la parola al prevosto

QUALE FIGURA DI PRETE OGGI PER LA CHIESA?
La grazia e la responsabilità per la nostra comunità cristiana del dono di due prime sante Messe (prima parte)

La prima santa Messa di don Simone e di don Matteo, di due giovani nel pieno della loro vita, e il loro completo ingresso nel ministero a servizio delle parrocchie alle quali sono inviati interrogano e provocano positivamente la nostra comunità cristiana.    Se non ci lasciamo prendere dai sentimenti e dalle emozioni, che pur hanno diritto di esserci e di manifestarsi, dovremmo perlomeno riconoscere che siamo invitati da questo avvenimento, a “ripartire da Dio”. Ripartire da Dio vuol dire confrontare con le esigenze del Suo primato tutto ciò che si è e si fa. Se due giovani – e i loro compagni – decidono di giocare totalmente la loro libertà, la loro intelligenza, le loro migliori energie e la loro fede, significa che solo il Signore è la misura del vero, del giusto e del bene. Vuol dire tornare alla verità di noi stessi, rinunciando a farci misura di tutto, per riconoscere che Lui soltanto è la misura che non passa, la “pietra d’angolo” che dà fondamento, la ragione ultima per vivere, amare, morire. Vuol dire guardare le cose dall’alto, vedere il Tutto prima della parte, partire dalla Sorgente per comprendere il flusso delle acque.      Già questo basterebbe per sentirci chiamati tutti in causa – personalmente e come comunità – nel verificare e spronare il nostro modo di vivere da cristiani. Lo possiamo fare domandandoci quale tipo di prete attendono le nostre parrocchie ma anche come, di riflesso, devono essere le nostre comunità cristiane. Chi sono questi giovani che diventano preti? Che cosa vuole dire oggi per un giovane diventare prete? E noi cosa ci aspettiamo come comunità dal prete che viene tra noi? Siamo disposti a metterci in gioco anche noi in questo avvenimento? Ma, in fondo, che tipo di prete hanno bisogno la Chiesa e il mondo oggi?
Sei parole sintetiche potrebbero guidarci nelle risposte e in questa riflessione, in un momento così particolarmente intenso dell’esperienza spirituale della nostra parrocchia; sei parole per stimolare tutti noi a trovarne altre che ci aiutino a vivere bene il dono di due prime sante Messe.

La prima parola: il VANGELO. Non è e non può essere una parola scontata e il suo contenuto non può più essere dato per presupposto. Ogni cosa che il prete fa, si rifà o dovrebbe rifarsi al Vangelo; il prete è mandato perchè il Vangelo sia annunciato a tutte le persone. In questo modo riafferma che il Vangelo è origine, radice di tutta l’esistenza cristiana. Oggi più che mai occorre far tornare continuamente la comunità cristiana alle origini della propria vita e della propria missione: si tratta di un compito pastorale fondamentale. Tutto ciò vuol dire che il primato va concesso al Vangelo come radice esplicita messa chiaramente a tema di ogni altra azione pastorale. Occorre tornare sempre di nuovo alle radici. Occorre tornare a ciò che ha generato i riti, le forme di convivenza, le istituzioni, le iniziative, le varie attività concrete, le organizzazioni della comunità cristiana per ridare loro sapore, senso, radicazione profonda. Il prete deve formarsi e formare a questo gusto dell’essenziale, tornare a ciò che è veramente fondativo della comunità cristiana e delle sue tante sovrastrutture.

La seconda parola: lo SPIRITO.    Anche qui dobbiamo evitare considerazioni scontate. Il dono dello Spirito è per essere guida in un cammino di appropriazione profonda, personale e comunitaria, della fede, storicamente determinata, localizzata qui ed ora di ciò che Gesù è per la nostra vita. Appropriazione personale della fede significa far diventare il Vangelo annunciato, un principio di vita e di giudizio su ciò che sto vivendo; vuol dire imparare l’esercizio del discernimento – esercizio che non siamo molto abituati a fare – della preghiera contemplativa, della direzione spirituale. E’ questo ciò di cui hanno bisogno le nostre comunità cristiane. E’ questo ciò che è richiesto ai preti oggi: che loro stessi vivano una forte esperienza spirituale e si preparino ad essere non semplicemente distributori di sacramenti, non i capi della comunità, ma uomini spirituali, uomini capaci di far percepire agli altri i sottili, profondi, penetranti movimenti dello Spirito, uomini che siano capaci di interpretare la storia delle persone. Uomini che guidino non comunità psicologiche, sociologiche o super organizzate in attività da “pro-loco”, ma comunità spirituali, comunità nelle quali si è in grado di riconoscere di volta in volta la voce dello Spirito e i segni con cui lo Spirito guida la comunità.

La terza parola: la CROCE.    La vita secondo lo Spirito è la capacità di partire da ciò che è ultimo, da ciò che è debole, stolto agli occhi del mondo (1Cor 1,27) per rivelare con maggior forza la presenza operante di Dio. La vita secondo lo Spirito rivela la sua forza, la sua tenace speranza e l’inizio di una vita nuova, proprio là dove una situazione umana è particolarmente disperata, ottusa, impermeabile.  Nella comunità cristiana d’oggi come anche nella società e nella cultura attuale, accanto a tanto buon grano ci imbattiamo continuamente in tanti casi e situazioni di impotenza e povertà, di indifferenza e di lontananza da Dio. Un prete oggi qui a Milano non deve spaventarsi di tutto questo, deve abituarsi a vivere la logica della croce, a dire “io partirò dagli ultimi, da chi è lontano”. La vita secondo la croce di Cristo significa partire da lì, partire da queste situazioni che, più da vicino, assomigliano alla croce, alla disfatta di Gesù Cristo, nella certezza che la forza dello Spirito proprio da lì parte per avviare un cammino di speranza, di pienezza di vita e di salvezza. Questo deve fare il prete oggi, questo devono testimoniare oggi le nostre comunità cristiane.

A queste tre parole forti devono far seguito altre parole che vogliono dire lo stile e gli atteggiamenti del prete oggi. Ma di questo ne parliamo nel prossimo editoriale.

don Maurizio

QUALE STILE DEVE AVERE IL PRETE OGGI?
La grazia e la responsabilità per la nostra comunità cristiana del dono di due prime Sante Messe (seconda parte)

Nel precedente editoriale – che vi invito a rileggere – dopo aver indicato le prime tre parole di carattere fondamentale per dire quale figura di prete la Chiesa e il mondo oggi hanno bisogno, ora continuiamo la riflessione indicando altre parole che vorrebbero dire alcuni atteggiamenti profondi, alcune doti spirituali, alcuni orientamenti di stile che dovrebbe coltivare il prete oggi, ma che le comunità dovrebbero esercitare per aiutarlo e sostenerlo nel suo ministero. Anche per una parrocchia tutto questo può diventare un itinerario di conversione.

La prima parola, il primo stile è: solitudine.
Dobbiamo precisare di cosa si tratta per non ingenerare ambiguità e fraintendimenti. Qui la solitudine è la capacità da parte del prete di stare con Gesù, suo unico Signore e Maestro. In questo nostro contesto sociale e culturale in cui occorre annunciare con coerenza e con radicalità il Vangelo, è indispensabile che uno viva un rapporto profondo, radicato e personale con Gesù Cristo. Per cui, pur attraversando prove e difficoltà, sorge spontaneo dire: “Tu sei davvero la mia gioia, non ho nient’altro che te nella mia vita. Se trovo, certo, anche una struttura, un’istituzione, una comunità o una famiglia che mi aiuta, te ne sono grato; però, Signore, quand’anche io fossi solo, non ci fosse nulla che mi da una mano, non ci fosse neanche un fratello di fede che mi sostiene e persino i superiori non mi capissero, tu, Signore, mi basti; io con te ricomincio da capo”. E’ importante questo senso profondo di una capacità di stare soli con Cristo come unica perla preziosa che appaga un’intera esistenza senza isolarla, ma proiettandola al servizio dei fratelli. Ecco quindi una vita vissuta nel celibato, nella povertà e nell’obbedienza profonda ai disegni di Dio, ma anche ai bisogni concreti del popolo cristiano che di volta in volta si presentano. Gesù e la Chiesa sono gli unici Signori della vita di un prete che egli deve servire con infinita umiltà e con immensa docilità e disponibilità.

La seconda parola è: fraternità.
In un momento in cui occorre quasi ricominciare da capo, ritornare al Vangelo, per interpretare poi secondo la voce dello Spirito Santo le varie situazioni umane, diventa indispensabile che il presbitero si senta partecipe di una comunità, che è anzitutto la comunità presbiterale, i suoi fratelli nel presbiterio insieme col Vescovo. E poi fraternità, collaborazione, con tutta quella fioritura di carismi, di vocazioni, di ministeri antichi e nuovi che sono presenti, per un dono misterioso e meraviglioso dello Spirito, nel la comunità cristiana attuale.   Un prete che fa tutto da solo o coltiva solo i suoi interessi, sganciato da ogni reale collaborazione, è una figura inaccettabile, è una figura improduttiva. Soltanto un prete che vive intensamente la fraternità, la comunione con gli altri fratelli del presbiterio, e con tutti i fratelli di fede variamente impegnati, è un prete che interpreta le esigenze di ritorno al Vangelo, di obbedienza allo Spirito e di fedeltà alla croce, che è l’esigenza tipica della vita pastorale contemporanea.
Non si tratta semplicemente di “lavorare insieme per la stessa causa” ma di sentirsi legati da un vincolo profondo che nasce dall’essere stati scelti dal Maestro per condividere con lui e con gli altri scelti da lui la stessa passione per il Regno: si tratta di un legame ancora più forte di quello di sangue, un legame frutto della preghiera e della misteriosa chiamata del Signore.

La terza parola è: sinodalità
Se per un pastore lo stile della fraternità è costitutivo del suo essere, oggi per lui è decisiva una vita con una buona capacità relazionale, con un’abitudine a tener conto degli altri, a lavorare insieme con gli altri, a pensare insieme con gli altri la vita.   Tra gli atteggiamenti sinodali c’è l’esercizio del discernimento come capacità di ascolto, dialogo e di saper dare indicazioni concrete per i cammini di vita e di fede. Il prete oggi deve avere un’infinita capacità di ascolto rispettoso della storia della comunità nella quale è inserito, di capire , di non classificare le persone ma di valorizzarle secondo le loro doti e carismi. È indispensabile che uno mentre annuncia il Vangelo, sia pronto a percepire tutti i dinamismi, gli itinerari spirituali che il fratello sta percorrendo. E poi si abitui, insieme col fratello, di qualsiasi razza, di qualsiasi ideologia, a trovare i modi applicativi del Vangelo alla realtà sociale d’oggi, nella certezza che tante intuizioni sono presenti in tanti fratelli che pur non condividono le stesse idee e non partecipano alla vita della comunità cristiana.

Sono solo alcune parole di stile, ma chissà quante altre ne possiamo trovare per un prete e per una parrocchia che vogliono davvero vivere il compito di essere la Chiesa del Signore oggi.
La grazia e la responsabilità di avere due prime Sante Messe sono un forte richiamo a impegnarci in questo.

don Maurizio

 

MESE DI MAGGIO 2018
Maria ci insegna ad essere contenti del Signore

Nell’editoriale all’inizio dell’ottobre 2017 – che vi invito a rileggere – in occasione della festa della Madonna del Rosario, conpatrona della nostra parrocchia, e nella circostanza dell’accoglienza di don Matteo, guardavamo a Maria come “causa della nostra gioia”. Persino i nostri candidati all’ordinazione presbiterale, don Simone e don Matteo, insieme agli altri loro compagni, hanno scelto come motto di “classe” una frase che richiama il tema della festa per la gioia della benevolenza misericordiosa di Dio. Inoltre, al termine della loro preghiera, in vista dell’ordinazione, riecheggia l’invocazione a Maria come causa della nostra letizia.
E’ proprio questo affidamento a Maria, donna gioiosa perchè credente nel suo Signore, che noi vogliamo vivere in questo mese di Maggio per noi stessi e per i prossimi candidati a diventare preti, un evento che coinvolge direttamente la nostra comunità cristiana. In questo mese di maggio l’affidamento a Maria di don Simone e don Matteo diventerà per noi impegno costante di preghiera. Tutto questo farà bene anche al cammino di fede della nostra parrocchia.

La comune chiamata a vivere una vita santa di cui abbiamo parlato nel precedente editoriale, ha tra le sue caratteristiche proprio la gioia, non come esperienza sguaiata e banale, ma come espressione dell’essere contenti del Signore e dell’esperienza di fede in lui. La gioia sta nel cuore dei Santi e tra questi, al primo posto, ecco la Vergine Maria, piena di grazia, la Madre del Salvatore.  Disponibile all’annuncio venuto dall’alto, essa, la serva del Signore, la sposa dello Spirito Santo, la Madre dell’eterno Figlio, fa esplodere la sua gioia dinanzi alla cugina Elisabetta, che ne esalta la fede: «L’anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore… (Lc 1,46-48). Essa, meglio di ogni altra creatura, ha compreso che Dio compie azioni meravigliose: santo è il suo Nome, egli mostra la sua misericordia, egli innalza gli umili, egli è fedele alle sue promesse. Non che l’apparente corso della vita di Maria esca dalla trama ordinaria o sia immune dalle prove della vita: ma essa riflette sui più piccoli segni di Dio, meditandoli nel suo cuore. Non che le sofferenze le siano state risparmiate: lei sta in piedi accanto alla croce, associata in modo eminente al sacrificio del Servo innocente, Lei che è madre dei dolori.
Questa sua esperienza ci insegna ad arrivare a dire che “il mio bene è stare vicino a Dio: nel Signore Dio ho posto il mio rifugio” (sal 73) comunque vadano le cose, comunque siano le circostanze, anche se non riusciamo a capire il modo con cui il Signore si comporta e, testardamente, non capiamo che il bene assoluto è stare presso il Signore.
E’ la fatica di portarsi e riportarsi continuamente verso questo riferimento, per poter dire che non soltanto noi facciamo contento il Signore con le nostre cose o i nostri impegni, ma prima di tutto noi stessi siamo contenti del Signore. Gioiamo nel Signore perchè siamo contenti di lui, che lui ci sia, che sia per noi e che ci chiami ad essere con lui, ad essere per lui.  La vita e la preghiera di Maria è questo canto e dalla sua gioia impariamo ad essere contenti del Signore e giustamente i suoi figli qui in terra, volgendosi verso colei che è madre della speranza e madre della grazia, la invocano come la causa della loro gioia: “Causa nostrae laetitiae”.    Che Maria fosse esperta e maestra di gioia e di vera serenità cristiana da esprimersi forse persino nella danza sta a dircelo una parola-spia, presente nel suo vocabolario: “esultare”. Viene dal latino ex-saltare, che significa appunto: saltellare qua e là. Sicché, quando lei esclama: «il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore», non solo tradisce la sua straordinaria competenza musicale, ma ci fa sospettare che il Magnificat deve averlo cantato danzando: e non è la prima volta che nella Bibbia personaggi significativi danzino davanti al Signore e per il Signore per esprimere la propria contentezza per lui.

Santa Maria, donna che ben conosci la danza, facci capire che la festa è l’ultima vocazione dell’uomo; proteggi e accompagna i nuovi preti nel loro ministero perchè siano testimoni contagiosi della gioia del Vangelo. Intercedi per la nostra comunità affinché abbandoni la lamentosità e l’insoddisfazione polemica e abbracci il senso della presenza operosa di Dio che agisce con la sua benevolenza nonostante i nostri limiti. Maria, fonte della vera gioia che permette di affrontare la vita con coraggio, aiutaci a comprendere che la nostra vita è dal Signore comunque benedetta. E fa’ che, nelle frequenti carestie di felicità che contrassegnano i nostri giorni, non smettiamo di attendere con fede colui che verrà finalmente a «mutare il lamento in danza e la veste di sacco in abito di gioia».
Santa Maria, causa della nostra gioia, aiutaci a credere che Dio è Colui del quale bisogna imparare ad essere contenti.

don Maurizio

GAUDETE ED EXSULTATE

Una lettera del papa; il vescovo Mario che ci invita alla profezia della comunione ricostruendo le nostre comunità attorno alla Parola e al mistero dei sacramenti con stile di stupore, entusiasmo, ammirazione, esultanza; due prossimi santi, di cui uno a noi particolarmente legato; 23 nuovi preti di cui due ben noti don Simone e don Matteo; la comunità cristiana di san Martino in cammino di fede nonostante i suoi complessi problemi, e ciascuno di noi con la sua esistenza da giocarsi nella quotidianità, alla ricerca di senso e pienezza di vita.
Che cosa mai unirà tutte queste cose? Che cosa le accomuna? Al di là delle continue lamentele e delle frustranti insoddisfazioni una cosa appare come un legame più forte di ogni difficoltà e che può e deve sostenerci e spronarci: la gioia che viene dalla consapevolezza, mai del tutto considerata, della ricchezza – qualcuno direbbe della fortuna – di avere la fede cristiana e dal fatto che solo nella santità la nostra vita trova pienezza di significato e realizzazione piena.

È appena uscita la terza esortazione apostolica di Papa Francesco dal titolo Gaudete ed Exsultate – che vi invito a conoscere. Il filo rosso della gioia continua a rappresentare l’elemento che unifica il magistero del Papa che vuole cristiani gioiosi che mostrino di aver incontrato il Risorto e in lui il segreto di una vita pacificata, realizzata, piena. Quasi facendo eco al dettato conciliare sull’universale chiamata alla santità, la Gaudete et Exsultate indica nella santità l’orizzonte della esistenza del cristiano comune.
La prima cosa che colpisce nel testo è la convinzione con cui si sostiene che la santità appartiene al “popolo di Dio paziente”, alle persone che hanno un’ordinaria vita quotidiana fatta delle cose semplici che sono la struttura dell’esistenza di tutti.
Ci si dovrà abituare a riconoscere i santi della porta accanto: nei “genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere” (n. 7).
Dunque una santità che non è per pochi eroi o per persone eccezionali o appartenenti a taluni stati di vita (consacrati), ma il modo ordinario di vivere l’ordinaria esistenza cristiana di ciascuno. C’è un solo modo di essere cristiani, quello che si colloca nella prospettiva della santità.
La manifestazione della santità della vita quotidiana non va cercata nelle estasi o nei fenomeni straordinari che talvolta si associano ad essa, ma in coloro che fanno delle beatitudini – e più in generale del Vangelo di Gesù – la loro carta di identità. Chi vive nel dono di sé perché vive secondo la parola di Gesù, è santo e sperimenta la vera beatitudine. Papa Francesco però mette in guardia dalla tentazione di considerare le beatitudini come belle parole poetiche: esse vanno controcorrente e delineano uno stile diverso da quello del mondo.
Vivere la santità richiede di avere realizzato nella propria esistenza quell’unità per cui si passa dalla contemplazione del volto del Signore alla concretezza del gesto di carità, e dall’azione per l’altro al mistero del Risorto come a sua radice.
L’Esortazione non è un piccolo trattato, ma vuole essere uno strumento per cercare le forme della santità per l’oggi. Questa è la vera questione: la santità è un problema di Dio: è lui che ci vuole partecipi della sua vita e ci chiama ad essere a immagine del suo Figlio Gesù, ma la modalità di questa forma esistenziale spetta di trovarla a ciascuno di noi.
Le cinque caratteristiche che vengono proposte nel capitolo quarto indicano alcuni rischi e limiti della cultura di oggi: “L’ansietà nervosa e violenta che ci disperde e debilita; la negatività e la tristezza; l’accidia comoda, consumista ed egoista; l’individualismo, e tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale” (n. 111). Di fronte ad essi, occorrono fermezza e solidità interiore per resistere all’aggressività che è dentro di noi; la gioia e il senso dell’umorismo; la franchezza, come coraggio apostolico e capacità di osare; la disponibilità a fare un cammino di comunione e infine la preghiera.
Così il cristiano potrà sperimentare quella gioia che il mondo non gli potrà togliere. La vera gioia è radicata in quel senso della vita che vede la vita come chiamata alla santità, pienezza di significato dell’esistenza.
Come abbiamo ricordato, in questo cammino siamo richiamati da due figure significative: Paolo VI e Mons. Oscar Romero che verranno canonizzati, il primo a ottobre, e il secondo poco dopo. Ne parleremo nei prossimi editoriali.
Siamo richiamati a questo tema della gioia per una vita orientata alla piena realizzazione di sè e quindi nella forma della santità, anche dal motto dei prossimi ordinandi preti (9 Giugno). Don Simone, don Matteo e i loro compagni hanno scelto la frase evangelica: “e cominciarono a far festa” (Lc 15,24). Dobbiamo però comprenderne il giusto senso. Essa fa riferimento alla gioia conseguente al perdono frutto della misericordia di Dio, a quella gioia che può venire solo dal Signore che rende la vita bella, buona, felice, una vita che vale veramente la pena vivere, al di là di tutti i mugugni delle nostre insoddisfazioni.

don Maurizio

 

CINQUE ANNI SULLA SEDIA PIU’ SCOMODA
Come leggere e interpretare il pontificato di Francesco

Sono già passati cinque anni – anzi è iniziato il sesto – e la figura di papa Francesco ha suscitato, fin dall’inizio, – come è normale che sia – reazioni diverse e persino opposte, da quelle più sentimentali ed emotive a quelle più ragionate e contestualizzate. Anche rispetto alle ultime pubblicazioni, dove non mancano toni polemici, forse è bene cercare di fare lo sforzo per una lettura più attenta e più ampia di questo spicchio di tempo, cercando di andare al di là di una visione personalistica della figura di Jorge Mario Bergoglio e cogliere meglio, attraverso l’impronta del suo pontificato, cosa la Chiesa sta vivendo e dove vuole andare per essere fedele al mandato evangelico. Ci da lo spunto anche l’ultima esortazione apostolica di papa Francesco appena uscita (“Gaudete et exultate”) e che ancora una volta sottolinea lo stile del suo particolare pontificato. Questa lettera è sulla chiamata di tutti alla santità in questo nostro mondo contemporaneo. Oltre all’invito a leggerla, perchè rivolta davvero a tutti, il suo messaggio ribadisce e approfondisce quanto a questo papa sta a cuore, ovvero la sottolineatura della fede popolare e della necessità di viverla testimoniandola con stile missionario, con coraggio e con semplicità evangelica nell’ordinarietà della vita.

Tra le tante caratteristiche di questo pontificato, la prima da non dimenticare è il fatto singolare della compresenza del Papa emerito, Benedetto XVI. Anche se alcuni hanno cercato di strumentalizzare questa circostanza, se non addirittura di contrapporre le due figure, non c’è mai stata nessuna frattura tra i due. Anzi, pur nella differenza delle personalità, si è manifestata una vera continuità. Infatti, entrambi, non hanno fatto altro che portare avanti le indicazioni del concilio Vaticano II. Non si può tornare a una “mitica” epoca precedente, perché la Chiesa, guidata dallo Spirito e impegnata nella lettura profetica dei segni dei tempi, vive nel tempo e non può che dialogare con gli uomini e le donne di oggi, se vuole essere fedele alla sua missione di annuncio del Vangelo. Non dobbiamo lasciarci ingannare: la Chiesa è realtà molto più viva e diversificata di quanto si sia soliti pensare, una realtà nella quale arde sempre il Vangelo, anche quando sembra ridotto a poche braci, pronte però a divampare nuovamente non appena qualcuno ha l’audacia di smuovere le ceneri con il soffio della profezia.

Dentro questa prospettiva i mutamenti, indicati e in parte anche attuati, in questi cinque anni da papa Francesco sono molti ma possono essere ricondotti a questi aspetti chiave: la centralità del Vangelo, le riforme, la sinodalità, la priorità ai diritti dei poveri. Ai più attenti osservatori questo papa continua a sorprendere per le iniziative che intraprende ma sono comunque tutte accomunate da alcune scelte di fondo e trasversali e che sono caratteristiche del suo ministero petrino.

Innanzitutto una volontà di riforma della Chiesa: la chiesa è sempre in stato di riforma, ma con criterio. Infatti la Chiesa ha sempre la necessità di ritrovare la “forma” indicata dal Vangelo, la “forma” che Gesù Cristo, il suo sposo, attende da lei. Riforma, per papa Francesco, è conversione, mutamento e ritorno al Signore e al suo Vangelo. Si tratta di una riforma non formale o di facciata ma personale e di tutto il popolo di Dio e che quindi ha una caratteristica missionaria perchè vuole raggiungere tutti.

In questo senso si coglie meglio anche un’altra tematica trasversale e che forse è meno colta dalla maggioranza dei fedeli e che Francesco indica con il termine “sinodalità”. Non solo nei documenti, ma soprattutto nella “gestione” della vita della Chiesa appare chiaramente l’urgenza di una maggiore coinvolgente fraternità. La sinodalità appare come il cammino che Dio attende dalla Chiesa nel terzo millennio, cioè un cammino percorso insieme da tutto il popolo di Dio: fedeli, pastori e papa.
Si tratta di uno stile quotidiano e di un antico principio cristiano: «Ciò che riguarda tutti, da tutti deve essere trattato e deliberato». Francesco ha persino dato un’immagine della Chiesa che si è impressa nella mente e nel cuore dei semplici fedeli: una piramide capovolta, con in cima il popolo di Dio e sotto, al suo servizio, i pastori e il Papa. L’impegno per una Chiesa sinodale costituisce un’autentica novità per la Chiesa cattolica, anche se non di facile attuazione. [Noi come parrocchie di Bollate stiamo lavorando in questa direzione]. Sinodalità significa infatti un mutamento della forma della Chiesa cui oggi non siamo preparati, maggiore partecipazione e una reale corresponsabilità: occorrerà educare alla sinodalità, serviranno maturità cristiana, una fede pensata e l’esercizio di una comunione plurale.

Infine, un’ulteriore opzione di fondo di papa Francesco è il desiderio di una “Chiesa povera per i poveri”. Questa connotazione di povertà ha due aspetti complementari e che hanno di fondo la preoccupazione per il rispetto della dignità della persona umana. Da un lato il riconoscimento del diritto universale ad avere «terra, tetto e lavoro» e, dall’altro, la sollecitudine verso i migranti, qualunque sia il motivo del loro esodo dalla propria terra.

Alla luce di questi orientamenti di fondo potremmo cogliere una sintetica ma fondamentale chiave di lettura non solo della figura di questo papa, ma piuttosto del volto che si sta imprimendo alla Chiesa di questo inizio di terzo millennio. Una Chiesa che, come affermò papa Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio, “preferisce usare la medicina della misericordia – vera parola chiave del pontificato di Bergoglio – invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando”.
Forse, a oltre cinquantacinque anni dal Vaticano II e a cinque anni dall’elezione di papa Francesco, non ci siamo ancora abituati e non ancora del tutto attrezzati ad attuare questa semplice, evangelica verità. Ma la Chiesa va avanti: non perdiamo il passo!

don Maurizio

 

SE NEANCHE LA PASQUA CI BASTA…

Quest’anno gli auguri per una Pasqua santa vorrebbero provocare, cioè interpellare, la nostra fede, ma anche il nostro modo di viverla, il nostro stile cristiano. La celebrazione dei riti sacri non è ancora sufficiente, se essi non innervano il nostro credere e dunque il nostro vivere coerentemente nel mondo e nella comunità cristiana. Non dobbiamo assuefarci alla normalità umana delle debolezze, delle fragilità, delle depressioni, delle tensioni, delle personali convinzioni che spesso sono solo testardaggini autoreferenziali, delle logiche del: “tanto non cambia niente”, dei nervosismi e delle arrabbiature.

Possibile che non basti neanche la Pasqua del Signore a cambiare i nostri pensieri e i nostri stili? Possibile che, dopo tante Pasque celebrate, la nostra speranza sia ancora tanto flebile e continuiamo a rimanere legati ai nostri convinti pregiudizi?

Non basta che l’universo canti le sue meraviglie?
Non basta che il mondo ci parli di una provvidenza premurosa che ogni giorno ci nutre, di una bellezza che ogni giorno ci commuove, di una fecondità che ogni giorno rinnova il domani e garantisce il futuro?
Non basta che ogni cosa sia stata creata nel Verbo di Dio per convincerci che la volontà del Padre è che ciascuno di noi sia felice?
Ancora non basta?!
Non basta che il Verbo di Dio si sia fatto carne, per essere presenza amica nella fatica dei giorni e nell’esultanza della festa?
Non basta che il Figlio dell’uomo, il Figlio di Dio, abbia vissuto miseria e solitudine, abbia visitato malattia e schiavitù per rimandare liberi gli oppressi e spezzare il giogo di ogni tipo di oppressione e stanchezza di vivere (Is 58,6)?
Non basta che il figlio del falegname parli come nessuno mai ha parlato e parli con un’autorità tale da spaventare i demoni e restituire uomini e donne alla libertà e alla vita? Sembra che tutto questo ancora non basti, perché si possa credere in un Dio che è il Padre provvidente e misericordioso che ha mandato suo Figlio per la salvezza di tutti!
Non basta che il Figlio dell’uomo si sia consegnato nelle mani degli uomini, che i capi del popolo e la gentaglia abbiano potuto fare di Lui ciò che hanno voluto e ne abbiano ricevuto non maledizioni e imprecazioni, ma parole di perdono e struggenti esempi di mitezza?
E non basta – infine – che Lui sia stato innalzato sulla croce, che abbia gridato la sua ultima preghiera? No, ancora non basta: là, sotto la croce, ci sono ancora parole di scherno, tra l’indifferenza e il disprezzo dei capi del popolo e della gentaglia, nella solitudine dell’abbandono.
No, ancora non basta perché tutti si lascino convincere a volgere lo sguardo a colui che hanno trafitto e a invocarlo come l’unico nome che salva, come il seme che morendo solo porta molto frutto.
Persino la notizia che Egli abbia vinto il peccato e la morte, sia risorto, sia vivo e dunque presente, e che – pertanto – i suoi, ma anche tutti coloro che lo vogliono, possono incontrarlo… persino questa buona notizia ha faticato e fatica ancora ad essere accettata, oggi come allora, da chi ha vissuto con Lui.

Se non basta la creazione, se non basta l’incarnazione, se non bastano le parole e i miracoli, se non bastano il mite soffrire e lo straziante morire, se neanche l’annuncio pasquale basta a scardinare le ottuse convinzioni e gli atteggiamenti depressi, allora che cosa sarà necessario per portare a compimento il desiderio di Dio di offrire ai suoi figli e alle sue figlie la sua vita perché vivano, vivano felici, vivano la vita eterna?

Quello che rende la morte di Gesù salvezza per ogni figlio dell’uomo, quello che attira tutti a volgere lo sguardo a colui che è stato innalzato, quello che provoca la fede del centurione che lo ha visto spirare in quel modo, quello che porta i suoi discepoli di ogni epoca – persino noi oggi – a credere in lui “vivo e vegeto” dopo sarcastiche incredulità e lunghi tentennamenti, è il dono del Suo Spirito che ci permette di fare esperienza reale di Lui, di superare il fossato tra fede e vita.
Abbiamo bisogno di un sussulto entusiasta! Abbiamo bisogno dello Spirito del Signore Risorto. Abbiamo bisogno di essere persone maggiormente spirituali. Dobbiamo uscire dalle nostre visioni parziali e grette, dobbiamo invece imparare a vivere dentro orizzonti alti, a vivere come persone pasquali! 
Se una persona apre gli occhi e guarda a questa dimensione nella certezza della risurrezione di Gesù e che il dono del Suo spirito non è una favola illusoria, allora non vede più soltanto l’orizzonte oscuro delle divisioni, delle tensioni, delle ingiustizie, delle mancate speranze, ma vede anche tanti esempi di dedizione, di bontà, di misericordia, di accoglienza, di perdono, di azioni che danno vita e gioia; vede soprattutto che Dio è ancora all’opera nella sua vita. E questo…basta.

E’ il miglior augurio per me e per ciascuno di voi.

don Maurizio

 

DALLA CROCE, ALLA PASQUA, ALLA CHIESA DALLE GENTI
Il cammino quaresimale 2018

“Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me” (Gv 12,32). La Croce di Cristo ha una sua forza universalmente attrattiva perchè quel Crocifisso – riconosciuto proprio da uno straniero come il vero Figlio di Dio – è l’unico, necessario e universale salvatore di tutto e di tutti.   La realtà del Crocifisso è un invito innanzitutto ad alzare lo sguardo, a un esercizio di contemplazione dell’opera di Dio. Solo se guardiamo a quello che Dio ha fatto per noi tutti possiamo avere occhi di fede per leggere e vivere cristianamente quello che sta accadendo nel mondo.  Quella attrazione, già sperimentata dal fascino di un Dio-Bimbo che si fa come noi per farci come lui, ora è la forza “centripeta” (attrae a sé) che il suo amore crocifisso esercita perchè intuiamo che non c’è amore più grande di chi da la vita per gli altri; se poi colui che dona per amore è Dio stesso nel suo Figlio unigenito, comprendiamo che questa forza diventa centrifuga (spinge verso l’esterno); egli è il crocifisso-risorto per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi (Gv 11,52). Soltanto chi è “dis-tratto” dai suoi affanni non si accorge di come è “at-tratto” da questa salvezza.

Che cosa ci rivela la Croce riguardo alla Chiesa, ai popoli e al mondo intero?
«Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Gesù pronuncia queste parole, entrato in Gerusalemme, dopo che la folla venuta per la festa gli era corsa incontro con acclamazioni di giubilo. Alcuni greci, segno dell’attenzione degli stranieri verso il Signore, avevano espresso il desiderio di vedere Gesù (cfr. Gv 12,12-32). Di fronte a questi segni e nell’imminenza della sua passione, il Signore con l’espressione «attirerò tutti a me» indica l’interpretazione originaria che lui stesso da alla sua morte. Egli ha dato la sua vita per noi, per le moltitudini, per tutti. Ogni fratello e ogni sorella che incontriamo, a qualsiasi nazione, cultura e civiltà appartengano, sono un fratello e una sorella per cui egli ha dato la vita.  Questa prospettiva la viviamo e la celebriamo ancora ai giorni nostri, addirittura nell’Eucaristia, quando ci rivolgiamo al Padre che “continua a radunare intorno a se un popolo, che da un confine all’altro della terra offre al suo nome il sacrificio perfetto” (Preghiera Eucaristica III). Tutto questo è possibile perchè Gesù stesso ci ha resi partecipi della sua Pasqua. Il sacrificio di Cristo ha reso possibile l’effusione del dono dello Spirito Santo. Nella Pentecoste, frutto della Pasqua, si realizza una comunione nuova tra popoli diversi, che per essere riuniti non hanno bisogno di abolire le loro differenze.

Il cambiamento profondo in atto nelle nostre terre ambrosiane, riguardo alla presenza crescente di fedeli appartenenti a nazioni diverse, ci chiede di approfondire il carattere universale, cattolico, della Chiesa. Questo ci fa sperimentare oggi più intensamente come in ogni Chiesa particolare «è veramente presente e agisce la Chiesa di Cristo, Una, Santa, Cattolica e Apostolica». La Chiesa particolare è chiamata a vivere come sua dimensione costitutiva l’universalità.
Pertanto, è necessario innescare e sviluppare nuovi processi, per imparare meglio la dimensione inclusiva della fede che deve caratterizzare sempre di più le nostre comunità cristiane, di fronte al fenomeno epocale, ma non totalmente nuovo, delle migrazioni. Siamo interpellati a mettere a fuoco la corretta immagine e il giusto volto di Chiesa, e magari a convertire il nostro modo di vedere e di pensare il nostro essere comunità cristiana non esclusiva.  Per questo la nostra Chiesa Ambrosiana si è messa in cammino nel Sinodo Minore “Chiesa Dalle Genti”.   Questo tempo quaresimale è particolarmente favorevole a questo cammino proprio perchè ci fa contemplare quella Croce e quel mistero Pasquale dai quali Cristo attrae tutti a sé, nessuno escluso.

Quest’anno la nostra Quaresima dunque si muoverà in questa prospettiva anzitutto contemplando, personalmente e comunitariamente, il progetto del Padre, meditando il mistero della croce che attrae tutti a sé, nessuno escluso; considerando il mistero di Gesù risorto e datore dello Spirito che chiama tutti i popoli a formare una sola famiglia. Rifletteremo sul fatto che i fedeli migranti sono in cospicua parte anzitutto dei battezzati, membra dello stesso corpo di Cristo, portatori di doni propri. Considereremo il compito imprescindibile della Chiesa, in particolare della nostra Chiesa ambrosiana chiamata a ripensare profeticamente le proprie forme di presenza sul territorio per essere per tutti segno di unità e di inclusione intorno alla fede e alla preghiera. Ci interrogheremo su come le nostre forme di solidarietà e di carità siano effettivamente segno espressivo di una Chiesa dalle genti.

La prima settimana di quaresima, da alcuni anni ormai riservata agli Esercizi spirituali cittadini in parrocchia, a partire da alcuni testi degli Atti degli Apostoli che mediteremo, ci aiuterà ad essere una Chiesa che sa accogliere e includere, che sa camminare insieme a tutti i cristiani che la compongono da quelli ambrosiani agli “ultimi arrivati”, dai cattolici ai non cattolici, dai cristiani agli uomini di buona volontà: insomma cercheremo di capire cosa significa anche per noi essere una “Chiesa dalle genti”.  Chiediamo inoltre ad ogni gruppo e associazione presente in parrocchia di ritrovarsi a discutere su questo tema e a fornire le proprie riflessioni e i propri contributi entro la Pasqua.

Anche dal punto di vista caritativo, l’iniziativa quaresimale di solidarietà e carità avrà come obiettivo di aiutare la comunità cristiana di una Chiesa della periferia di Conakrì, capitale della Guinea, da dove viene il nostro don Albert (vedi proposta Caritas). Anche questo è essere Chiesa Dalle Genti.

don Maurizio