «passaggio» attraverso cui l’Amore entra nella storia, grazie a ciò che creiamo. Così fu per Händel, che salvò se stesso e tanti uomini abbandonati, attraverso la musica che pensava di aver perso. In realtà aveva perso Dio e con la musica, quello che meglio sapeva fare, lo ha ritrovato.

Anche noi in questo tempo di pandemia siamo chiamati a dare il meglio di noi stessi per combattere un male ma con le armi del meglio di noi stessi. Anche questo è Pasqua!

don Maurizio

 

 

La Messa al tempo del “Corona virus”

Certo fa impressione per noi preti celebrare l’Eucaristia con la chiesa vuota senza partecipazione di popolo per questa emergenza dovuta all’epidemia. Più che impressione, il fatto genera una sorta di sofferto dispiacere perchè si celebra l’Eucaristia – il dono della vita di Gesù – non per se stessi, ma per la gente, addirittura per la salvezza del mondo intero. Da questo punto di vista la celebrazione ha valore comunque anche se non ci fosse nessuno presente, perchè chi celebra la Messa compie un sacramento memoriale efficace – qui ed ora – dell’opera di salvezza di Dio.     Certo fanno anche impressione le diverse reazioni dei fedeli alle restrizioni imposte dalle ordinanze civili e religiose a proposito della partecipazione all’Eucaristia. Persino la più che giustificata possibilità di seguire la Messa attraverso i mezzi di comunicazione sociale genera un confuso dibattito. Sono reazioni diverse e motivate a volte da vera fede, altre volte dall’abitudine o da sentimenti più o meno emozionali. Fa impressione anche il fatto che ci siano reazioni diametralmente opposte che passano o da una rassegnazione ammutolita o da una protesta veemente, quasi si dovesse a tutti i costi essere noi i salvatori dell’ortodossia e i difensori della potestà divina.     Certo che questo digiuno di partecipazione alla Messa dovrebbe farci riflettere molto su un fatto che rischia di passare inosservato o almeno di non creare sufficiente e seria consapevolezza in chi normalmente, da buon cattolico praticante, partecipa ai riti domenicali e feriali.
Il fatto è – basta uno sguardo realistico e non solo statistico – che comunque assistiamo inesorabilmente a una continua e accelerata disaffezione alla partecipazione alla santa Messa.  Basta entrare in una qualsiasi chiesa e sperimentare una sorta di sconcerto. Raramente si trova una liturgia cantata o gioiosamente animata, e quasi sempre il prete è solitario sull’altare e nel presbiterio, nel quale entra solo qualche laico – di solito sempre gli stessi – per le letture. Dall’assemblea proviene qualche risposta, spesso scoordinata, faticosamente scandita con convinzione, qualche versetto ripetuto in modo stanco; vi è l’ascolto della parola di Dio e dell’omelia e poi, di nuovo, la recita di un copione con interventi rari e brevissimi da parte dei fedeli. E poi, alla fine, ognuno se ne va per la sua strada. L’impressione che spesso si ricava è quella di “assistere alla Messa”, non di parteciparvi realmente. Tutti sono spettatori di un cerimoniale ripetitivo e relativamente convinto, anche perchè forse poco si comprende il linguaggio della liturgia al quale si da un assenso senza veramente comprenderne il contenuto: si ripete meccanicamente “amen” – così sia – ma a che cosa? siamo proprio convinti di aver capito quello a cui si risponde?     E le domande incalzano: ma non c’è stata una riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II, affinchè la liturgia eucaristica fosse “partecipata” e i fedeli non assistessero alla Messa ma si sentissero Chiesa che celebra la sua fede? Come mai, soprattutto nel mondo giovanile ma anche per una larga fascia di adulti manca l’interesse e l’entusiasmo? Perchè non si riesce a trovare la gioia di celebrare insieme la risurrezione di Gesù Cristo e sembra invece che sia la noia a farla da padrona?     Questa diagnosi non vuole essere scoraggiante, ma piuttosto scuoterci e stimolarci.
Sono personalmente grato al Signore e molto edificato dalla devozione di molti che partecipano e si accostano all’Eucaristia: quante storie e vite di santità. Tuttavia credo che dobbiamo riflette un po’ più a lungo e in modo più approfondito senza nasconderci dietro giustificazioni di carattere sociologico come la diminuzione dei credenti dovuta alla secolarizzazione.
Dobbiamo avere più coraggio nel ragionare sulle nostre celebrazioni eucaristiche sapendo che non basta solo qualche ritocco liturgico.
Dobbiamo soprattutto reagire individuando percorsi che suscitino motivazioni e interesse, cercando forme e modi più coinvolgenti e partecipativi. Dobbiamo coltivare la consapevolezza che dove non c’è l’Eucaristia, là non c’è la Chiesa.     E’ anche vero che la nostra comunità parrocchiale cura molto bene le celebrazioni con la serietà e la preparazione di tanti suoi volontari, dai cantori ai lettori ai ministri straordinari della comunione eucaristica. Stiamo persino dando alle stampe un nuovo Libro dei Canti per aiutare l’assemblea ad esser più partecipe. Persino l’Arcivescovo Mario ci ha fatto i complimenti durante la sua visita pastorale. Ma tutto questo come può spronarci a fare in modo che l’Eucaristia sia ancora di più il culmine e la fonte della vita di fede?     Forse il “Corona virus”, con le sue devastanti conseguenze soprattutto per la salute delle persone e che ha costretto persino alla restrizione delle celebrazioni, forse ci costringerà a interrogarci su un desiderio più profondo e autentico – che del resto già sperimentiamo in questo tempo di astinenza – di partecipare all’ Eucaristia, ma non per moltiplicare le Messe o assistervi per chissà quale dovere di coscienza, ma perchè ci sia “più Messa”.

don Maurizio

 

L’IMPOSIZIONE DELLE CENERI
Iniziare il cammino quaresimale con un gesto forte da riscoprire in tutto il suo significato

Forse troppo abituati o forse troppo assuefatti alla tradizione, iniziamo la Quaresima con questo gesto tanto strano quanto considerato dai più scettici un po’ “macabro” – la cenere sul capo o sulla fronte: per i più giovani insensato e medioevale e per i cattolici più ferventi segno di austerità e di penitenza – senza, però, poi ben capire cosa bisogna fare concretamente per essere austeri e perché mai fare penitenza.
Certo, il segno non aiuta a pensare positivo: la cenere fa pensare a qualcosa che richiama fragilità e debolezza; a qualcosa che si è sbriciolato, polverizzato, fino alla distruzione, tanto che stentiamo a trattenerlo tra le dita.
Ma se pensiamo al fatto che il gesto della imposizione delle ceneri viene accompagnato da parole importanti del Vangelo e dal segno della Croce tracciata sul capo o sulla fronte – che è un chiaro richiamo alla potenza della Pasqua, segno di morte e di risurrezione alla pienezza della vita – allora, forse, questo gesto/segno ha in sé un significato, un valore e una forza insospettata e davvero generativa di vita nuova.
Questo gesto/segno è il richiamo alla vita nuova di chi si impegna a rendere meno banale, meno indifferente a Dio, meno chiusa ai fratelli, meno noiosa a noi stessi, meno insignificante la nostra esistenza.
E’ un gesto/segno penitenziale che però esprime la volontà di intraprendere con entusiasmo, personalmente e insieme, un itinerario di conversione, che è sempre l’itinerario del credente che impara a diventare discepolo seguendo – andando «dietro» il suo unico Signore e Maestro, Gesù.
Così la “cenere” diventa un segno di umiltà, ma anche un distintivo di fierezza, forza e speranza cristiana.
Il gesto/segno della imposizione delle ceneri ci dice che:
siamo sempre “catecumeni” che iniziano il loro itinerario verso la Pasqua, cioè dei battezzati così mai coerenti col proprio battesimo, che tuttavia tendono ad una più intensa luce.
Il gesto/segno della imposizione delle ceneri ci dice che:
siamo sempre “penitenti” che cominciano il cammino di misericordia verso la riconciliazione, ma ora lo sono con sensibilità più viva e pacifica, persino serena, giacchè al fondo dei giorni quaresimali c’è l’abbraccio della pietà di Dio per tutti.
Il gesto/segno della imposizione delle ceneri ci dice che:
siamo sempre pellegrini che salgono con Cristo verso Gerusalemme, nonostante le fatiche, le incomprensioni, le infedeltà o anche i momenti di fascino sperimentati sulla strada percorsa con lui.
Il gesto/segno della imposizione delle ceneri ci dice che:
siamo sempre discepoli in cammino «dietro» a Gesù. Essere discepoli ci impegna ad andare “dietro”, a seguire, cioè comporta un’identificazione con Gesù, assumendo il suo stile di vita, il suo progetto, il suo destino. Il cammino del discepolo “dietro” a Gesù non è fissato in anticipo, ma si definisce per ciascuno man mano che avanza il cammino con e di Gesù.
Quel segno delle ceneri che riconosce una “fragilità” diventa gesto che contiene in sé una promessa, una speranza e dice l’impegno a mettersi in cammino verso una meta di luce e di vita, quella della Pasqua, che Gesù condivide con ogni suo discepolo.

La gioia del cristiano scaturisce dall’ascolto e dall’accoglienza della Buona Notizia della morte e risurrezione di Gesù. È salutare contemplare più a fondo il Mistero pasquale, grazie al quale ci è stata donata la misericordia di Dio.
Il fatto che il Signore ci offra ancora una volta, con questa Quaresima, un tempo favorevole alla nostra conversione non dobbiamo mai darlo per scontato. Questa nuova opportunità dovrebbe suscitare in noi un senso di riconoscenza e scuoterci dal nostro torpore. Malgrado la presenza, talvolta anche drammatica, del male nella nostra vita, come in quella della Chiesa e del mondo, questo spazio offerto al cambiamento per essere sempre più discepoli esprime la tenace volontà di Dio di non interrompere il dialogo di salvezza con noi, ma di condurci verso la pienezza e l’abbondanza della vita.
Mettiamoci dunque in cammino e non lasciamo perciò passare invano questo tempo di grazia.

don Maurizio

 

IL DIALOGO CONTINUA…  (Insieme n.XX, febbraio 2020)
Le nostre parole all’Arcivescovo, le sue parole alla nostra comunità durante la Visita Pastorale.

Carissima Eccellenza Vescovo Mario,
a nome mio personale e di tutta questa comunità cristiana le diamo il benvenuto e la ringraziamo per essere venuto in questa Prepositurale Antichissima Collegiata dedicata a san Martino Vescovo e che da sempre, per la sua lunga storia di fede, è stata punto di riferimento, prima di un vastissimo territorio, ed ora di un altrettanto importante e complesso Decanato come quello di Bollate. Questa parrocchia l’accoglie con la sua vivacità e complessità di presenze, di associazioni di volontariato, di altre realtà ecclesiali e civili che cercano di collaborare tra loro; l’accoglie con la dinamica articolazione delle comunità che fanno riferimento alle Chiese sussidiarie di San Giuseppe e Madonna in Campagna, realtà dove si cerca di sperimentare una nuova evangelizzazione. Ora siamo qui raccolti con lei a celebrare il cuore e il centro di questa Visita Pastorale: la celebrazione della comunione Eucaristica.
Proprio di questo abbiamo particolarmente bisogno: in questa realtà complessa e per certi versi assediata da molteplici problemi, abbiamo bisogno di attingere luce dalla Parola che qui viene proclamata – oggi in modo particolare attraverso la sua parola di vescovo e pastore -; abbiamo bisogno di attingere forza di grazia da quel pane Eucaristico che qui viene consacrato, per essere sempre di più comunità accogliente, comprensiva, collaborativa non solo per se stessa, ma a servizio del territorio.
Nella festa della Presentazione al Tempio del Signore Le chiediamo di celebrare con noi e per noi questa Eucaristia, perchè il Signore che è “luce delle genti e gloria del suo popolo” ci illumini nel cammino di Chiesa. Grazie.

Riportiamo alcuni passaggi significativi dell’omelia dell’Arcivescovo durante la Visita Pastorale alle comunità di san Martino, santa Monica, san Guglielmo.

Il Tempio (la nostra chiesa) è, si potrebbe dire, il “luogo del tempo immobile,”della ripetizione dei riti antichi. Il tempio può quindi diventare vecchio, nei tempi che cambiano può essere guardato come un anacronismo, un museo, un monumento da visitare. Qualche cosa di simile potrebbe anche succedere alle nostre chiese, alle nostre comunità. Ma nel tempio è convocata la mia storia personale, le mie speranze che il passare dei giorni ha forse stancato, le mie energie che si sono logorate. Ciascuno viene con le sue attese e le sue frustrazioni, con il suo slancio e le sue stanchezze. Come il vecchio Simeone proprio noi, proprio i nostri occhi sono chiamati e abilitati a vedere la salvezza, la luce, la gloria! Proprio questo tempo, in questi giorni, proprio per me. La presenza del vescovo è l’occasione per dire di persona che mi state a cuore e per esprimerlo in un incontro di persone. La presenza del vescovo può essere lo strumento dello Spirito per dire la qualità del proprio qui, del proprio ora, del proprio con i miei occhi.
Il Vangelo ci da indicazioni preziose per vivere tutto questo.
In primo luogo è lo Spirito Santo che muove Simeone: la docilità allo Spirito significa imparare ad ascoltare le Scritture piuttosto che le statistiche, valutare piccolezza e grandezza secondo i criteri evangelici piuttosto che secondo la risonanza mediatica, essere umili e lieti piuttosto che amareggiati e presuntuosi. Lo Spirito, insomma, ci conduce a un principio di semplificazione.
In secondo luogo si deve imparare ad accogliere tra le braccia il Bambino e a benedire Dio. L’incontro con Gesù non è un discorso, un pensiero, un sentiménto, una decisione. È l’incontro con il Verbo fatto carne: è un abbraccio, una forma di tenerezza e di commozione. La preghiera, la meditazione delle Scritture, la celebrazione liturgica si possono vivere come un adempimento consueto che si svolge «nel Tempio», il luogo della conservazione e della ripetizione; ma si dovrebbero vivere piuttosto come persone che accolgono tra le braccia il Figlio di Dio che si è fatto figlio dell’uomo.
In terzo luogo il cantico. Lo sguardo credente di Simeone si fa voce e cantico per esaltare l’opera di Dio che non solo compie le promesse fatte a Israele, ma illumina tutte le genti.
Anche per questo il vescovo visita le singole comunità: per dire che non esistono solo le singole comunità. Tutte le comunità fanno parte della Chiesa, sono chiamate a sentirsi in comunione entro le parrocchie, nella Comunità Pastorale, nel Decanato nella Diocesi.     Arcivescovo Mario

E se due anziani come Simeone e Anna ritrovano entusiasmo, slancio e freschezza nel lodare e guardare con speranza al futuro, certamente vuol dire che noi non possiamo vivere la fede in maniera stanca, vecchia e rassegnata, ma piuttosto dobbiamo vivere il nostro essere cristiani sempre carichi di fiducia nella certezza che Dio benedice la nostra vita e guida provvidenzialmente la comunità.  In questa prospettiva anche noi possiamo e dobbiamo dire con il nostro arcivescovo: «Io non sono ottimista, io sono fiducioso. Non coltivo aspettative fondate su calcoli e proiezioni. Sono uomo di speranza perchè mi affido alla promessa di Dio e ho buone ragioni per avere stima degli uomini e delle donne che abitano questa terra. Non ho ricette o progetti da proporre, come avessi chissà quali soluzioni. Sono invece un servitore del cammino di un popolo che è disposto a pensare insieme, a lavorare insieme, a sperare insieme». La nostra comunità continui il suo cammino in questo orizzonte di fede.

don Maurizio

RITORNARE ALLA “PURA” PAROLA DEL VANGELO

La Visita Pastorale del nostro Arcivescovo Mario ci ha invitati a recensire, verificare e rilanciare i percorsi che sono pastoralmente proposti per promuovere l’auspicata e irrinunciabile familiarità di ogni battezzato con la Sacra Scrittura che ci trasmette la Parola di Dio. Come parrocchia e come decanato abbiamo fatto un buon lavoro di analisi e lo proseguiremo per arrivare a formulare anche proposte concrete. Certo è che la Parola di Dio deve essere letta sempre più nello Spirito del Signore e coltivata come nutrimento della fede. Dio si rivela per chiamare alla comunione con Lui, per indicare a ciascuno la via della vita e per chiamare tutti a conversione.     Tuttavia, ai nostri giorni, non è difficile constatare che, mentre si svuotano le chiese e vengono meno le appartenenze a un’istituzione religiosa, cresce ovunque e in modo trasversale, dalle generazioni più anziane a quelle più giovani, l’interesse per cammini di interiorità ispirati a diverse tradizioni spirituali – orientaleggianti e psicologistiche – lontane, però, dal patrimonio della ricca tradizione spirituale cattolica e da fondamenti ben radicati nella conoscenza della Sacra Scrittura.
Anche la stessa editoria testimonia questa tendenza: molti libri e persino i bestseller religiosi non sono generalmente né biblici né teologici, e tanto meno ispirati alla grande tradizione patristica, ma sono i cosiddetti “libri di spiritualità”, che intercettano un bisogno psichico di spiritualità o di benessere generale in armonia con sé stessi e il creato, cosa ben diversa dalla fede.     In questi libri è difficile trovare una vera ispirazione, un primato, un’egemonia della parola di Dio e, soprattutto, del Vangelo. In pochi decenni i sentieri della tradizione spirituale cristiana sono stati tralasciati, mentre i nuovi percorsi sembrano finalizzati a una spiritualità del benessere individuale, nella quale Dio è ridotto a energia cosmica, un’impersonale rappresentazione dell’oltre…perchè ci sarà pure “qualcosa” nell’aldilà. È una spiritualità senza dimensione comunitaria o ecclesiale, senza esigenze di relazioni e impegni fraterni, che si nutre invece di esperienze soggettive e privilegia una ricerca interiore che soddisfi il proprio io. Anche papa Francesco nell’Evangeli Gaudium ha sentito il bisogno di denunciare questa deriva, da lui descritta come ricerca di «energie armonizzanti» (n. 90).     Ecco perché questa interiorità, pur necessaria, se è fine a sè stessa e si ferma a una conoscenza di sè, è individualistica, contraddicendo in tal modo tutto il messaggio biblico, secondo il quale si cerca Dio se si cerca l’uomo, si crede in Dio se si crede anche negli altri, si ama quel Dio che non si vede se si amano anche gli altri che si vedono (cf. 1Gv 4,20); un messaggio biblico che trova il suo vertice proprio in un Dio che si rivela nell’umanità storica di Gesù.      Questa spiritualità è spesso presente nella stessa predicazione. Bisogna essere molto attenti – soprattutto da parte dei preti, ma anche delle catechiste – perchè per molti aspetti si è tornati al vecchio vizio preconciliare: quello della “predica”, di uno stile oratorio che vuole impartire lezioni agli ascoltatori. Certo, una predica oggi rinnovata con l’apporto di tante scienze umane, ma essenzialmente moralistica. Un parlare che non contiene profondità teologica, rivelazione, mistero, ma solo una chiamata ai valori, alla vita perfetta.     Così la vita cristiana è ridotta a un comportamento morale che, invece di annunciare, denuncia; invece di dare la buona notizia, offre una cattiva comunicazione, trasmette sensi di colpa e invece di liberare la libertà dell’uomo la opprime. Il Vangelo è nuovamente ridotto a legge e non è più vita. Anche Gesù è ridotto a qualcuno che insegna come vivere in questo mondo, mentre non si ha più la forza né la fede di dire che Gesù Cristo è la via, la verità, la vita (cf. Gv 14,6): non è semplicemente un maestro di spiritualità in concorrenza con altri maestri di religione o con altri cammini ma, rimanendo aperto al dialogo, egli rimane la via, la verità, la vita!
Occorre dunque il coraggio di ribadirlo: se è vero che Gesù Cristo è il Vangelo e il Vangelo è Gesù Cristo (cf. Mc 8,35; 10,29), allora il Vangelo non ci insegna a vivere ma ci fa vivere!
Gesù Cristo, il Vangelo, è la vita! E da qui per un cristiano, ma anche per ogni uomo che pensa in sincera ricerca, non si può prescindere.

don Maurizio

IL MIRABILE SEGNO DEL PRESEPE
LA LETTERA APOSTOLICA DI PAPA FRANCESCO SUL PRESEPE

Può sembrare strano che un papa scriva un documento ufficiale sul presepe, anche se di questi tempi sembra proprio necessario visto che per celebrare il Natale la cultura lo ha soppiantato con le strabordanti figure degli alberi di natale, delle luminarie di tutti i tipi e di babbo natale che sembrano non lasciare spazio alla memoria del mistero dell’incarnazione e della nascita del Figlio di Dio. Ma ancora più sorprendente è il contenuto di questa lettera che è davvero bello, entusiasmante nella sua semplicità e ci permette di riscoprire una pienezza di significati e di valori inaspettati, nonostante l’argomento sia del tutto tradizionale e familiare.  Papa Francesco, dopo aver ricordato le origini francescane del presepio, attraverso la lettura delle sue scenografie, dei personaggi che vi vengono collocati, offre una vera e propria catechesi che ci permette di riscoprire il mistero del Natale e di farcene trasmettitori presso le nuove generazioni.
Ma lasciamo parlare il papa.

1. Il mirabile segno del presepe, così caro al popolo cristiano, suscita sempre stupore e meraviglia. Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia. Il presepe, infatti, è come un Vangelo vivo.
Con questa Lettera vorrei sostenere la bella tradizione delle nostre famiglie, che nei giorni precedenti il Natale preparano il presepe. Come pure la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze…
2. L’origine del presepe trova riscontro anzitutto in alcuni dettagli evangelici della nascita di Gesù a Betlemme. Gesù viene deposto in una mangiatoia, che in latino si dice praesepium, da cui presepe.
Ma veniamo subito all’origine del presepe come noi lo intendiamo. Ci rechiamo con la mente a Greccio, nella Valle Reatina, dove San Francesco si fermò venendo probabilmente da Roma, dove il 29 novembre 1223 aveva ricevuto dal Papa Onorio III la conferma della sua Regola. Dopo il suo viaggio in Terra Santa, quelle grotte gli ricordavano in modo particolare il paesaggio di Betlemme. Le Fonti Francescane raccontano nei particolari cosa avvenne a Greccio. Quindici giorni prima di Natale, Francesco chiamò un uomo del posto, di nome Giovanni, e lo pregò di aiutarlo nell’attuare un desiderio: «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello». È così che nasce la nostra tradizione. San Francesco, con la semplicità di quel segno, realizzò una grande opera di evangelizzazione.
3. Perché il presepe suscita tanto stupore e ci commuove? Anzitutto perché manifesta la tenerezza di Dio. Lui, il Creatore dell’universo, si abbassa alla nostra piccolezza. In Gesù, il Padre ci ha dato un fratello che viene a cercarci quando siamo disorientati e perdiamo la direzione; un amico fedele che ci sta sempre vicino; ci ha dato il suo Figlio che ci perdona e ci risolleva dal peccato.
Comporre il presepe nelle nostre case ci aiuta a rivivere la storia che si è vissuta a Betlemme. Naturalmente, i Vangeli rimangono sempre la fonte che permette di conoscere e meditare quell’Avvenimento; tuttavia, la sua rappresentazione nel presepe aiuta ad immaginare le scene, stimola gli affetti, invita a sentirsi coinvolti nella storia della salvezza.
4. Mi piace ora passare in rassegna i vari segni del presepe per cogliere il senso che portano in sé. In primo luogo, rappresentiamo il contesto del cielo stellato nel buio e nel silenzio della notte. Non è solo per fedeltà ai racconti evangelici che lo facciamo così, ma anche per il significato che possiede. Pensiamo a quante volte la notte circonda la nostra vita. Ebbene, anche in quei momenti, Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande decisive che riguardano il senso della nostra esistenza: chi sono io? Da dove vengo? Perché sono nato in questo tempo? Perché amo? Perché soffro? Perché morirò? Per dare una risposta a questi interrogativi Dio si è fatto uomo. La sua vicinanza porta luce dove c’è il buio e rischiara quanti attraversano le tenebre della sofferenza (cfr Lc 1,79).

5. Quanta emozione dovrebbe accompagnarci mentre collochiamo nel presepe le montagne, i ruscelli, le pecore e i pastori! In questo modo ricordiamo, come avevano preannunciato i profeti, che tutto il creato partecipa alla festa della venuta del Messia.
6. Nei nostri presepi siamo soliti mettere tante statuine simboliche. I poveri e i semplici nel presepe ricordano che Dio si fa uomo per quelli che più sentono il bisogno del suo amore e chiedono la sua vicinanza. Gesù, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l’essenziale e vivere di esso. Dal presepe emerge chiaro il messaggio che non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità.
Spesso i bambini – ma anche gli adulti! – amano aggiungere al presepe altre statuine che sembrano non avere alcuna relazione con i racconti evangelici. Eppure, questa immaginazione intende esprimere che in questo nuovo mondo inaugurato da Gesù c’è spazio per tutto ciò che è umano e per ogni creatura. Tutto ciò rappresenta la santità quotidiana, la gioia di fare in modo straordinario le cose di tutti i giorni, quando Gesù condivide con noi la sua vita divina.
7. Poco alla volta il presepe ci conduce alla grotta, dove troviamo le statuine di Maria e di Giuseppe. Maria è una mamma che contempla il suo bambino e lo mostra a quanti vengono a visitarlo. Vediamo in lei la Madre di Dio che non tiene il suo Figlio solo per sé, ma a tutti chiede di obbedire alla sua parola e metterla in pratica (cfr Gv 2,5). Accanto a Maria, in atteggiamento di proteggere il Bambino e la sua mamma, c’è San Giuseppe. In genere è raffigurato con il bastone in mano, e a volte anche mentre regge una lampada. San Giuseppe svolge un ruolo molto importante nella vita di Gesù e di Maria. Lui è il custode che non si stanca mai di proteggere la sua famiglia e da uomo giusto si è sempre affidato alla volontà di Dio e l’ha messa in pratica.
8. Il cuore del presepe comincia a palpitare quando, a Natale, vi deponiamo la statuina di Gesù Bambino. Dio si presenta così, in un bambino, per farsi accogliere tra le nostre braccia. Nella debolezza e nella fragilità nasconde la sua potenza che tutto crea e trasforma. Sembra impossibile, eppure è così: in Gesù Dio è stato bambino e in questa condizione ha voluto rivelare la grandezza del suo amore, che si manifesta in un sorriso e nel tendere le sue mani verso chiunque. Il modo di agire di Dio quasi tramortisce, perché sembra impossibile che Egli rinunci alla sua gloria per farsi uomo come noi. Che sorpresa vedere Dio che assume i nostri stessi comportamenti: dorme, prende il latte dalla mamma, piange e gioca come tutti i bambini! Dunque il presepe, mentre ci mostra Dio così come è entrato nel mondo, ci provoca a pensare alla nostra vita inserita in quella di Dio; invita a diventare suoi discepoli se si vuole raggiungere il senso ultimo della vita.

9. Quando si avvicina la festa dell’Epifania, si collocano nel presepe le tre statuine dei Re Magi. Guardando questa scena nel presepe siamo chiamati a riflettere sulla responsabilità che ogni cristiano ha di essere evangelizzatore.  I Magi insegnano che si può partire da molto lontano per raggiungere Cristo. Sono uomini ricchi, stranieri sapienti, assetati d’infinito, che partono per un lungo e pericoloso viaggio che li porta fino a Betlemme (cfr Mt 2,1-12). Davanti al Re Bambino non si lasciano scandalizzare dalla povertà dell’ambiente; non esitano a mettersi in ginocchio e ad adorarlo. Davanti a Lui comprendono che Dio, come regola con sovrana sapienza il corso degli astri, così guida il corso della storia, abbassando i potenti ed esaltando gli umili. E certamente, tornati nel loro Paese, avranno raccontato questo incontro sorprendente con il Messia, inaugurando il viaggio del Vangelo tra le genti.
Non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta, è che esso parli alla nostra vita.  Il presepe fa parte del dolce ed esigente processo di trasmissione della fede. A partire dall’infanzia e poi in ogni età della vita, ci educa a contemplare Gesù, a sentire l’amore di Dio per noi, a sentire e credere che Dio è con noi e noi siamo con Lui.

FRANCESCO

 

PREPARIAMO LA VISITA PASTORALE:  DIALOGHIAMO COL NOSTRO VESCOVO

settimanale Insieme 49/2019

Nell’editoriale dell’Insieme di due domeniche fa (numero 47 del 24 Novembre), riportavamo il testo della lettera dell’Arcivescovo Mario di indizione della Visita Pastorale che, nella nostra parrocchia, avverrà Sabato e domenica 1-2 Febbraio 2020, come già più volte annunciato.
Questo appuntamento avrà soprattutto un carattere liturgico e pastorale; a breve vi faremo conoscere in dettaglio come si svolgerà. In quei due giorni il Vescovo pregherà con noi e per noi soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia. Nell’incontrare le persone il vescovo, poi, confermerà e incoraggerà il cammino di fede dei singoli e della comunità cristiana; anche il Consiglio Pastorale e gli altri responsabili dei diversi ambiti della vita della parrocchia avranno l’occasione di confrontarsi con lui e di recensire, verificare e rilanciare il cammino pastorale, a partire da quanto già si sta vivendo e dalla storia che caratterizza il volto della nostra Chiesa.

Questa visita Pastorale ha già avuto un momento importante e uno lo avrà i prossimi giorni e sarà motivo di impegno per i prossimi anni.    Il momento che abbiamo già vissuto è stato quello della visita amministrativa; con i responsabili degli uffici di curia abbiamo verificato e tracciato le linee operative riguardanti la situazione economico-finanziaria e strutturale della nostra parrocchia. In questa fase particolarmente tecnica, sono stati coinvolti soprattutto i membri del Consiglio degli affari economici della parrocchia ricevendo, con un verbale dettagliato da parte dei responsabili della Curia diocesana, apprezzamento per il lavoro fatto in questi anni che ha mantenuto sotto controllo i conti e ha creato una sufficiente stabilità finanziaria che chiede ancora una continua, accorta e oculata gestione amministrativa. Preziose indicazioni sono poi pervenute al fine di procedere nella responsabilità di gestire i beni della comunità che, come sappiamo, sono caratterizzati da un patrimonio immobiliare prezioso ma vetusto, che ha continuamente bisogno di interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria con la necessaria compartecipazione di tutti perchè le risorse sono insufficienti.      Il secondo momento in preparazione della Visita Pastorale, ma che avrà anche delle ricadute sul futuro, lo vivremo fra poco a livello di decanato. Tutte le parrocchie del Decanato, infatti, sono coinvolte nella riflessione sulla “familiarità del popolo di Dio con la Sacra Scrittura”.   Per un cristiano adulto e maturo, la Parola di Dio da un lato non può essere considerata un corpo estraneo e lontano dalla vita concreta, terreno misterioso nel quale non addentrarsi; ma non può nemmeno, dall’altro lato, essere soltanto oggetto di curiosità o al più bagaglio culturale.
La Parola di Dio deve, piuttosto, essere letta sempre di più nello Spirito del Signore e coltivata come nutrimento della fede.

«La Rivelazione di Dio non è per comunicare informazioni o dottrine. Dio si rivela per chiamare alla
comunione con lui, per indicare a ciascuno la via della vita e per chiamare tutti a conversione. La lettura dei testi sacri, la loro conoscenza, la loro meditazione, la loro proclamazione durante le celebrazioni liturgiche, la lettura personale o i momenti di ascolto comunitario e di condivisione, non possono ridursi a un esercizio intellettuale ed estemporaneo: sempre la Parola chiede una risposta, invita a una conversione, propone una vocazione». Dobbiamo dunque chiederci come singolarmente e comunitariamente viviamo il nostro fondamentale rapporto con la Parola di Dio e cosa possiamo fare per migliorare e far sì che questo rapporto sia sempre più incrementato, nella convinzione che «la Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il corpo stesso di Cristo» (DV 21).
Il lavoro di questa prima verifica verrà portato da ogni comunità pastorale alla celebrazione della Scuola della Parola di Decanato Venerdì 13 Dicembre (siamo tutti invitati), perchè sia di stimolo a un lavoro successivo e più approfondito che approdi anche a proporre delle iniziative come il rilancio dei gruppi di ascolto nelle famiglie.

Ora ci attende l’incontro con l’Arcivescovo il prossimo inizio di Febbraio. Nel frattempo siamo tutti impegnati a preparare, tra le altre cose, il dialogo con lui. Questo dialogo avverrà già nella liturgia quando ascolteremo la Parola che il Vescovo ci rivolgerà, illuminata dalla preghiera e dallo Spirito, ma soprattutto durante l’incontro con il Consiglio Pastorale. Tuttavia tutti sono invitati a suggerire i loro contributi.

Ecco dunque l’invito.
Oltre a quanto il Consiglio pastorale potrà trasmettere all’Arcivescovo a riguardo della situazione della comunità parrocchiale, i singoli fedeli che lo desiderano potranno comunicare all’Arcivescovo alcune loro riflessioni, a partire da uno sguardo profondo sulla vita della nostra parrocchia.
E’ possibile dunque inviare delle brevi riflessioni all’Arcivescovo, verificando come di fatto sono state affrontate in parrocchia queste tematiche: 1) viene obiettivamente curata la S. Messa domenicale? Viene concretamente favorita la preghiera feriale? 2) l’azione pastorale della parrocchia è attenta a sostenere la vocazione di ciascuno, in modo particolare la pastorale giovanile? 3) Il clima di fede che si respira in parrocchia si traduce in vita buona, in iniziative spirituali, culturali, caritative che toccano davvero la vita della gente? 4) Ci si sta impegnando per diffondere e conoscere il Vangelo e a far crescere il cammino spirituale delle persone? 5) Si tenga presente infine come si sta attuando il “passo da compiere”, che era stato proposto.
Le riflessioni andranno inviate alla mail visitaarcivescovo@diocesi.milano.it entro il 24 Gennaio prossimo.

In vista di questo dialogo, chiedo ai membri degli organi di consiglio (Consiglio pastorale e affari economici) di fare un buon lavoro di discernimento e di indicare sapienti linee lungimiranti per il prossimo futuro della nostra Chiesa Bollatese.

don Maurizio

 

LA VISITA PASTORALE
La lettera del nostro Arcivescovo Mario

Già da diversi mesi abbiamo annunciato questo evento che le nostre parrocchie di san Martino, santa Monica (Ospiate) e san Guglielmo (Castellazzo) vivranno da vicino il prossimo 1 e 2 Febbraio e che, per alcuni aspetti, stiamo già preparando da diverse settimane.   Per capirne le motivazioni e il significato è particolarmente utile leggere insieme la lettera di indizione della Visita Pastorale dello stesso arcivescovo e che riportiamo qui di seguito. E’ il modo migliore per introdurci insieme come comunità cristiana; successivamente affideremo al Consiglio Pastorale Unitario l’organizzazione concreta della Visita secondo le precise indicazioni che già ci sono pervenute dalla Curia Arcivescovile di Milano.  Dall’attenta lettura apparirà chiaro come questa impegnativa Visita Pastorale sarà certamente per tutti un’occasione di grazia, di crescita nella fede e nell’amore corresponsabile alla Chiesa.  Nei prossimi “Editoriali” terremo aggiornata la comunità sui programmi e sul lavoro in preparazione alla Visita.

Tra i compiti richiesti al Vescovo come espressione della sua particolare relazione con l’intero popolo di Dio a lui affidato vi è quello di «visitare ogni anno la diocesi, in tutto o in parte», così da «visitare l’intera diocesi almeno ogni cinque anni» (can. 396 § 1 C.I.C.). Pur nella consapevolezza della particolare vastità dell’Arcidiocesi di Milano intendo assolvere a questo dovere facendomi personalmente prossimo alle comunità locali ambrosiane e affidando ad alcuni collaboratori l’attenzione a determinati aspetti della vita pastorale e amministrativa.  In concreto, avendo ormai compiuto il mio primo anno di ministero come Arcivescovo di Milano, indico la Visita pastorale diocesana che avrà inizio con la prossima prima domenica di Avvento, secondo il Rito Ambrosiano (18 novembre 2018).
La Visita pastorale si realizzerà in particolare secondo le seguenti modalità:
mi recherò personalmente in ogni Parrocchia della Diocesi per vivere in essa una celebrazione eucaristica oppure un’altra celebrazione liturgica o una manifestazione di pietà popolare, così come concordato di volta in volta con il Responsabile della Comunità pastorale o con il Parroco; durante la celebrazione una particolare attenzione sarà rivolta alle famiglie dei ragazzi che stanno compiendo il cammino dell’iniziazione cristiana, al tema vocazionale e al ruolo dei nonni nelle famiglie e nella comunità.

  • Chiedo a ogni Consiglio di Comunità pastorale o Consiglio pastorale parrocchiale (invitando all’incontro anche i corrispettivi Consigli per gli affari economici) di rendersi disponibile a un incontro con l’Arcivescovo, allo scopo di verificare in modo sinodale l’attuazione (considerare i percorsi in atto, introdurre gli opportuni aggiornamenti e le eventuali correzioni, rilanciare) delle indicazioni conclusive della visita del Card. Angelo Scola e quindi le priorità pastorali e il cosiddetto “passo da compiere” ivi stabilito;
  • chiedo a lutti i presbiteri, i diaconi e le comunità di vita consacrata che nei decanati condividono la responsabilità pastorale, di rendersi disponibili a un incontro con l’Arcivescovo e desidero altresì incontrare personalmente, nella stessa occasione o in altre circostanze, tutti i presbiteri e i diaconi ambrosiani o che hanno un incarico pastorale in diocesi;
  • affido al Settore per l’Educazione e Celebrazione della Fede della Curia Arcivescovile, con la collaborazione di altri soggetti attivi nell’apostolato biblico, il compito di costituire un’equipe che, a nome dell’Arcivescovo, visiterà ogni decanato per recensire, verificare e rilanciare i percorsi che sono pastoralmente proposti per promuovere l’auspicata e irrinunciabile familiarità di ogni battezzato con la Sacra Scrittura;
  • affido al Settore per gli Affari generali della Curia Arcivescovile il compito di costituire un’equipe che, a nome dell’Arcivescovo, supporterà ogni Comunità pastorale e ogni Parrocchia nella raccolta mediante supporto informatico di una serie di dati prevalentemente amministrativi (che saranno poi razionalmente organizzati e conservati, anche a favore delle stesse comunità) e nella verifica dello stato di attuazione dei cosiddetto “fascicolo del fabbricato”, nell’intento di favorire la migliore conservazione dei beni ecclesiastici e l’assunzione delle scelte più adeguate in questo campo, suscitando le opportune collaborazioni, in particolare da parte dei fedeli laici;
  • affido al Centro Diocesano Vocazioni e alla pastorale vocazionale del Seminario, con il coordinamento del Vicario per l’Educazione e Celebrazione della Fede, il compito di costituire un’equipe che, a nome dell’Arcivescovo, promuova l’attenzione delle comunità cristiane alla pastorale vocazionale, assumendo le iniziative che risulteranno più opportune in connessione con la Visita pastorale;
  • ai sensi del can. 806 § 1, nell’ambito della Visita pastorale diocesana, intendo visitare le scuole cattoliche presenti in Diocesi, promuovendone la migliore e più proficua collaborazione in vista di una pastorale scolastica più efficace, tenendo conto anche della presenza e del ruolo delle scuole di ispirazione cristiana;
  • chiedo ai Decani di offrire la loro piena collaborazione nella preparazione della Visita pastorale, sia in riferimento alle realtà ecclesiali, anche non parrocchiali, del territorio, che in riferimento al decanato stesso, per la verifica delle iniziative in campo biblico (per la quale sarà molto opportuno il coinvolgimento del Consiglio pastorale decanale) e per l’incontro con i ministri ordinati, i consacrati e le consacrate;
  • chiedo ai Vicari episcopali di Zona di sostenere i Decani, i Parroci e i Responsabili di Comunità pastorale nello svolgimento delle loro responsabilità rispetto alla Visita pastorale, di assistermi con il loro consiglio (anche in ordine all’organizzazione della Visita) e di seguire con attenzione la fase successiva, in cui dare sviluppo a quanto potrà emergere dallo svolgimento della Visita pastorale in tutte le sue articolazioni;
    chiedo a lutti i presbiteri, i diaconi, i consacrati, le consacrate e i fedeli laici di collaborare con disponibilità allo svolgimento della Visita, secondo le responsabilità proprie di ciascuno e secondo la comune chiamata alla preghiera;
  • chiedo ai battezzati di altre Chiese o comunità ecclesiali, ai battezzati che si sono allontanati dalla professione della fede e a quanti professano altre convinzioni religiose o non religiose di accogliere la Visita pastorale come un gesto di sincera fraternità e amicizia.

Per l’intercessione di Maria Nascente invoco la benedizione di Dio sulla prossima Visita pastorale e su tutti i fedeli ambrosiani.    Milano, 8 settembre 2018 Natività della Beata Vergine Maria

 

«CORRO VERSO LA META»
RICORDARE GESU’ BAMBINO PER DESIDERARE DI INCONTRARE IL SIGNORE
Come ripensare e vivere cristianamente il tempo dell’Avvento

Per riscoprire ma soprattutto vivere in modo autentico il tempo dell’attesa del Natale del Signore, l’Avvento, ci facciamo aiutare dalle parole del nostro Arcivescovo nella sua lettera pastorale.
«L’anima della vita cristiana è l’amore per Gesù: il desiderio dell’incontro!»    La dimensione della speranza e l’attesa del compimento sono sentimenti troppo dimenticati nella coscienza civile contemporanea e anche i discepoli del Signore ne sono contagiati. Viviamo, infatti, in una società e in un clima culturale dove la concentrazione è eccessivamente posta sul presente, sul stare bene oggi e sul soddisfare le esigenze dell’immediato; siamo contagiati dalla logica del “soddisfare” e del “consumare” nell’orizzonte stretto dell’oggi, senza più il pensiero della fine o meglio del “Fine” delle cose stesse e delle esperienze della nostra vita. Persino la vita cristiana è influenzata da questo clima riduttivo entro gli spazi delle esigenze immediate.    Così anche il tempo di AVVENTO viene troppo frequentemente banalizzato a rievocazione sentimentale di un’emozione infantile, per poi farne leva per ogni tipo di consumismo. Nella pedagogia della Chiesa, invece, è annunciata la speranza del ritorno di Cristo. Perciò le sei settimane dell’Avvento ambrosiano e le quattro settimane dell’Avvento romano si ripresentano ogni anno come provvidenziale invito a pensare alle cose ultime con l’atteggiamento credente che invoca ogni giorno: «venga il tuo regno».
L’Avvento è tempo di grazia non per preparare la commemorazione di un evento passato, ma per orientare tutta la vita nella direzione della speranza cristiana, sempre lieti e insieme sempre insoddisfatti.
Si tratta di ri-scoprire l’altra dimensione dell’AVVENTO e del NATALE del Signore che non è solo rievocazione di un evento accaduto, ma sempre di nuovo attesa del Signore che verrà alla fine della storia e della nostra vicenda personale, e quindi attesa e preparazione dell’incontro, presente e futuro, con Lui. Le recite di Natale, l’allestimento dei presepi, le varie coreografie e luminarie, l’organizzazione delle feste non possono solo avere un aspetto rievocativo, ma devono essere una vera e propria pedagogia per coltivare la speranza e il desiderio di incontrare colui che “sempre viene” perchè è il vivente. Il soggetto del Natale è il Signore nella dimensione del Bambino Gesù, lui e solo lui, non babbo natale o le sue renne, nè tantomeno la befana che ha scardinato persino il grande tema della manifestazione di Dio al mondo. Non dobbiamo correre il rischio della banalizzazione del mistero dell’Incarnazione, nè tantomeno subire il fascino di una regressione infantile, provvisoria e consumistica.      E’ per questo e per recuperare la giusta dimensione dell’attesa del Natale del Signore che il nostro Arcivescovo ci invita ad alimentare la virtù della speranza.
C’è però differenza tra vivere di aspettative o di ottimismo e vivere di speranza. L’aspettativa è frutto di una previsione, programmazione, di progetti: è costruita sulla valutazione delle risorse disponibili e sull’interpretazione di quello che è desiderabile. La speranza, invece, è la risposta ad una promessa fatta da Colui che non può deludere perchè è fedele e veritiero. Non sono le risorse e i desideri umani a delineare che cosa sia sensato sperare, ma la promessa di Dio. Lo sguardo può spingersi avanti, avanti, fino alla fine, perché l’esito della vita non è la morte, ma la gloria, la comunione perfetta e felice in Dio e nella comunione dei santi e con i nostri cari. Per questo Egli è venuto, per questo noi continuamente lo attendiamo desiderando di incontrarlo perchè Egli è la pienezza della nostra vita.  Tempo di AVVENTO, dunque, come tempo per far ardere il desiderio dell’incontro “faccia a faccia”, del prepararsi ad incontrare il Figlio di Dio che si è fatto figlio dell’uomo perchè ogni persona umana possa diventare partecipe della vita di Dio.
La speranza cristiana è questo affidarsi alla promessa di Dio che confessa la certezza di quest’incontro che eleva la nostra vita, e insieme è la consapevolezza di essere deboli e di abitare nei condizionamenti del tempo e della storia: perciò preghiamo come Gesù ci ha insegnato: «venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà» (Mt 6,10), perciò «lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni!”»(Ap 22,17).   Su tutto questo orizzonte di ampio respiro giunge l’auspicio e l’impegno che ci affida il nostro Arcivescovo. «La celebrazione del mistero dell’incarnazione del Figlio Dio non può essere un guardare indietro: piuttosto, imitando Paolo, protesi verso ciò che sta di fronte, corriamo verso la meta.»  Buon cammino di AVVENTO!

don Maurizio

“PURCHE’ IL VANGELO SIA ANNUNCIATO”

Su invito di papa Francesco stiamo vivendo, insieme con tutta la Chiesa, questo Mese Missionario Straordinario 2019. Abbiamo già detto nell’Editoriale n°. 40 del 6 Ottobre le motivazioni per le quali si sia voluto dare un carattere straordinario al tema della missione in questo mese che normalmente è già da sempre dedicato all’evangelizzazione dei popoli.    Tra le diverse ragioni una è certamente importante ed è il forte richiamo alla responsabilità di tutti i laici, e non solo, a vivere il cristianesimo come impegno a trasmettere e testimoniare la propria fede in un tempo complesso come il nostro, caratterizzato non tanto da “un’epoca di cambiamenti” ma addirittura da un “cambiamento d’epoca”. Si tratta di riscoprire sempre di nuovo la propria identità battesimale come radice potente che ci costituisce naturalmente come missionari: “battezzati e inviati” è esattamente lo slogan di questo mese.

Il nostro Arcivescovo Mario, nella sua recente lettera pastorale ci invita non solo a riscoprire queste radici ma a tradurre in pratica, concretamente e in modo efficace le indicazioni di papa Francesco. Egli pertanto invita tutti i fedeli e tutte le comunità a interrogarsi su cosa significhi missione e cosa vuol dire per me, nella concretezza della mia vita, essere discepolo-missionario.     Gioverebbe a tutti, secondo il tempo e le responsabilità di ciascuno, leggere (o rileggere) alcuni testi illuminanti: Lumen Gentium; Ad Gentes; Evangelii Nuntiandi; Redemptoris Missio; Evangelii Gaudium. L’arcivescovo Mario propone, inoltre, di rispondere ad alcune domande: che cosa significa missione? Quali atteggiamenti e percorsi possono aiutare le persone e le nostre comunità a vivere secondo lo Spirito di Gesù e ad obbedire alla sua Parola?
Proprio Gesù, il primo e l’unico missionario, ha associato alla sua missione i suoi discepoli: li ha scelti, li ha chiamati e lo hanno seguito, Gesù li ha mandati e sono partiti. La missione è obbedienza al mandato di Gesù, risorto e Signore, presenza amica e fedele. I discepoli Obbediscono al Signore e vivono come inviati per annunciare il Vangelo. Sono chiamati a identificarsi e a riconoscersi nel mandato di Gesù, così da poter dire, come suggerisce papa Francesco, «io sono missione» (Evangelii Gaudium 273).

È quindi doveroso interrogarsi su come ciascuno nel suo contesto di vita familiare, professionale, comunitario può trovare l’occasione propizia per condividere quella visione del mondo che il Vangelo ispira e quel riferimento irrinunciabile a Cristo: «purché […] Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene» (Fil 1,18).    A questo riguardo papa Francesco ha un sogno: «Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo, più che per l’autopreservazione».    Come fare per realizzare questo sogno? Il nostro Arcivescovo Mario suggerisce due dinamiche, quella attrattiva e quella dell’apostolato con il desiderio di annunciare il Vangelo nel nostro tempo.     La dinamica dell’attrattiva (il cardinal Martini parlava anche di “contagio”) chiede che la comunità cristiana sia attraente alimentando nelle persone il desiderio di avvicinarsi alla comunità e di farne parte. La domanda che non si può evitare è se siamo capaci di comunicare le ragioni profonde del nostro essere credenti e, in sostanza, il fascino di Gesù alla gente che cerca la parrocchia, la comunità cristiana e i suoi servizi per i più disparati motivi.   La dinamica dell’apostolato ricorda che tutti, in ogni situazione di vita, sono chiamati ad annunciare Cristo; «purché in ogni maniera, per convenienza o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene» dice san Paolo (Fil 1,18). Anche noi ci rallegriamo con san Paolo per tutto quanto i preti, i consacrati e i laici fanno per annunciare Cristo: con la visita alle famiglie, con la comunione ai malati, con la vicinanza alle famiglie nei giorni del lutto e della prova, con la testimonianza quotidiana negli ambienti della scuola, del lavoro, della sofferenza, della festa, dei servizi pubblici, delle attività professionali, degli impegni di volontariato. Ma tutte queste attività per essere missionarie nel mondo d’oggi, meritano di essere conservate, ripensate e riproposte adeguatamente.
Ogni battezzato deve arrivare ad una sintesi personale tra il Vangelo e la vita e dare così testimonianza come Chiesa alla bellezza e alla forza liberante del Vangelo.

don Maurizio

 

UNA PROVOCAZIONE! “FAMILIARIZZARE” CON LA PAROLA DI DIO, SPESSO ASCOLTATA MA POCO CONOSCIUTA – Scuola di teologia per laici e non solo

Tra i diversi compiti e obiettivi della prossima Visita Pastorale del nostro Arcivescovo mons. Mario Delpini c’è anche quello di «recensire, verificare e rilanciare i percorsi che sono pastoralmente proposti per promuovere l’auspicata e irrinunciabile familiarità di ogni battezzato con la Sacra Scrittura». Ci domandiamo: a parte quel poco o tanto di catechismo – a secondo dei punti di vista – che i nostri ragazzi frequentano, ma nelle nostre famiglie, all’interno delle nostre case si legge qualche volta qualche pagina della Bibbia o almeno del Vangelo? Se la fede cristiana è fondamentalmente fondata e nutrita dalla Parola di Dio gli adulti in generale e i genitori in particolare, sanno parlare della scrittura, la sanno comunicare, trasmettere ai propri figli e, prima ancora, la conoscono, sono “abituati e abili” a prenderla in mano? Il più delle volte si sentono cristiani – a dire il vero pochi – che citano frasi della Bibbia e del Vangelo in modo un po’ “sgangherato” e fuori contesto. Ma possibile che la Parola di Dio che è il patrimonio più straordinario della nostra fede, che è “lampada ai nostri passi” (salmo 118), che era in principio e che si è fatta carne in Gesù (Gv 1), sia così sconosciuta e bistrattata? E chi ha il compito di educare, come le nostre catechiste, ma anche gli adulti che devono testimoniare la propria fede, hanno la cura di una formazione continua nella conoscenza della Scrittura? A parte le omelie e la predicazione dei sacerdoti, quali altri “contatti” abbiamo con la sacra Scrittura? E prima ancora di queste impegnative domande c’è un interrogativo che ci inquieta non poco: chissà se nelle nostre famiglie cattoliche c’è una Bibbia, nella speranza che però sia stropicciata, sottolineata e consumata per il troppo uso, e non solo soprammobile o schiacciata tra i libri di una libreria.

Per un cristiano adulto e maturo, la Parola di Dio da un lato non può essere considerata un corpo estraneo e lontano dalla nostra vita concreta, terreno misterioso nel quale non addentrarsi; ma non può nemmeno, dall’altro lato, essere soltanto oggetto di curiosità o al più bagaglio culturale per far vedere la nostra erudizione. La Parola di Dio deve, piuttosto, essere letta sempre di più nello Spirito del Signore e coltivata come nutrimento della fede.   «La Rivelazione di Dio non è per comunicare informazioni o dottrine. Dio si rivela per chiamare alla comunione con lui, per indicare a ciascuno la via della vita e per chiamare tutti a conversione. La lettura dei testi sacri, la loro conoscenza, la loro meditazione, la loro proclamazione durante le celebrazioni liturgiche, la lettura personale o i momenti di ascolto comunitario e di condivisione, non possono ridursi a un esercizio intellettuale che raccoglie informazioni o incrementa una competenza: sempre la Parola chiede una risposta, invita a una conversione, propone una vocazione». Certo si tratta di un obiettivo “alto”, ma la Parola di Dio ha fondamentalmente una dinamica vocazionale e, pertanto, per i cristiani non è mai solo oggetto di conoscenza intellettuale ma dinamica spirituale.    Sintonizzandoci con questa prospettiva abbiamo pensato che in questo settimo anno, la “Scuola di teologia per laici” avrebbe potuto dare il suo contributo. Già il primo anno era stato dedicato interamente alla Sacra Scrittura; ora però vorremmo approfondire in modo più specifico il tema della Parola di Dio, fornire conoscenza e strumenti atti ad aiutare a comunicare e trasmettere in modo più consapevole la Parola di Dio. Tale proposta avrebbe anche l’obiettivo di formare responsabili di gruppi di ascolto della Parola per un loro rilancio – laddove ci fossero le condizioni – nelle parrocchie del Decanato.    Inoltre tale percorso potrebbe essere particolarmente interessante e utile soprattutto per le catechiste ma anche per i genitori. Entrambe, infatti, hanno il compito e la responsabilità di introdurre alla fede le nuove generazioni attraverso la Parola di Dio. I nuovi itinerari di iniziazione cristiana sono fondamentalmente strutturati per avere al centro l’annuncio della Buona Notizia. Si tratta di una scelta di campo, che considera determinante per i ragazzi e i loro genitori l’incontro con la Parola di Dio attraverso la Sacra Scrittura, imparando un metodo di lettura per la comprensione del testo Biblico.   Non posso non pensare anche ai “lettori” che nelle nostre assemblee liturgiche proclamano la Parola di Dio. Per chi svolge questo ministero non si tratta soltanto di saper proclamare con la giusta tecnica il testo sacro, ma occorre conoscerne lo “spirito”.

Ma come far conoscere e mediare la Parola della Sacra Scrittura? Come poi tradurla nella vita e come fare in modo che essa sia il principio per ogni discernimento?
Sembrano obiettivi “alti” ma dobbiamo renderci conto che la nostra fede non si fonda su teorie, ideologie, astrazioni dottrinali, abitudini della tradizione ormai perse, bensì sulla Parola di Dio «viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore». (Eb 4,12). Come si fa a dirsi cristiani senza un continuo confronto con Colui che si comunica con la sua Parola?   Della Scrittura non dobbiamo solo conoscerne gli elementi fondamentali o le informazioni di carattere generale, dobbiamo invece cogliere il suo messaggio profondo, la Buona Notizia che caratterizza tutta la Rivelazione; occorre scendere verso una conoscenza “teologica” della Parola di Dio, per aiutare noi stessi e gli altri a cogliere come la Bibbia non è un “libro” – seppur sacro”, ma è molto di più, ed è esattamente con questo di “più” con cui vogliamo familiarizzare. Dio si è rivelato «parlando nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti; ultimamente, in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2). Quando ascoltiamo la Parola di Gesù riviviamo lo stupore e l’emozione dei discepoli che se ne andavano verso Emmaus: «non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 24,32)   Per cercare di dare un contributo a tutto questo, la Scuola di Teologia per laici propone a tutti, ai genitori, alle catechiste, agli animatori dei gruppi di ascolto della Parola e a coloro che potrebbero esserlo, un itinerario nel quale approfondire:
– la teologia dell’A.T.
– la teologia del N.T.
– la teologia di san Paolo e delle sue lettere
– la metodologia e le dinamiche dei gruppi di ascolto della Parola
– le esperienze di laboratorio per imparare a conoscere e trasmettere la Parola di Dio.

Vi invito a considerare con attenzione questa proposta anche se sembra un po’ impegnativa, ma certamente è un’occasione preziosa. Partiamo Giovedì 17 Ottobre. Chi fosse interessato prenda contatti e richieda la broschure descrittiva dell’iniziativa.

don Maurizio

 

OTTOBRE 2019: UN MESE STRAORDINARIO PER LA MISSIONE
BATTEZZATI ED INVIATI: LA CHIESA DI CRISTO IN MISSIONE NEL MONDO e…a casa nostra

Il 22 ottobre 2017, Giornata Mondiale Missionaria, Papa Francesco durante l’Angelus annunciava pubblicamente, a tutta la Chiesa la sua intenzione di indire il Mese Missionario Straordinario Ottobre 2019 (MMS OTT 2019) per celebrare i 100 anni della Lettera Apostolica Maximum Illud del suo predecessore Papa Benedetto XV. In quello stesso giorno, il Santo Padre invia una lettera al Cardinal Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli (CEP) e Presidente del Comitato Supremo delle Pontificie Opere Missionarie (POM), affidandogli «il compito di avviare la preparazione di questo avvenimento, in particolare attraverso un’ampia sensibilizzazione delle Chiese particolari, degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica, così come delle associazioni, dei movimenti, delle comunità, delle altre realtà ecclesiali e dei singoli fedeli».
Al fine di ravvivare la consapevolezza battesimale del Popolo di Dio in relazione alla missione della Chiesa, Papa Bergoglio indica per il Mese Missionario Straordinario il tema “Battezzati e inviati: la Chiesa di Cristo in missione nel mondo”.
Risvegliare la consapevolezza della “missio ad gentes” e riprendere con nuovo slancio la responsabilità dell’annuncio del Vangelo accomunano la sollecitudine pastorale di Papa Benedetto XV nella Maximum Illud e la vitalità missionaria espressa da Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium: «l’azione missionaria è il paradigma di ogni opera della Chiesa» (EG 15).  Si tratta di «porre la missione di Gesù nel cuore della Chiesa stessa, trasformandola in criterio per misurare l’efficacia delle strutture, i risultati del lavoro, la fecondità dei suoi ministri e la gioia che essi sono capaci di suscitare. Perché senza gioia non si attira nessuno.

Non dobbiamo però pensare che la missione riguardi popoli lontani. C’è una missione qui e oggi, persino all’interno delle nostre famiglie, perchè è più che mai attuale e urgente il compito di trasmette la fede proprio nella nostra società che ha perso il senso di Dio e ha bisogno di recuperare – riscoprire – gli elementi fondamentali della fede cristiana, che non conosce e non sa più ridire nella vita. Basterebbe pensare allo stile di vita secolarizzato, consumistico, digitalizzato, disancorato dai valori spirituali delle nostre società occidentali, per accorgersi come, in generale, si è perso l'”abc” della fede.

Quattro sono le dimensioni, indicateci dal Papa, per vivere più intensamente il cammino di preparazione e realizzazione del Mese Missionario Straordinario Ottobre 2019:
1. L’incontro personale con Gesù Cristo vivo nella sua Chiesa: Eucaristia, Parola di Dio, preghiera personale e comunitaria.
2. La testimonianza: i santi, i martiri della missione e i confessori della fede, espressione delle Chiese sparse nel mondo intero.
3. La formazione missionaria: Scrittura, catechesi, spiritualità e teologia.
4. La carità missionaria.

Questo mese missionario straordinario è un’altra “situazione che diventa occasione” di grazia e di crescita nella fede e di testimonianza di vita cristiana. Infatti, provvidenzialmente, questo mese può offrire alla Chiesa intera un’ulteriore opportunità per mantenere viva e concreta la propria consapevolezza battesimale missionaria. Se la crisi della missione è crisi di fede, solo la maturità della fede della Chiesa si può ancora attrarre tutti e tutto a Cristo. Il Mese Missionario Straordinario Ottobre 2019 potrebbe così proporsi come inizio di un’avventura di fede, di preghiera, di riflessione e di carità che non si concluda con il mese stesso dell’ottobre 2019, ma possa culminare in forme adeguate di un appassionato e sempre più rinnovato impegno per la “missio ad gentes” (ma anche per la missio in casa nostra, nel nostro quartiere, sul posto di lavoro, tra genitori e figli, parenti e amici) come motore e paradigma di tutta la vita e missionarietà della Chiesa.

Non temiamo di intraprendere, con fiducia in Dio e tanto coraggio, «una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione.
Tutti i fedeli abbiano veramente a cuore l’annuncio del Vangelo e la conversione delle loro comunità in realtà missionarie ed evangelizzatrici proprio a partire dalla loro identità battesimale».
E’ il battesimo che abilita tutti come sacerdoti, re e profeti, e rende responsabili e protagonisti nell’evangelizzazione e nella edificazione del Regno di Dio. Proprio perchè si è battezzati, a ciascuno compete questa identità che è al tempo stesso una missione.

don Maurizio

Preghiera per il MMS OTT 2019
Padre nostro,
il Tuo Figlio Unigenito Gesù Cristo risorto dai morti
 affidò ai Suoi discepoli il mandato di “andare e fare discepoli tutti i popoli”. Tu ci ricordi che attraverso il nostro battesimo 
siamo resi partecipi della missione della Chiesa.
Per i doni del Tuo Santo Spirito, concedi a noi la grazia di essere testimoni del Vangelo,
coraggiosi e zelanti, affinché la missione affidata alla Chiesa, ancora lontana dall’essere realizzata,
 possa trovare nuove e efficaci espressioni che portino vita e luce al mondo.
Aiutaci a far sì che tutti i popoli possano incontrarsi con l’amore salvifico e la misericordia di Gesù Cristo,
 Lui che è Dio, e vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Amen.

SETTEMBRE POI CI PRENDERA’….

Paradossalmente per la vita pastorale di una parrocchia, a dispetto del calendario, Settembre è un po’ come la primavera, invece che l’autunno. Si riprendono tutte le attività – anche se non sono mai cessate – , si avverte una sorta di euforia per la programmazione dell’anno che sta davanti, si percepisce una buona dose di entusiasmo per le attività che ci attendono; salvo poi, durante l’anno, sperimentare, quasi naturalmente, stanchezza se non addirittura disaffezione per gli impegni della comunità. In questo quadro dai contorni contraddittori, mi preme raccomandarvi di rileggere l’editoriale dell’Insieme di domenica 1 Settembre, invitandovi a non lasciarvelo sfuggire e a recuperalo.

Prendendo spunto dalla Lettera Pastorale del nostro Arcivescovo Mario – della quale abbiamo già fatto ampia presentazione – colgo preziose indicazioni per vivere questo mese di settembre come inizio di un nuovo cammino di fede per la nostra comunità, con l’auspicio che non venga meno l’energia necessaria ma cresca lungo il cammino il proprio vigore che suggerisce il Salmo 84 e il titolo della scorsa lettera pastorale, facendo così nostro un preciso stile pastorale. Il passo che quest’anno ci suggerisce di compiere il nostro arcivescovo è quello di renderci conto che davvero ogni situazione, per coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio, è occasione preziosa per lasciarsi evangelizzare ed evangelizzare a nostra volta.

Di fatto ogni situazione è occasione di grazia, e per la missione di vivere e annunciare il Vangelo!
Persino san Paolo affronta i momenti difficili non con angoscia, ma trasfigurandoli in occasione. La lettera ai Filippesi che scrive in una situazione drammatica cioè dal carcere, non è motivata da una preoccupazione dogmatica o disciplinare, piuttosto dalla gratitudine e dall’affetto. Nel primo capitolo della lettera Paolo comunica che la condizione umiliante e disagevole di essere carcerato è diventata l’occasione per far risuonare il nome di Cristo in tutto il pretorio. La situazione si è rivelata occasione.
Così scrive il nostro Arcivescovo: «Propongo pertanto questa lettera come testo biblico per accompagnarci nell’anno pastorale 2019-2020: è un testo che può ispirare commozione, preghiera, pensiero e orientamenti all’azione. Raccomando quindi di riprendere, leggere e commentare la Lettera ai Filippesi.

Questo prossimo anno pastorale, che ormai abbiamo iniziato, sarà carico di proposte affinchè davvero ogni situazione possa essere vissuta come grazia e occasione per la missione.
Ci saranno eventi straordinari ma non dobbiamo certo dimenticare l’ordinarietà di una vita di Chiesa che pur nella consuetudine dei ritmi, tuttavia segna costruttivamente il cammino di fede di ciascuno: penso ai ritmi scanditi dai tempi liturgici, ai rinnovati itinerari di iniziazione cristiani per i ragazzi del catechismo e alle loro famiglie, penso alle proposte formative per tutte le fasce giovanili e ai percorsi per le famiglie, penso inoltre alle tantissime iniziative della vita della parrocchia. Quanta ricchezza di situazioni per occasioni di grazia.

Ma quest’anno sarà caratterizzato da alcuni eventi speciali.
Anzitutto le elezioni per il rinnovo del Consiglio Pastorale. Ne avevo già parlato nell’editoriale dell’Insieme n. 25 del 23 Giugno scorso. Prossimamente ci sarà un inserto speciale a questo riguardo. Le elezioni per il Consiglio Pastorale sono l’occasione per tradurre tutti i grandi temi della sinodalità, della valorizzazione del laicato, della corresponsabilità dei laici nella conduzione di una parrocchia e quindi, più in generale, nella conduzione del piano di Dio nella storia attraverso la sua Chiesa. Un invito accorato che rivolgo a tutti gruppi, le realtà e le componenti della nostra comunità affinchè nel Consiglio Pastorale sia rappresentato tutto il volto della nostra Chiesa.

Un’altra situazione che diventa occasione di grazia e di missione è la Visita Pastorale dell’Arcivescovo Mario a tutte le parrocchie del nostro Decanato da metà Gennaio e Metà Febbraio 2020.
L’intenzione della Visita Pastorale è di incoraggiare il popolo in cammino a continuare il suo cammino, ad apprezzare la continuità, a verificare l’incisività, a rendere più sciolto e lieto il vivere ordinario di discepoli che portano a compimento la loro vocazione.
Nelle prossime settimane daremo ulteriori e precisi dettagli di quest’evento impegnativo, di verifica del nostro essere comunità cristiana, di riprogrammazione dei passi da compiere; un evento che sarà certamente occasione di crescita nella fede.

Una terza situazione che si presenta come occasione di crescita nella fede è la proposta della Scuola di Teologia per Laici giunta al settimo anno e che svilupperà questo tema: teologia della scrittura e dinamiche di gruppo per animare gruppi di ascolto della parola. L’obiettivo è quello di aiutare tutti (adulti, genitori, catechiste) a trasmettere la parola di Dio ed eventualmente rilanciare i gruppi di ascolto della parola nella nostra parrocchia, come segno e concreta iniziativa missionaria di evangelizzazione. Questo tema è anche uno di quelli principalmente trattati dalla prossima Visita Pastorale. Questo percorso, allora, può essere davvero visto come preparazione ma anche come frutto della visita pastorale proprio sul tema della familiarità con la Parola. Anche su questo vi rimando a uno specifico editoriale nel prossimo mese di Ottobre.

Nel contesto del tema della familiarità con la Parola di Dio vi invito a partecipare agli incontri della Scuola della Parola che nel nostro decanato in questi ultimi anni è stata un punto di forza, e che quest’anno vedrà come predicatore apprezzato e particolarmente esperto: Luca Moscatelli. Il tema è particolarmente intrigante e coinvolgente: le figure della fede in Giovanni.

Nell’editoriale del 1 Settembre dicevo che non ci si salva con le manifestazioni esteriori, ma con la profonda adesione alle scelte morali ed esistenziali della fede. La fede, infatti, è esperienza coinvolgente, implica formazione, riflessione, condivisione, comprensione, rinnovamento, empatia affettiva, maggiore coscienza cristiana. Se ciò è vero, allora trova il suo significato profondo la proposta di un eventuale pellegrinaggio in Terra Santa nell’estate 2020, un pellegrinaggio che vuole essere una vera esperienza spirituale intensa, cammino autentico di discepolato, con l’obiettivo di rinsaldare la nostra fede con esperienze forti e di aggiungere una tappa significativa alla nostra crescita interiore. Un pellegrinaggio che sarà preparato per tempo con un percorso di incontri formativi e informativi aperti a tutti e non solo ai pellegrini in modo che sia offerto un vero e proprio percorso culturale e spirituale interessante. Vi comunicheremo date e tempi.

Come vedete si tratta di un anno interessante e ricco di situazioni che sono occasioni di grazia; sono solo alcune, per non contare di tutte quelle che certamente il Signore, nella sua benevolenza, ci riserverà e che non sono programmabili nemmeno dai nostri buoni propositi, ma arrivano da lui e della sua costante volontà di benedire la nostra vita e quella della nostra comunità.

don Maurizio

LA GRANDE SFIDA
Comunità e famiglia nella trasmissione della fede

Il compito affidato ai genitori di introdurre e accompagnare i figli nel cammino dell’iniziazione cristiana è al centro della nuova edizione, offerta dalla Diocesi, della Quattro giorni Comunità Educanti (quella che tradizionalmente si chiamava “4 giorni catechisti”), in programma in ogni Zona pastorale. Un importante momento formativo a cui sono invitati presbiteri, religiosi, diaconi, catechisti ed educatori, all’avvio dell’anno pastorale.   Si intende riflettere in particolare sul dono e sul compito affidato ai genitori di introdurre e accompagnare i figli nel cammino dell’iniziazione cristiana, in profonda sintonia con tutta la comunità dei fedeli.     In questa prospettiva di comunità, un ruolo primario e fondamentale appartiene alla famiglia cristiana in quanto Chiesa domestica e quindi primo luogo dove far sorgere la fede e aiutarla a crescere e ad esprimersi. Essa, proprio come la Chiesa, è “uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui si irradia”.

Questa è la grande sfida!! Tutti conosciamo le fragilità, le fatiche e le ferite alle quali è esposta oggi la famiglia. Mentre rimane impegno costante delle comunità cristiane esprimere forme di vicinanza e di sostegno pastorale e spirituale agli sposi, dobbiamo comunque pensare ai genitori cristiani, qualunque situazione essi vivano, come i primi educatori nella fede; dobbiamo aiutare chi oggi vive il compito di catechista e quello educativo dei genitori che non sanno più dire le ragioni della fede ai propri ragazzi.
“La consapevolezza del nostro debito per la gente di questo tempo chiede di continuare il servizio alla buona notizia di Gesù, unico nome in cui c’è salvezza, superando quel senso di impotenza e di scoraggiamento, quello smarrimento e quello scetticismo che sembrano paralizzare gli adulti e convincere molti giovani a fare del tempo della loro giovinezza un tempo perso tra aspettative improbabili, risentimenti amari, trasgressioni capricciose e ambizioni aggressive come se qualcuno avesse derubato una generazione del suo futuro”.
Questa è la grande sfida!!    Quella di chiederci come suscitare interesse per la fede; quella di accompagnare un percorso di crescita nella fede senza abbandonare a sé stessi i ragazzi e i giovani, perchè da “grandi scelgano loro cosa credere”; la sfida di offrire la parola di Dio non solo come semplice conoscenza di informazioni ma come luogo promettente di dialogo con il Signore e di significato delle esperienze della vita; la sfida di imparare sempre di nuovo a pregare non solo personalmente ma anche come famiglia e nel contesto della vita famigliare, interrogandoci sul come facciamo, cosa diciamo e quali strumenti usiamo.
La grande sfida dell’annuncio del Vangelo in questo nostro tempo, complesso e inedito, confuso e carico di speranza, ma sempre benedetto dal Signore.

Proprio per questo, la comunità cristiana deve alla famiglia una collaborazione leale ed esplicita, considerandola la prima alleata di ogni proposta catechistica offerta ai piccoli ed alle nuove generazioni. In tal senso va valorizzato ogni autentico sforzo educativo in senso cristiano compiuto da parte dei genitori ai quali vogliamo dire: siamo a voi vicini. Ma la comunità vuole essere vicina anche alle catechiste fornendo loro non solo il supporto della fiduciosa stima, ma anche strumenti adeguati a questo compito che ha il sapore della grande sfida.
Ne riparleremo a settembre con importanti novità per tutti gli interessati.

don Maurizio

 

TEMPO DI FERIE. UNA “DIETA” DELL’ANIMA PER RITROVARE SE’ STESSI E DIO

E’ vero le famiglie sono ancora in piena attività e benchè i figli siano nel pieno delle vacanze estive – a parte gli esaminandi – i genitori sono ancora presi da diversi impegni. Tuttavia incomincia il rito delle “vacanze” che andrebbero anch’esse vissute bene e non sciupate vista la loro preziosità. Le mete preferite dagli italiano sono il mare e la montagna. Ma c’è anche chi sceglie di ritirarsi in qualche eremo. Ci permettiamo pertanto qualche saggia considerazione che forse potrebbe risultare utile.     Stando proprio alla prima pagina della Bibbia, anche Dio, dopo aver lavorato per sei giorni a erigere quella grandiosa architettura che è l’universo, si mise in vacanza (Genesi 2,1-4). Sorgeva, così, quel “riposo” che nella tradizione ebraica e cristiana ebbe la sua espressione nel sabato/domenica e che fu addirittura codificato nel terzo comandamento del Decalogo.

La vacanza, però, non è una sorta di pagina bianca da riempire con la stessa frenesia del resto dell’anno (la Rimini o la Cortina estive non sono proprio diverse da una Milano feriale e convulsa!). Le immagini che si depositano su quella pagina sono già note: a volte c’è più stress che recupero psicofisico. Vacanza, però, non è neppure inerzia vuota (la pigrizia è pur sempre uno dei sette vizi capitali): è paradossale, ma questo vocabolo deriva dal latino vacare che significa “dedicarsi a un’attività”; oppure richiama quel “vacante” che intende quel lasciar libero per…    E allora, perché non sostare durante un viaggio davanti a un paesaggio, stare più a lungo di fronte a una tela di un museo o nel silenzio gotico di una cattedrale, inseguire la trama di un libro, sedersi sotto un albero come Newton o immersi in una vasca come Archimede a riflettere o sulla terrazza a osservare le stelle come i Magi, ascoltare una musica o persine il silenzio?
A quest’ultimo proposito, lo scrittore Alberto Moravia, che non era certo un direttore spirituale, suggeriva in un’estate del 1964 ai suoi lettori questo consiglio: «Per ritrovare una vera fonte di energia, bisogna riscoprire il gusto della meditazione. La contemplazione è la diga che fa risalire l’acqua nel bacino e permette agli uomini di accumulare di nuovo l’energia interiore di cui l’attivismo li ha privati».     In quel silenzio, che elimina l’eccesso dei decibel, dell’urlato, della chiacchiera, si può praticare una specie di dieta dell’anima, che ritorna capace di pregare. La persona riesce, allora, a guardare nel fondo della coscienza, ove forse ritroviamo noi stessi e la nostra storia letta come parabola di grazia. Nel silenzio la lettura di un libro – pratica così rara in Italia – può risvegliare il sonno della ragione e, se si tratta poi del Libro per eccellenza, la Bibbia, si trasforma anche in «lampada per i passi nel cammino» della vita (salmo 118).
Infine in questo orizzonte si può insinuare anche la presenza implicita di un parente o di un conoscente anziano, malato, straniero, isolato nel caldo soffocante di un condominio senza nessuno che si ricordi di lui, con il suo citofono sempre muto, o anche semlicemente di un amico con cui riallacciare dei rapporti. Gesù direbbe oggi che una telefonata o una visita fatta a quel fratello sarebbe come se fosse destinata a lui stesso: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Matteo 25,40).      Viste così le cose forse non sempre si dovrebbe per forza fare le vacanze; anche stando a casa si può vivere lo spirito autentico della vacanza. Ma non possiamo neanche negare il fatto che vista in questo modo la vacanza forse andrebbe fatta anche più di una volta all’anno senza ingolfarla in un breve periodo ma andrebbe scaglionata su più momenti dell’anno, perchè ciascuno recuperi sempre il suo giusto ritmo ma soprattutto non dimentichi chi è, da dove viene e verso chi va e non solo dove va.

don Maurizio

 

VERSO IL RINNOVO DEL CONSIGLIO PASTORALE UNITARIO
delle comunità cristiane di san Martino, santa Monica e san Guglielmo

Domenica 20 ottobre 2019 saremo chiamati a rinnovare i membri dei Consigli Pastorali e degli Affari Economici delle nostre Comunità Pastorali e Parrocchiali. Sembra una data ancora lontana nel tempo, ma vogliamo preparaci bene e non sciupare questa occasione importante per essere la Chiesa del Signore oggi. Non vogliamo che sia una pura formalità o un adempimento burocratico; vogliamo invece che queste elezioni per il rinnovo dei Consigli e la loro preparazione ci aiuti a riscoprire l’importanza e la necessità di questi strumenti: da “otri forse un po’ troppo vecchi ” possano diventare – con il nostro contributo – “otri nuovi” (Mc 2, 22) per contenere la novità e la forza del Vangelo. Rinnoveremo questi Consigli per gli anni 2019-2023 e lo faremo non con la rassegnazione di una Chiesa in decadenza, ma recuperando l’entusiasmo di percorrere una nuova tappa evangelizzatrice nella vita della nostra Diocesi. Camminiamo insieme custodendo il dono della comunione e la coscienza della corresponsabilità cercando di esercitare il più possibile il metodo della sinodalità.

Il rinnovo degli organi di consiglio e di partecipazione alla vita della parrocchia è stimolo per tutti a interrogarci sulla questione di fondo che sta dietro a questo evento: quale volto e immagine di Chiesa abbiamo? Come vediamo la Chiesa, ma soprattutto come ci pensiamo dentro la Chiesa?
Se lo strumento del Consiglio pastorale per molti è in crisi oppure non è considerato così utile, è forse perchè è in crisi la nostra visione di Chiesa che come cristiani abbiamo. Probabilmente facciamo fatica a sentirci “popolo in cammino”, non percepiamo la Chiesa come comunità di appartenenza come figli, come membri non solo attivi ma corresponsabili. L’occasione del rinnovo ci può rimettere in gioco, guardando decisamente al domani, anche aiutati dal magistero del nostro vescovo Mario particolarmente attento a dare indicazioni per la costruzione di una Chiesa più partecipata ed evangelizzatrice.

Ma quante frustrazioni, esitazioni, paure bloccano l’assunzione di responsabilità nelle nostre Comunità! Molti potrebbero essere i motivi di turbamento e di sfiducia che rendono rassegnati i cristiani; e lungo ci appare il cammino per un rinnovamento evangelico della Chiesa e delle nostre Comunità. Dobbiamo, quindi, accettare, con pazienza, di «lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione di risultati immediati».
Molti cristiani, poi, – forse anche alcuni che già hanno fatto parte dei Consigli da rinnovare – sono scoraggiati dalle incomprensioni e dalla conflittualità, che si sperimentano nelle nostre assemblee.
Altri battezzati, ancora, potranno dire che non si sentono all’altezza di essere eletti e di assumersi una responsabilità nei Consigli. Forse, nelle nostre Comunità ci si sente spesso “controparte” e “voce fuori dal coro”, invece di sentirci tutti dediti con passione e generosità alla vita e alla crescita di una Comunità. È Papa Francesco, in Evangelii Gaudium, a ricordarci quattro punti di stile con cui consigliare e sui quali ritorneremo perchè preziosi per il servizio del consigliare nella Chiesa. “Il tempo è superiore allo spazio”; “l’unità prevale sul conflitto”; “la realtà è più importante dell’idea”; “il tutto è superiore alla parte”. Questo stile orientato al bene comune e alla pace rasserena e incoraggia.     La recente storia ecclesiale delle nostre parrocchie chiede in questo momento di continuare ancora nella ricerca di una sempre maggiore comunione per servire meglio il Vangelo nell’esercizio della pastorale d’insieme. E’ uno dei passi da compiere che ci siamo proposti al termine della visita pastorale dello scorso 2017 e che sarà oggetto di verifica – insieme agli altri obiettivi che c’eravamo posti – nella prossima visita pastorale di Gennaio 2020 con l’arcivescovo Mario.

Oggi alla luce dell’esperienza appena trascorsa di questo Consiglio Pastorale Unitario abbiamo bisogno di un rilancio con alcune attenzioni:
– un maggiore entusiasmo, freschezza e fiducia, coinvolgendoci credendo nella bontà di questo strumento che funziona nella misura in cui i suoi membri lo conoscono bene e ci credono.
– sostenere, valorizzare e stimare il lavoro di tutti, riscoprendo il rapporto preti-laici come rapporto coessenziale all’edificazione della Chiesa che risponde al comune sacerdozio battesimale.
– essere attenti al metodo che aiuta: istruire le questioni col materiale da consegnare precedentemente; osservare un calendario preciso e cadenzato delle riunioni del Consiglio Pastorale; continuare nel lavoro per commissioni e gruppi; mantenere una stretta comunicazione con la comunità che garantisca l’informazione e la condivisone del cammino, prima col far conoscere l’ordine del giorno e poi con un verbale messo a disposizione di tutti; imparare a raccontare, ascoltare, decidere, verificare.

Ribadiamo la saggezza pastorale della scelta fatta alcuni anni fa di un Consiglio Pastorale Unitario (indicativamente 15 membri per san Martino, 5 membri per santa Monica, 3 membri per san Guglielmo).
La posta in gioco è alta: ne va del volto della nostra Chiesa e dell’efficacia evangelizzatrice delle nostre parrocchie; un volto che deve esprimere comunione, collaborazione corresponsabilità e sinodalità. Sembrano parole forse troppo altisonanti e sulle quali siamo ormai disincantati se non addirittura disillusi, ma esse trovano la loro concretizzazione solo esercitandole con paziente perseveranza sia da parte dei laici che dei preti.

Rinnoviamo l’appello!
Partecipate alle prossime elezioni; candidatevi come nuovi membri o riformulando la propria disponibilità a chi già è membro dei consigli. Per quest’ultimi arriverà a breve una lettera specifica.

Calendario degli adempimenti per il rinnovo dei Consigli
Abbiamo già costituito la Commissione elettorale e abbiamo già fatto la verifica dello scorso mandato del CPU.
Con questo Editoriale annunciamo il rinnovo e la richiesta di candidature: chiediamo ai referenti di tutti i singoli gruppi parrocchiali (che saranno raggiunti da una mail) di coinvolgere i propri membri e di segnalare nei prossimi mesi possibili candidati.
Presentazione delle liste: domenica 13 ottobre.
Elezioni: domenica 20 ottobre (a partire dalla Messa vigiliare).
Costituzione del nuovo Consiglio Pastorale: entro domenica 10 novembre.
Presentazione alla Comunità dei nuovi Consigli: domenica 10 novembre.
Comunicazione alla Cancelleria della Curia dei nominativi dei nuovi Consigli Pastorali e per gli Affari Economici: entro fine novembre.

Dopo la pausa estiva gli Editoriali saranno dedicati ad aiutarci in questo cammino

don Maurizio

ALLA CENA DI GESU’: INDEGNI MA SEMPRE ACCOLTI

Le Prime Sante Comunioni sono l’occasione per riflettere sul nostro rapporto con l’Eucaristia

Nelle prossime due domeniche nella comunità di San Martino si celebrano le “Prime Comunioni” dei nostri ragazzi. E’ l’occasione per i singoli e per tutta la comunità cristiana per riflettere non tanto sul valore dell’Eucaristia – valore che dovrebbe essere noto a tutti e lo si dovrebbe conoscere bene – quanto sulle modalità partecipative, nonché sulla sua incisività nella vita quotidiana. Infatti, a volte, sembra che nemmeno i cristiani che vi partecipano sembrano saper onorare l’Eucaristia che celebrano, perchè poi nella vita appare tutt’altro, smentendo il mistero: non si vive come e ciò che si celebra. E’ altrettanto vero però che siamo edificati dalla testimonianza coerente di cristiani che nella loro vita quotidiana sono sostenuti dall’Eucaristia e attingono forza e speranza dalla partecipazione alla Santa Messa.
Stupisce comunque il fatto che alla “Prima Comunione” dei nostri ragazzi ben pochi sono i genitori che fanno la comunione; che strana sensazione di contraddizione: tutti i bambini a fare festa con Gesù e solo pochi genitori partecipano a questa comunione di festa o festa di comunione, e se lo fanno sembra sia solo per circostanza o per non apparire scortesi.        Questo è uno dei temi più incandescenti nell’odierno dibattito ecclesiale, cioè quello relativo a chi possa prendere parte alla tavola eucaristica. Il problema è delicato e scottante soprattutto nei casi dei divorziati-risposati, dei conviventi o di chi comunque sa di essere, più o meno chiaramente e consapevolmente, in situazione di peccato grave e pubblico. La questione non va intesa come un divieto rivolto a chi è indegno moralmente, perchè tutti i cristiani sono e restano peccatori anche quando si accostano all’Eucaristia; persino il prete che celebra chiede perdono, all’inizio della Messa, insieme a tutto il popolo di Dio. Chi va alla cena del Signore si sente indegno fino all’ultimo momento («Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa…»), vi si accosta come un peccatore che confida nella misericordia di Dio, è convinto che l’Eucaristia non sia un premio per i buoni, ma un sostegno per i deboli e un viatico per i peccatori. Al riguardo, non possiamo nemmeno dimenticare che la tavola del Signore, inaugurata da Gesù nell’ultima cena, annoverava dei commensali non certo degni: vi partecipavano Giuda, che l’avrebbe tradito; Pietro, che l’avrebbe rinnegato poco dopo; gli altri apostoli che, consapevoli dell’ora di Gesù, discutevano tra loro su chi fosse il più grande e che, per paura, l’avrebbero tutti abbandonato. Come Gesù non aveva disdegnato di sedere alla tavola dei peccatori, così la sua tavola è luogo di accoglienza di tutti, degni e indegni, spazio di inclusione in vista della comunione nella quale la santità del Signore Gesù incontra il peccato dei discepoli di allora e di oggi. L’Eucaristia è davvero la tavola del dono, della gratuità dell’amore che non deve essere meritato, abbatte le barriere tra puri e impuri, annulla le divisioni.          Questo però non significa che tutti possano accedere alla Comunione Eucaristica senza nessun riguardo o indiscriminatamente; già San Paolo aveva messo in guardia dall’accostarsi alla “Mensa del Signore” in modo indegno o senza rendersi conto di ciò che si sta facendo (1Cor 11).  Occorre una condizione imprescindibile e assoluta: che chi va a questa tavola vi acceda come un “mendicante” e sia consapevole dell’azione che compie e del grande dono che riceve. Occorre che le persone siano disponibili ad avviare processi di comprensione del mistero e di conversione del cuore e della vita.       Come accennavamo all’inizio, la questione interpella ogni singolo fedele, magari assiduo alla Messa, e la comunità cristiana che celebra e partecipa alla Cena del Signore. Lo spezzare il Pane è il gesto liturgico originale che fa riconoscere l’assemblea dei discepoli di Gesù come la comunità che fa memoria della sua Pasqua, vive del suo Spirito, pratica il suo Vangelo. Noi popolo di pellegrini abbiamo bisogno di trovare nella celebrazione eucaristica quella fonte di gioia e di comunione – con il Signore e tra di noi – , di forza e di speranza che possa sostenere la fatica del cammino quotidiano attraverso le molteplici e diverse esperienze che la vita ci riserva; esperienze che hanno bisogno di ritrovare il loro significato cristiano. In questo senso la Messa non è un rito, e la partecipazione all’Eucaristia non è semplicemente un “precetto” ecclesiastico: esse sono autenticamente “fonte e culmine”, “forza centrifuga e centripeta” di tutta la nostra vita.    Perciò non possiamo evitare di domandarci se e come celebriamo la Cena del Signore. Non possiamo non trovare una soluzione al come mai la celebrazione della Messa, in particolare della Messa domenicale, spesso perda la sua attrattiva. Benchè la nostra parrocchia abbia particolarmente a cuore la cura della liturgia e si impegna molto nelle celebrazioni – come non avviene da altre parti, tuttavia dobbiamo chiederci dove conduce il cammino di iniziazione cristiana che impegna tanti ragazzi e coinvolge le loro famiglie, se poi alla conclusione del suo percorso c’è un “fuggi, fuggi generale” dalla Messa e non si crea la persuasione che “senza la domenica non possiamo vivere”. I discorsi potrebbero essere ancora molto lunghi e articolati…      Il primo passo, però, da compiere non potrà che essere la convinzione, la gioia, la partecipazione intensa di chi frequenta abitualmente la Messa e la cura perchè ne vengano frutti di carità e di comunione.

don Maurizio

 

IN MEMORIA DI MONS. PAOLO VIEIRA

Nella nostra parrocchia di San Martino in questi anni, generazioni e generazioni di ragazzi della S.Cresima e i loro genitori, familiari, parenti e amici, hanno avuto la bella esperienza di aver ricevuto il dono dello Spirito Santo dal vescovo africano di Djougou in Benin, per tutti: don Paolo. Il vescovo amico della nostra parrocchia, il vescovo sempre gioioso che concludeva le celebrazioni dell’amministrazione della Cresima con un coinvolgente canto africano. Il vescovo con il quale si è creata una sorta di gemellaggio tra la sua Diocesi e la nostra parrocchia con una serie di interventi e di aiuti per sostenere le sue comunità. Il vescovo dalla profonda e semplice umanità che non si vergognava di raccontare come da tempo fosse colpito dalla malattia e ci aggiornava sull’andamento delle sue terapie ed esami che periodicamente veniva ad effettuare in Italia. Il vescovo che ci informava sulle sue attività pastorali in una terra, la sua, il Benin, dove la convivenza della minoranza cristiana con la maggioranza musulmana è faticosa, rendendoci edotti sull’arduo cammino del dialogo e della collaborazione interreligiosa. Il vescovo che proprio nella sua terra ha rischiato più volte la vita da parte dell’intransigenza religiosa. Il vescovo dalla fede fiduciosamente incrollabile anche davanti a diverse prove e sofferenze che hanno toccato la sua famiglia e la sua vita. Così diceva in una intervista: “La più grande liturgia che si possa celebrare al Signore è quella della nostra stessa vita e della nostra persona, offerte in dono”. “La sofferenza è sempre una grande prova, e rischia di sconvolgerci – continua Mons. Vieira – L’ho provata, l’ho vissuta. Ma con la grazia di Dio e l’aiuto dato dalle preghiere dei tuoi fratelli, allora arrivi ad accettare la sofferenza pensando alla croce di Cristo, alla sua stessa sofferenza, allora arrivi a trasformare la sofferenza in un cammino di fedeltà verso Gesù Cristo. Perché la prima grazia che mi è stata donata, è stato un nuovo affermarsi della mia fede”. 
Il vescovo racconta anche del senso di ribellione che l’ha colto apprendendo della malattia: “Ho pensato a Santa Teresa d’Avila e ho detto al Signore: se è così che tratti i tuoi amici, non mi sorprende che tu ne abbia così pochi!”, preoccupato che essa interrompesse la mia missione nella diocesi di Djougou. 
Ribellione superata in una notte di preghiera: “Stavo lì, tutto solo, alle cinque del mattino. La mia preghiera era il mio sguardo posato sul tabernacolo, la croce e la Vergine. Come un’altalena, i miei occhi si spostavano dal tabernacolo alla Vergine, passando per la Croce, che si trovava in mezzo. Ad un certo punto, il mio sguardo si è arrestato sulla Croce e mi sono detto: ed Egli, dunque? Si è forse interrotta la sua missione, per il fatto di essere stato sulla Croce? No di certo; al contrario. Ho sorriso e mi sono sentito cogliere da un vero senso di pace. Allora ho detto: “Signore, accetto tutto questo e mi affido a te” Ed ecco: questa è stata la mia forza.

Il vescovo Mons. Vieira, che per tutti era semplicemente don Paolo, Giovedì 21 Marzo 2019 è improvvisamente ritornato alla casa del Padre.  Nato il 17 luglio 1949, il vescovo Paul Kouassivi Vieira è stato ordinato sacerdote il 29 giugno 1975 da Papa Paolo VI a Roma. Dopo aver servito alcuni anni come segretario del cardinale Bernardin Gantin a Roma, è tornato nel suo paese per essere successivamente Rettore dei Seminari di San Giuseppe di Adjatokpa e San Gallo di Ouidah. Il 28 giugno 1995 è stato nominato Vescovo di Djougou da San Giovanni Paolo II e ordinato Vescovo il primo di ottobre 1995 da Sua Eminenza Bernardin Gantin a Djougou.

Nonostante la sua malattia, la sua morte è stata inattesa e ci ha lasciato tutti sorpresi, ma la sua testimonianza resterà per sempre nella nostra memoria e la sua benedizione, più volte data alla nostra comunità di san Martino e a molte singole persone, accompagnerà tutti nel cammino della fede. Quella comunione dei santi che la fede della Chiesa proclama ha ora in don Paolo una risorsa in più dal cielo e per noi la certezza di esser accompagnati dalla sua simpatia e dalla sua preghiera celeste.

don Maurizio

CI SONO ANCORA I CRISTIANI??

Non siamo colti da pessimismo o da una sorta di sentimento amareggiato, ma la domanda sorge spontanea. Non si tratta nemmeno di porsi la domanda sull’onda delle statistiche che impietosamente rivelano la diminuzione del numero dei cristiani – non solo praticanti o almeno consapevoli della loro fede – ma piuttosto constatare il venir meno della passione, della convinzione se non addirittura della coscienza di che cosa consista la fede cristiana di molti battezzati che pur continuano a dirsi cristiani. Ovviamente non ci riferiamo alla fede intensa, pura e semplice o popolare di tante persone, in particolare di quelle anziane.

La domanda ha una sua plausibilità perchè raramente si trovano cristiani che nutrono una passione per il Vangelo, e sono davvero convinti non solo che Gesù possa essere una risposta alle loro domande di senso della vita, ma che Lui sia la loro vita, il loro futuro. Anche le motivazioni che spingono i genitori a iscrivere i loro figli al catechismo suscitano la questione; chissà poi perchè lo fanno e quali sono le ragioni profonde di questa scelta che rischia di essere solo sociologica – così i figli non saranno diversi dalla maggioranza; di tradizione – i nostri vecchi ci hanno insegnato così ; o sorretta da altre motivazioni che non siano quelle di introdurre ad una reale esperienza di relazione col Signore.
Raramente si trova tra i cristiani d’oggi una vera passione per Cristo e il Vangelo. E’ vero: c’è la ricerca di una spiritualità, ma intesa soprattutto come ricerca di benessere interiore. Anche nella vita parrocchiale siamo più preoccupati di risolvere problemi strutturali o organizzativi, di sciogliere rapporti spesso tesi tra gruppi e persone, di far girare bene i molteplici impegni in agenda e di tenere sotto controllo questioni marginali che nulla hanno a che vedere con la missione fondamentale di una comunità: l’evangelizzazione.
E’ vero che oggi si constata che tra i cristiani vi è una ricerca di vita spirituale interiore forse più intensa di una volta e una scelta più consapevole. Ma sovente si tratta di una spiritualità che desidera solo un benessere interiore, e chiede non il Regno che viene, non Gesù Cristo, ma un insegnamento etico per vivere meglio o criteri morali che almeno orientino nella vita per non commettere troppi sbagli, trovando un’armonia con sè e con gli altri. Così il messaggio di Gesù è svuotato e la vita credente è ridotta a forme di autosalvezza o di religiosità autocostruite e individuali, dove la fede ha perso la grammatica per cui non sa più dirsi in una sintassi che tenga conto dei suoi contenuti. Una religiosità che arriva persino a scelte paradossali (nuova legge regionale che permette la sepoltura dell’animale domestico nel loculo stesso del proprio padrone) che smarriscono lo specifico della fede cristiana che è data da una vita “in Cristo”.      La vita di fede non può essere ridotta a una via tra le tante o comunque perchè: “bisogna pur credere in qualcosa”, ma deve restare una comunicazione di vita, una grazia che giustifica l’esistenza di ciascuno.
Una vita battesimale, dunque cristiana, vuol dire volere una vita “nuova”: la vita stessa del Figlio di Dio (Gal 4,4-7) che trasfigura, portandola a pienezza di significato e di realizzazione, la vita umana.
All’uomo è consegnata la vita stessa di Gesù e non soltanto secondo Gesù. La vita “nuova” che egli riceve è la vita del Figlio di Dio che Dio ci dona: dono totalmente libero e gratuito. Ma il dono di Dio chiede il “sì” dell’uomo, chiede di essere accolto, conosciuto e vissuto in libertà.       La vita cristiana è una “vita spirituale”, cioè animata dallo Spirito Santo, dunque vita di Cristo e in Cristo. Benedetto XVI ha ricordato con forza che «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì un evento, l’incontro con una persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò un orientamento definitivo» (Deus caritas est 1). Allora pregare, celebrare la Liturgia, leggere le Scritture ascoltando la Parola è una festa, una beatitudine.        Siamo dunque gli ultimi cristiani? Dobbiamo rassegnarci a vivere in comunità dove manca il fuoco, quel fuoco che Gesù volle portare sulla terra e desiderò tanto vedere ardere (cfr. Lc 12,49)? Siamo stati incapaci di trasmettere quella passione che rende la fede contagiosa?… In ogni caso, crediamo che queste domande non possano essere evase o tralasciate con sufficienza.        Il tempo forte della Quaresima che inizierà tra poche settimane e ancor più quello che seguirà, cioè il tempo Pasquale e Pentecostale, saranno occasione propizia per risvegliare la fede cristiana assopita o semplicemente riscoprirla per quello che è e che ci chiede.

don Maurizio

La preghiera del “Padre Nostro” nella Santa Messa

Riportiamo la Nota del Servizio diocesano sui contenuti e la tempistica della variazione introdotta dai Vescovi italiani a proposito della preghiera del Padre Nostro, perché molti si interrogano su come e quando applicare le modifiche nella recita della preghiera insegnataci da Gesù. Ecco quanto comunicato nell’ultima settimana di Gennaio 2019 dal Servizio Diocesano della nostra Chiesa Ambrosiana per la Pastorale Liturgica.
Premesse
Nella versione italiana della Bibbia, approvata ufficialmente dalla Conferenza Episcopale Italiana (Cei) nel 2008, la penultima richiesta del Padre Nostro suona così: «E non abbandonarci alla tentazione». Questa nuova versione, subito recepita dalla rinnovata edizione italiana del Lezionario romano e del Lezionario ambrosiano, non è ancora entrata nell’ordinamento romano e ambrosiano della Santa Messa in lingua italiana in attesa della nuova edizione del Messale romano e del Messale ambrosiano.
Di recente, durante l’ultima assemblea generale della Cei, tenutasi a Roma dal 12 al 15 novembre 2018, i Vescovi Italiani hanno approvato l’edizione italiana rinnovata del Messale romano, che per essere promulgata ed entrare in vigore dovrà prima passare dalla Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti per la necessaria «confirmatio» (can. 838 §3). Tra gli elementi approvati c’è anche il mutamento da «e non ci indurre in tentazione» a «e non abbandonarci alla tentazione» della sesta richiesta del Padre Nostro e l’inserzione di «anche» («come anche noi li rimettiamo») nella richiesta immediatamente precedente. In tal modo il Messale si uniformerà al Lezionario e andrà a modificare la stessa recitazione della preghiera del Signore al di fuori della Santa Messa. Tutto questo varrà allo stesso modo per il Messale ambrosiano rinnovato, che è in preparazione presso la Congregazione del Rito Ambrosiano.      Alla base di questo mutamento testuale che, andando a toccare l’uso liturgico, è destinato a modificare anche l’apprendimento mnemonico e la pratica della preghiera del Signore al di fuori della Santa Messa, sta l’intento di superare un possibile fraintendimento del testo finora in uso, che papa Francesco ha riassunto così: «Non è Dio che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto, un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito».

Conseguenze
a) Fino all’entrata in vigore della nuova edizione del Messale romano, e per gli ambrosiani del Messale ambrosiano, si continuerà a pregare il Padre Nostro con il testo attualmente in uso («e non ci indurre in tentazione»). Non è fissata, al momento, una data certa; siamo però nell’ordine di 1, massimo 2 anni.
b) Dal momento che la preghiera liturgica è preghiera ecclesiale, destinata cioè a manifestare l’unità e la comunione di tutti i fedeli, a nessun singolo sacerdote e a nessuna singola comunità (parrocchia, comunità religiosa, gruppo, associazione, movimento, ecc) è data facoltà di introdurre la nuova versione prima della promulgazione ufficiale del Messale rinnovato. Ciò infatti potrebbe alimentare inutili stridori sia all’interno delle comunità, sia tra le comunità. c) Nel frattempo, è importante istruire i fedeli, dai piccoli ai grandi, insegnando loro la variante del testo e illustrando loro il significato del cambiamento annunciato, così che, al momento opportuno, siano pronti ad assumere con cognizione di causa e in un clima sereno il cambiamento.

IL VALORE DELLA… “CARNE”
perchè senza “incarnazione” non c’è cristianesimo

Nella linea dell’essere “autorizzati a pensare” così come ci ha proposto il nostro arcivescovo Mario nel discorso alla città di sant’Ambrogio, a me sembra che a volte noi cristiani siamo proprio distratti e superficiali nel non renderci conto, per esempio, del peso delle parole che usiamo inconsapevolmente per esprimere la nostra fede.   Non è ancora del tutto scomparso il clima delle festività natalizie, dove liturgia e Vangeli ci hanno raccontato di Dio fattosi uomo in Gesù con una infinità di scene e di particolari tutti molto “carnali”, o se preferite un’espressione meno forte, molto umani. Un parto avventuroso e difficoltoso al limite della sopravvivenza; una fuga rocambolesca e un esilio da migranti e stranieri; la paura di un futuro incerto, l’angoscia dello smarrimento; il rimprovero amorevole ed educativo e il silenzio di una vita per nulla straordinaria.
Quante volte in questi giorni abbiamo sentito parlare di “incarnazione” che non significa solo che Dio si fa uomo ma che si fa…carne.   Sì, perchè la fede cristiana mette al centro l’uomo Gesù, così che non si può più affermare Dio senza affermare l’essere umano. Dobbiamo quindi prendere sul serio il carattere specifico del cristianesimo, che resta scandaloso, oggi come agli inizi della fede dei discepoli di Gesù e della sua Chiesa: Dio si è fatto uomo, uomo con un corpo di carne.     E’ il Vangelo di Giovanni che sintetizza l’evento della salvezza nella famosa affermazione del prologo: “E il Verbo si fece carne” (Gv 1,14). Questa è la novità cristiana ma anche l’originalità, perchè non c’è nulla di simile in nessun’altra religione. Già il Nuovo Testamento e gli antichi Padri della Chiesa hanno molto faticato per affermarla rispetto al giudaismo e alle altre successive interpretazioni della vita di Gesù. Per questo, nella sua Prima lettera, san Giovanni mette in guardia dalla più pesante aggressione alla verità del Vangelo: “Chi non confessa Gesù Cristo venuto nella carne, non è da Dio” (1Gv 4,3).     Il rischio della svalutazione della carne del Figlio di Dio ha percorso tutti i secoli dall’inizio fino a giungere al Vaticano II quando, per riaffermare con forza e chiarezza che senza carne non c’è Cristo, il documento conciliare, la Gaudium et Spes al n. 22, affermava con sublime delicatezza che “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato”.      L’incarnazione va presa sul serio, mentre noi ne restiamo scandalizzati o indifferenti, fino – forse – ad avere paura della fragilità dell’uomo Gesù. Preferiamo pensarlo solo come Dio mitizzando ogni sua esperienza umana, ma così facendo svuoteremmo il cristianesimo.   Secondo la fede cristiana, Gesù è “nato da donna” (Gal 4,4), per grazia dello Spirito Santo. E’ “cresciuto in sapienza, età e grazia” (Lc 2,52), come tutti noi; è stato tentato, ha gioito e ha sofferto, è morto come ogni figlio di Adamo perchè la sua condizione era umanissima. Ecco perchè la carne è il cardine della salvezza.    La fede cristiana mette al centro l’uomo Gesù, così che non si può più affermare Dio senza affermare l’essere umano. Guardando a Gesù Cristo – e attraverso di lui ogni uomo – contempliamo una creatura umanissima in cui “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9); in lui vediamo l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15).   Questa non è solo una professione di fede, ma determina la nostra esistenza vissuta nella carne, il nostro stile di vita cristiana, perchè noi siamo un corpo, siamo carne e spirito insieme.    Perciò noi cristiani non solo non abbiamo paura della carne, ma ne abbiamo profondo rispetto. Del corpo di carne non ne abusiamo, ma ne abbiamo persino giusta venerazione, non per esaltarne l’esteriorità estetica ma per farne emergere la sua identità divina. Il corpo di carne va onorato davanti alla svendita dei corpi, al disonore di quelli umiliati, torturati da ogni forma di vilipendio, a quelli persino abbandonati in mezzo al mare senza che trovino un approdo o abbiano un minimo di sollievo.   Ogni uomo, con il suo corpo di carne, è immagine e gloria del Dio vivente. Davvero “nessuno tocchi Caino” ma neanche nessuno offenda Abele perchè, da quando Dio si è fatto uomo in un corpo di carne nell’umanità di Gesù, ogni persona con il suo corpo è presenza dello Spirito, prezioso agli occhi di Dio e mistero da rispettare.

don Maurizio

LA “SCOSSA”… DI SAN MARTINO”  nella festa patronale 2018

Lo scorso anno San Martino, visitando la nostra comunità, in occasione della sua festa patronale, si è accorto di una comunità che, magari silenziosamente e senza troppo apparire, di sicuro cammina e cresce spiritualmente con un impegno costante, paziente, quotidiano. San Martino si è accorto dello sforzo che ci mettiamo nel costruire una comunità fondata su pilastri di fede.
Il nostro Patrono ci visita anche quest’anno, e ha notato che nella nostra comunità c’è fermento, ci sono diversi cambiamenti e novità, non solo organizzative. Ha notato anche che ci sono ancora vecchi problemi che facciamo fatica ad affrontare con coesione e lungimiranza. San Martino, forse, nota che viene a mancare l’entusiasmo; forse, nota che ci sentiamo un po’ frustrati perchè sembra che non siamo incisivi e le cose si trascinano e ci prende la delusione; forse, nota che ci prende la fatica dell’essere in cammino e i nostri passi, invece di essere attratti dalla meta che ci sta davanti, sembrano appesantirsi. Forse siamo perfino preoccupati di una Chiesa che invecchia, dove i giovani fanno fatica a restituirci entusiasmo e speranza. Forse come preti, come catechiste, come collaboratori pastorali, dalla carità alla polisportiva alle altre mille attività, stiamo vivendo un cristianesimo un po’ stanco e appiattito.              La santità di Martino, invece, ci provoca e ci rimette in cammino nel pellegrinaggio della nostra fede e della nostra Chiesa. Ci provoca e ci stimola a camminare con la sua vita contemplativa, con la sua vita di carità, con il suo stile umile e schivo senza mettersi in mostra ma senza rifuggire dalle sue responsabilità pastorali; ci provoca con il suo impegno coraggioso, franco e coerente, a combattere la falsa religiosità e a conoscere il Vangelo seguendo Gesù, l’unico Signore e maestro della vita.    La santità del patrono della nostra parrocchia e città ci provoca e ci stimola – oggi più che mai, ripensando a come spesso viviamo la nostra fede – a non essere cristiani banali e conformisti. In mezzo alla società e persino dentro la nostra parrocchia, spesso sentiamo l’imbarazzo di essere riconosciuti come cristiani, sentiamo il disagio di essere oggetto di scherno e di discredito se ci professiamo discepoli di Gesù; ci capita pure di tacere le parole audaci del Vangelo perchè l’insulto che ne potrebbe venire dagli altri ci spaventa.     La santità di Martino ci chiede di non essere i cristiani banali e del conformismo!

I cristiani del conformismo si presentano come tolleranti ma in realtà sono timidi e temono di essere riconosciuti discepoli e di sentirsi impopolari.
I cristiani del conformismo si conformano, e quando sono in chiesa si conformano alla devozione, mentre quando sono fuori di chiesa si conformano “all’aria che tira”, ripetono le parole correnti, si convincono che si possa essere discepoli di Gesù e accomodarsi nell’omologazione del “così fan tutti”.
I cristiani del conformismo assistono come tutti alle ingiustizie insopportabili, ma come tutti preferiscono tacere piuttosto che esporsi nel protestare, preferiscono confermare il proprio stile di vita piuttosto che decidersi a convertire il proprio cuore, piuttosto che domandarsi come possono fare per aggiustare le situazioni.
I cristiani del conformismo sono anche gente “di compagnia” chiacchierano volentieri “del più e del meno”, ma evitano discorsi un po’ più di spessore e dichiarazioni che ti possano far riconoscere come quelli che “sono segnati dal sigillo del Dio vivente” (Ap 7,2) perchè sanno che non è di moda, sanno che parlare di fede li può esporre al ridicolo e forse a conseguenze peggiori.
I cristiani del conformismo vivono una intima contraddizione tra il Vangelo che emoziona il cuore e i giudizi che si devono esprimere, gli stili di vita che si devono praticare, gli espedienti per imparare – come si dice – “a stare al mondo” come vuole il conformismo.
I cristiani del conformismo sentono parlar male della Chiesa, quella Chiesa che poi infine sono loro, di quella Chiesa in cui abitano, da cui hanno molto ricevuto, ma sono inclini alla creduloneria piuttosto che alla ricerca della verità e si adeguano al sentire diffuso e perciò preferiscono come tutti parlar male anche loro della Chiesa loro Madre.
I cristiani del conformismo sono però anche loro, come tutti noi, invitati a guardare alla schiettezza semplice ed efficace della santità di Martino e persino di quella dei recenti santi appena canonizzati e dei quali qualcuno lo abbiamo persino incontrato e stretto la mano.
Come loro siamo invitati a guardare la storia con gli occhi di Dio e non con quelli del conformismo; e anche noi che forse ci riconosciamo cristiani un po’ timidi, un po’ imbarazzati, un po’ complessati, un po’ accomodati nell’omologazione, forse possiamo ritrovare il coraggio nel non nascondere il “sigillo del Dio vivente” con cui siamo stati segnati e a farne invece una ragione di fierezza e un impegno di coerenza.

La santità di Martino ci scuote ad essere gente in cammino nella propria fede, mai stanca, ripetitiva, assuefatta all’abitudine e al conformismo, ma luce del mondo, sale della terra.
La santità di Martino ci raccomanda la familiarità con la Parola di Dio, la partecipazione alla celebrazione dell’Eucaristia cogliendone il mistero, imparando a celebrare bene, ci invita a imparare sempre di nuovo a pregare ma soprattutto a farlo!    Si direbbe “le pratiche di sempre” o anche peggio: “le solite cose”. Ma noi non abbiamo altro. Noi credenti non abbiamo altre risorse, non abbiamo iniziative fantasiose, proposte che stupiscono per originalità o clamore, non andiamo in cerca di esperienze esotiche. Non abbiamo altro che il mistero di Cristo e le vie che Cristo ha indicato. Non abbiamo altro, ma quello che abbiamo basta per la nostra salvezza e per il nostro pellegrinaggio. Abbiamo bisogno solo di riscoprire queste realtà e di rimodularle sempre di nuovo nella nostra esperienza cristiana.  Riceviamo così un sussulto di lucidità e di fierezza per decidere di non essere i cristiani del banale e del conformismo per non continuare quella timidezza imbarazzante che ci omologa all’andazzo”, ma piuttosto ci fa essere “concittadini dei santi e familiari di Dio” (Ef 2,19) nella capacità di rimotivare la nostra presenza in parrocchia, di vivere con “parresia” (franchezza, coraggio, coerenza, magnanimità…) la nostra fede, nel segno della gioia invincibile e di quella unità che supera banali tensioni e rigidità. Che strano, ma è proprio vero! San Martino ci sta dicendo che se camminiamo non ci stanchiamo, ma anzi “cresce lungo il cammino il nostro vigore” (Salmo 84): che “scossa” per la nostra comunità!

don Maurizio

4 Novembre 2018 – 100 ANNI…PER COSTRUIRE LA PACE

In questo 4 Novembre 2018 ricorrono i cento anni della vittoria al termine della prima guerra mondiale. Sembra un po’ paradossale celebrare questo centenario parlando di vittoria se teniamo presente che quell’esperienza ha provocato milioni di morti e fu talmente drammatica da lasciare scioccate intere generazioni e i sistemi sociali di tutte le nazioni coinvolte. Meglio sarebbe semplicemente parlare di cento anni dalla fine della prima guerra mondiale – detta anche Grande Guerra – che pose termine a quella che papa Benedetto XV definì proprio come “l’inutile strage”. Perchè non esiste una “grande” o “piccola” guerra, ogni guerra è “inutile strage”, inutile, cioè dannosa per tutti.

Cento anni dalla fine di orrende sofferenze, di colpe imperdonabili per il coinvolgimento di generazioni addirittura giovanissime spezzando loro futuro e sogni. Bollate stessa ha sperimentato questo orrore con lo scoppio del polverificio di Castellazzo, la cui memoria abbiamo appena celebrata nello scorso Giugno.
Cento anni dalla fine di un’esperienza che ha lasciato migliaia e migliaia di mutilati, feriti e traumi psicologici e comportamentali come mai fino ad allora si erano sperimentati, a tal punto che nella cultura popolare è passato perfino il famoso e un po’ dispregiativo detto: “scemo di guerra”. Quanto dolore!!
Certo quell’intervento e la partecipazione alla guerra erano accompagnati anche dal desiderio di valori come l’unità della nazione e della libertà da ogni vincolo di soggiogo da parte di altri Stati, dall’orgoglio patriottico e dalla propria identità culturale e da nobili tradizioni storiche. Ma come non pensare che forse tutto questo sia stato manipolato politicamente e militarmente per calcoli nazionalistici di pochi?
Cento anni da un’esperienza che ha detto ancora una volta della debolezza e della fragilità del continente europeo. Una ricorrenza che è monito a non dimenticare le radici ebraico-cristiane del vecchio continente; quell’Europa che con fatica impara dall’esperienza, tant’è che da lì a qualche decennio sperimenterà un seconda guerra. Un’Europa che ancora oggi ha bisogno di riprendere percorsi che la facciano progredire verso il superamento di tensioni e divisioni, di corte visioni solamente tecnocratiche ed economiche, per praticare l’accoglienza e l’integrazione intelligente per il benessere di tutti nella giustizia e nell’equità. Quale grande e complesso compito spetta alle istituzioni!

Vogliamo sperare che questo centenario sia l’occasione per intraprendere con maggiore decisione processi che sottolineano l’impegno a vincere gli egoismi nazionalistici, lo spirito di rivalsa dei populismi, le umiliazioni inferte da scelte dettate solo dalla paura; piuttosto si creino condizioni per il rispetto della dignità delle persone, per offrire a tutti opportunità per una vita che possa svilupparsi secondo le potenzialità di ciascuno; si investano intelligenza e risorse per una società più equa.

Un altro papa, Pio XII, in occasione – purtroppo – della seconda guerra mondiale ebbe a sottolineare che “nulla è perduto con la pace, mentre tutto può esserlo con la guerra”.
L’ombra di Caino – puntualizza papa Francesco – ci ricopre ancora oggi. Anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta ‘a pezzi’, con crimini, massacri, distruzioni. Con spirito di figlio, di fratello, di padre, chiedo per tutti noi – sottolinea il pontefice – la conversione del cuore: passare da quel ‘a me che importa?’ di Caino, al pianto. Per tutti i caduti della ‘inutile strage’, per tutte le vittime della follia della guerra, in ogni tempo e in ogni luogo del pianeta l’umanità ha bisogno di piangere, e questa è l’ora del pianto”. Un pianto – aggiungiamo noi – partecipato e liberatorio, che conduca a un sussulto per decisioni che contribuiscano a costruire un mondo di pace.

Per proseguire la riflessione su questo tema del centenario, suggerisco di leggere l’approfondimento a cura di Giovanni Ghezzi, interessante anche dal punto di vista storico, pubblicato sul sito della nostra parrocchia.

don Maurizio

SAN PAOLO VI: “IL PRIMO”
Una riflessione in occasione della canonizzazione di Giovanni Battista Montini

del 14 Ottobre 2018

Se a contemporanea e futura memoria abbiamo considerato san Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla, il “grande”, dobbiamo considerare papa Paolo VI, Giovanni Battista Montini, “il primo”.
Il primo ad aprirsi al mondo e alla modernità cercando il dialogo comprensivo e costruttivo; il primo ad intrattenere con ogni forma di cultura laica dialoghi di reciproco ascolto e apprezzamento; il primo ad intraprendere i viaggi apostolici internazionali e tra questi il primo dopo duemila anni ad andare in Terra Santa, il primo nella terra del suo predecessore e primo papa san Pietro; il primo – in epoca moderna – a subire un attentato rischiando la vita; il primo a porre dei gesti coraggiosi e inaspettati nelle relazioni ecumeniche e con gli uomini del terrorismo nella forma brigatista rossa; il primo…ma l’elencazione si farebbe davvero lunga.     Il riconoscimento, in contemporanea, della santità di Paolo VI e di mons. Oscar Romero è senza dubbio, dunque, uno degli atti più importanti della Chiesa cattolica e del pontificato di papa Francesco.      Paolo VI è il papa che continua e conclude il Concilio Vaticano II aperto da Giovanni XIII; difende gli insegnamenti del Concilio dal pericolo del tradizionalismo che spinge allo scisma; affronta la questione della modernità in modo aperto anche se incompreso; sviluppa la tradizione della Chiesa sulle questioni della giustizia sociale ed economica in modo lungimirante; indica il tema dell’evangelizzazione come la questione decisiva e profetica che determinerà il futuro del terzo millennio della Chiesa; apre il papato a una dimensione globale che ormai è inscindibile dal ministero del vescovo di Roma.      La canonizzazione di Romero, dal canto suo, e a conferma di una Chiesa ormai nuova e dinamica come testimoniata dall’azione pastorale di Paolo VI, universalizza uno dei più alti simboli dell’esperienza di Chiesa nell’area latino americana durante il periodo successivo al Concilio Vaticano II. Papa Francesco fa memoria del martirio di Romero assassinato a causa del suo impegno per la giustizia sociale sull’altare mentre celebrava la Messa, ma al tempo stesso rende giustizia del silenzio e del disconoscimento calato sulla testimonianza eroica del vescovo salvadoregno. Forte è stata la tentazione della “normalizzazione” per paura di un eccessivo “sbilanciamento” compromettente sul versante secolare e della dimenticanza di quell’esperienza di impegno sociale che rimangono però fondative per la Chiesa latinoamericana ed esemplare per la Chiesa nel resto del mondo. La canonizzazione di Romero evidenzia il carattere universale – cioè cattolico – di un’esperienza di Chiesa per lungo tempo trattata come dipendente e subalterna.      Ma tornando a Paolo VI, perchè particolarmente caro ai milanesi e agli ambrosiani che lo hanno avuto come arcivescovo dal 1955 al 1963, egli fu alla guida della Diocesi di Milano con lungimiranza, intelligenza e finezza intellettuale. Come arcivescovo seppe parlare chiaro a credenti e non, come profetica guida di una “Milano che non dà tregua” – come scrisse nel 1959 – e di cittadini ai quali “non bisognava insegnare a lavorare ma a pregare”. Come non ricordare l’ormai leggendaria “Missione di Milano” del 1957 che resta, a oggi, la più grande mai predicata nella Chiesa cattolica, per raccontare l’ansia del futuro santo per edificare una chiesa di popolo, una civiltà dell’amore e per la trasmissione della fede in un contesto ormai volto inesorabilmente verso la scristianizzazione. Scriveva già nel 1934, ben prima di diventare vescovo: “Cristo è un ignoto, un dimenticato, un assente in gran parte della cultura contemporanea”. Accanto a questa ansiosa e sofferta passione evangelizzatrice sta tutta la convinzione che il Vangelo e il messaggio di salvezza del Cristo è l’unica autentica gioia soprattutto per le giovani generazioni che cercano il senso dell’esistenza. Non a caso, l’esortazione “Gaudete in Domino”, il primo documento ufficiale della Chiesa sulla gioia – ancora una vola Paolo VI “il primo” – è dedicato proprio ai giovani.      Il pontificato di Paolo VI è stato difficile e spesso doloroso, ma fecondo. Scrisse: “Forse il Signore mi ha chiamato a questo servizio non perchè io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perchè io soffra qualche cosa per la Chiesa, e sia chiaro che Egli, non altri, la guida e la salva”. In tutta la sua vita troviamo una continua ascensione spirituale interiore verso una sempre maggiore coerenza al Vangelo con un continuo appello alla santità-missione possibile per tutti, da risvegliare come desiderio nei fedeli.       Quanto abbiamo detto è solo un “assaggio”: è impossibile fare una sintesi del ricchissimo itinerario umano e spirituale di Paolo VI, del suo episcopato e del pontificato: tutto ciò meriterebbe la giusta conoscenza e l’opportuno approfondimento.
E’ l’invito che ci viene anche dalle parole dell’Arcivescovo Mario nella sua lettera pastorale. “Invito a riprendere la sua testimonianza e a rileggere i suoi testi, così intensi e belli, perchè il nostro sguardo su questo tempo sia ispirato dalla sua visione di Milano, del mondo moderno e della missione della Chiesa. Ricordando la figura e il ministero di Giovanni Battista Montini in diocesi di Milano e la sua scelta del nome dell’apostolo Paolo come programma del suo pontificato, siamo chiamati a condividere lo spirito con cui ha promosso e vissuto la Missione di Milano del 1957 e le motivazioni che lo hanno convinto a visitare i continenti e a orientare il Concilio Vaticano II al confronto, al dialogo, alla simpatia per il mondo, per una responsabilità di evangelizzazione. Come ci consiglia papa Francesco, rileggere l’esortazione apostolica “Evangelii Nuntiandi” sarà un modo per vivere la canonizzazione non solo come una celebrazione, ma come occasione per rendere ancora fecondo il magistero di Paolo VI”.

don Maurizio

 

NON POSSIAMO VIVERE SENZA…LA PAROLA
Tutti invitati alla scuola della Parola delle Scritture

Carissimo e Carissima,
il nostro Vescovo Mario continua ad insistere sulla necessità di familiarizzare con la Parola di Dio e di ascoltarla con metodo. Lo ha già fatto in diverse circostanze e continua a farlo anche nella sua nuova lettera pastorale: “Cresce lungo il cammino il suo vigore”. Addirittura il vescovo ci chiede una verifica del nostro ascolto, sapendo che non è una novità l’invito all’esercizio della Lectio Divina o di altre forme di ascolto della Parola di Dio.   Questa insistenza vorrà pur dire che, per la qualità di vita cristiana di tutti noi, dobbiamo accostarci con perseveranza e con metodo alle sacre Scritture: ne va della nostra fede.
Diverse sono le occasioni per ascoltare, meditare, verificare e convertire la nostra vita sulle Parole che Dio ci rivolge, dalla liturgia, ai momenti di preghiera che precedono gli incontri, da qualche pagina della Bibbia letta in famiglia, ai momenti più organizzati e strutturati per un miglior approfondimento.    Tra tutti questi momenti da valorizzare, ecco anche quest’anno l’occasione da non perdere: la Scuola della Parola Decanale con l’esercizio della Lectio Divina.   A pensarci bene siamo davvero in debito, gli uni verso gli altri e in particolare lo è la Chiesa, di comunicare la verità della Parola di Dio. Anzi, affinché non si riduca il Vangelo a una raccomandazione di opere buone, siamo in debito verso tante persone e verso il mondo contemporaneo di una parola che apra alla speranza, al significato pieno dell’esistere e alla salvezza. Dobbiamo proporci e proporre di recuperare quella familiarità con la Parola di Dio che è la condizione essenziale per essere educati al pensiero, al sentire e all’agire di Cristo.   Proprio per questo dobbiamo evitare che la Sacra Scrittura sia solo ridotta a un libro da leggere, studiare, commentare, discutere. La Scrittura è un testo ispirato, ha un’efficacia “quasi sacramentale” e la sua lettura non deve essere solo “curiosa” o “intellettualistica”, ma spirituale. Infatti lo Spirito abilita chi accosta la Parola a conoscerla “spiritualmente”, cioè rende possibile e desiderabile entrare in quella confidenza di comunione con colui che ha desiderato parlarci e rivelarsi.   Nell’accostarci alla Parola di Dio non possiamo ridurci a raccogliere informazioni o incrementare conoscenza sul quel brano: sempre la Parola chiede una risposta, invita a una conversione, propone una vocazione e spinge alla preghiera.   Per questo obiettivo di crescere nella familiarità con la Scrittura, in ogni ambiente e circostanza devono risuonare le Parole del Vangelo; tuttavia non si può essere ingenui o affidarsi all’emotività, occorre essere guidati con un metodo e condotti con sapienza. Occorre lasciare maggior spazio allo Spirito e permettere alla Parola di non fermarsi alla sola mente, ma di arrivare fino al cuore, perchè dal cuore si sciolga la decisone di seguire Gesù e sgorghi l’eloquenza della preghiera che supera i nostri mutismi e pigrizia.   Il tema e il percorso proposto quest’anno dalla Scuola della Parola Decanale con l’esercizio della Lectio Divina vuole aiutare a ripensare il senso dell’essere Chiesa che vive vigilando nell’attesa, che vive pellegrina nel deserto, che vive come popolo in cammino nella precarietà nomade. L’incontro, l’ascolto, la condivisione degli uni verso gli altri permettono di valorizzare le differenze, lo specifico di ciascuno, impongono di riconoscere i doni ricevuti.     Non possiamo pensarci come comunità di Cristo stando semplicemente accanto a persone di altri paesi e di altre culture e immaginando che dovremmo essere “accoglienti” solo nel senso di “permettere” a queste persone di partecipare alle nostre cose. Questo tempo ci chiede un cambio di prospettiva, o meglio, assumere la prospettiva che fin dall’inizio è stata della comunità cristiana. Ci domanda di ripensare il senso dell’essere Chiesa, di riconoscere che nessuno è straniero o ospite ma che tutti siamo concittadini dei santi e familiari Dio, “edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù” (Ef 2, 19-20).  Ecco, dunque, il tema: ABBATTERE I MURI DI SEPARAZIONE. Per una Chiesa fino ai confini della terra.

Cogli l’occasione, non perderla nonostante i numerosi impegni, fai la cosa giusta e, come invita simpaticamente papa Francesco, “vuoi farmi contento? Leggi, conosci e medita la Parola di Dio!

Ecco il percorso e le date della Scuola della Parola Decanale:
Chiesa san Martino in Bollate ore 21.00

  • Venerdì 12 Ottobre PRIMO INCONTRO: II disegno d ‘amore di Dio (Efesini 1 , 1 -1 9)
  • Venerdì 09 Novembre SECONDO INCONTRO: Nessuno è straniero (Efesini 2, 8-22)
  • Venerdì 14 Dicembre TERZO INCONTRO: Ricolmi della pienezza di Dio (Efesini 3, 14-21)
  • Venerdì 11 Gennaio QUARTO INCONTRO: Rivestire l’uomo nuovo (Efesini 4,17-32)
  • Venerdì 08 Febbraio QUINTO INCONTRO: Lottare con l’armatura di Dio (Efesini 6, 10-20)
  • Venerdì 01 Marzo EVENTO CONCLUSIVO

La presidenza delle celebrazioni della Scuola è affidata a don Maurizio (Decano) mentre la predicazione quest’anno sarà a cura di don Fabio Riva, Vicario di Baranzate, e da quest’anno neo assistente diocesano di Azione Cattolica ragazzi e giovani e assitente della FUCI.

don Maurizio

 

“CRESCE LUNGO IL CAMMINO IL SUO VIGORE” – La nuova lettera pastorale 2018/2019

Ecco un altro e nuovo anno pastorale. Come tutti gli anni non c’è niente di nuovo e c’è tutto di nuovo, le cose di sempre e i tentativi di farne di nuove o almeno diverse. Una cosa è certa: siamo sempre in cammino, siamo un popolo, una Chiesa perennemente pellegrina verso la “città santa, la Gerusalemme nuova”, una Chiesa in cammino che non teme di riformarsi e leggere i segni dei tempi; la nostra fede non può restare sempre la stessa ma deve maturare, passo dopo passo. E’ questa situazione peregrinante che rende attraente l’esperienza cristiana e ci spingere a vivere con entusiasmo e mai con rassegnazione, nostalgia o risentimento. Dunque: coraggio, forza, andiamo avanti!

Per questo l’Arcivescovo ci propone per il nuovo anno pastorale alcuni “esercizi spirituali” del pellegrinaggio: l’ascolto della Parola, la centralità dell’Eucaristia, la preghiera. Si direbbe “le pratiche di sempre” o anche peggio: “le solite cose”. Ma non abbiamo altro! Si tratta di riscoprirle e riscoprendole arricchire di nuove energie il nostro cammino accrescendo il nostro vigore (Salmo 84,8). Noi discepoli del Signore non abbiamo altre risorse, non abbiamo iniziative fantasiose, proposte che stupiscono per originalità e clamore, non andiamo in cerca di esperienze strabilianti. Non abbiamo altro che il mistero di Cristo e il suo Vangelo. Non abbiamo altro, ma quello che abbiamo basta per la nostra salvezza, basta per il nostro pellegrinaggio e per entrare nella vita eterna. Anche per questo chiedo a tutti i parrocchiani e soprattutto ai frequentatori assidui dei nostri ambienti di vincere e superare insensibilità, pigrizie, remore, rivendicazioni, malumori di chi è sempre incontentabile, e di accogliere invece positivamente le proposte di partecipazione costruttiva alla vita della comunità, anche se si fanno le “cose di sempre” ma che sono il fondamento e l’energia del nostro pellegrinaggio e che ci permettono di porre passi sicuri, uno dopo l’altro, e di proseguire non restando fermi.

Ecco, più in dettaglio, cosa ci propone l’Arcivescovo con la sua lettera.

La lezione attuale di Montini Una Lettera pastorale intrisa di ammirazione per il suo predecessore Giovanni Battista Montini, più volte richiamato come esempio da rilanciare e approfondire: l’arcivescovo ci invita a riprendere la sua testimonianza e a rileggere i suoi testi, così intensi e belli.
Un coraggioso rinnovamento della Chiesa Una Chiesa che si riforma sempre, che non si siede sul già sperimentato, ma che vive pienamente il tempo: Siamo un popolo in cammino. L’arcivescovo ci Invita a «pensare e praticare con coraggio un inesausto rinnovamento/riforma della Chiesa stessa», egli dice: «Non ha fondamento storico né giustificazione ragionevole l’espressione di chi dice “si è sempre fatto così”».
Per una Chiesa dalle genti L’Arcivescovo richiama il cammino fin qui svolto in occasione del Sinodo «Chiesa dalle genti», che si concluderà il 3 novembre. Affronta il tema della ricchezza anche ecclesiale che nasce dal dialogo di popoli e persone presenti a Milano e in Diocesi. Questo tempo ci chiede un cambio di prospettiva, o meglio, assumere la prospettiva che fin dall’inizio è stata della comunità cristiana. Ci domanda di ripensare il senso dell’essere Chiesa, di riconoscere che nessuno è straniero o ospite ma che tutti siamo concittadini dei santi e familiari Dio, “edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù” (Ef 2, 19-20).

Giovani che non si scoraggiano Un’attenzione particolare l’Arcivescovo la dedica ai giovani, nell’anno nel quale si celebra il Sinodo dei vescovi voluto da papa Francesco.

La cura della Parola a Messa e nella preghiera L’Arcivescovo invita a una cura particolare alla Messa domenicale, in particolare nell’annuncio della Parola, a una spiritualità alimentata dalla preghiera. È necessario che l’insegnamento catechistico, la predicazione ordinaria, il riferimento alla Scrittura negli incontri di preghiera, nei percorsi di iniziazione cristiana, nei gruppi di ascolto, negli appuntamenti della Scuola della Parola siano guidati con un metodo e condotti con sapienza.

Dalla Missione di Milano alla nuova evangelizzazione Dalla preghiera alla testimonianza per la nuova evangelizzazione. Anche su questo il vescovo Mario non manca di riprendere la lezione montiniana: «Siamo chiamati a condividere lo spirito con cui ha promosso e vissuto la Missione di Milano del 1957 e le motivazioni che lo hanno convinto a visitare i continenti e a orientare il Concilio Vaticano II al confronto, al dialogo, alla simpatia per il mondo, per una responsabilità di evangelizzazione. Come ci consiglia papa Francesco, rileggere l’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi sarà un modo per vivere la canonizzazione non solo come una celebrazione, ma come occasione per rendere ancora fecondo il magistero di Paolo VI».

Rilanciare l’impegno sociale perchè la dottrina sociale della Chiesa è una benedizione «La proposta   cristiana si offre come una benedizione, come l’indicazione di una possibilità di vita buona che ci convince e che si comunica come invito, che si confronta e contribuisce a definire nel concreto percorsi praticabili, persuasivi con l’intenzione di dare volto a una città dove sia desiderabile vivere. La dottrina sociale della Chiesa, il magistero della Chiesa sulla vita e sulla morte, sull’amore e il matrimonio, non sono una sistematica alternativa ai desideri degli uomini e delle donne, ma sono una benedizione». I cristiani «sono profeti, hanno proposte, hanno soluzioni, hanno qualche cosa da dire nel dialogo con tutti gli uomini e le donne di buona volontà».
La visita pastorale Infine l’Arcivescovo annuncia dall’Avvento 2018 la visita pastorale nelle parrocchie e Comunità pastorali della Diocesi. Oltre alla verifica sull’ascolto nelle nostre comunità della Parola, sarà importante non perdere di vista, attuare e verificare i “passi da compiere” che ci si è dati come compiti pastorali e che ci sono stati affidati con un “mandato”.

«Popolo di pellegrini, popolo in camminino, impariamo a pregare i Salmi per condividere la fede di fratelli e sorelle di epoche lontane che pregano con noi. I Salmi trasformano il vissuto quotidiano – con le sue speranze e le sue fatiche, i desideri e i drammi della vita – in esperienza di preghiera. Un esercizio di riflessione e di condivisione, per imparare a pregare con tutti i Salmi del Salterio e in particolare con quelli che la Liturgia delle ore propone come preghiera della Chiesa».
Preghiamo per resistere alla tentazione di fermarci, di distrarci, di scoraggiarci». «Di tutto la Chiesa può avere paura, ma non di camminare!».
Vi invito, per chi vuole approfondire, ad acquistare la lettera pastorale presso la segreteria parrocchiale.

don Maurizio

MAI PIÙ LA “PENA DI MORTE” Papa Francesco ha modificato un articolo del catechismo della Chiesa Cattolica

Può sembrare strano e paradossale che i cristiani e la Chiesa, credenti e seguaci del Vangelo di Gesù, che non ha chiesto la morte del peccatore ma anzi ha dato la vita proprio per lui, possano ammettere di dover infliggere la pena capitale a una persona benchè colpevole di reati gravi. Eppure, nel passato della Chiesa e ancora oggi nelle legislazioni di molti paesi, così si è pensato e così si fa. Nei discorsi e nel pensare comune, poi, anche di molti credenti, davanti a casi di violenza efferata, si ritiene che sia giusto infliggere la pena di morte; e se non la pensano proprio così, arrivano a dire di rinchiudere per sempre il “malvagio” e “gettare le chiavi”: un modo equivalente per dire di considerare morta quella persona. Così anche il tema dell’ergastolo potrebbe e dovrebbe essere ripensato; la questione è complessa e meriterebbe di non essere liquidata in poche righe.   Forse un ripensamento alla luce del Vangelo è necessario. A porre rimedio a queste derive che hanno toccato anche la Chiesa ufficiale ci ha pensato papa Francesco proprio pochi giorni fa.   Infatti papa Bergoglio ha modificato un articolo del Catechismo della Chiesa cattolica (n.2267), affermando, alla luce del Vangelo, «l’inammissibilità della pena di morte perché essa attenta all’inviolabilità e dignità della persona». È una definizione chiara e decisa che impegna la Chiesa e i cattolici ovunque nel mondo perché si difenda sempre e comunque la intangibilità della vita anche attraverso l’eliminazione di questa pena disumana.       Il Papa ha comunicato questa modifica del Catechismo a tutti i vescovi del mondo. È un intervento importante perchè non solo modifica ma cambia un articolo del catechismo: un testo nel quale tutti i credenti sono chiamati a riconoscervi la propria fede. È un impegno grande e vasto per tutta la Chiesa a educare e lavorare, anche in questo campo, per salvaguardare la sacralità della vita umana e la sua dignità. Il cambiamento annunciato il 2 Agosto 2018 (giornata del “Perdono di Assisisi” toglie ogni giustificazione alla pena di morte anche in quei «rari casi» in cui era tollerata perché «era più difficile garantire che il criminale non potesse reiterare il suo crimine». Con la modifica apportata al Catechismo la Chiesa segna una pietra miliare del suo insegnamento e del suo deciso impegno presso gli Stati e i governi, perché vengano create le condizioni che consentano di eliminare «oggi» l’istituto giuridico della pena di morte.               Il termine «oggi» che il Papa usa è esemplificativo dell’urgenza da lui sentita perché questa pratica disumana volga presto al suo termine, sebbene negli ultimi anni i progressi sono stati notevoli. Sono, infatti, ancora cinquantasette i Paesi che mantengono in vigore la pena capitale. L’«oggi» – che usa papa Francesco – ha anche un altro significato: davanti al “culto della morte” espresso dal terrorismo, da atteggiamenti di intolleranza, dalla violenza diffusa o dalla guerra “a pezzetti”, combattere la pena di morte significa ribadire il senso della vita e contestare la logica della morte. Il nichilismo che c’è dietro a chi si batte per togliere la vita agli altri non è contestato, ma avvalorato dalla pena di morte. Essere contrari alla pena di morte è confermare le ragioni della vita: la vita è più forte di tutto e la storia non è stata scritta per sempre, una volta per tutte. Esiste umanità finché c’è vita, anche poca, anche debole, anche limitata.   Questo gesto ufficiale e forte di modifica del catechismo della Chiesa cattolica deve spingere tutti a pensare e a vivere coltivando sempre più il rispetto della dignità della persona anche quando sbaglia e investire in relazioni educative più impegnative, perchè il male viene sempre da una mancanza d’amore: non solo amore non dato, ma anche amore non ricevuto.

don Maurizio

PERCHE’ LA VACANZA…SIA VACANZA

Auguro a tutti di fare delle prossime vacanze una vera esperienza di ricarica di energie fisiche e spirituali. Auguro di fare delle vostre vacanze un’autentica esperienza di rigenerazione dello spirito, dell’interiorità della persona. Nelle vostre vacanze auguro che possiate ritrovare l’equilibrio psicofisico ma di avere cura del proprio “io”, della propria anima e della vita spirituale. Auguro di arrestare per un po’ di tempo la propria frenesia, liberandosi dall’incombere di un “fare” tutto votato all’ “avere” e orfano dell’ “essere”.   Un pensiero particolare va a chi, con modalità e tempi diversi, si incontrerà con la montagna. E non di rado potrà succedere che percorrendo questi territori montani, o altri in luoghi più pianeggianti o rivieraschi, ci si incontri con delle pievi, chiesette di montagna o chiese rurali, soprattutto romaniche, disseminate, per la maggior parte, lungo gli antichi cammini di pellegrinaggio.
Natura e cultura di un popolo si abbracciano nell’architettura sacra: contemplare il creato ci aiuta a scorgere l’invisibile; organizzare gli spazi orienta e diviene bussola per orientare i cammini del cuore e dello spirito.    Certo è che i monti hanno sempre condensato significati di particolare pregnanza: custodire i misteri del divino, rivelarli talvolta, accogliere eventi straordinari , fornire ancore di salvezza…Le vette raggiungibili solo con fatiche e rischi , inaccessibili ai più, offuscate da nubi che accentuano il mistero, grembo di tempeste o di neve luccicante sotto il sole, sono da sempre state desigante come sedi di ciò che non si può afferrare – la Bibbia insegna!
Tutte le civiltà hanno avuto i loro monti sacri: da quella greca con il suo Olimpo, affollata casa di tutti gli dei, a quella tibetana con le sue divinità sopra il tetto del mondo, a quella giapponese con il monte Fuji circonfuso di vapori che nascondono gli spiriti degli antenati, alle pianure mesopotamiche che là dove non vi erano monti hanno tentato di imitarli con costruzioni straordinarie. Anche il mondo biblico ha i suoi sacri monti: dall’ Ararat, al Sinai, al Moria, al Carmelo; e nel Nuovo Testamento dal monte della Trasfigurazione a quello delle Beatitudini, al Golgota inteso come punto di sutura salvifica tra gli il cielo e la terra.    Se la montagna è – simbolicamente – sede di ciò che inaccessibile agli umani, è anche, e proprio per questo, una possente forza trainante per la piccola, debole e insignificante creatura umana.
Perché l’uomo desidera scalare una montagna? Perché salire? Perché vedere l’altro orizzonte che si apre sulla cima di una vetta?     Voglio lasciare aperta la domanda perchè ciascuno trovi le sue risposte; solo un suggerimento: per chi ha occhi attenti e cuore vigile, tutto richiama all’immensità del mistero.
Sarà anche per questo, aggiungo, che nel gesto di chi prega – il volto verso l’alto, le palme delle mani aperte verso il cielo – si dà una possibilità di congiunzione tra l’umana piccolezza e l’immensità del mistero, tra la nostra fragilità e l’immensità di Dio che si manifesta nella bellezza del creato perchè in noi susciti la fede.

don Maurizio

ALTRI CANTIERI CI ATTENDONO…

Nella nostra parrocchia gli interventi di manutenzione e rilancio non sono mai finiti

Negli ultimi recenti anni abbiamo portato a termine delle opere straordinarie, persino storiche, come il rifacimento del tetto della chiesa, parte dei suoi intonaci e il restauro completo dell’impianto campanario. Non dobbiamo perdere la memoria di questi interventi e un plauso e una gratitudine a tutti sono di dovere. Ma altri cantieri necessitano di essere aperti e l’attività pastorale esige di intervenire sulle strutture non solo per ragioni di sicurezza e manutenzione ma primariamente per poter garantire iniziative pastorali a servizio della comunità cristiana.  Di questo dobbiamo farcene carico tutti a secondo dei compiti e delle responsabilità di ciascuno, dei gruppi e delle associazioni presenti. Ritorna necessaria l’immagine di parrocchia come “famiglia” dove insieme ci si fa carico della sua vita e conduzione: nessuno può essere lasciato da solo ad affrontare il suo problema, ma occorre operare insieme con le capacità e i contributi di ciascuno.  In questo orizzonte una realtà fondamentale è quella del volontariato: un forte contributo può già essere dato dalla disponibilità di molti ad essere presenti e ad offrire il loro servizio al di là del semplice contributo economico pur assolutamente indispensabile nelle condizioni economiche in cui si trova la nostra parrocchia.

Penso in particolare alla realtà della Chiesa e del quartiere di san Giuseppe. In questi ultimi anni questa comunità si è rivitalizzata e ora si fanno molteplici attività, non ultima, quella dell’oratorio estivo per gli anziani che ha avuto notevole successo e grande ricaduta mediatica. Soprattutto si è ristabilito un tessuto di presenze, di relazioni e di interventi educativi. Proprio per questo il centro pastorale san Giuseppe della nostra parrocchia va aiutato nelle sue strutture per offrire un adeguato servizio alle persone e sostenere l’attività educativa e di responsabilità di chi lì opera. Le strutture di san Giuseppe necessitano urgentemente di un intervento di riqualificazione soprattutto della struttura tensostatica (pallone coperto) in quanto unico spazio al coperto per le ormai molteplici attività di cui beneficia la pastorale parrocchiale e non solo. E’ stato presentato un progetto dettagliato e competente anche in vista di un finanziamento a fondo perduto che purtroppo non è andato in porto; non desistiamo nel cercare altre risorse, ma ora è il momento del coinvolgimento della comunità chiamata a conoscere l’intervento e a contribuirne.

San Giuseppe non è il solo “cantiere” che dobbiamo affrontare; esiste anche un’altra emergenza: quella del tetto della Palestra dell’oratorio utilizzata come palazzetto delle sport dall’ARDOR. Le infiltrazioni d’acqua chiedono al più presto di intervenire su tutta la copertura non solo per evitare maggiori danni ma soprattutto per garantire l’attività sportiva di centinaia di ragazzi e giovani. Anche in questo caso è necessario il coinvolgimento di tutti ma in particolare di tutti coloro che seguono e partecipano all’attività dell’ARDOR.

Ultimamente si è potuto verificare da parte di tecnici e autorità competenti che per ragioni di sicurezza dobbiamo intervenire almeno su tutta la cornice, che si sta sgretolando, del grande finestrone della facciata della nostra chiesa di san Martino: un intervento urgente che dovrà essere svolto a breve.

E’ certo che nelle condizioni economiche della nostra parrocchia occorre dare delle priorità senza dimenticare nessuna delle necessità del nostro enorme patrimonio immobiliare e di strutture a servizio della pastorale. L’elenco sarebbe ancora molto lungo e le necessità sono tutte importanti e ne abbiamo sempre dato conto soprattutto in occasione della presentazione ufficiale del bilancio parrocchiale; ciò che però al momento conta è il senso di responsabilità che ci deve muovere tutti; dobbiamo essere consapevoli che l’ordinarietà della nostra “famiglia” e della “casa comune” della nostra parrocchia ha le sue quotidiane esigenze e la straordinarietà degli interventi è necessaria e va sostenuta con contributi straordinari che non possono venir meno se vogliamo garantire il futuro delle attività della nostra comunità cristiana. L’amministrazione della nostra parrocchia sta cercando il più possibile di fare la sua parte, di dimostrare che nell’ordinarietà della sua gestione è attenta e oculata; tuttavia, nella grande “Famiglia” della nostra comunità, davanti a interventi straordinari o anche solo che debbano garantire la normale attività pastorale, abbiamo bisogno che ciascuno senta la responsabilità di procurare introiti straordinari, e i vari gruppi predispongano opportuni accantonamenti, per una programmazione lungimirante dei lavori. Ovviamente riprenderemo questo discorsi al termine della pausa estiva, in particolare convocheremo un incontro pubblico in san Giuseppe per presentare il progetto di ristrutturazione della struttura tensostatica. Nel frattempo prendiamo coscienza della realtà e predisponiamoci al coinvolgimento da protagonisti.

don Maurizio

 

QUALE FIGURA DI PRETE OGGI PER LA CHIESA?
La grazia e la responsabilità per la nostra comunità cristiana del dono di due prime sante Messe (prima parte)

La prima santa Messa di don Simone e di don Matteo, di due giovani nel pieno della loro vita, e il loro completo ingresso nel ministero a servizio delle parrocchie alle quali sono inviati interrogano e provocano positivamente la nostra comunità cristiana.    Se non ci lasciamo prendere dai sentimenti e dalle emozioni, che pur hanno diritto di esserci e di manifestarsi, dovremmo perlomeno riconoscere che siamo invitati da questo avvenimento, a “ripartire da Dio”. Ripartire da Dio vuol dire confrontare con le esigenze del Suo primato tutto ciò che si è e si fa. Se due giovani – e i loro compagni – decidono di giocare totalmente la loro libertà, la loro intelligenza, le loro migliori energie e la loro fede, significa che solo il Signore è la misura del vero, del giusto e del bene. Vuol dire tornare alla verità di noi stessi, rinunciando a farci misura di tutto, per riconoscere che Lui soltanto è la misura che non passa, la “pietra d’angolo” che dà fondamento, la ragione ultima per vivere, amare, morire. Vuol dire guardare le cose dall’alto, vedere il Tutto prima della parte, partire dalla Sorgente per comprendere il flusso delle acque.      Già questo basterebbe per sentirci chiamati tutti in causa – personalmente e come comunità – nel verificare e spronare il nostro modo di vivere da cristiani. Lo possiamo fare domandandoci quale tipo di prete attendono le nostre parrocchie ma anche come, di riflesso, devono essere le nostre comunità cristiane. Chi sono questi giovani che diventano preti? Che cosa vuole dire oggi per un giovane diventare prete? E noi cosa ci aspettiamo come comunità dal prete che viene tra noi? Siamo disposti a metterci in gioco anche noi in questo avvenimento? Ma, in fondo, che tipo di prete hanno bisogno la Chiesa e il mondo oggi?
Sei parole sintetiche potrebbero guidarci nelle risposte e in questa riflessione, in un momento così particolarmente intenso dell’esperienza spirituale della nostra parrocchia; sei parole per stimolare tutti noi a trovarne altre che ci aiutino a vivere bene il dono di due prime sante Messe.

La prima parola: il VANGELO. Non è e non può essere una parola scontata e il suo contenuto non può più essere dato per presupposto. Ogni cosa che il prete fa, si rifà o dovrebbe rifarsi al Vangelo; il prete è mandato perchè il Vangelo sia annunciato a tutte le persone. In questo modo riafferma che il Vangelo è origine, radice di tutta l’esistenza cristiana. Oggi più che mai occorre far tornare continuamente la comunità cristiana alle origini della propria vita e della propria missione: si tratta di un compito pastorale fondamentale. Tutto ciò vuol dire che il primato va concesso al Vangelo come radice esplicita messa chiaramente a tema di ogni altra azione pastorale. Occorre tornare sempre di nuovo alle radici. Occorre tornare a ciò che ha generato i riti, le forme di convivenza, le istituzioni, le iniziative, le varie attività concrete, le organizzazioni della comunità cristiana per ridare loro sapore, senso, radicazione profonda. Il prete deve formarsi e formare a questo gusto dell’essenziale, tornare a ciò che è veramente fondativo della comunità cristiana e delle sue tante sovrastrutture.

La seconda parola: lo SPIRITO.    Anche qui dobbiamo evitare considerazioni scontate. Il dono dello Spirito è per essere guida in un cammino di appropriazione profonda, personale e comunitaria, della fede, storicamente determinata, localizzata qui ed ora di ciò che Gesù è per la nostra vita. Appropriazione personale della fede significa far diventare il Vangelo annunciato, un principio di vita e di giudizio su ciò che sto vivendo; vuol dire imparare l’esercizio del discernimento – esercizio che non siamo molto abituati a fare – della preghiera contemplativa, della direzione spirituale. E’ questo ciò di cui hanno bisogno le nostre comunità cristiane. E’ questo ciò che è richiesto ai preti oggi: che loro stessi vivano una forte esperienza spirituale e si preparino ad essere non semplicemente distributori di sacramenti, non i capi della comunità, ma uomini spirituali, uomini capaci di far percepire agli altri i sottili, profondi, penetranti movimenti dello Spirito, uomini che siano capaci di interpretare la storia delle persone. Uomini che guidino non comunità psicologiche, sociologiche o super organizzate in attività da “pro-loco”, ma comunità spirituali, comunità nelle quali si è in grado di riconoscere di volta in volta la voce dello Spirito e i segni con cui lo Spirito guida la comunità.

La terza parola: la CROCE.    La vita secondo lo Spirito è la capacità di partire da ciò che è ultimo, da ciò che è debole, stolto agli occhi del mondo (1Cor 1,27) per rivelare con maggior forza la presenza operante di Dio. La vita secondo lo Spirito rivela la sua forza, la sua tenace speranza e l’inizio di una vita nuova, proprio là dove una situazione umana è particolarmente disperata, ottusa, impermeabile.  Nella comunità cristiana d’oggi come anche nella società e nella cultura attuale, accanto a tanto buon grano ci imbattiamo continuamente in tanti casi e situazioni di impotenza e povertà, di indifferenza e di lontananza da Dio. Un prete oggi qui a Milano non deve spaventarsi di tutto questo, deve abituarsi a vivere la logica della croce, a dire “io partirò dagli ultimi, da chi è lontano”. La vita secondo la croce di Cristo significa partire da lì, partire da queste situazioni che, più da vicino, assomigliano alla croce, alla disfatta di Gesù Cristo, nella certezza che la forza dello Spirito proprio da lì parte per avviare un cammino di speranza, di pienezza di vita e di salvezza. Questo deve fare il prete oggi, questo devono testimoniare oggi le nostre comunità cristiane.

A queste tre parole forti devono far seguito altre parole che vogliono dire lo stile e gli atteggiamenti del prete oggi. Ma di questo ne parliamo nel prossimo editoriale.

don Maurizio

QUALE STILE DEVE AVERE IL PRETE OGGI?
La grazia e la responsabilità per la nostra comunità cristiana del dono di due prime Sante Messe (seconda parte)

Nel precedente editoriale – che vi invito a rileggere – dopo aver indicato le prime tre parole di carattere fondamentale per dire quale figura di prete la Chiesa e il mondo oggi hanno bisogno, ora continuiamo la riflessione indicando altre parole che vorrebbero dire alcuni atteggiamenti profondi, alcune doti spirituali, alcuni orientamenti di stile che dovrebbe coltivare il prete oggi, ma che le comunità dovrebbero esercitare per aiutarlo e sostenerlo nel suo ministero. Anche per una parrocchia tutto questo può diventare un itinerario di conversione.

La prima parola, il primo stile è: solitudine.
Dobbiamo precisare di cosa si tratta per non ingenerare ambiguità e fraintendimenti. Qui la solitudine è la capacità da parte del prete di stare con Gesù, suo unico Signore e Maestro. In questo nostro contesto sociale e culturale in cui occorre annunciare con coerenza e con radicalità il Vangelo, è indispensabile che uno viva un rapporto profondo, radicato e personale con Gesù Cristo. Per cui, pur attraversando prove e difficoltà, sorge spontaneo dire: “Tu sei davvero la mia gioia, non ho nient’altro che te nella mia vita. Se trovo, certo, anche una struttura, un’istituzione, una comunità o una famiglia che mi aiuta, te ne sono grato; però, Signore, quand’anche io fossi solo, non ci fosse nulla che mi da una mano, non ci fosse neanche un fratello di fede che mi sostiene e persino i superiori non mi capissero, tu, Signore, mi basti; io con te ricomincio da capo”. E’ importante questo senso profondo di una capacità di stare soli con Cristo come unica perla preziosa che appaga un’intera esistenza senza isolarla, ma proiettandola al servizio dei fratelli. Ecco quindi una vita vissuta nel celibato, nella povertà e nell’obbedienza profonda ai disegni di Dio, ma anche ai bisogni concreti del popolo cristiano che di volta in volta si presentano. Gesù e la Chiesa sono gli unici Signori della vita di un prete che egli deve servire con infinita umiltà e con immensa docilità e disponibilità.

La seconda parola è: fraternità.
In un momento in cui occorre quasi ricominciare da capo, ritornare al Vangelo, per interpretare poi secondo la voce dello Spirito Santo le varie situazioni umane, diventa indispensabile che il presbitero si senta partecipe di una comunità, che è anzitutto la comunità presbiterale, i suoi fratelli nel presbiterio insieme col Vescovo. E poi fraternità, collaborazione, con tutta quella fioritura di carismi, di vocazioni, di ministeri antichi e nuovi che sono presenti, per un dono misterioso e meraviglioso dello Spirito, nel la comunità cristiana attuale.   Un prete che fa tutto da solo o coltiva solo i suoi interessi, sganciato da ogni reale collaborazione, è una figura inaccettabile, è una figura improduttiva. Soltanto un prete che vive intensamente la fraternità, la comunione con gli altri fratelli del presbiterio, e con tutti i fratelli di fede variamente impegnati, è un prete che interpreta le esigenze di ritorno al Vangelo, di obbedienza allo Spirito e di fedeltà alla croce, che è l’esigenza tipica della vita pastorale contemporanea.
Non si tratta semplicemente di “lavorare insieme per la stessa causa” ma di sentirsi legati da un vincolo profondo che nasce dall’essere stati scelti dal Maestro per condividere con lui e con gli altri scelti da lui la stessa passione per il Regno: si tratta di un legame ancora più forte di quello di sangue, un legame frutto della preghiera e della misteriosa chiamata del Signore.

La terza parola è: sinodalità
Se per un pastore lo stile della fraternità è costitutivo del suo essere, oggi per lui è decisiva una vita con una buona capacità relazionale, con un’abitudine a tener conto degli altri, a lavorare insieme con gli altri, a pensare insieme con gli altri la vita.   Tra gli atteggiamenti sinodali c’è l’esercizio del discernimento come capacità di ascolto, dialogo e di saper dare indicazioni concrete per i cammini di vita e di fede. Il prete oggi deve avere un’infinita capacità di ascolto rispettoso della storia della comunità nella quale è inserito, di capire , di non classificare le persone ma di valorizzarle secondo le loro doti e carismi. È indispensabile che uno mentre annuncia il Vangelo, sia pronto a percepire tutti i dinamismi, gli itinerari spirituali che il fratello sta percorrendo. E poi si abitui, insieme col fratello, di qualsiasi razza, di qualsiasi ideologia, a trovare i modi applicativi del Vangelo alla realtà sociale d’oggi, nella certezza che tante intuizioni sono presenti in tanti fratelli che pur non condividono le stesse idee e non partecipano alla vita della comunità cristiana.

Sono solo alcune parole di stile, ma chissà quante altre ne possiamo trovare per un prete e per una parrocchia che vogliono davvero vivere il compito di essere la Chiesa del Signore oggi.
La grazia e la responsabilità di avere due prime Sante Messe sono un forte richiamo a impegnarci in questo.

don Maurizio

GAUDETE ED EXSULTATE

Una lettera del papa; il vescovo Mario che ci invita alla profezia della comunione ricostruendo le nostre comunità attorno alla Parola e al mistero dei sacramenti con stile di stupore, entusiasmo, ammirazione, esultanza; due prossimi santi, di cui uno a noi particolarmente legato; 23 nuovi preti di cui due ben noti don Simone e don Matteo; la comunità cristiana di san Martino in cammino di fede nonostante i suoi complessi problemi, e ciascuno di noi con la sua esistenza da giocarsi nella quotidianità, alla ricerca di senso e pienezza di vita.
Che cosa mai unirà tutte queste cose? Che cosa le accomuna? Al di là delle continue lamentele e delle frustranti insoddisfazioni una cosa appare come un legame più forte di ogni difficoltà e che può e deve sostenerci e spronarci: la gioia che viene dalla consapevolezza, mai del tutto considerata, della ricchezza – qualcuno direbbe della fortuna – di avere la fede cristiana e dal fatto che solo nella santità la nostra vita trova pienezza di significato e realizzazione piena.

È appena uscita la terza esortazione apostolica di Papa Francesco dal titolo Gaudete ed Exsultate – che vi invito a conoscere. Il filo rosso della gioia continua a rappresentare l’elemento che unifica il magistero del Papa che vuole cristiani gioiosi che mostrino di aver incontrato il Risorto e in lui il segreto di una vita pacificata, realizzata, piena. Quasi facendo eco al dettato conciliare sull’universale chiamata alla santità, la Gaudete et Exsultate indica nella santità l’orizzonte della esistenza del cristiano comune.
La prima cosa che colpisce nel testo è la convinzione con cui si sostiene che la santità appartiene al “popolo di Dio paziente”, alle persone che hanno un’ordinaria vita quotidiana fatta delle cose semplici che sono la struttura dell’esistenza di tutti.
Ci si dovrà abituare a riconoscere i santi della porta accanto: nei “genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere” (n. 7).
Dunque una santità che non è per pochi eroi o per persone eccezionali o appartenenti a taluni stati di vita (consacrati), ma il modo ordinario di vivere l’ordinaria esistenza cristiana di ciascuno. C’è un solo modo di essere cristiani, quello che si colloca nella prospettiva della santità.
La manifestazione della santità della vita quotidiana non va cercata nelle estasi o nei fenomeni straordinari che talvolta si associano ad essa, ma in coloro che fanno delle beatitudini – e più in generale del Vangelo di Gesù – la loro carta di identità. Chi vive nel dono di sé perché vive secondo la parola di Gesù, è santo e sperimenta la vera beatitudine. Papa Francesco però mette in guardia dalla tentazione di considerare le beatitudini come belle parole poetiche: esse vanno controcorrente e delineano uno stile diverso da quello del mondo.
Vivere la santità richiede di avere realizzato nella propria esistenza quell’unità per cui si passa dalla contemplazione del volto del Signore alla concretezza del gesto di carità, e dall’azione per l’altro al mistero del Risorto come a sua radice.
L’Esortazione non è un piccolo trattato, ma vuole essere uno strumento per cercare le forme della santità per l’oggi. Questa è la vera questione: la santità è un problema di Dio: è lui che ci vuole partecipi della sua vita e ci chiama ad essere a immagine del suo Figlio Gesù, ma la modalità di questa forma esistenziale spetta di trovarla a ciascuno di noi.
Le cinque caratteristiche che vengono proposte nel capitolo quarto indicano alcuni rischi e limiti della cultura di oggi: “L’ansietà nervosa e violenta che ci disperde e debilita; la negatività e la tristezza; l’accidia comoda, consumista ed egoista; l’individualismo, e tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale” (n. 111). Di fronte ad essi, occorrono fermezza e solidità interiore per resistere all’aggressività che è dentro di noi; la gioia e il senso dell’umorismo; la franchezza, come coraggio apostolico e capacità di osare; la disponibilità a fare un cammino di comunione e infine la preghiera.
Così il cristiano potrà sperimentare quella gioia che il mondo non gli potrà togliere. La vera gioia è radicata in quel senso della vita che vede la vita come chiamata alla santità, pienezza di significato dell’esistenza.
Come abbiamo ricordato, in questo cammino siamo richiamati da due figure significative: Paolo VI e Mons. Oscar Romero che verranno canonizzati, il primo a ottobre, e il secondo poco dopo. Ne parleremo nei prossimi editoriali.
Siamo richiamati a questo tema della gioia per una vita orientata alla piena realizzazione di sè e quindi nella forma della santità, anche dal motto dei prossimi ordinandi preti (9 Giugno). Don Simone, don Matteo e i loro compagni hanno scelto la frase evangelica: “e cominciarono a far festa” (Lc 15,24). Dobbiamo però comprenderne il giusto senso. Essa fa riferimento alla gioia conseguente al perdono frutto della misericordia di Dio, a quella gioia che può venire solo dal Signore che rende la vita bella, buona, felice, una vita che vale veramente la pena vivere, al di là di tutti i mugugni delle nostre insoddisfazioni.

don Maurizio

 

CINQUE ANNI SULLA SEDIA PIU’ SCOMODA
Come leggere e interpretare il pontificato di Francesco

Sono già passati cinque anni – anzi è iniziato il sesto – e la figura di papa Francesco ha suscitato, fin dall’inizio, – come è normale che sia – reazioni diverse e persino opposte, da quelle più sentimentali ed emotive a quelle più ragionate e contestualizzate. Anche rispetto alle ultime pubblicazioni, dove non mancano toni polemici, forse è bene cercare di fare lo sforzo per una lettura più attenta e più ampia di questo spicchio di tempo, cercando di andare al di là di una visione personalistica della figura di Jorge Mario Bergoglio e cogliere meglio, attraverso l’impronta del suo pontificato, cosa la Chiesa sta vivendo e dove vuole andare per essere fedele al mandato evangelico. Ci da lo spunto anche l’ultima esortazione apostolica di papa Francesco appena uscita (“Gaudete et exultate”) e che ancora una volta sottolinea lo stile del suo particolare pontificato. Questa lettera è sulla chiamata di tutti alla santità in questo nostro mondo contemporaneo. Oltre all’invito a leggerla, perchè rivolta davvero a tutti, il suo messaggio ribadisce e approfondisce quanto a questo papa sta a cuore, ovvero la sottolineatura della fede popolare e della necessità di viverla testimoniandola con stile missionario, con coraggio e con semplicità evangelica nell’ordinarietà della vita.

Tra le tante caratteristiche di questo pontificato, la prima da non dimenticare è il fatto singolare della compresenza del Papa emerito, Benedetto XVI. Anche se alcuni hanno cercato di strumentalizzare questa circostanza, se non addirittura di contrapporre le due figure, non c’è mai stata nessuna frattura tra i due. Anzi, pur nella differenza delle personalità, si è manifestata una vera continuità. Infatti, entrambi, non hanno fatto altro che portare avanti le indicazioni del concilio Vaticano II. Non si può tornare a una “mitica” epoca precedente, perché la Chiesa, guidata dallo Spirito e impegnata nella lettura profetica dei segni dei tempi, vive nel tempo e non può che dialogare con gli uomini e le donne di oggi, se vuole essere fedele alla sua missione di annuncio del Vangelo. Non dobbiamo lasciarci ingannare: la Chiesa è realtà molto più viva e diversificata di quanto si sia soliti pensare, una realtà nella quale arde sempre il Vangelo, anche quando sembra ridotto a poche braci, pronte però a divampare nuovamente non appena qualcuno ha l’audacia di smuovere le ceneri con il soffio della profezia.

Dentro questa prospettiva i mutamenti, indicati e in parte anche attuati, in questi cinque anni da papa Francesco sono molti ma possono essere ricondotti a questi aspetti chiave: la centralità del Vangelo, le riforme, la sinodalità, la priorità ai diritti dei poveri. Ai più attenti osservatori questo papa continua a sorprendere per le iniziative che intraprende ma sono comunque tutte accomunate da alcune scelte di fondo e trasversali e che sono caratteristiche del suo ministero petrino.

Innanzitutto una volontà di riforma della Chiesa: la chiesa è sempre in stato di riforma, ma con criterio. Infatti la Chiesa ha sempre la necessità di ritrovare la “forma” indicata dal Vangelo, la “forma” che Gesù Cristo, il suo sposo, attende da lei. Riforma, per papa Francesco, è conversione, mutamento e ritorno al Signore e al suo Vangelo. Si tratta di una riforma non formale o di facciata ma personale e di tutto il popolo di Dio e che quindi ha una caratteristica missionaria perchè vuole raggiungere tutti.

In questo senso si coglie meglio anche un’altra tematica trasversale e che forse è meno colta dalla maggioranza dei fedeli e che Francesco indica con il termine “sinodalità”. Non solo nei documenti, ma soprattutto nella “gestione” della vita della Chiesa appare chiaramente l’urgenza di una maggiore coinvolgente fraternità. La sinodalità appare come il cammino che Dio attende dalla Chiesa nel terzo millennio, cioè un cammino percorso insieme da tutto il popolo di Dio: fedeli, pastori e papa.
Si tratta di uno stile quotidiano e di un antico principio cristiano: «Ciò che riguarda tutti, da tutti deve essere trattato e deliberato». Francesco ha persino dato un’immagine della Chiesa che si è impressa nella mente e nel cuore dei semplici fedeli: una piramide capovolta, con in cima il popolo di Dio e sotto, al suo servizio, i pastori e il Papa. L’impegno per una Chiesa sinodale costituisce un’autentica novità per la Chiesa cattolica, anche se non di facile attuazione. [Noi come parrocchie di Bollate stiamo lavorando in questa direzione]. Sinodalità significa infatti un mutamento della forma della Chiesa cui oggi non siamo preparati, maggiore partecipazione e una reale corresponsabilità: occorrerà educare alla sinodalità, serviranno maturità cristiana, una fede pensata e l’esercizio di una comunione plurale.

Infine, un’ulteriore opzione di fondo di papa Francesco è il desiderio di una “Chiesa povera per i poveri”. Questa connotazione di povertà ha due aspetti complementari e che hanno di fondo la preoccupazione per il rispetto della dignità della persona umana. Da un lato il riconoscimento del diritto universale ad avere «terra, tetto e lavoro» e, dall’altro, la sollecitudine verso i migranti, qualunque sia il motivo del loro esodo dalla propria terra.

Alla luce di questi orientamenti di fondo potremmo cogliere una sintetica ma fondamentale chiave di lettura non solo della figura di questo papa, ma piuttosto del volto che si sta imprimendo alla Chiesa di questo inizio di terzo millennio. Una Chiesa che, come affermò papa Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio, “preferisce usare la medicina della misericordia – vera parola chiave del pontificato di Bergoglio – invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando”.
Forse, a oltre cinquantacinque anni dal Vaticano II e a cinque anni dall’elezione di papa Francesco, non ci siamo ancora abituati e non ancora del tutto attrezzati ad attuare questa semplice, evangelica verità. Ma la Chiesa va avanti: non perdiamo il passo!

don Maurizio