la parola al prevosto

PRETI SCOMODI, PRETI PROFETICI
Papa Francesco da don Milani e don Mazzolari

«Credente, innamorato della Chiesa anche se ferito, ed educatore appassionato»: così Francesco ha ricordato don Lorenzo Milani (1923-1967) a 50 anni dalla morte, in occasione della pubblicazione dell’opera omnia del priore di Barbiana.
«La sua inquietudine non era frutto di ribellione ma di amore e di tenerezza per i suoi ragazzi, per quello che era il suo gregge, per il quale soffriva e combatteva, per donargli la dignità che, talvolta, veniva negata», ha detto Francesco. Don Milani, sempre obbediente di un’obbedienza non servile, pur contrastato e inviso dalla Chiesa istituzionale, affronta la sua missione compiendo un “miracolo” di libertà e di emancipazione: offrire a ragazzi e giovani senza prospettive la possibilità di un riscatto attraverso l’educazione con una metodologia molto in anticipo rispetto a suoi tempi ed oggi di grande attualità ed urgenza di fronte all’emergenza educativa della nostra società.
Don Lorenzo rappresenta l’esempio concreto di cosa significa il linguaggio e la prospettiva ecclesiale di papa Francesco quando parla di “Chiesa in uscita” e attenta alle periferie esistenziali dell’uomo. Negli anni della ricostruzione del dopo guerra e dello sviluppo economico don Milani avverte le contraddizioni e i cambiamenti della società italiana e si fa portavoce del rinnovamento della Chiesa non da rivoluzionario esterno, ma pensando e operando per il cambiamento restando nella Chiesa, amando la Chiesa, pur soffrendo a causa di essa, fedele sempre e solo al Vangelo di Gesù.
A cinquant’anni dalla morte, dagli anni da cappellano in un quartiere di periferia di Firenze (san Donato di Calenzano), fino alla nomina di priore di Barbiana nel 1954, “esiliato” in questa località isolata, senza strade, acqua e luce, don Lorenzo Milani fa ancora riflettere e discutere. La sua opera non è un’azione sociale ma qualcosa di profondamente spirituale perchè messianica e radicata nel Vangelo per l’elevazione dell’uomo. Soprattutto l’esperienza di Barbiana lo avvicina alla figura degli antichi profeti o del seminatore della parabola evangelica che esercita una “pazienza impaziente” e cerca di operare “impazientemente con pazienza”.

Sulla tomba di don Milani il 20 giugno 2017 il Papa si recherà in preghiera, in un pellegrinaggio lampo, in cui incontrerà anche i discepoli del prete fiorentino ancora viventi.

Nella stessa giornata si recherà poi a Bozzolo (in provincia di Mantova) dove, nella parrocchia di San Pietro, ricorderà un altro grande e scomodo testimone del Novecento: don Primo Mazzolari (1890-1959). Anch’egli protagonista della vita ecclesiale e civile del secolo scorso, prete scomodo e profetico al tempo stesso. Il suo pensiero anticipò alcune delle istanze dottrinarie e pastorali del Concilio Vaticano II (in particolare relativamente alla “Chiesa dei poveri”, alla libertà religiosa, al pluralismo, al “dialogo coi lontani”, alla distinzione tra errore ed erranti), tanto da venire definito “carismatico e profetico”. Sul piano politico, infine, i suoi atteggiamenti e la sua predicazione espressero una decisa opposizione all’ideologia fascista e ad ogni forma di ingiustizia e di violenza (tra l’altro nascose e salvò, durante la guerra, numerosi ebrei e antifascisti, come, dopo di essa, anche alcune persone coinvolte nel fascismo ingiustamente perseguitate). “Punito” da una parte della Chiesa istituzionale, fu poi rivalutato e valorizzato per esempio nel novembre del 1957 dall’allora arcivescovo di Milano cardinale Montini che lo chiama a predicare alla Missione di Milano; il 5 febbraio 1959 papa Giovanni XXIII lo riceve in udienza in Vaticano, definendolo «la tromba dello Spirito Santo in terra padana».
Negli sviluppi che il suo pensiero conosce nell’arco di quarant’anni tribolati, tre convinzioni emergono su tutto:
1. Una concezione della fede cristiana strettamente ancorata all’evangelo, che non si identifica con nessuna scelta politica, nessun partito o potere, nessuna costruzione intellettuale, e nemmeno nessuna nostalgia della cristianità sociologica, ma che chiede di sviluppare una sua fecondità storica.
2. Una visione concreta e forte della patria, intesa come terra abitata da un popolo solidale e democraticamente rappresentato, che avrebbe dovuto essere appunto una delle prime manifestazioni della forza unificante della fede anche per la convivenza civile.
3. Una lettura sempre più vigile e critica delle degenerazioni dei conflitti contemporanei e della drammaticità delle condizioni in cui l’Italia e l’Europa si situano, per lo smarrimento dei valori
più essenziali della convivenza e la perdita di fede e del senso di Dio.

Forse anche noi oggi abbiamo il compito di riscoprire figure di preti-parroci di questo piglio profetico ed evangelico, ma al tempo stesso c’è bisogno che i fedeli non chiedano ai preti cose inopportune che non c’entrano niente con la loro missione, ma permettano loro piuttosto di occuparsi solo di ciò a cui sono chiamati e di cui veramente ha bisogno la gente.

don Maurizio