la parola al prevosto

LO SPIRITO MONASTICO SALVERA’ LA CHIESA E IL MONDO? (Insieme 40.2022)

Coloro che esercitano il pensiero e la riflessione sono preoccupati perchè questo nostro tempo non è più solo e semplicemente contrassegnato da un’epoca di cambiamenti, ma più radicalmente si tratta di “un cambiamento d’epoca che tutto stravolge e muta in complessità. Anche i cristiani sono sempre più consapevoli che davanti ai cambiamenti persino la Chiesa ha il dovere di “cambiare” o, se non adeguarsi, quantomeno di essere attenta ai mutamenti sempre più veloci e complessi della società e della cultura, del modo di pensare e di agire della gente. Davanti, anzi, dentro questa situazione, il primo compito sarebbe quello di capire bene di cosa si tratta, ovvero di verificare se abbiamo compreso fino in fondo cosa significa che stiamo vivendo “un cambiamento d’epoca”, se ne abbiamo consapevolezza, e cosa significhi per la Chiesa “cambiare”. Si dovrebbe quantomeno riattivare quell’esercizio non facile del “discernimento” dei segni dei tempi: un compito che dovremmo subito abituarci a vivere prima ancora di partire con l’ansia di ri-nnovare, ri-formare, ri-lanciare.

Una cosa è certa: percepiamo tutti una sorta di disorientamento davanti alla frammentazione del nostro vivere in quest’epoca che guarda sempre più al futuro ma è sempre meno preoccupata di radicarlo nella sapiente tradizione del suo passato. Tutti, persino la Chiesa, a rincorrere, ad immaginare come sarà il domani, cosa bisognerà fare per essere adeguati, come dovremmo pensare per rispondere ai profondi cambiamenti che ci aspettano e che già ora ci provocano, come affrontare la storia prima che la storia ci cancelli. E non si tratta solo di disorientamento ma, come dicevo poco fa, di incapacità di discernimento: dentro questo quadro complesso anche la Chiesa sembra non essere più in grado di vedere, giudicare, decidere e agire. Accanto a tante altre persone anch’io mi interrogo su cosa possa voler dire vivere da cristiani oggi nel contesto della nostra epoca e società complessa. La domanda tocca la famiglia, il mondo del lavoro in continua evoluzione, riguarda il ritmo della quotidianità e degli impegni, si amplia nella sfida educativa delle nuove generazioni, chiede una risposta alle questioni culturali, la domanda diventa addirittura imprescindibile davanti alle continue contraddittorietà del tempo e della storia, dalla pandemia, alla guerra, ai continui conflitti. Mi chiedo come debba essere la Chiesa in questo inizio di terzo millennio e come debbano essere gli uomini di Chiesa. Tuttavia un’eccessiva preoccupazione di attualizzazione e una smodata ansia nell’adeguarsi ai cambiamenti corrono il rischio di distogliere da un riferimento vivificante alla propria identità e dal linfatico nutrimento delle proprie radici. Quanto più andiamo alle fondamenta che ci caratterizzano, a ciò che da sempre ci costituisce e che è il nostro patrimonio, la nostra grande ricchezza, anche se sono le solite cose di sempre – come il vangelo e la preghiera – tanto più ci sorprende la loro attualità e forza generativa. Questo vale anche per il nostro patrimonio spirituale: quanto più medito i testi fondatori, tanto più mi sorprende la loro attualità. Anzi, mi sorprende la loro maggiore attualità rispetto alle nostre pretese attualizzazioni. E’ come in un albero: i rami, la scorza, le foglie e i frutti sembrano più attuali, più contemporanei che le radici, eppure invecchiano e decadono prima delle radici. Se non ci fosse una vitalità permanente delle radici, l’albero non sarebbe che detrito fatiscente. Le radici di tutta l’esperienza cristiana sono sempre più attuali di noi, corrispondono all’oggi più di quello che inventiamo al momento, o che cerchiamo di fare per aggiornare la nostra comunità, il nostro carisma, la nostra vocazione e missione. Questo, per una ragione molto semplice: l’esperienza cristiana, la vita spirituale in tutte le sue manifestazioni sono opera di Dio, un dono dello Spirito, una grazia che la sollecitudine eterna del Padre dona alla Chiesa e al mondo per attualizzare l’avvenimento di Cristo; meglio, per attualizzarsi nell’avvenimento di Cristo. Dio, evidentemente, non riserva la freschezza della sua grazia a un tempo del passato. Ogni carisma è un dono che Dio non si riprende mai, e che rimane come una sorgente aperta. Il problema è che spesso, nell’affanno di scavare sempre nuovi pozzi a ogni tratto del nostro cammino nella storia, dimentichiamo di bere alla sorgente, oppure impediamo allo Spirito di far sgorgare nuove sorgenti. Se c’è una caratteristica della vita spirituale che va attualizzata con particolare urgenza di fronte al bisogno dell’uomo d’oggi, questa è l’esperienza di unità della vita che la sequela di Cristo e del suo Vangelo rende possibile. Davanti al bisogno di senso della vita e delle sue esperienze, davanti all’attuale dispersione di un cambiamento d’epoca, dobbiamo riscoprire e ribadire che è l’esperienza dell’unione con Dio che unifica tutto, tutta l’esperienza umana, quella che tutti vivono soffrendo di una frammentazione in cui il cuore nel suo desiderio di significato non trova pace. Persino i cristiani dovrebbero riscoprire la coscienza che Gesù Cristo è il significato centrale e totale di tutto, e con umiltà e letizia far vedere la bellezza di una vita che abbraccia tutto abbracciando il Signore. In questa prospettiva, emblematica è la figura di san Benedetto – riconosciuto universalmente come fondatore del monachesimo occidentale – che chiede che i monaci «non preferiscano assolutamente nulla a Cristo» (RB 72,11), ma questo non gli impedisce di mandare i monaci a esercitare questa preferenza unificante in tutti gli ambiti dell’esperienza umana: la preghiera, il lavoro, la vita fraterna in ogni aspetto e frangente, il riposo, l’esperienza della forza e della fragilità. Tutta la vita diventa palestra di umanità unificata da Cristo nel progetto originale del Padre che lo Spirito Santo sempre rinnova nella Chiesa e tramite la Chiesa.

Credo che questo nostro tempo prima ancora di chiederci di “aggiornarci” ci chieda una maturità cristiana dell’umano: questo è ciò di cui abbiamo bisogno e che è necessario riscoprire. Una maturità cristiana dell’umano che può essere coltivata solo con una vita spirituale intensa. Ritornare alla pura Parola del Vangelo, ritornare ad una preghiera autentica, ritornare alla relazione di amicizia personale (comunione) con il Signore Gesù. E tutto questo affinché la fede di ciascuno e della Chiesa non sia solo ed esclusivamente un continuo operare, rincorrere, proporre, escogitare strategie di evangelizzazione, ma autentica unificazione di tutte le esperienze della vita in una radicata comunione con il Signore: Lui solo ha parole di vita eterna (Signore da chi andremo?…Gv 6, 67-68 ). Mi piace concludere con due citazioni importanti: «Nel nuovo millennio il cristiano sarà un “mistico”, oppure, semplicemente, non sarà». (K Rahner). «In un mondo in cambiamento, in un mondo pluralistico, consumistico…virtuale, vincerà chi prega, chi vive l’interiorità, perchè in lui è il Signore che vince» (Carlo Maria Martini). Ritornare a queste radici, se non salverà il mondo e la chiesa, certamente è almeno quello che il mondo chiede di vedere nei cristiani.

don Maurizio

CAMMINO SINODALE, ECCO «I CANTIERI DI BETANIA». È il documento per il secondo anno di ascolto. (Insieme 35.2022)

Si intitola I Cantieri di Betania il testo con le prospettive per il secondo anno del Cammino sinodale che viene consegnato alle Chiese locali ed è disponibile sul sito dedicato. Questo documento – spiega il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, nell’introduzione – «è frutto della sinodalità» e «nasce dalla consultazione del popolo di Dio, svoltasi nel primo anno di ascolto (la fase narrativa), strumento di riferimento per il prosieguo del Cammino che intende coinvolgere anche coloro che ne sono finora restati ai margini». Secondo il Cardinale, «è tanto necessario ascoltare per capire, perché tanti non si sentono ascoltati da noi; per non parlare in modo distaccato; per farci toccare il cuore; per comprendere le urgenze; per sentire le sofferenze; per farci ferire dalle attese; sempre solo per annunciare il Signore Gesù, in quella conversione pastorale e missionaria che ci è chiesta». Si tratta, dunque, di «una grande opportunità per aprirsi ai tanti “mondi” che guardano con curiosità, attenzione e speranza al Vangelo di Gesù».

L’icona e i tre cantieri Il testo – che ha come icona biblica di riferimento l’incontro di Gesù con Marta e Maria, nella casa di Betania – presenta tre cantieri: quello della strada e del villaggio, quello dell’ospitalità e della casa e quello delle diaconie e della formazione spirituale. Questi cantieri potranno essere adattati liberamente a ciascuna realtà, scegliendo quanti e quali proporre nei diversi territori. A questi ogni Chiesa locale potrà aggiungerne un quarto che valorizzi una priorità risultante dalla propria sintesi diocesana o dal Sinodo che sta celebrando o ha concluso da poco. Il documento viene diffuso all’inizio dell’estate, «perché così abbiamo modo di impostare il cammino del prossimo anno. Lo sappiamo: a volte sarà faticoso, altre coinvolgente, altre ancora gravato dalla diffidenza che “tanto poi non cambia niente”, ma siamo certi – conclude il cardinale Zuppi – che lo Spirito trasformerà la nostra povera vita e le nostre comunità e le renderà capaci di uscire, come a Pentecoste, e di parlare pieni del suo amore». Abbiamo il dovere e la responsabilità di uno sguardo positivo che sa vedere la grazia del Signore nonostante tutto. A riguardo non ci sfugga che quest’anno ricorre il sessantesimo di apertura del Concilio Vaticano II. Mi sembrano così vere ancora oggi le parole pronunciate, proprio in quell’occasione all’inizio dell’assise conciliare, da San Giovanni XXIII circa coloro che, pure accesi di zelo per la religione, continuano a valutare “i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio” perché “non sono capaci di vedere altro che rovine e guai”. Essi “vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita”. Sono i “profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo”. Ecco, sono invece certo che camminare insieme ci aiuterà a “vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa. Giovanni XXIII concluse con un’affermazione che sento di fare mia: “È appena l’aurora: ma come già toccano soavemente i nostri animi i primi raggi del sole sorgente!”. La Chiesa e il mondo oggi più che mai non ha bisogno di “profeti di sventura” bensì di uomini come Barnaba (At 11,23) che sanno vedere la presenza della grazia di Dio anche se Dio affida a noi la responsabilità di affrontare e risolvere i problemi: Lui si fida di noi e sa che con il suo aiuto ne siamo capaci.

don Maurizio

IL SENSO DEL “RIPOSO” NON SOLO IN VACANZA (prima parte) (Insieme 33.2022)

Anche in vacanza a volte si corre il rischio, paradossalmente, di non riposare. Allora dov’è il segreto del riposo? Mi ha sempre colpito che, a differenza delle visioni del mondo nelle altre religioni, in quella ebraica il riposo è parte integrante e interdipendente della creazione. Dio lavora sei giorni ma il compimento della creazione è un giorno di riposo. Il riposo non è qui lo spazio del far nulla ma quello del godere ciò che si è fatto, un «piacere relazionale»: con se stessi (Dio è felice di ciò che ha fatto e lo ha fatto per comunicare la sua felicità), con le cose (Dio gode della loro bellezza e libertà: vide che era una cosa bella e molto buona) e con le persone (Dio passeggia sul far della sera con l’uomo, suo figlio, in mezzo al «ben di Dio della creato»). Non ci può essere creazione senza riposo così come non ci può essere riposo senza creazione, ma questo si dà solo nella relazione: con se stessi, con le cose, con le persone. Per questo non è del tutto corretta la contrapposizione moderna tra lavoro e tempo libero, perché implicitamente considera il primo una schiavitù: si lavora solo per conquistare la libertà. Anche nel mondo antico il lavoro è rivestito prevalentemente da tratti pessimistici. Lavoro in greco si dice infatti “ponos”, fatica e peso, l’altra faccia necessaria di “ergon”, il lavoro come azione che trasforma le cose. Anche la nostra parola lavoro viene dal latino “labor”, che significa appunto peso e fatica. I latini infatti chiamano l’impegno di lavoro “negotium”, che è la semplice negazione (nec) della parola otium (riposo operoso). In spagnolo il lavoro è “trabajo”, “travail” in francese, che è rimasto nel nostro travaglio (il parto); insomma una fatica. Da questa esperienza l’uomo ha sempre aspirato a eliminare il lavoro o almeno la sua fatica. Nella tradizione biblica c’è qualcosa di sorprendentemente diverso: in Dio creare e riposare sono due facce dello stesso agire. Infatti il verbo riposare in ebraico (da cui viene la parola “shabbat”, riposo, il nostro sabato e il sacro sabato ebraico), suona simile al termine che si usa per indicare la settimana: i giorni di lavoro trovano il loro senso nel giorno del riposo, in una circolarità che è anche linguistica. Ne resta traccia in “holiday”, vacanza in inglese, termine antico, che si riferisce a un giorno (day) santo (holy) perché dedicato a una festa religiosa, e che nel corso della storia è passato a indicare semplicemente un periodo di vacanza. In “holiday” c’è l’eco del racconto della Genesi: «Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando». “Holiday” non è quindi tempo libero ma tempo consacrato. Ma a che cosa? Nella cultura ebraica questo racconto fonda il sabato, sostituito dalla domenica nella tradizione cristiana, giorno della resurrezione di Cristo. Il riposo raccontato in Genesi diventa nel Vangelo la resurrezione, cioè la vittoria sulla morte. La resurrezione di Cristo è il riposo di Dio (i cristiani non dicono forse eterno riposo per indicare la morte? – ma guarda un po’!). Insomma il lavoro è per il riposo e il riposo è per risorgere. Ricordate come nello scorso Editoriale definivamo il «ri-poso» come “posare di nuovo l’io dentro se stesso”, quando chissà dove era finito, un ritrovare se stessi e la propria identità-interiorità se non addirittura il proprio destino? Ma come si fa? (continua)

don Maurizio

IL SENSO DEL “RIPOSO” NON SOLO IN VACANZA (seconda parte) (Insieme 34.2022)

Insomma il lavoro è per il riposo e il riposo è per risorgere. Ricordate come nel precedente Editoriale definivamo il «ri-poso» ovvero “posare di nuovo l’io dentro se stesso”, quando chissà dove era finito, un ritrovare se stessi e la propria identità-interiorità se non addirittura il proprio destino? Ma come si fa? Questa era la domanda con la quale ci siamo lasciati nello scorso Editoriale. Riprendendo il filo del discorso dobbiamo ribadire che noi siamo fatti di questo equilibrio tra creare e riposare: se non facciamo nulla precipitiamo nella disperazione del nonsenso, se lavoriamo soltanto finiamo nell’esaurimento. Fra disperazione ed esaurimento c’è la feconda via della ripetizione settimanale: creazione-riposo, nel rispetto del tempo del lavoro e del tempo del riposo. Si dice infatti che i terreni «riposano» per recuperare le energie impegnate nel dare frutto, altrimenti il campo si esaurisce. Nella terra, di cui noi siamo fatti (Adamo vuol dire «fatto di terra»), è inscritto questo ritmo del creare che si compie nel riposo e del riposo che avvia un nuovo creare. Noi siamo, allo stesso modo della terra, chiamati a creare per riposare e a riposare per creare. Ma questo può accadere solo quando creatività e riposo sono orientate alla relazione: per amore e per amare. Io esco da una attività stanco ma riposato, perché ho fatto quello che amo e l’ho fatto per e con persone che amo: l’energia non si disperde ma si rigenera. Non c’è esaurimento ma ri-creazione. Solo quando il lavoro nasce e si sviluppa in modo relazionale (relazione d’amore con se stessi, le cose e le persone) può essere riposo; quando è invece vissuto individualisticamente, cioè solo come obbligo o autoaffermazione o per compiacere qualcuno, inevitabilmente esaurisce: può dare qualche soddisfazione ma non libertà e riposo. Per questo penso alle vacanze come al compimento di un processo circolare simile a quello annuale dei campi, che si ripete infatti nel tempo umano ogni settimana (sei giorni di lavoro e uno di riposo). Ma anche il riposo per essere vero riposo, e non prestazione (fare il più possibile) o noia (non faccio nulla), non è semplicemente «cessare il lavoro», ma «immergersi nella relazione»: per amore e per amare. Riposare non è far nulla, ma godere del lavoro fatto e della bellezza del creato, curando le relazioni. Insomma la chiave per rendere il lavoro riposo e il riposo lavoro è l’amore, che non è un’emozione, ma una presa di posizione di fronte a cose e persone: solo se lavoro per amore e per amare allora trovo riposo nell’azione, e solo se riposo con chi amo allora il riposo diventa ri-creazione. O le vacanze servono per curare le relazioni o non riposeremo. Quest’estate desidero riposare guardando in silenzio le montagne, il mare, facendo sport con gli amici, scrivendo un nuovo libro, cucinando per qualcuno, camminando in montagna con chi amo, leggendo un libro ad alta voce insieme o passeggiando in riva al mare, bevendo un aperitivo con i miei familiari o amici, affrontando finalmente argomenti rimossi o curando ferite trascurate, ballando e pregando… insomma desidero vivere un tempo reso sacro dalle relazioni, non dal farsi i fatti propri o fare solo per fare o per mero obbligo. L’uomo è fatto per la relazione. Per questo vi auguro di continuare a lavorare riposando e di riposare lavorando, come fanno Dio e i campi, il cielo e la terra, di cui siamo una sorprendente composizione. Non c’è quindi bisogno di andare su Marte o chissà in quale remota destinazione esotica per tornare ad amare se stessi e la Terra, bisogna invece stare proprio in se stessi e sulla Terra del settimo giorno, quello in cui Dio gode di ciò che ha fatto: così possiamo fare anche noi. Buon riposo!

don Maurizio

VACANZA: OCCASIONE PER ESSERE “SVEGLI” ( ovvero stupirsi per ciò che ci circonda) (Insieme 31.2022)

C’è un esercizio che cerco di mantenere ogni volta ce mi capita di fare qualche escursione in montagna: guardarmi attorno e osservare stupito la varietà e la ricchezza di forme e colori soprattutto dei fiori. Ranuncolo di montagna o botton d’oro, ginestrino, pulsatilla alpina, tarassaco, sassifraga, eliantemo, papavero alpino, ciclamino, nigritella, artemisia (genepy), genziana, rododendro, stelle alpine… sono solo alcuni nomi di un’infinita tavolozza di colorati e delicatissimi fiori che sbocciano in questo periodo nelle valli dolomitiche e alpine sopra i 1500 metri. Ma non basta, perché lo sguardo meravigliato spinge al pensiero. Se il mare è orizzontale e, con quella linea all’orizzonte che unisce cielo e terra, dice che la vita è un viaggio verso l’infinito, la montagna, invece, dice coraggio, perché nasconde l’orizzonte e ti chiede, per portarti faccia a faccia con il cielo, di salire verso l’alto perché solo così puoi scendere verso la profondità della tua interiorità. Di fatto dopo aver contemplato l’oltre, dalla cima non puoi proseguire se non scendendo. Ma già la salita è una discesa nel più profondo del tuo intimo; e questo certamente richiede coraggio, ma anche impegno, fatica, sudore, perseveranza, entusiasmo. Orizzontale e verticale sono le coordinate dello spirito: viaggio e ascesa. Quando progettiamo le vacanze decidiamo tra mare e montagna, quasi fossero due modi di dire di cosa hanno bisogno l’anima e il corpo per riposare. Così nelle mie camminate o ascensioni ho potuto osservare non solo le aspre vette o gli insidiosi ghiacciai, ma le decine di fioriture che fanno brillare valli e rocce. Mi stupisce sempre vedere le variazioni e le sfumature di colore, a volte delicate altre volte accentuate, diverse per ogni fiore: l’evoluzione non trascura mai la bellezza. Quella bellezza che è necessaria alla felicità come scriveva Baudelaire: «Abbandonando la noia e la profonda tristezza / che rendono pesante l’esistenza, / felice chi plana sulla vita e comprende senza sforzo / il linguaggio dei fiori e delle cose mute!». Che cosa significa e che cosa vuol dire questo per noi che stiamo vivendo un’altra estate della nostra esistenza? Oggi gran parte della nostra infelicità dipende dall’avere un contatto pressoché consumistico con le cose della natura. Quand’è stata l’ultima volta che abbiamo toccato, annusato, contemplato dei fiori? Forme della natura e colori come eventi dell’anima, insieme ad un pensiero stupito, restituiscono alle persone ciò che hanno perduto. Imparare a vedere il mondo attraverso i colori e ricominciare a soffermarsi su ciò che prima trascuravamo permette allo stupore di guarire la tristezza di cui parla Baudelaire. Per tornare a stupirsi basta ricevere il mondo e il suo miracolo, cosa che non abbiamo più il tempo e la pazienza di fare. Si racconta di un’affascinante storia del Buddha: «Passa sette anni nella foresta a studiare se stesso, a meditare. Contempla la verità della sofferenza, le sue cause, la sua estinzione e il percorso di liberazione e si risveglia. Allora, cammina fuori dalla foresta, verso gli uomini. Incontra un uomo che, vedendolo raggiante, lo avvicina e chiede: “Sei un dio?” “No”, risponde il Buddha. “Sei un essere angelico allora?” “No”, risponde il Buddha. “Un dèmone?”. E al suo ennesimo diniego: “Allora sei un uomo come tutti?” “No – risponde il Buddha – io sono Sveglio”. Un aggettivo che diventa un nome, una qualità che porta a una modificazione totale del soggetto e della sua vita. Mi piace che il Buddha sia un essere umano sveglio, potremmo dire, fiorito». Sveglio come sinonimo di fiorito: luminoso, pieno di colore, aperto. Inoltre la sapienza millenaria delle grandi culture ci ricorda che l’uomo «compiuto» è «sveglio». (continua)

don Maurizio

VACANZA: OCCASIONE PER “RI-POSARE” (ovvero posare di nuovo l’IO dentro se stessi) (Insieme 32.2022)

A proposito dell’essere «svegli» (vedi la conclusione dell’Editoriale precedente), riprendendo in mano il Vangelo, mi viene in mente una illuminante parabola evangelica: «Gesù disse ai suoi discepoli: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà svegli; in verità vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!» (Lc, 12). A proposito, poi, della meraviglia che stimola il pensiero e dello stupirsi per ciò che ci circonda se impariamo ad osservare e ad essere profondi, mai banali e superficiali, anche la vacanza può essere un’opportunità preziosa. Si perché il periodo estivo è «vacanza» (che letteralmente vuol dire «vuotezza») solo se quel «vuoto» o «libertà» significa silenzio, cioè apertura alla realtà, capacità di ascolto e prontezza di sensi e pensiero. La cultura e la spiritualità hanno il compito di «svegliare» l’uomo dal sonno in cui precipita quando trascura la propria vita interiore, lasciandosi irretire da illusioni e miraggi proposti o imposti. Anche Gesù fa coincidere la vita «beata», felice, con la vita «sveglia». Stupisce infatti il ribaltamento di ruolo del servo: il padrone ritorna dalle nozze e si mette lui a servire il servo che ha trovato «sveglio», come dire che la vita si mette al servizio di chi tiene gli occhi aperti. Chi è sveglio da servo diventa signore: la vita è tutta a mia disposizione solo se mi metto a servirla, cioè sono aperto a riceverla e rispondo al presente. Possiamo tentare di suggerire alcuni «compiti» per essere «svegli» e quindi «beati», evitando il «sonno» che porta alla fine delle «vacanze» ad essere «svuotati» e non «pieni» di ciò che si è ricevuto nello spazio interiore. «Esser svegli» è il segreto della vita felice: anche nel quotidiano diciamo a chi sa affrontare la realtà che è sveglio, aggettivo che viene da una antica radice che indicava la sentinella che vigila e protegge. Per essere felici bisogna vigilare, esser desti, non lasciarsi sfuggire il miracolo anche minuscolo del presente, come la policromia dei fiori di cui parlavamo. Me ne sono accorto perché ero «sveglio» tornando a casa con un po’ di mondo in più nel cuore e nella mente. E infatti mi sono ritrovato con una gioia che nessuno potrà più togliermi: essere «beati» in fondo non è difficile, basta non essere distratti o addormentati, rimanere vigili, rispondendo alla vita nel suo continuo far l’appello a ciascuno di noi attraverso cose, persone, eventi… Quello che sto dicendo non è l’atteggiamento sentimentale di chi ha tempo da perdere, ma una sfida coraggiosa per questo nostro tempo sempre di corsa, distratto, chiassoso e mai veramente «in vacanza», cioè aperto, e infatti neanche in vacanza riusciamo veramente a riposare, perché «ri-posare» significa posare di nuovo l’io dentro se stesso, quando chissà dove era finito. Il nostro non riuscire a dare valore alla realtà che incontriamo è la prima causa di tristezza, noia e disperazione. Cominciamo oggi a far «vacanza» dentro di noi. E le nostre «vacanze» saranno «beate», fosse anche solo per un colore che non avevamo mai incontrato. In fondo è esattamente l’atteggiamento del servo della parabola tutto attivo con una tensione paradossalmente rilassante, tipica di chi è in fermento per l’ “attimo fuggente” e predisposto all’attesa: vesti cinte ai fianchi e lampada accesa sono tipiche del pellegrino sempre in cammino, sempre «sveglio», carico di attesa per il futuro a cui però non sfugge niente dei suoi singoli passi che compie.

don Maurizio

QUALE CHIESA VERRÀ? UNA CHIESA “MENO” OPPURE UNA CHIESA “PIÙ”. Tanto per provocare o almeno tenere aperto il dibattito (Insieme 29.2022)

Gli editoriali precedenti ci hanno aggiornato sul dibattito sinodale avviato nella Chiesa in vista del Sinodo. In particolare abbiamo cercato di rendere conto di quanto emerso nella fase di ascolto. Con quest’ulteriore contributo vogliamo tenere vivo il dibattito e aperta la riflessione sul volto di Chiesa in questo cambiamento d’epoca. Forse alcune considerazioni potrebbero apparire eccessivamente provo catorie ma hanno almeno il pregio di essere stimolanti ad una maggiore consapevolezza e necessità di affrontare argomenti decisivi per la vita e il futuro delle comunità ecclesiali. Di certo nessuno può sapere quale sarà il futuro della Chiesa soprattutto nei nostri territori, anche perchè essa è guidata, al di là delle progettualità umane, dallo Spirito del Risorto. Altrettanto certo è il fatto che a noi spetta di metterci in ascolto e in obbedienza all’azione dello Spirito che guida la Chiesa del Signore nel tempo e nella storia chiamandoci ad esserne protagonisti: è il grande e sempre attuale compito/responsabilità del discernimento. Una Chiesa con “meno” Sacramenti e con “più” Parola di Dio? La pandemia ha giocato proprio un brutto scherzo: la sospensione della tradizionale messa festiva con le sue varie conseguenze e delle messe per i funerali in tempo di Covid, la scomparsa delle code ai confessionali ecc. Eppure
siamo andati avanti lo stesso, con la fede e con altre forme e iniziative. Guardiamo le chiese nelle missioni: una messa sola ogni tanto! Pensiamo anche alle Chiese apostoliche primitive: nei Vangeli e in san Paolo, quanto si parla di sacramenti? Poco, pochissimo. Forse una certa svolta enfatica in favore di una sacramentalizzazione a “tappeto” avvenne con sant’Ambrogio e poi con altri Padri della Chiesa, e successivamente in alcuni momenti della storia della chiesa a scapito dell’ascolto della Parola e della carità. Dobbiamo riconoscere come buona la rivalutazione della liturgia della Parola nelle diverse celebrazioni sacramentali, anche se si ha l’impressione dell’uso della Parola di Dio quasi fosse un “riempitivo”. Non dobbiamo dimenticare invece che fin dai padri della Chiesa – e il Vaticano II ne ha dato conferma – la Parola è considerata un (quasi) sacramento e la lettura della Bibbia specialmente durante
la santa messa, diventa anche un’importante catechesi per tutti. Caso invece da ripensare a fondo è l’iniziazione ai sacramenti: che cosa è diventata nonostante tutti i tentativi di riforma? Che cosa sono certi battesimi, cresime, prime comunioni? Quale coinvolgimento effettivo dei genitori? Una Chiesa con “meno” Messe e “più”Messa? La gente, anche quella che frequenta, che cosa pensa sia la Messa? Se glielo chiedessimo che cosa risponderebbero? E poi come la vive, come partecipa, quali conseguenze nella vita quotidiana? Forse più degli aspetti devozionali o di adempimento dei precetti occorrerebbe sottolineare maggiormente l’aspetto misterico e di memoriale vivente di un amore alla grande: quello di Gesù. Una Chiesa “meno” moralista è “più” vicina alla vita reale delle persone? Forse la morale sessuale è fin troppo predominante e, per certi aspetti, angosciante nella proposta etica della Chiesa: sembra essere l’unico aspetto discriminate da verificare nella vita delle persone. Bisogna orientarsi e centrarsi di più sull’annuncio fondamentale evangelico-pasquale e sulle conseguenze per la vita umana terrena ed eterna sulla carità (intesa come amore) come centro e senso delle altre virtù. Una continua ricerca di nuova evangelizzazione favorita anche dai nuovi mezzi di comunicazione sociale, strumenti offertici dalle scienze e dalla tecnologia benchè usati con saggezza pastorale. Una Chiesa “meno” clericale e “più” laicale? A parte le ragioni teologico-ecclesiali-culturali-sociali, i preti saranno sempre meno, perciò avremo più bisogno di laici e di donne – e di coppie di sposi – ben disposti e formati per
la collaborazione e la corresponsabilità. Sulla donna nei ministeri ecclesiali è bene spendere una parola più coraggiosa. Le donne sono già sacerdoti/esse per il battesimo, non invece pastori, presbiteri, episcopi, presidenti, diaconi; una donna non ha forse carismi e doti per diventarlo? Pensiamo al ruolo che hanno avuto nella storia le abbadesse. Oggi abbiamo donne alla guida di aziende e di Stati e, talvolta, già anche di comunità cristiane…Certo non possiamo non tener conto di una necessaria posi- zione teologica ma non ha senso tenere ancora “congelata” la riflessione. Analogo discorso va fatto per eventuali “probi viri”, ovvero uomini adulti e maturi che avendo dimostrato una maturità umana e cristiana, pur sposati, possono accedere al ministero presbiterale. Fin quando potremo lasciare alcune chiese senza eucaristia per mancanza di preti celibi? Una Chiesa “meno” miracolistica e “più” fiduciosa nella misteriosa Provvidenza? Abbiamo bisogno di una Chiesa più in ricerca de “la Grazia che delle grazie”, ciò anche perché, nella lotta al Covid, si sono rivelate più efficaci la scienza e il vaccino che tante nostre maratone di preghiere varie (pur valide anch’esse!). Precisiamo. Nella preghiera potremmo chiedere con maggiore insistenza di metterci al servizio del suo disegno di bene e di salvezza per tutti: «nessuno si salva da solo».Il Dio della Provvidenza ha fiducia in noi e nelle nostre capacità, lascia a noi con la nostra intelligenza e solidarietà di saper affrontare e risolvere i problemi sapendo che possiamo contare sul suo aiuto quando non ce la facciamo e ci affidiamo fiduciosi a Lui. «…Signore abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla. Tuttavia…» (Lc 5,4-5). A noi tocca fare bene la nostra parte, Lui non mancherà di fare la sua e lo farà come sempre a modo suo cioè nel modo migliore per il bene di tutti. Una Chiesa “meno” politicizzata e “più” spirituale? Non è bene parlare in termini contrapposti. Forse vale la pena precisare che la Chiesa deve meglio interpretare il suo ruolo a servizio della città dell’uomo. Pur non essendo del mondo la Chiesa vive nel mondo ed è al servizio del “bene comune”, serva per amore del suo Signore e di ogni uomo; più libera da impegni organizzativi e amministrativi che pesano eccessivamente specialmente sui parroci. Più preoccupata di innescare processi di maturazione che di trovare soluzioni “partigiane”. Una Chiesa con parrocchie “meno” auto-
referenziali e con “più” Comunità Pastorali? Dobbiamo interrogarci seriamente e probabilmente anche convertirci un bel po’ sul perchè si fa così fatica a lavorare insieme per una pastorale condivisa. Una Chiesa “meno” legata a leggi, precetti e norme e “più” aperta alla voce delle coscienze. Una Chiesa aperta al vento dello Spirito, una Chiesa meno centralizzata e più sinodale, veramente sinodale e non solo per certi aspetti e momenti, una chiesa meno “mondana” soprattutto in alcuni suoi membri altolocati e più del grembiule, dove il primo è colui che umilmente serve…tutti i giorni. Insomma una Chiesa che cerca di percorre le strade della “Evangelii Gaudium”.

don Maurizio

DIOCESI DI MILANO: SINTESI DELLA CONSULTAZIONE SINODALE PER FARE ANCHE NOI LA NOSTRA PARTE (prima parte) – (Insieme 27.2022)

Dopo l’Editoriale di domenica scorsa che ha fatto il punto ad oggi sul cammino sinodale della Chiesa, ci è parso giusto e utile far conoscere – con qualche commento – ciò che è emerso dalla fase di consultazione  nella nostra Chiesa Ambrosiana e quindi dal “vissuto” delle nostre comunità cristiane. Ciò che riportiamo ovviamente è solo una sintesi di un documento più ampio e articolato in attesa dello “strumentum laboris” della Chiesa in vista del Sinodo.  La lettura di questi testi e di altri che seguiranno nei prossimi Editoriali potrà davvero essere stimolante per un nostro maggiore senso e cammino di Chiesa come “popolo di Dio”, per un rinnovamento ecclesiale in questo “cambiamento d’epoca” e per riscoprire meglio la nostra identità cristiana nella forza delle sue radici. L’invito a questo lavoro di aggiornamento è rivolto a tutti i fedeli ma in particolare a coloro che nella nostra comunità ricoprono ruoli e compiti di corresponsabilità come i membri del CPU del CAEP, le catechisti i membri dei gruppi che si occupano della liturgia, tutti i volontari con diversi compiti e servizi. Non è solo una questione di “aggiornamento” ma di vera e propria partecipazione propositiva e corresponsabile.

Un po’ di storia non fa mai male! Anzi, conoscere ciò che è avvenuto nella nostra Chiesa ambrosiana aiuta tutti noi ad essere consapevoli e partecipi di un cammino di popolo e a renderci conto che non è vero che siamo fermi o arretrati.  Infatti il processo sinodale voluto da Papa Francesco e proposto dalla CEI per le Chiese che sono in Italia non ha trovato impreparata la Diocesi Ambrosiana. Andrebbe infatti riconosciuta la sequenza di Sinodi diocesani celebrati nei decenni successivi al Concilio Vaticano II: il Sinodo 46° (1972), il Sinodo 47° (1993-5), sino alla celebrazione del Sinodo Minore Chiesa dalle Genti (2017). Dopo quest’ultimo, con mandato arcivescovile, sono stati avviati i Gruppi Barnaba, ai quali è stato conferito l’incarico di predisporre le Assemblee sinodali nei 63 decanati della Diocesi. A partire dagli anni ‘80 del secolo scorso, infatti, l’azione pastorale del Cardinale C. M. Martini ha abituato l’intera Diocesi a sostare in ascolto della Parola di Dio, introducendo e insegnando a generazioni di presbiteri e di giovani laici l’esercizio della lectio divina (Scuola della Parola), affinché la Parola di Dio innervasse i dinamismi e le iniziative dell’intensa operatività pastorale diocesana.  Dalla consultazione è emersa l’urgenza di tornare a riaffermare il primato della Parola– “è urgente tornare a masticare a lungo la Parola” –, al fine di meglio ascoltare lo Spirito che ancora parla alla Chiesa, alla comunità cristiana, alla nostra singola vita di fede. Ed è così che in Diocesi, già da allora, furono avviate proposte significative di quello che potremmo definire un ascolto sinodale ad extra. Si pensi al programma pastorale Farsi prossimo (confluito poi nel Convegno di Assago del 1986), a partire dal quale fu intrapreso un intenso e capillare esercizio di prossimità; al convegno di Busto sulla catechesi degli adulti che metteva a fuco il confronto sul grande tema mai del tutto esaurito di come trasmettere e rinvigorire una fede matura nel mondo degli adulti. Oggi la questione più reale è: quali adulti? Sempre nell’orizzonte di questo intenso ascolto della Parola, va compresa l’esperienza vivace e di alto profilo denominata Cattedra dei non credenti – il primo incontro, Le ragioni della fede, è del 1987 –, avviata con lo scopo di dare voce a chi non si definiva credente. Dopo aver posto le basi per un confronto anche con le più rilevanti espressioni religiose presenti in Diocesi – tramite il Centro Ambrosiano di Dialogo con le Religioni (CADR, 1990) –, fu pure attuato un notevole sforzo ecumenico di incontro e di ascolto reciproci con le Chiese cristiane, che giunsero in seguito a costituirsi come Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano (CCCM, 1998).  Andrebbero infine ricordati alcuni eventi sinodali particolarmente significativi, fino a giungere a esperienze più recenti come quella dei “dialoghi di vita buona”.

Oggi come stanno le cose? Anche a causa di eventi drammatici  e faticosi (pandemia, guerra, fatiche ecclesiali) sembra di vivere in una sorta di disorientamento. Anche questa svolta della Chiesa verso una maggiore sinodalità non riesce a ben definirsi nei suoi contorni concreti ed effettivi. Il significato di “Sinodalità” è sfuggente e difficile da precisare. Anche l’Arcivescovo Mario Delpini – all’inizio della Lettera pastorale 2021- 2022 (Unita, libera e lieta. La Grazia e la Responsabilità di essere Chiesa) – ha sentito l’esigenza di chiarire il significato delle espressioni “Sinodo”, “sinodalità”, “percorsi sinodali”, “Assemblee sinodali”, incomprensioni che potrebbero generare confusione, ridurre la gioia e il gusto della partecipazione, suscitare l’impressione che il tutto si riduca a produrre carta”. Lo sforzo fatto è comunque quello di aver evidenziato la necessità di un “metodo o stile sinodale” e evidenziato alcune tematiche fondamentali per un rinnovamento ecclesiale. Tentiamo di metterne in luce alcune che sono state maggiormente indicate. (continua)

don Maurizio

DALLA CONSULTAZIONE SINODALE ALCUNE TEMATICHE URGENTI PER LA VITA DELLA CHIESA (seconda parte) – (Insieme 28.2022)

Concludevamo lo scorso Editoriale segnalando che la consultazione sinodale nella nostra Diocesi di Milano aveva fatto emergere alcune tematiche considerate, a secondo delle diverse valutazioni, preponderanti, urgenti, necessarie per un rinnovamento della Chiesa in questo cambiamento d’epoca. Oltre ad aver evidenziato la necessità di un “metodo o stile sinodale”, tentiamo di metterne in luce alcune di queste questioni che sono state maggiormente indicate nella fase di ascolto. Ci sembra di dover notare, almeno in linea generale, che altre tematiche andrebbero prese in considerazione e fatte oggetto di scelte più decise e che, comunque, anche su quelle emerse non deve mancare il coraggio di una loro attuazione concreta.

  1. Una prima constatazione emersa, data dalla forte attenzione al tema di una sinodalità anzitutto da imparare, è stata quella che ha rilevato, con diversi esemplificazioni concrete, una sorta di costante mancanza di ascolto nelle comunità. Forse sarà così, tuttavia in molti casi si cerca di essere attenti e di chiedere pareri e suggerimenti a tutti i livelli nel Popolo di Dio, pur constatando che permane per tutti una sorta di fatica ad essere “compagni di viaggio”. Occorre superare una percepita contrapposizione tra laici e presbiteri con un atteggiamento più aperto e disponibile da entrambe le parti. Occorre svincolarsi da forme di presunzione sia dall’una che dall’altra parte che hanno finito per favorire l’anonimato di molti fedeli, la delega nei confronti del clero, la desuetudine al pensare e al proporre. Per superare questa situazione, il recupero della realtà di “Popolo di Dio”, sdoganato in modo significativo dal Vaticano II, può essere vincente.
  2. E’ richiesto maggiore coinvolgimento sinodale sia per quanto riguarda la vita liturgica delle
    comunità come per il coinvolgimento nei cambi di destinazione dei presbiteri. A livello organizzativo e istituzionale nell’esperienza delle Comunità Pastorali deve essere chiarito e sciolto il nodo tra il ruolo della Diaconia e il compito proprio del Consiglio Pastorale.
  3. Poco valorizzati sono alcuni ministeri tipicamente laicali: lettorato, accolitato e del catechista. Anche le consacrate percepiscono che i loro carismi vengono perlopiù intesi come funzionali alle necessità/iniziative della comunità; poco si fa per avviare una loro preparazione in favore della missione, per valorizzarle nei percorsi progettuali della comunità.
  4. In molti vive uno stato di sofferenza dovuto ad un “sensus ecclesiae” ancora fortemente
    clericale che resta ancora ben radicato nel “Popolo di Dio”. Forse l’immagine della Chiesa degli Apostoli come descritta nel suo sorgere – sia dal Libro degli Atti che dai Padri della Chiesa – potrebbe essere particolarmente illuminante.
  5. Si insiste sulla qualità dell’ascolto. Importa “saper accogliere il punto di vista dell’altro,
    ascoltando anche i pareri che più ci spiazzano. Come avviene anche in campo professionale, dove non tutto si concilia, ma importa trovare sempre dei punti di contatto”. Si tratta di imparare a saper fare rete creando relazioni e mettendoci il cuore.
  6. Una carenza pericolosa. E’ percepita come assente la caratterizzazione propriamente
    spirituale del dialogo e dell’ascolto non solo dell’altro, auspicata dallo stesso Documento
    preparatorio. Di fatto tale qualità non è quasi mai emersa dalla consultazione. Si tratta di quell’esercizio del discernimento che chiede un ascolto dello Spirito, una lettura non superficiale o solo fenomenologica della realtà, una capacità di preparazione interiore degli interlocutori. E’ giunto il tempo di aprirci con coraggio all’azione dello Spirito e ai suoi suggerimenti”; anche se “va chiarito dove e come parla lo Spirito, permanendo l’impressione che spesso ciascuno dà una propria interpretazione di ciò che lo Spirito dice, a partire da cosa si intende per ‘spirituale’”: il rischio è che ciascuno dica la sua e non quello che “lo Spirito suggerisce alle Chiese” (Ap 2.3). Insomma è debole la consapevolezza della qualità specificatamente spirituale del pur necessario “dialogo sinodale”.
  7. Soprattutto l’ambito celebrativo ha dato l’occasione per segnalare celebrazioni senz’anima,
    liturgie distaccate. Come se in esse si parlasse una lingua che i più non comprendono o che non sa
    comunicare comunque l’essenzialità eucaristica. Talvolta la Parola di Dio viene letta in modo neutro; le omelie “non toccano il cuore della gente”; lettori, accoliti e ministri dell’Eucaristia non sono formati ad esercitare bene il loro servizio e dunque anche poco coinvolti; il canto fatica a far risuonare lo Spirito e l’assemblea non sa più come partecipare coralmente con il canto. A volte lo stesso linguaggio del Messale e certe lunghe pericopi della Parola di Dio del nostro Lezionario non aiutano molto. L’impressione è che “si è come smarrito l’incanto (la dimensione misterica) per la Pasqua di Gesù, che plasma e trasforma la nostra vita”.
  8. Alcuni segni dei tempi premono con forza e sembrano veri “gemiti dello Spirito.
    8.1. Uscire dalla logica della ripetizione del “si è sempre fatto così”
    8.2. Valorizzare la presenza di donne laiche o consacrate. La disparità tra i generi è la prima frattura da sanare nella Chiesa e nuovi sentieri potranno germogliare solo quando comincerà ad esprimersi
    concretamente una partecipazione multiforme di tutti i battezzati: clero, laici, laiche, religiosi e religiose.
    8.3. Un più attento ascolto della realtà giovanile e per contrappunto una maggiore coscienza della
    necessità di una comunità adulta e matura nella fede, autentico modello e proposta di senso di vita
    per le nuove generazioni.
    8.4. Bisogna imparare a saper scorgere i segni di “santità della porta accanto”, disseminati dallo
    Spirito con abbondanza nelle nostre comunità.
    8.5. Essere più convinti della bontà della proposta dei “Gruppi Barnaba” verso la costituzione delle
    “Assemblee Sinodali Decanali”. Questo infatti è il tempo di Barnaba: “Il tempo delle parole
    incoraggianti, il tempo delle parole pronunciate per costruire, il tempo in cui resistere alla tentazione della parola amara, dei luoghi comuni che seminano tristezza. Questo è il tempo di chiamare quelli che se ne stanno appartati, il tempo per far credito a coloro che il Signore chiama anche se non sono secondo le aspettative dei fedelissimi” (M. Delpini, 17 ottobre 2021).
  9. In sintesi i passi da compiere sono quattro: anzitutto, l’esigenza di acquisire una precisa
    metodologia di ascolto sinodale; la priorità della tematica eucaristico-celebrativa; l’importanza da
    accordare ad alcune precise esigenze formative; l’apertura decisa ad un dialogo culturale più intenso. Le sintesi servono nella misura in cui aiutano ad avere chiara la situazione e il cammino da compiere con passi lungimiranti, concreti ed efficaci. Mettiamoci al lavoro! don Maurizio

SINODO: CONCLUSO L’ASCOLTO, MA IL CAMMINO CONTINUA – Acquisire un metodo di ascolto, imparando a dialogare in modo spirituale (Insieme 26.2022)

Benché trascorra il tempo e le attività della pastorale ordinaria incalzano a ritmo inesorabile, tuttavia non dobbiamo dimenticarci che siamo in cammino tutti insieme con la Chiesa universale, italiana e in particolare con la nostra Diocesi di Milano verso il Sinodo sulla dimensione sinodale del nostro essere Chiesa. Per capire un po’ di più e per essere consapevoli e partecipi di ciò che sta avvenendo e non solo “spettatori alla finestra” col rischio di essere cristiani “fuori dalla storia e fuori dalla Chiesa” è bene tener presente che di questi temi abbiamo già ampiamente parlato.  Non sarà inutile andare a rileggere gli Editoriali dell’Insieme che da un anno a questa parte hanno cadenzato questo cammino: n. 23 6/2021: “La Chiesa riparte dall’ascolto del popolo di Dio per un cammino insieme”; n. 25 6/2021: “Svolta nella Chiesa…E’ il momento di dare autorevolezza ai laici”; n. 26 7/2021: “Per dare alla Chiesa un volto sinodale. Intervista al Vicario Generale della Diocesi di Milano; n. 36 9/2021: “Ripresa della vita pastorale. Siamo in un tempo favorevole: prima di tutto ascoltiamoci!”; n. 46 11/2021: “Una Chiesa in ascolto, in discernimento, in azione. Lettera dei vescovi sulle tre fasi del cammino sinodale”; n. 47 11/2021: “Per una sinodalità vissuta. La modalità della Chiesa Ambrosiana nel vivere il Sinodo dei Vescovi”; n. 04 1/2022: “La Chiesa in Sinodo: la sfida di vivere uno stile di Chiesa diverso”.

Ora: che cosa è stato fatto e a che punto siamo? Dopo un’ampia fase di consultazione, sulla base delle molte indicazioni raccolte, la nostra Diocesi ha inviato il documento finale alla Segreteria della Cei, che nell’Assemblea generale di fine maggio approverà la sintesi nazionale.  Come proseguirà il cammino sinodale proposto dai Vescovi italiani? Il Cammino che questo processo sinodale ha avviato anche nella nostra Diocesi non è ovviamente terminato. Dopo la consegna di questo documento alla Segreteria della Cei, con il quale ogni singola Diocesi è stata chiamata a fare sintesi delle consultazioni avviate tra novembre 2021 e aprile 2022, occorrerà continuare ancora a interrogarsi su cosa significhi effettivamente “camminare insieme” dentro le nostre comunità ecclesiali.  Con l’Assemblea generale della Cei, svoltasi dal 23 al 26 maggio, i Vescovi italiani hanno infatti approvato una vera e propria sintesi nazionale, quale contributo delle Chiese che sono in Italia al Sinodo universale “sulla sinodalità” voluto appunto da papa Francesco, che si celebrerà a partire dall’ottobre 2023.  A questa iniziale e articolata fase di ascolto (ottobre 2021 – maggio 2023), in tutte le Chiese che sono in Italia seguirà una fase sapienziale (giugno 2023 – maggio 2024) e una fase profetica (giugno 2024-2025), che, nel corso dell’anno del Giubileo del 2025, avvierà una restituzione di quanto emerso dagli ascolti e dal discernimento sinodale svolto negli anni precedenti. La consultazione nella nostra Diocesi è stata ampia, almeno a livello istituzionale.  Due sessioni del Consiglio Pastorale e Presbiterale diocesano  sono state dedicate, nei mesi scorsi, a introdurre il tema della consultazione sinodale. I consiglieri del Consiglio pastorale si sono messi soprattutto in ascolto dei consigli delle parrocchie, delle comunità pastorali della Diocesi, mentre i consiglieri del Consiglio presbiterale hanno raggiunto molte fraternità di presbiteri dei nostri 63 decanati. Senza dimenticare che gli stessi Consigli diocesani si sono messi a loro volta in stato di consultazione in occasione delle sessioni di febbraio. Inoltre, sono arrivati contributi dai rappresentanti dei Servizi e Uffici di Curia di interesse pastorale, da molte articolazioni ecclesiali, dagli organismi della vita religiosa e consacrata, del laicato, dal Seminario. Non sono inoltre mancati contributi da parte di associazioni, movimenti e gruppi ecclesiali e non, oltre naturalmente anche da diversi singoli fedeli. Quale potrebbe essere oggi il punto qualificante di un cammino sinodale che sia autenticamente tale?  Il referente della nostra Diocesi di Milano per il Sinodo, ha voluto mettere in evidenza che, avendo potuto leggere molte consultazioni dei testi pervenuti, la grande domanda e la sfida sia cercare di capire cosa si deve intendere propriamente per «sinodalità» e, quindi – in occasione delle molte opportunità di ascolto che le nostre parrocchie, comunità pastorali e comunità in genere offrono a tutti i fedeli – imparare ad acquisire un metodo di ascolto che diventa sinodale nella misura in cui so dare credito all’altro, facendogli spazio, facendo cadere pregiudizi e prese di posizione di parte. Non si tratta solo di dialogare un po’ di più o meglio. E’ importante che impariamo a dialogare in modo spirituale, nello stesso Spirito di Gesù; permettendo allo Spirito santo di continuare a parlare alle nostre chiese. L’Arcivescovo, nell’assemblea presinodale del 9 aprile, pur evidenziando le criticità, ha sottolineato la necessità di avere un pensiero positivo sull’attività della Chiesa ambrosiana. L’Arcivescovo auspica che questo processo sinodale diventi occasione per la Diocesi di evidenziare e proporre modelli, prototipi, esperienze sinodali esemplari. Questo è particolarmente utile e rilevante. A tal fine andrebbero avviati in Diocesi dei laboratori di sinodalità, incrementando percorsi non solo teorici, ma che insegnino a riflettere sulle esperienze che viviamo e sugli stili che esercitiamo. Quanto sta avvenendo con i Gruppi Barnaba, che a breve cominceranno ad avviare delle vere e proprie Assemblee Sinodali Decanali, è il segno promettente di una Diocesi che si sta seriamente inoltrando nel processo sinodale voluto da papa Francesco.

don Maurizio

LE CASE DI MARIA (prima parte) – (Insieme 22.2022)

Avevamo iniziato questo mese di Maggio che si sta concludendo con una riflessione sul mistero di Maria – la Madre del Signore – con un editoriale dai toni forti se non addirittura drammatici. A quell’editoriale ne sono seguiti altri sempre nella linea di una proposta piuttosto impegnativa sulla provocazione che l’esperienza della guerra e del male provocato da essa muove al pensiero cristiano. Vogliamo ora concludere il mese di maggio dedicato alla Madonna con qualche riflessione decisamente più serena ma non per questo meno illuminante la nostra fede e il nostro vissuto cristiano. Ci lasciamo guidare da un tema insolito e curioso: le case che Maria ha abitato o in cui è entrata. Tema insolito e curioso ma stimolante perchè non ci deve sfuggire il fatto che il cristianesimo non nasce nell’ambito solenne e sacro del tempio, ma in una casa. La memoria biblica di Maria si apre con una casa (Lc 1,26-28) dove è un angelo a parlare per primo, e si chiude in una “stanza al piano superiore” (Lc 22,7-12) dove a parlare sono il vento e il fuoco. Seguendo l’esistenza della Vergine Maria, come un viaggio di casa in casa, l’attenzione si posa sull’umanità di questa donna, sulla sua vita concreta; non sullo straordinario, ma sul feriale e carnale, dove l’umanità di Maria elabora, e ci trasmette, l’arte del vivere con fede le esperienze di tutti i giorni. Anche l’immagine che ci resta di Gesù non è tanto quella di un frequentatore del tempio, ma piuttosto quella della sua adesione alla quotidianità della vita: strade, campi, lago, case. La casa dove si banchetta, la casa dove si piange, la casa profumata d’amicizia a Betania. E’ nella casa di Nazaret, proprio quella della sua famiglia, che Gesù ha appreso la parola più esclusiva e tipica del suo racconto del volto di Dio: abbà, papà, parola di bambini e non di rabbini, pronunciata nel dialetto del cuore, parola di casa, familiare e domestica. Ma ora lasciamoci prendere dalla stessa curiosità di Mosè (Es 3,3) che si avvicina al “Roveto ardente” che non si consuma per vedere meglio quel mistero, e anche noi curiosiamo nelle case dove ha abitato Maria per carpirne i misteri che illuminano la nostra fede.

La casa degli inizi. La prima immagine evangelica di Maria è quella di una giovane donna in casa propria, in uno spazio appartato in cui è necessario entrare: «l’angelo entrò da lei» (Luca 1,28). Luca la ritrae in un atteggiamento di ascolto stupefatto, primo atteggiamento e servizio da rendere a Dio e agli altri: ascoltare è fare spazio in sé all’altro. Maria appare al tempo stesso raccolta e ospitale, proprio come lo è la casa. L’azione di Dio non si svolge al di fuori della cronaca umana, non costruisce un’altra storia con persone create apposta come in un teatro o in una scena di un film. Entra nel tessuto normale dei giorni e delle esperienze delle persone. Al tempio Dio preferisce il tempo (è il sesto mese), alla sinagoga la casa, ai candelabri d’oro la cucina, agli orari della liturgia un momento qualsiasi di un cuore che ascolta.  In questa quotidiana umanità non sfugga nemmeno il fatto che il primo episodio della vita di Maria menzionato da Luca è il suo matrimonio con Giuseppe. La ragazza di Nazaret ha già detto il suo primo si, prima ancora che a Dio, all’amore di un uomo. Dentro questo amore Dio vi entra non stravolgendolo ma aprendolo alle dimensioni divine.

Una casa di profeti. «In quei giorni Maria si mise in viaggio in fretta […] ed entrata nella casa di Zaccaria salutò Elisabetta» (Luca l,39ss). Maria che ha fretta («I sapienti camminano, i giusti corrono, ma gli innamorati volano»), ci mostra come non si debba smarrire mai la polifonia degli affetti, ci ricorda di valorizzare tutte le nostre relazioni di amicizia e d’affetto, che sono la cosa più vicina all’infinito quaggiù.  Il Magnificat nasce non nella solitudine, ma in uno spazio di calore, nell’abbraccio di due madri, nella danza dei grembi. Elisabetta è la prima profetessa del nuovo testamento e la sua casa è innanzitutto la casa dove si benedice: “benedetta tu” dice l’anziana; e “benedetto il Signore” è la prima parola del sacerdote muto – Zaccaria – che riacquista la parola proprio benedicendo Dio. Quella dove entra Maria è la casa della lode: «L’anima mia magnifica il Signore». Le due profetesse – Maria e Elisabetta –  illuminano con le loro parole due primati: verso Dio il primato della lode, verso i fratelli il primato della benedizione. E’ una casa di profeti: Elisabetta è piena dello Spirito Santo; Giovanni, il profeta ancora senza parola, sussulta di gioia, perché sente Dio venire non come un dito puntato ma come un passo di danza perchè la gioia degli uomini sia piena (Gv 15,11); Zaccaria, poi, è un torrente in piena con il suo cantico, il “Benedictus”. Il primo ambito della profezia è una casa, non il tempio o la sinagoga; la casa sulla montagna, la casa del vecchio sacerdote su cui erano scesi contemporaneamente il miracolo di una nuova vita e il silenzio. In quella casa la profezia è un Dio che viene come vita e futuro inaspettati. Non come onnipotenza o eternità o perfezione, ma come colui che presiede a ogni nascita. Un Dio che dà luce e dà alla luce.

La casa dei dubbi e dei sogni. «Giuseppe destatosi dal sonno […] prese con sé la sua sposa» (Matteo l,24ss).  Giuseppe, mani indurite dal lavoro e cuore intenerito dall’amore e dai sogni, scava spazio in sé per accogliere la madre e il bambino.  Maria lascia la casa del si detto a Dio ed entra nella casa del sì detto a un amore; lascia la casa di suo padre ed entra nella casa del sognatore che, dopo il tempo dei dubbi e della prova, vivrà ora insieme con lei quella stagione splendida fatta di stupori e di lacrime, di trasalimenti e di dubbi, dove si danno convegno tutte le emozioni e le speranze dell’universo. Quella stagione che illumina il viso, nell’attesa di essere madre e padre. E intanto Maria dà calore a quelle mura, trasforma la casa del falegname in una abitazione calda, curata e accogliente. Ogni gesto compiuto con tutto il cuore porta con sé l’assoluto: la poesia dei piccoli gesti quotidiani, il conservare con cura nel cuore uno sguardo d’amore improvviso, la gioia di un piccolo regalo fatto o ricevuto. Casa degli sposi, dove lo Spirito di Dio sa trasfigurare l’amore umano per renderlo immagine specularmente riflessa di Dio stesso che è amore. (continua)

don Maurizio

LE CASE DI MARIA (seconda parte) – (Insieme 23.2022)

Dopo l’Editoriale scorso proseguiamo a “curiosare” nelle case dove ha abitato Maria e dentro le quali ha vissuto la sua esperienza di fede divenendone paradigma anche per la nostra. Avevamo già visto la casa degli inizi, la casa dei profeti e la casa dei dubbi e dei sogni; ora proseguiamo con le altre abitazioni di Maria, fino a giungere alle…nostre case.

La casa del pane «Ed entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre, e prostratisi lo adorarono» (Matteo 2,1ss). Betlemme significa in ebraico casa del pane. E del silenzio. Nel racconto evangelico non abbiamo infatti nessuna parola da parte dei protagonisti nè di Maria nè di Giuseppe. C’è solo un gioco di sguardi. I Magi, poi, vedono il bambino con sua madre e adorano: verbo che nella sua etimologia significa portare una mano alla bocca e tacere. Adorare un bambino! Non un re, un Crocifìsso perdonante, un Risorto glorioso, adorano un bambino in braccio a sua madre. Quale lezione misteriosa! L’immenso si chiude in un piccolo d’uomo, l’eterno si abbrevia nel tempo, il tutto nel frammento, la cometa sopra una casa. In quella casa, anche Dio sa di pane. Non solo perchè il suo Figlio si farà pane eucaristico ma anche perchè Dio sceglie la normalità quotidiana della nostra vita nelle sue manifestazioni più vere e più buone: egli è davvero “buono – anzi necessario –  come il pane”. Il pane quotidiano diventa addirittura preghiera accorata dei figli verso il Padre (vedi il Padre nostro)

La casa dei trent’anni «Partì dunque con loro e tornò a Nazaret, e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore» (Luca2,51ss). Gesù lascia i dottori della legge e va con Maria e Giuseppe, maestri di vita e di preghiera. Lascia coloro che interpretano il Libro e sta con coloro che interpretano la misteriosa lezione dell’esistenza. Casa di Nazaret, casa delle radici profonde, dove si parla al cuore, dove si impara a essere felici oppure no, ad affrontare le esperienza della vita con profondità oppure superficialmente.  In quella casa Maria nutre il suo bambino di parole e di latte, di carezze e di sogni, di abbandono fiducioso in Dio come lei aveva fatto fin dall’inizio. E Giuseppe scava nel suo intimo e spalanca spazi a quella donna e a quel bambino, che come tutti i bambini porta in sé un inedito, che potrà essere rivelato solo con l’aiuto di un padre che rispetta la sua libertà. E intanto cresce in umanità, dentro relazioni di fiducia, come tutti i bambini; respirando amore impara la felicità di questa vita, che si pesa sul dare e sul ricevere amore. Impara la cura amorosa per ogni dettaglio di coloro che ami («Neppure un capello del vostro capo andrà perduto», Lc 21,18). E poi l’arte del vivere insieme, l’arte gioiosa di condividere la tavola, dove si alimenta la vita e l’amicizia.

La casa del vino «La madre gli disse: non hanno più vino» (Giovanni 2,1ss) .Anche Maria è stata invitata a quella festa di nozze, presso amici o parenti, a Cana. Una casa in festa, per una settimana intera, e Maria tra gli invitati mangia, conversa, ride, canta, danza. Ma è anche attenta a tutto ciò che accade attorno a lei: per prima vede finire il vino, con l’attenzione del cuore amico; sente che ogni crisi e ogni festa la riguardano e allora si allea con la gioia degli invitati e si preoccupa di loro. Amica della gioia e della vita. In quella casa Maria ci aiuta a dipingere una nuova icona di Dio. Lei crede in un Dio felice, che dona il piacere di vivere, il Dio del gioioso amore danzante, che è sotto il segno della festa, del vino, del profumo di Betania, dell’umile e potente gioia di vivere.

La casa di Giovanni «Da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.» (Giovanni 19,27). La casa di Giovanni è il luogo dove accogliere colei che ha perduto la parte più preziosa di sé, il proprio figlio. Ogni nostra casa è così: il primo luogo dove ci si prende cura della vita ferita. Che Maria rimasta sola vada in casa di un giovane uomo non è secondo la tradizione ebraica, anzi rompe con la norma comune che imponeva alla donna di andare in casa del maggiore della famiglia di origine. E riappare la novità di Cristo. E vuole estendere a tutti le relazioni calde della famiglia. Maria è consegnata al discepolo, il discepolo è consegnato a Maria, nella ospitalità accogliente della casa, nella reciprocità dello stringersi insieme… Ospitalità è quindi il primo atteggiamento chiesto alla Chiesa nascente, ultima consegna del Cristo morente sulla collina – fuori casa.

La casa riempita di vento «Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove abitavano» (Atti2,l-4ss). Maria è nell’ultima casa, quella della preghiera e del fuoco. Nella camera alta è Pietro insieme a Maria, non viceversa, è lei il collante della comunità primitiva. Sono insieme, “al piano superiore”, da dove lo sguardo va più lontano, l’orizzonte si apre e il futuro diventa una missione. Casa aperta sul mondo e sul cielo: ciò che accade in quella casa sarà decisivo per il futuro della Chiesa. Casa della perseveranza (cfr Atti 1,14; 2,42), della virtù umile, non clamorosa, senza effetti speciali, ma cemento solido della comunità; come il cemento della preghiera che non strappa applausi ma edifica mattone su mattone la Chiesa che verrà. Dalla casa di Nazaret, alla casa di Gerusalemme, la vita di Maria è trascorsa come un crescendo nella polifonia degli affetti e delle relazioni, come un dilatarsi della sua capacità di accogliere, mai sola, mai senza l’altro. Casa in ebraico si dice bet, come la seconda lettera dell’alfabeto: per la sua funzione e per la stessa forma grafica del segno alfabetico, con tre lati chiusi e uno aperto, la casa è il simbolo stesso dell’accoglienza e del femminile, metafora di Maria di Nazaret, casa di Dio, dove il Misericordioso senza casa ha trovato casa.

La casa delle nostre case. Quanti quadri, quante icone, quanti rosari appesi nelle case dei nostri antenati, dei nostri nonni/e, genitori, magari nelle camere da letto – forse decisamente meno nelle nostre case moderne e un po’ lontane da Dio o almeno da un clima spirituale. Non possiamo che augurarci che si ritorni a un clima spirituale più intenso nelle nostre case. L’esperienza di Maria è particolarmente illuminante e determinate un clima educativo di cui le nostre famiglie hanno particolarmente bisogno.

don Maurizio

COSA E COME PENSA IL CRISTIANO DELLA GUERRA E DELLA PACE? (prima parte) (Insieme 20.2022)

Già lo scorso editoriale ci ha provocato a riflettere, come persone di fede, sui tragici avvenimenti di questa guerra – solo l’ultima, in ordine di tempo – alle soglie dell’Europa. La memoria infatti non ci deve ingannare: non è l’unica che l’Europa ha conosciuto e sta ancora sperimentando; solo pochi decenni fa nella ex Jugoslavia si è consumato un altro orrendo dramma, senza dimenticare gli innumerevoli conflitti, le molteplici situazioni di ingiustizia e sofferenze provocate dal “cainismo” ancora sparse in tutto il mondo. Su tutti questi preoccupanti scenari richiamati dall’attuale conflitto Russo-Ucraino, che non è limitato a se stesso ma ha delle ripercussioni molto più ampie, quale deve essere il pensiero e l’agire credente e in particolare cristiano? Inoltre in questo turbine della nostra storia ha ancora senso parlare di pace? E in che modo, a quale prezzo? E come potrà essere ricostruito il futuro così tremendamente segnato da ferite aperte, da profonde lacerazioni che generano risentimenti? E soprattutto sarà possibile continuare ad avere fiducia nell’uomo e considerarci “fratelli tutti” e non lupi?

Questi fatti ci addolorano, ci interpellano, ci sconvolgono. Pensiamo con dolore agli innumerevoli morti, ai feriti che porteranno per tutta la vita il segno della tragedia, alle famiglie distrutte, ai milioni di profughi, al pianto dei bambini. Nascono molte domande, ipotesi, inquietudini. Domande di carattere umano e religioso e anche di carattere politico. Si vorrebbe capire, giudicare, vedere come agire per farla finita con il terrorismo, la paura, la guerra, come operare seriamente per una pace duratura. Abbiamo bisogno di porci delle domande e trovare soprattutto delle risposte di fede; risposte che attingano la loro forza nel Vangelo di Gesù Cristo e in Gesù Cristo – principe della pace – nel quale crediamo. Solo qualche giorno fa papa Francesco in una lunga intervista al Corriere della Sera proprio in merito al conflitto in corso ha citato un discorso del 2001 alla città di Milano dell’allora Cardinal Martini: un discorso lucidissimo e lungimirante oltre che straordinariamente profetico e anticipatorio di temi e avvenimenti di cui viviamo oggi l’attualità. Desidero, con qualche mio commento, riproporvelo in alcuni passaggi che ci offrono chiarezza di lettura degli avvenimenti, capacità di discernimento alla luce della pensiero cristiano – fin troppo dimenticato – e propositi positivi che superano ogni spirito di rassegnazione.  Parlando, leggendo e ascoltando molto, mi sono accorto di come anche i pareri siano tanto divergenti tra gli stessi cristiani e i fedeli della nostra comunità. Molteplici i punti di vista, gli angoli di visuale; fortissime le passioni, i coinvolgimenti emotivi. Sembrerebbe più saggio attendere, pregare, e per intanto sanare e medicare in quanto si può le ferite, come in emergenza. Ma non possiamo sottrarci al dovere della riflessione e al tentativo di giudizio su fatti assai gravi, pubblici e controversi che stiamo vivendo. Abbiamo la necessità e il dovere di parlare a voce alta di queste cose di fronte a Dio, al vangelo e alla coscienza dell’umanità.

Il Cardinal Martini cita un primo testo del Vangelo di Luca (13, 1-5) che vi invito a leggere. E’ un testo complesso se non si conosce il contesto politico culturale e religioso ebraico di quel momento. Tuttavia se ne possono trarre interessanti riflessioni per il nostro tema. In quella circostanza Gesù si trova di fronte a un groviglio di problemi etici, teologici e politici; egli, inoltre, viene provocato ad esprimersi e a dare un giudizio: che posizione prenderà? da che parte starà? condannerà? Griderà contro qualcuno? Oppure dirà che comunque si è trattato di intervenire con una dolorosa operazione di legittima difesa e che si è fatto per evitare mali peggiori?  Sembra di essere catapultati proprio ai giorni nostri con in più la provocante nel chiedergli: facci sapere, tu che sai tutto, da che parte sta la verità e da che parte sta l’ingiustizia… C’è anche una seconda situazione narrata da Luca (13 , 1-5) che richiama domande attuali di fronte a calamità naturali o almeno – così sembra – indipendenti dalla volontà dell’uomo. I due episodi sono proposti a Gesù perchè prenda posizione. Qui invece si verifica l’imprevisto. Gesù non prende posizione né pro, né contro nessuna delle persone coinvolte, non si esprime su chi degli immediati protagonisti sia da ritenersi colpevole. Proclama, è vero, un suo giudizio, ma la sua voce sta al di sopra di tutti i temi sia pur gravi di politica corrente. Ciò può sorprendere, deludere e turbare. Notiamo tuttavia fin da ora che in confronto ai profeti classici di Israele, il Gesù storico è notevolmente silenzioso a proposito di molte scottanti questioni sociali e politiche del suo tempo… Il Gesù storico sovverte non solo alcune ideologie, ma tutte le ideologie. La ricerca di risposte chiare e non “partigiane”, la necessità di comunicazioni che rispettino la verità dei fatti, il desiderio di ascoltare una voce univoca nella confusione delle opinioni,  sono esigenze più che giustificabili. Di fatto gli interrogativi sui fatti della storia e soprattutto su quelli drammatici dei nostri giorni sono tanti e comprensibilmente carichi di sofferte emozioni, di precomprensioni affettive e anche di pregiudizi. E non di rado si invocano da qualche autorità morale risposte immediate e chiarificatrici (per lo più nell’attesa di essere confermati in ciò che ciascuno ha già giudicato dentro di sé!).  Su questo sfondo emergono, con maggior forza rispetto ad altri, alcuni interrogativi che ci poniamo davanti alla notizie e alle immagini – tra l’altro amplificate e immediate attraverso lo strumento dei “social” di questi mesi. La prima domanda è quella più radicale e inquietante: perchè un essere umano o un gruppo o una nazione può giungere a tanta crudeltà e cecità? Ci si chiede in quali oscuri meandri della coscienza possano albergare tali sentimenti di odio, di fanatismo politico e religioso, quali incoerenze, risentimenti personali e sensi di umiliazione collettiva possano essere alla radice di comportamenti malvagi. E’ la domanda sull’origine del male e di come il cuore dell’uomo possa esserne protagonista. Ma, oltre la domanda di un giudizio umano e morale severo su ogni anche piccola radice di disprezzo e di odio, emerge con insistenza nel cuore della gente anche una seconda domanda, di natura piuttosto politica, militare, economica, giudiziaria: il tipo di operazioni che si vanno facendo contro il terrorismo saranno efficaci? E soprattutto sono giuste? E in base a quali criteri gli interventi sono giusti oppure no?  Queste ultime domande, che sono piuttosto di tipo etico, provocano un’ulteriore interrogazione: ciò che si è fatto e si sta facendo specialmente a livello bellico contro chiunque aggredisca rimane nei limiti della legittima difesa, o presenta la figura, almeno in alcuni casi, della ritorsione, dell’eccesso di violenza, della vendetta? È chiaro che il diritto di legittima difesa non si può negare a nessuno, neppure in nome di un principio evangelico. Occorre tuttavia una continua vigilanza, un costante dominio su di sé e delle passioni individuali e collettive per far sì che nella necessaria azione di prevenzione e di giustizia non si insinui la voluttà della rivalsa e la dismisura della vendetta. Ma ora a che punto siamo? Non hanno forse l’ansia di vittoria e il dinamismo della violenza preso la mano diminuendo la soglia di vigilanza sulle azioni di guerra? È qui che il principio della legittima difesa viene messo gravemente in questione, poiché non si può impunemente andare oltre senza creare più odi e conflitti di quanto non si pretenda risolverne.  C’è un’ultima domanda – e soprattutto risposta – per noi cristiani decisiva! (continua)

don Maurizio

COSA E COME PENSA IL CRISTIANO  DELLA GUERRA E DELLA PACE? (seconda  parte) (Insieme 21.2022)

Riprendo lo scorso Editoriale a partire dall’ultima domanda – e soprattutto risposta – per noi cristiani decisiva e che non possiamo eludere e ancor meno non ascoltare e confrontarci con la risposta. È una domanda molto semplice, di natura evangelica. Suona così: che cosa ci direbbe oggi Gesù su quanto abbiamo evocato fin qui? Che cosa ci suggerirebbe nello spirito del Discorso della Montagna, nel quadro delle beatitudini dei misericordiosi e degli operatori di pace? Abbiamo visto sopra nella pagina di Luca 13,1-5 che Gesù non entra in nessuno dei problemi che hanno in mente i suoi interlocutori e che riguardavano l’attribuzione delle colpevolezze per gravi fatti di sangue, la ricerca di capri espiatori. Superando ogni giudizio morale sulle azioni di singoli o di gruppi, Gesù rimanda alla radice profonda di tutti questi mali, cioè alla peccaminosità di tutti, alla connivenza interiore di ciascuno con la violenza e il male, ripetendo per ben due volte: “se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Egli invita a cercare in ciascuno di noi i segni della nostra complicità con l’ingiustizia – anche se noi, in prima battuta verrebbe di dire che non c’entriamo nulla. Ammonisce a non limitarsi a sradicarla qui o là, ma a cambiare scala di valori, a cambiare vita. Ciò in un primo momento ci sorprende. Ci appare una fuga dal presente, un volare troppo alto di fronte a eventi che richiedono con urgenza decisioni e giudizi se non interventi concreti e immediati. Ci sembra un generalizzare un problema che rischia di confondere torti e ragioni, carnefici e vittime, tutti accomunati sotto un unico denominatore. Sembra che voglia svincolarsi – quasi “arrampicandosi sugli specchi” – dalle provocazioni di chi chiede giustizia davanti al sopruso, chiede conto delle lacrime versate dagli innocenti e da chi domanda di essere riconosciuto e sostenuto nella sua opera generosa, qualche volta sacrificale, di chi risponde col bene a tanto male. Ma Gesù non intende per nulla togliere a ciascuno la sua concreta responsabilità. Ognuno è responsabile delle proprie azioni nel bene e nel male e ne porta le conseguenze. Per questo Gesù disse a Pietro che tentava di difenderlo con la forza quando vennero per arrestarlo: “Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che metteranno mano alla spada periranno di spada” (Mt 26,52). Egli sa che ciascuno deve prendere le sue decisioni morali di fronte alle singole situazioni. Gli importa però molto di più segnalare che gli sforzi umani di distruggere il male con la forza delle armi non avranno mai un effetto duraturo se non si prenderà seriamente coscienza di come le cause profonde del male stanno dentro, nel cuore e nella vita di ogni persona, etnia, gruppo, nazione, istituzione che è connivente con l’ingiustizia.

Anche se lasciamo al Signore della storia il calcolo dei tempi, sappiamo che può essere possibile che maturi di nuovo in Occidente, forse proprio sotto la spinta di eventi così drammatici, la percezione che è necessario un cambio di vita, l’adozione di una nuova scala di valori. In particolare l’Europa ha bisogno non solo di riscoprire l’unità delle proprie radici ebraico-cristiane ma di ancorarvisi con maggior convinzione dopo un lungo periodo di colpevole dimenticanza se non addirittura di misconoscimento. In questo contesto si tratta di sottrarsi alla penetrazione del male in cui siamo immersi, dall’assurdità di una società il cui dio è il denaro, la cui legge è il successo e il cui tempo è scandito dagli orari di apertura delle borse mondiali. Una società che giunge quasi al ridicolo nella sua ricerca affannosa di investimenti virtuali, di transazioni puramente mediatiche, di ricerca ossessionante di forme di vita virtuali, apparenti e che pretende di esportare messianicamente questo modo di vedere in tutto il mondo. E’ questa globalizzazione che è giusto rifiutare. Ciò che dunque urge è dirci che se non avviene un cambio radicale nella scala dei valori, se non vengono messi al primo posto la pace, la solidarietà, la mutua convivenza, l’accoglienza reciproca, l’ascolto e la stima dell’altro, l’accettazione, il perdono, la riconciliazione delle differenze, il dialogo fraterno e quello politico e diplomatico, se non vengono disarmate non solo le mani ma anche le coscienze e i cuori, noi avremo sempre a che fare con nuove forme di violenza e anche di terrorismo. Riusciremo magari a spegnerle per un momento, ma per vederle poi risorgere impietosamente altrove. Gli spettri della corruzione, del malgoverno, del prevalere dell’interesse privato e tribale su quello pubblico, della dittatura e del primato della forza e delle armi, stanno succhiando il sangue di innumerevoli poveri della terra. Sarebbe troppo facile trovare un solo capro espiatorio e una sola vittima. Zizzania e buon grano sono intrecciati profondamente in ogni angolo del pianeta. Gesù sa che il male è nascosto nel cuore di ogni uomo e di ogni cultura, sa che siamo “generazione incredula e perversa” (Mt 17,17). Se, spinti da eventi tragici che mai avremmo voluto neppure immaginare, l’invito di Gesù a cambiare scala di valori e criteri di giudizio cominciasse a venire accolto, ne emergerebbe una società più pensosa, una gioventù meno dissipata e meno avida di divertimenti, conscia delle proprie responsabilità per il futuro del pianeta; pronta anche ad ascoltare il richiamo per aprirsi a esistenze consacrate al servizio totale di Dio e del prossimo.

E di questi inizi e germi di cammini positivi, grazie a Dio, ne vediamo e ne siamo testimoni: quanti – e i loro volti li conosciamo – lavorano per la solidarietà, la giustizia e la pace e spronano noi stessi a fare altrettanto!! Pace non è solo assenza di conflitto, cessazione delle ostilità, armistizio. Non è neppure soltanto la rimozione di parole e gesti offensivi (Mt 5,21-24), neppure solo perdono e rinuncia alla vendetta, o saper cedere pur di non entrare in lite (cfr Mt 5,38-47). Pace è frutto di alleanze durature e sincere a partire dall’Alleanza che Dio fa in Cristo perdonando l’uomo, riabilitandolo e dandogli se stesso come partner di amicizia e di dialogo, in vista dell’unità di tutti coloro che Egli ama.

don Maurizio

Mese di Maggio 2022

QUALI “ARMI” FERMERANNO LA GUERRA? (Insieme 19.2022)

«Recitate il Rosario tutti i giorni per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra». Sembrano parole illusorie e lontane dalla realtà alle quali forse facciamo fatica a credere anche noi cristiani. Eppure è il preciso e forte appello pronunciato dalla Madonna ai tre pastorelli a Fatima nel 1917 nel mezzo di una guerra sanguinosa che il papa di allora aveva etichettato come “l’inutile strage”. L’ “arma” della preghiera, che a nessuno viene in mente di considerare e qualcuno vorrebbe addirittura di piegarla sconsideratamente ai propri fini. Nel contesto odierno, con negli occhi l’orrore della guerra attuale alle porte dell’Europa, dove per risolvere questo conflitto non si fa altro che parlare e decidere di aumentare l’arsenale bellico e inviare e utilizzare sempre più armi, forse bisogna che almeno i cristiani – tutti e di qualunque confessione – tornino a parlare di un altro tipo di “armi” e a credere molto di più nella loro “potenza” che è quella spirituale. Visto che abbiamo citato Fatima, dovremmo considerare il fatto che, se le apparizioni del passato avevano carattere di consolazione spirituale, le grandi apparizioni moderne, quelle di questi ultimi secoli, intervengono nel vivo della storia e nel cammino del mondo. Gli eventi drammatici e crudeli del secolo scorso e dell’inizio di questo terzo millennio della Chiesa, hanno costretto tutti ad andare alle fondamenta della nostra convivenza. Sembra addirittura ironico e paradossale che in questo contesto di una “terza guerra mondiale a pezzetti”, ma non si è nemmeno troppo lontani da un conflitto globale, un papa scriva una lettera enciclica come “Fratelli tutti” dal titolo e dai contenuti che suonano addirittura beffardi, derisi e ignorati benchè ora più che mai opportuni e profetici.  Per tornare alle apparizioni e non solo quella di Fatima, è un po’ come se il divino volesse continuamente rompere la crosta della nostra indifferenza. Le apparizioni entrano nel vivo delle vicende umane e accompagnano il cammino del mondo, spiazzando credenti e non credenti. Riconsiderando con attenzione certi contenuti di queste apparizioni, facilmente si può constatare come contro le forze del male, che sembrano coalizzarsi in certi momenti della storia, si oppone un’altra forza, una risorsa di amore che capovolge il corso degli eventi, li fa, per così dire, «deragliare». E’ una forza che sembra vincente perché è in realtà vincente! C’è un fiuto nel popolo di Dio, un “sensus fidei” che non bisogna banalizzare. Fatima – e non solo – comunque continua anche oggi a interpellare e intrigare, responsabilizzandole, le coscienze. Le prime parole rivolte dalla Madonna ai pastorelli di Fatima il 13 maggio 1917 sono state: «Non abbiate paura». Due mesi dopo, alla terza apparizione a Cova da Iria, il 13 luglio, la Vergine Maria «consegna» a quei tre ragazzini un’inquietante profezia: un secolo straziato da immani tragedie, che travolgono il mondo intero senza risparmiare la Chiesa. Il secolo delle due guerre mondiali e di tanti martiri cristiani. E il secolo successivo, quello che si è appena aperto, non è da meno! Eppure le sue prime parole erano state: «Non abbiate paura». Una madre premurosa non punta a spaventare né vuole alimentare timori e preoccupazioni ma avverte, mette in guardia, consiglia, sostiene, accompagna, prende per mano, illumina la strada, preoccupata esclusivamente del bene dei figli.  Davanti all’allarme suscitato nei cuori e nelle coscienze e del timore di un peggio che può ancora accadere, facciamo bene a non lasciarci alle spalle il significato profondo e il messaggio di quelle apparizioni. Il fortissimo appello al ritorno a Dio e alla conversione, ripetuto con veemenza tre volte dall’angelo che ha preceduto l’apparizione della Madonna a Fatima – «Penitenza, penitenza, penitenza,» resta di drammatica attualità. Nel mondo rimane la minaccia del peccato e del male, rimangono le sofferenze e le persecuzioni da qualsiasi parte provengano. Oggi il rifiuto di Dio – benchè spesso si usi a sproposito il suo nome – e il materialismo pratico stanno inaridendo nei cuori ogni desiderio all’amore e alla verità. Persa la dimensione soprannaturale, le coscienze si sono assopite. Se la causa profonda dei mali che affliggono l’umanità è il distacco dell’uomo da Dio, compito di Maria è indicarci la via per tornare a Lui. Prima che sia troppo tardi. La vergine ha chiesto con decisione le nuove “armi” – quelle di sempre – della conversione e della preghiera in un momento mai così difficile per la storia dell’umanità. La manifestazione visibile e concreta della Vergine a Cova da Iria, secondo la testimonianza dei tre pastorelli, è anche e soprattutto una profezia di promessa, perché proclama apertamente la vittoria del Cuore Immacolato di Maria, finalizzata alla piena realizzazione del disegno salvifico di Dio nel nostro tempo così travagliato.  A questo scopo Maria, a Fatima e nelle apparizioni successive, chiede la conversione dal peccato, causa prima delle guerre e della dannazione eterna, propone con forza una “soluzione” che oggi sembra essere più che mai scartata perchè si confida molto di più sulle armi materiali. Ella, agli attacchi del male, propone le “armi” della preghiera, della penitenza  e della consacrazione dei popoli e del mondo intero al Cuore Immacolato di Maria. La consacrazione del mondo intero a Dio si contrappone perciò alla costruzione del mondo immaginata dall’ateismo, che è senza Dio e contro la Chiesa. L’idea stessa di consacrazione infatti implica la fede in Dio come Signore della storia e del mondo. Anche per questo, in questo mese di Maggio, nella nostra parrocchia preghiamo il santo Rosario intercalando alle decine l’atto di affidamento e consacrazione al Cuore Immacolato di Maria, che papa Francesco ha fatto lo scorso 25 Marzo proprio per impetrare il dono della pace.

don Maurizio

ARMIDA BARELLI E DON MARIO CICERI BEATI INSIEME. ECCO CIO’ CHE LI UNISCE E LI DISTINGUE (Insieme 17.2022)

Due figure accomunate dal Battesimo e dall’averlo vissuto fino in fondo secondo la propria vocazione, una laicale l’altra come sacerdotale. Due cristiani che hanno attraversato il «secolo breve» (il ‘900) con piena consapevolezza del loro tempo e dell’impegno che ne veniva chiesto a servizio della società e con amore per la Chiesa. La loro beatificazione il 30 aprile in Duomo un’occasione di riflessione anche per noi, laici, consacrati o semplici cristiani impegnati a vivere la nostra vocazione.
Armida Barelli e don Mario Ciceri saranno beatificati insieme sabato 30 aprile in Duomo a Milano, diocesi di appartenenza di entrambi. Mentre don Mario Ciceri visse il suo intenso e profondo ministero di prete in una sola parrocchia, Armida Barelli animò l’intera Chiesa italiana con la sua intelligente determinazione, fascino educativo e capacità organizzativa. Come ha scritto l’Arcivescovo nella proposta pastorale, sono «personalità così diverse a cui rivolgiamo la stessa preghiera perché tutti i discepoli vivano la loro vita come risposta alla vocazione che Dio rivolge a partecipare della sua stessa vita, in ogni forma storica e in ogni stato di vita che lo Spirito fa fiorire nella santa Chiesa di Dio».
La vita è grazia, è vocazione, è missione, è speranza di gioia senza fine nella comunione con Dio. Gesù aiuta a intendere così anche l’essere discepoli e amici suoi: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,16). La visione cristiana della vita, come vocazione, suona antipatica o incomprensibile alla mentalità del nostro tempo. Una vita senza domande non si interroga sulla sua origine e non sa ringraziare. Una vita senza domande non si interroga sulla sua destinazione e non sa sperare. Una vita senza domande non ha criteri per valutare le sue scelte e non sa decidersi per una scelta duratura e irrevocabile. La vita di Armida e di don Mario, invece, si è sta interrogata e hanno cercato di impegnarla nel migliore dei modi, leggendo i bisogni culturali ed educativi della società in cui erano immersi, rispondendo alle esigenze del proprio tempo e della Chiesa. Così facendo hanno fatto della loro vita un capolavoro per sé e per gli altri.
In loro ci è offerta la possibilità di rileggere l’audacia, la lungimiranza, la determinazione, la perseveranza, la capacità di coinvolgimento popolare. In particolare in Armida Barelli spicca il genio e il carisma femminile. E’ stata una “donna tra due secoli”, pilastro insostituibile della nascente Università Cattolica insieme con padre Agostino Gemelli, e fondatrice della Gioventù femminile di Azione Cattolica. Di questa istituzione lei sarà all’origine – sposando il progetto di padre Gemelli – come ispiratrice e sostenitrice. Il suo impegno, di chiara matrice cattolica, è significativo e determinate in campo culturale e politico, a cominciar ad esempio dalla sua battaglia per il voto femminile. Laica nel mondo e per il mondo, mistica del quotidiano, solo e sempre “sorella maggiore” secondo lo spirito francescano di cui era imbevuta, sapeva proporre gli alti traguardi di “essere per agire”, “istruirsi per istruire”, santificarsi per santificare”. Per don Mario la santità, senza essere farisaicamente ricercata, era costituita essenzialmente dalla quotidiana normalità spesa per la vita della parrocchia e dell’oratorio. La sua ansia pastorale voleva raggiungere tutti e tutti aiutare, in qualche modo. Cercò quindi la strada della santità, attraverso l’ordinarietà della vita di tutti i giorni. Fare il bene e farlo bene, il meglio possibile e spendersi ogni giorno, come fosse l’unica giornata a disposizione. Il suo fulgido esempio di umiltà e semplicità, di generosità e di abnegazione – tutta la vita dedicata alla parrocchia di Sulbiate (Mi) fino al tragico evento della sua morte – è stato contagioso, un fermento di carità che, negli anni successivi al suo ritorno al Padre, ha vivacizzato continuamente la sua comunità parrocchiale, a dimostrazione che chi dona l avita come lui porta frutto. In queste ultime righe vorrei soffermarmi sul fatto che Armida e don Mario saranno beatificati insieme. Le coincidenze custodiscono sempre un segno che possiamo considerare solo casuale, magari a volte un impaccio, e invece spesso accendono una luce. Ciò che li unisce è il Battesimo e dal Battesimo il cammino cristiano incarnato nella loro storia di incontri, decisioni, sofferenze e gioie e nutrito dalla Parola di Dio e dall’Eucaristia. Per noi è l’occasione di ripensare alla nostra «storia» con Gesù nell’amicizia, nelle scelte, nelle fatiche e nelle gioie. Ciò che li unisce è anche il «secolo breve» del Novecento, segnato per loro da due guerre mondiali e da progetti di rinascita e riscatto per i giovani della parrocchia e le ragazze italiane. Per noi è l’occasione di chiedere il dono della creatività per immaginare il nostro prossimo futuro anche culturale e politico. Li unisce anche l’amore alla Chiesa vissuto nel loro tempo, con stile diverso, con alleanze e collaborazioni ordinarie e straordinarie, ma sempre da discepoli missionari. Per noi è l’occasione di sognare una Chiesa capace di una comunione più intensa e diversificata e di una missione più libera e coraggiosa. La nostra terra ambrosiana ancora una volta dimostra di essere terra di santi. Noi chiediamo la grazia di poter continuare a scrivere questa storia di santità.

don Maurizio

PASQUA DI RESURREZIONE: OLTRE I NOSTRI CALVARI – (Insieme 16.2022)

La Pasqua di quest’anno è una Pasqua segnata dalla guerra con tutta l’assurdità, il dolore e l’orrore che questa realtà contiene. Una parola – guerra – che contiene anche il desiderio del superamento di una situazione di sofferenza, l’anelito e il desiderio di pace, di resurrezione, perché il conflitto lo percepiamo come innaturale a noi stessi, all’umanità; noi siamo fatti per la felicità, il bene, la vita! Questo non significa illuderci. Il senso del realismo ci dice esattamente di “che pasta siamo fatti”, anche se desideriamo altro. Infatti il Golgota – Calvario – siamo noi. I passi affaticati di Gesù e quelli degli aguzzini. Assassini e vittime, traditori e santi, insieme. Noi Sua immagine, impegnati ad essere suoi discepoli eppure così lontani, deboli, distratti, infedeli, banali e peccatori. Il Golgota siamo noi. Crocefìssi anche quando non sappiamo di esserlo. Nella radice del nostro essere impasto inestricabile di bene e di male: desidero il bene che voglio e faccio il male che non voglio (Rm 7,18-25). Il Golgota siamo noi. In questo scenario sempre attuale. In questo peregrinare sempre in salita, tra le grida del dolore innocente, i morsi della fame e della sete, il sangue e le rovine della guerra, il virus che lascia senza respiro, la paura che schiaccia la libertà e soffoca la speranza. Il mistero si apre non di fronte a noi, ma dentro di noi: il mistero del male, quel non essere che affligge lo spazio e il tempo, i corpi e le menti, e perfino l’eternità che ci abita, l’anima, quel filo sottile che unisce il nostro cuore al cuore di Dio. Il male, e il dolore che ne deriva, ci appartiene; il dolore ci appartiene, noi apparteniamo al dolore. C’è un solo modo per esserne padroni: accettarlo, dire il nostro sì, perché è parte di noi, senza per questo essere il nostro destino, la parola ultima. Il dolore innocente è, poi, il grande scandalo della storia degli uomini. Origine della domanda radicale, quella tante volte gridata nelle innumerevoli notti dell’umanità, la domanda che ammutolisce i sapienti e mette alla prova i santi, domanda che nemmeno la Bibbia risolve con una formula soddisfacente. Al cuore di ogni dolore, soprattutto di quello innocente, del perché senza risposta, c’è la verità del silenzio. Il silenzio di Cristo, in cammino verso il Golgota, si interrompe solo di fronte al pianto delle donne: «Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli» (Lc 23,28). Sulla croce ancora silenzio, fino alle parole che donano la Madre a noi; fino al grido ultimo che sempre si ripete nel buio della storia e delle nostre storie: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34). Come può il figlio di Dio essere abbandonato dal Padre? Come può spezzarsi l’unità? Come si può uccidere Dio? Di fatto a quel grido, già di per sè di fiducia, ne segue un altro  potente e liberante, garanzia di vittoria: «Nelle tue mani, Padre, affido il mio Spirito». Come a dire che solo nel dono della vita di un Dio attraverso il male, il dolore e la morte si dimostra la sua Signoria che sconfigge queste realtà dall’interno e non con una formula magica.  Da ragazzo anch’io non riuscivo a comprendere la ragione per cui Gesù avesse offerto la sua vita per noi, perché il suo amore per gli uomini avesse richiesto il sacrifìcio estremo della Passione e non avesse potuto salvare in altro modo. Ero come i cristiani dei primi secoli, incapaci di dare ragione, alla vergogna della croce. Poi con l’età della ragione ho iniziato a percepire l’orrore del male, la sua insensatezza, il caos che distrugge l’armonia e la bellezza dell’essere… Il peso della croce è il peso di tutti i peccati, da Adamo all’ultimo uomo che vedrà la luce di questo mondo. E Cristo apre le braccia a tutto questo, e l’abisso di peccato lo dilania fino a strapparlo alla vita. «Al crimine contro l’Amore – scrive Bernanos -, l’Amore risponde secondo il proprio stile e la propria essenza: con un dono totale, infinito. Noi siamo nel cuore di questo dramma immenso, siamo nel cuore della Trinità». Il Golgota siamo noi. Oggi come allora anche noi passiamo di là e, con i farisei, scuotiamo il capo alla ricerca di un segno: «Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!» (Mt 27,40). Eppure sotto i loro e i nostri occhi si manifesta il segno più grande. Nel darsi di Dio sulla croce, nell’essere tutt’uno col dolore e con la morte, l’amore raggiunge il suo vertice perché il Signore della vita dà la sua vita e nel darla per amore la restituisce a tutti. Di fatto il mistero Pasquale non finisce con la morte di Cristo ma si apre all’eternità con la sua Resurrezione. E non è un caso che tra innumerevoli raffigurazioni di questo evento, merita attenzione un’opera d’arte sacra contemporanea vista da milioni di pellegrini e da centinaia di milioni di telespettatori: la stupenda Resurrezione di Pericle Fazzini, ideata su invito di Paolo VI per l’Aula delle Udienze in Vaticano. Una impressionante “scultura barocca moderna” in cui pulsa la vitalità sovrumana del Risorto presente nella Chiesa postconciliare, partecipe delle gioie e speranze, delle sofferenze e angosce dell’uomo moderno. Con fine penetrazione psicologica, Fazzini infatti concepisce la Resurrezione in rapporto non solo all’agonia fìsica della croce ma anche a quella morale dell’Orto del Getsemani e del Golgota. Scrive d’aver raffigurato il Cristo «come se risorgesse dallo scoppio di questo grande uliveto, luogo di pace delle ultime preghiere, ma anche di agonia. Il Cristo risorge da questo cratere di sofferenza: un’atroce esplosione, un vortice di forza e di energia; ulivi divelti, pietre volanti, terra di fuoco, tempesta, formata da nuvole e saette, e un gran vento che soffia da oriente verso occidente». Confrontando l’opera finita con i disegni preparatori mediante i quali l’artista ha sviluppato il suo pensiero, veniamo assorbiti dal mistero emozionante di un divenire eternamente nuovo: un dischiudersi di forme luminose tra le tenebre, la rivelazione della gloria dei figli di Dio. Questa scultura lunga venti metri, alta sette e profonda tre è icona di movimento e di stabilità, di realtà e surrealtà, di vita umana e divina. «L’animano la luce e il vento con ritmi turbinosi, più che di trionfo, di festa coinvolgente il cosmo. L’esplosione della materia, la lacerazione della natura, la dissoluzione della forma non atterriscono. Sono segni di un evento sospirato da secoli, che ora si svela nella verità che annunzia la stessa risurrezione dell’uomo». Si, il Golgota – Calvario – siamo noi. Ma la risurrezione di Cristo fa esplodere e frantuma il nostro Golgota per proiettarlo in una realtà di vita nuova e di bene assoluto: è la gioia, è la Pasqua…per tutti. Auguri!

don Maurizio

SPERANZA: UN INFINITO RICOMINCIARE (prima parte) – (Insieme 13.2022)

L’esperienza dell’ennesima incomprensibile e folle guerra che rinnega quello che dovrebbe essere un sapiente e non stolto vivere dell’uomo, sembra annullare – ancora una volta – il desiderio di ricominciare con entusiasmo dopo ogni prova e difficoltà. Ne siamo appena usciti, anche se non del tutto, da quell’altra esperienza destabilizzante che sta segnando pesantemente questi anni: la pandemia di Covid-19. Eppure lo spirito di “resilienza” sembra non soffocarsi mai e spingerci sempre a ricominciare. In fondo anche la Pasqua verso la quale camminiamo in questo tempo è la testimonianza che nella logica salvifica di Dio nulla è perduto poichè egli offre attraverso la croce e la risurrezione del suo figlio la possibilità infinita di ricominciare, anzi di essere nuovi.  In questo senso lucida e potente è la poesia di David Maria Turoldo: 

Essere nuovi come la luce a ogni alba

come il volo degli uccelli

e le gocce di rugiada:

come il volto dell’uomo

come gli occhi dei fanciulli

come l’acqua delle fonti:[…]

principio altro principio genera

in vite irripetibili come le primavere”.

Non a caso nella Bibbia sono  molti  coloro che, incalzati dalla voce di Dio, diventano iniziatori di storie nuove e generano nuovi inizi. Si muovono per fede, fede coraggiosa, perché il coraggio è la virtù degli inizi: lasciare tutto, smontare le tende al levar del sole e inoltrarsi nel deserto; salpare alla brezza leggera del mattino. Alcuni sono personaggi enormi, da cui non si può prescindere, come Abramo, che parte al lume delle stelle senza sapere dove andare; è nomade, uno che ricomincia ogni giorno. A pensarci bene nella fede siamo tutti figli di nomadi, incamminati verso una “terra promessa”, un “al di là – così lo definiamo in modo assai generico – di cui non conosciamo bene nè i confini nè i contorni. Come Mosè, fuggito alla condanna a morte in contumacia, nascosto nelle tende di letro e pastore di un gregge di capre non sue. Dalla precarietà della sua vita, attraverso un reticolo di fughe, chiamate, difetti, ritorni e ripartenze, inizia un’avventura collettiva straordinaria. Una cosa appare certa e incontrovertibile e, paradossalmente non secondo le nostre logiche trionfalistiche. I protagonisti della storia sacra, iniziatori del nuovo, non sono degli eroi preparati per la loro missione, ma vengono raccolti da una cisterna, come Giuseppe; da una prigione come Geremia; da dietro i buoi come Amos, da un ramo di sicomoro come Zaccheo, o rimessi in piedi dopo una sconfìtta. Nella Bibbia, il futuro sembra aprirsi dopo o nonostante un nulla, un’ineguatezza, una serie di fragilità. Come con i Giudici: Israele si è appena installato sulla terra di Canaan, è circondato da piccoli regni organizzati e bellicosi. A ogni periodo di relativa pace succede una invasione, il popolo è sottomesso e depredato…storie che si ripetono, qualunque popolo sia… Allora nel momento della crisi sorge un capo, un giudice che raccoglie i coraggiosi e caccia i nemici. Gedeone e i suoi trecento. Sansone. Jefte. A quella liberazione di nuovo succede un’altra invasione. E ancora Dio fa sorgere un giudice. Dio interviene nei vuoti della storia, con gesta epiche o umili. Finisce una storia, ma non finisce la Storia. Dio sceglie i punti della storia che un generale non sceglierebbe mai; i momenti di ritirata, di sconfìtta, di fuga. L’intervento di Dio accade non sulle facciate gloriose della storia, ma nei buchi, tra le pieghe, nel ridicolo e inconsistente strumento di una fionda davanti a possenti strumenti bellici (il mitico ragazzino e fulvo Davide davanti a Golia). Nelle nostre crisi. Sulla croce di Gesù, proprio là dove la mano di Dio sembrava più assente, lì era più presente che mai. Proprio al cuore del male, più che in ogni altro luogo, affiora la punta acuta e fragile della speranza. Il nuovo nasce sempre con dolore. Lo vediamo anche nelle storie dei profeti. Giona: alzati e va’ a Ninive. Il piccolo profeta pauroso si alza alla voce di Dio, ma inizia una fuga lontano dal Signore, si avventura verso Tarsis, la terra dove il sole va a morire. Infine arriverà, ma sospinto e incalzato da tempeste, naufragi e persino inghiottito da un pesce, fino a Ninive, la grande capitale, e cambierà la storia della città. Elia: alzati e mangia. Tutto accade nel corso di una fuga lunga e disperata, quando il profeta, inseguito dai sicari di Gezabele, sfinito, si lascia cadere sotto una ginestra e si arrende: basta Signore, per me meglio morire… E l’angelo, per due volte: Elia, alzati, mangia e rimettiti in cammino. Il nuovo viene sempre con fatica e coraggio! La speranza di ricominciare, e addirittura di garantire un futuro migliore, proprio a partire da un fallimento, sta inscritta fin dall’inizio della storia sacra. La distribuzione degli uomini sulla terra ha avuto inizio dal fallimento della costruzione della mitica torre di Babele e dalla conseguente crisi delle lingue. Nella Scrittura (Gen 11) si legge di uomini che volevano costruire un edifìcio che arrivasse in ciclo. Poi Dio li salvò – da questo insensato progetto – mandando loro il dono delle mille lingue diverse per cui non si intesero più. Paradossalmente: non una punizione ma un dono. Così si dispersero e abbandonarono l’impresa. Fallirono, ma in maniera grandiosa: la torre avrà come esito non la conquista del cielo, ma la conquista della terra. La disseminazione dell’umanità. Gli uomini impararono così – ma forse ce lo siamo dimenticati – che il cielo non si può scalare con “impalcature” e che per sfiorare il suo mistero ci vuole l’efficace umiltà della fede. Impararono che per abitare la terra, per poter esistere come uomini è indispensabile la diversità, la benedizione della diversità delle lingue e quindi delle visioni del mondo, che è indispensabile all’uomo stesso affinchè possa esistere. Nacque lungo quella montagna crollata di mattoni, in un giorno di crisi, il nostro mondo plurale: anch’esso espressione di quella speranza di un infinito ricominciare. (continua)

don Maurizio 

SPERANZA: UN INFINITO RICOMINCIARE (seconda parte) – (Insieme 14.2022)

Riprendo l’Editoriale della volta scorsa per proseguire la riflessione stimolata dalle vicende drammatiche che stiamo vivendo e sollecitati a vivere il tempo liturgico verso la Pasqua non solo in termini puramente rituali ma con il tentativo di leggere i “segni dei tempi” , perchè ci rendano più consapevoli di come affrontarli con la lucidità e la forza della fede cristiana. Una storia che continuamente riparte, paradossalmente proprio attraverso un’esperienza di limite se non addirittura di fallimento, è presente anche nei Salmi. I Salmi sono pieni di canti, non c’è salmo senza il verbo “cantare”, ma la sorpresa è la presenza di una espressione rivelatrice, così diffusa che quasi non ci si fa caso. La formula è: un canto nuovo, una nuova canzone, una nuova melodia. «Cantate al Signore un canto nuovo» (Salmo 33,3). «Mi hai messo sulle labbra un canto nuovo» (Salmo 44,4). «Salvami e ti canterò un canto nuovo» (Salmo 144,7-9). Quando un uomo esce dall’abisso non ripete parole d’altri, non intona vecchie canzoni. Uscire dal baratro è nascere. Ogni nascita è nuova, ogni salvezza regala vita nuova e allora anche il canto è nuovo, una melodia solo tua. I salmi sono pieni di rinascite e di nuovi inizi. Spesso nella struttura dei salmi a un certo punto si incontra un vuoto, un salto, uno scatto e improvvisamente il lamento si muta in danza, il mantello del lutto in veste di gioia, Dio interviene. Un punto bianco, uno spiraglio di luce che si apre, inatteso e improvviso, nel cuore della sventura, come un’esperienza di risurrezione. La Bibbia ama vicende di ripartenze e ricominciamenti più che lo svolgimento lineare dei fatti. Ciò che affascina è la capacità di Dio di rovesciare le situazioni: quando tutto sembra finito, al cuore del peggio la speranza apre le sue ali e sorge il nuovo. Persino se andiamo ad analizzare una storia emblematica come quella della nascita del Salvatore e della visita dei Magi, ci accorgiamo si svolge lungo le direttrici che abbiamo evidenziato. «Abbiamo visto la sua stella». È apparso qualcosa di nuovo nel cielo e loro, lettori di stelle, rispondono tracciando sulla terra un percorso nuovo, dietro una piccola luce notturna che appare e scompare, lasciando incerti ma mai senza speranza. E fanno anche naufragio: perdono la stella, giungono nella città sbagliata, parlano del bambino con l’uccisore di bambini. Ma poi sanno ricominciare: ripartono, escono dalla città e dai palazzi, e ritrovano la stella che cammina davanti a loro e traccia la strada. E alla fine, dopo aver trovato il bambino in braccio a sua madre, ritornano al loro paese, ma per un’altra strada, ancora capaci di novità, pronti a inventare altri cammini. Sono il modello dei credenti, detti “quelli della via”, la via di Cristo (Atti 9,2), inventori di strade e non semplici esecutori di ordini. Anche i primi quattro pescatori del lago hanno il coraggio degli inizi: lasciano tutto e seguono Gesù. Vanno con lui senza neppure chiedersi dove li condurrà. In piena incoscienza. Lasciano cosi il piccolo cabotaggio delle rotte sul lago, per navigare lungo le mappe del mondo: lasciano il cortile di casa e cercano i confini della terra; finite le contrattazioni al mercato di Cafarnao, imparano l’arte dell’incontro con mille uomini e donne, che tireranno fuori dal fondo dove credono di vivere e non vivono, mostrando loro che sono fatti per un altro sole, un altro respiro, un altro cielo. Sono veri iniziatori di storia: scambiano le loro barche con un bastone di pellegrino, le reti piene di pesci con le parole lucenti di un giovane rabbi che ha il potere di risvegliare la vita. (continua)

don Maurizio

SPERANZA: UN INFINITO RICOMINCIARE (terza parte) – (Insieme 15.2022)

Riprendo il filo del discorso dei due precedenti editoriali per proseguire una riflessione unitaria che sollecita il vivere la prossima pasqua nell’esercizio del pensiero sapiente e non solo nelle abitudini della tradizione. Un pensiero sapiente che in questi tempi di complessità e rassegnazione davanti alla tragicità degli eventi, ci insegna a ricominciare sempre di nuovo, come abbiamo dimostrato facendo scorrere semplicemente e velocemente alcuni tratti della storia Biblica, la storia della salvezza. Anzi, sembra proprio che Dio operi in modo misterioso e vittorioso proprio attraverso quelle situazioni limite che hanno la caratteristica della sconfitta o dell’impossibilità umana.  Di fatto, davanti alla irrecuperabilità di una tomba sigillata con una “grossa pietra” persino con i sigilli e le guardie – chissà poi quale morto potrebbe fuggire -, la Pasqua è il più grande degli inizi, il primo dei ricominciamenti, si dipana in quell’alba di primavera, nel giardino appena fuori Gerusalemme, dove le donne vanno a prendersi cura del corpo dell’amato, come sanno, con ciò che hanno: solo del coraggio, tanto affetto, e un vaso di profumo senza sapere se l’avessero potuto usare. Tra loro è Maria di Magdala, sempre nominata per prima tra le donne che seguono Gesù dalla Galilea (Luca 8,1-2) a Gerusalemme, la città che uccide i profeti, dove lei presidierà, senza arretrare di un millimetro, quel piccolo perimetro di terra attorno alla croce. Alle prime luci del primo giorno della settimana, Maddalena esce di casa e va verso la tomba. In lei e nelle altre donne il tempo dell’amore è più lungo del tempo della vita: l’audacia di un amore che non si arrende obbligherà il Dio della vita a inventare risurrezioni. Quella donna, prima abitata da sette demoni, ora parla con gli angeli; la pietra scartata, per la sua vita dissoluta di un tempo – anche lei dentro una dinamica di situazioni irrecuperabili -, ora è diventata testimone per i testimoni autorevoli, gli apostoli. La straordinaria storia di capovolgimenti che attraversa tutta la Bibbia racconta storie di ricomposizione più che di perfezione. La Bibbia sembra preferire vicende di guarigioni e di infinite riprese, a storie lineari di salute, di santità, di fedeltà senza cedimenti. Racconta che le pietre scartate sembrano servirgli meglio tra le mani. Quel Dio che rifà nuove tutte le cose (Ap 1,25) non cerca come collaboratori uomini e donne perfetti, ma persone vere, coraggiose e senza maschere. Altro grande iniziatore è quel giovane fariseo sanguigno, Saulo di Tarso, discepolo di Gamaliele, cacciatore di cristiani. In quel giorno di Damasco, drammatico e felice, quando è abbagliato da un sole che gli entra negli occhi, e brucia nel cuore e nella mente, tutto cambia, e il giovane fariseo inizia a “pensare in altra luce”. Saulo, dal nome del re guerriero, diventa Paolo, il piccolo; il torturatore diventa il più grande diffusore del cristianesimo. Un personaggio di una energia sbalorditiva e di una capacità di ripresa da fare invidia ad ogni “resilienza” moderna: tre volte battuto con le verghe, tre volte naufrago, una volta lapidato e lasciato come morto (2Cor 11,25), e ancora capace di andare avanti ad annunciare il suo Signore Risorto. Si apre per lui qualcosa che occhio non vide mai, che orecchio non udì mai, una visione totalmente nuova: <<non c’è più né Giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma tutti siamo uno in Cristo» (Gai 3,28). Le storie che racconta il Libro sacro non sono mai storie lineari di perfezione, ma di sabbie mobili, di rocce accidentate, e fatti non di rado perfino amorali. Non racconta l’ideale, ma ci mostra come nel reale possiamo ricominciare e fare la differenza. La Bibbia è infinita anche per questo; non racconta una storia patinata, ma una storia degli interstizi, di vicende aggrovigliate. Storia non fondata sulle apparenze possenti, ma sulle fessure e sui punti deboli. Non sono personaggi infallibili, ma pieni di fragilità e di coraggio: ed è una buona notizia per noi. E Dio sembra preferire storie di ricomposizioni a storie infrangibili. Sono racconti generativi di novità. Vivere è l’infinita pazienza di ricominciare. La pazienza non è debolezza, ma – come si dice – la virtù dei forti, la virtù di vivere l’incompiuto in noi. La Bibbia racconta storie per farci entrare nella realtà con sguardi disarmati, coraggiosi e pazienti: perché non offrono verità oggettive o imperativi, ma vicende che si dischiudono pian piano, liberandoci dal pensiero ripetitivo, sotto il vento e il sole dello Spirito. Donandoci il coraggio di sciogliere le vele (2Tim 4,6) e di salpare verso terre nuove. Con la fede non mancherà mai il Vento al mio veliero. La conferma? Eccola: una tomba vuota, un risorto che per farsi riconoscere ti chiama affettuosamente per nome, un crocifisso che si presenta vivo ma con i segni del dolore, un vivente che ti invita a mettere il tuo dito nelle sue piaghe ma che ti assicura al tempo stesso che se non vedi e non tocchi tu sei lo stesso suo amico e credente. Certo! un infinito ricominciare. Con la Pasqua di Gesù infatti nulla termina nemmeno con la morte, ma tutto continua! Dove e come? Segui il Risorto e lo scoprirai.

don Maurizio

QUARESIMA – UN TEMPO PER RISCOPRIRSI AMICI SPIRITUALI DEL SIGNORE (Insieme 11.2022)

Quaresima è uno dei tempi liturgici che preferisco, anche se mi rendo conto che può sembrare strano. Quando arriva Quaresima, non direi che sono «contento», ma «lieto» sì. Mi piace in primo luogo perché è un tempo della giusta durata, o meglio: della giusta misura. Prendiamo a confronto l’Avvento: quando inizia, è praticamente già finito. Hai appena acceso la prima candela sulla corona d’agrifoglio, o aperto la prima finestrella del calendario d’Avvento  che arriva subito l’Immacolata e appena hai messo tutte le luci all’albero e tirato fuori il presepe, già stai correndo da una parte all’altra per comprare i regali, far visita a qualche parente, scrivere qualche lettera ed è già il 25 dicembre. Natale non arriva, precipita e nei suoi giorni immediati c’è quasi una sorta di frenesia da “fine del mondo”. Amo la Quaresima perché tratta il tempo con signoria, non come un metronomo o un mendicante. Lei si prende tutto il tempo che le serve. Un esempio? Mezzo mondo è convinto che duri i 40 giorni prima di Pasqua. Se poi però prendete un calendario e numerate dal Mercoledì delle Ceneri, i conti non tornano; se poi aggiungiamo quella settimana che alcuni chiamano “santa” e altri “autentica” che ci fa vivere giorni e valori molto più che quaresimali, allora le cose si complicano. Al di là delle varie interpretazioni numeriche che vengono date, la più affascinante è quella che sostiene che la Quaresima termina a Pasqua e dura effettivamente quaranta giorni, ma che non vanno contate le domeniche (che sono giusto sette) perché va bene la penitenza, ma nel cristianesimo la risurrezione vince sempre, e la celebrazione della vita del Signore Risorto, che vince sul peccato e sulla morte, ha sempre la precedenza; d’altra parte questo è lo specifico assoluto della fede cristiana.   Amo la Quaresima perché fissa dei limiti che sono steccati, con tanti buchi e non solo per vedere attraverso. Per fare che cosa? Una cosa semplice a dirsi ma per la quale è indispensabile un tempo ampio di preparazione – forse tutta una vita da credenti -, e pertanto occorre nessuna fretta e una guida – quella dell’unico Signore e Maestro che sale a Gerusalemme -, perché da soli non viene spontaneo.  Qualcuno dice che, in questo tempo, bisogna «esaminarsi dentro», ma non ho mai capito bene cosa significhi. Preferisco l’espressione «guardarsi allo specchio»: mi sembra più adatta perchè questo tempo ci chiede di riscoprire la nostra vera identità: quella di discepoli del Signore che imparano, seguendolo a vivere la vita dei figli di Dio, in tutto e per tutto, come lui. Amo la Quaresima perchè proprio per questo mi chiede di coltivare sempre più una profonda, intima e reale amicizia col Signore proprio come quella del discepolo amato – Giovanni – che lo porta ad appoggiare il suo capo sul petto di Gesù nel momento più difficile della sua esperienza di discepolo e dell’esperienza stessa di Gesù, momento di confidenze, di condivisione, di partecipazione di vita e di “destino”.  Incapaci a compire un percorso così affascinante e arduo, la Quaresima ci invita a riconoscere le ferite bisognose di essere prese in carico, al misurare l’angolo della direzione che ha preso la nostra vita negli ultimi tempi, e valutare se non sia il caso di una correzione di rotta, disposti anche a chiedere aiuto per ritornare ad essere “amici-discepoli” del Signore. Quaresima è un tempo di ascesi, di messa alla prova, in cui tornare all’essenziale di noi stessi come metro di misura della realtà. È un tempo in cui ci si può fermare per affrontare la più tremenda delle gioie: desiderare di essere perdonati, guariti, stimati come amici e, soprattutto, amati. Perchè poi… viene sempre Pasqua. Buon cammino.

don Maurizio

SUL PETTO DI GESU’. I SEGRETI DI DIO. Quaresima: tempo per riscoprire l’amicizia spirituale tra Gesù e noi suoi discepoli (Insieme 10.2022)

Come attraversiamo il tempo che viviamo, noi discepoli del Signore? E’ la domanda incalzante del nostro arcivescovo nella lettera pastorale di quest’anno.  La domanda è attuale perché il tempo che viviamo è difficile e complesso: difficile perché di tribulazione non solo per la pandemia; complesso perché stiamo attraversando un “cambiamento d’epoca”.  Diversi sono gli atteggiamenti, e non tutti positivi e sapienti, con i quali viviamo questo tempo. I vescovi lombardi ci hanno suggerito, con “una parola amica”, di imparare di nuovo  a pensare, di imparare di nuovo a pregare, di imparare di nuovo a prendersi cura di sé e degli altri, di imparare di nuovo a sperare oltre la morte. Ma la domanda ritorna e si fa più puntuale: noi come discepoli del Signore e sua Chiesa come possiamo vivere la nostra fede? Di che cosa ha più bisogno la nostra fede oggi nel contesto della complessità della vita reale, spesso nel disorientamento generale e nella percezione che il cristianesimo non incida più nella società, nella cultura, nella politica, nell’economia, nel vissuto familiare e relazionale con le persone? Questo è il tempo della storia – forse più di altri – dove abbiamo la necessità, proprio come cristiani, di insistere sulla relazione personale e comunitaria con Gesù. Nel disorientamento generale ciò di cui ha bisogno la nostra fede è un punto di riferimento sicuro che non può che essere la relazione con il Signore. Ma come percorrere questa strada, quale via è necessario pellegrinare per entrare nel mistero di Dio? Per alcuni forse è stata utile la via dello studio. Per altri  forse è stata l’attrattiva degli insegnamenti di Gesù. Per alcuni forse è stata la via del dolore, il soffrire, lo strazio e scoprire che il Figlio di Dio ha condiviso tutto questo. Per altri ancora forse è stata un’esperienza significativa che ha aperto gli occhi della fede. Certamente per tutti è offerta la via della relazione di amicizia. Tutti sono chiamati alle confidenze di Gesù e con Gesù. Chi accoglie l’invito a percorrere la via dell’amicizia sperimenta che la fede è un rapporto personale e comunitario con lui che poi perfeziona e realizza ogni altro rapporto. Bisogna però precisare che l’amicizia che Gesù offre e chiede non si riduce a un legame affettuoso di simpatia e compagnia, ma è scelta di vivere condividendo la sua vita, praticando il suo stile, entrando nella comunione con il Padre suo e Padre nostro. Si tratta cioè di un “dimorare” in lui come il tralcio nella vita, piuttosto che seguire indicazioni di adempimenti e consegna di una dottrina. E per questo dimorare nella relazione con lui, quanto è preziosa l’esperienza della preghiera! I testi del Vangelo che più di altri ci testimoniano questa possibilità sono i capitoli 13-17 del Vangelo di Giovanni. Si tratta di testi di straordinaria ricchezza che ci rivelano la profonda intimità spirituale di Gesù e al tempo stesso ci consegnano la bellezza e il desiderio di partecipare di questa amicizia con la nostra vita di fede. Questo scambio: «non vi chiamo più servi ma amici» (Gv 15,15), farà bene alla nostra fede, farà ardere il nostro cuore, purificherà la mente da pregiudizi e luoghi comuni a proposito di Dio, offrirà orientamenti per le grandi scelte che definiscono la vita e per le piccole scelte che qualificano lo stile quotidiano. In questi capitoli fondamentale e un posto di primo piano ha il dialogo e la relazione che Gesù vive con il Padre. Mentre la relazione intima e amicale di Gesù con i discepoli fa emergere anche un’altra realtà. «Nel dialogo con Gesù i discepoli rivelano che non sono bastati il tempo trascorso con lui, i segni da lui compiuti, i discorsi con gli interlocutori e le polemiche con i gruppi ostili, per conoscere l’amico che li ha chiamati, il maestro che hanno seguito. Tutti gli interventi dei discepoli durante i brani di Giovanni 13-17 rivelano dubbi, incertezze, resistenze, incomprensioni. Il tono delle risposte di Gesù esprime una sorta di sorpresa, disappunto, esasperazione. Il cammino dei discepoli si rivela incompiuto». E tuttavia emerge chiaramente come allora sia necessario, per l’amicizia del discepolo con Gesù, l’umiltà che continua ad ascoltare, il desidero suscitato dalle domande, la docilità che si affida anche se non capisce tutto, la disponibilità a seguire per lasciarsi condurre oltre ai pregiudizi. I discepoli di tutti i tempi sono chiamati a questo stare con Gesù e a questa relazione preziosa e intima con lui. I segreti e le confidenze di solito si raccontano nell’intimità, a tu per tu, in un contesto di silenzio, di ascolto. di amicizia, lontano dal frastuono e dalla folla. E’ quella posizione privilegiata “sul petto di Gesù” (Gv 13,25), immaginata e raffigurata da tanti artisti e in tanti capolavori pittorici, che ci fa intuire il calore e il tepore dell’amicizia, anzi, nel caso di Gesù e della sua Pasqua, dell’amore. Il tempo quaresimale di quest’anno costituisce, se lo vogliamo un’occasione per progredire in questo rapporto personale e comunitario di amicizia e di intimità col Signore che costituisce un vero cammino di maturazione della propria fede. Ecco pertanto l’articolata proposta del cammino quaresimale per le nostre comunità. Si partirà con la prima settimana di quaresima come “settimana di deserto”, proposta tradizionalmente rivolta ai giovani e agli adulti con un momento prima di andare al lavoro o a scuola. Tutti i quaresimali saranno sui capitoli 13-17 del Vangelo di Giovanni e la settimana di Esercizi Spirituali in parrocchia sarà interamente dedicata al capitolo 17. Proporremo alcune visite guidate al luogo per eccellenza della pasqua di Gesù che è il santo sepolcro. Non potendolo fare in Terra Santa visiteremo un luogo espressamente dedicato ed edificato proprio con l’intenzione di riprodurre questo luogo santo in una Chiesa di Milano, detta appunto del Santo sepolcro. Infine anche la proposta caritativa della nostra Caritas avrà una intonazione educativa con l’intento di sensibilizzarci all’importanza delle relazioni e dell’ascolto delle persone: “Dare gratuitamente un po’ del proprio tempo per ascoltare è il primo gesto di amicizia e carità”.  Buon cammino!

don Maurizio e i preti della comunità.

IL RINNOVAMENTO DELLA CHIESA  PASSA DALLA RISCOPERTA DEL SUO LEGAME COL SIGNORE (Insieme 9.2022)

Non è scontato capire che cosa stia veramente succedendo in questa fase storica, né nella società né nella politica e nemmeno nella Chiesa. Di fatto, la pandemia è stata vissuta da molti come un fatto drammatico, capace di mettere in crisi le certezze dell’umanità e di rivelarne le vulnerabilità profonde. Ci sentiamo tutti in una fase confusa e incerta. Percepiamo però che abbiamo ancora più bisogno di qualcuno che sia in grado di fornire senso e sia capace di accompagnare gli esseri umani in un ripensamento dell’esperienza della vita – con tutto quello che c’è dentro – amore, lavoro, relazioni…-, della sofferenza e persino della morte. Potrebbe esser davvero questo il ruolo della Chiesa oggi. Pare però che, almeno a livello sociale politico ed economico, ora si tenda piuttosto a ridimensionare l’esperienza vissuta nella pandemia come un mero “incidente di percorso” (interpretazione non nuova per molti fenomeni storici). Una piccola “deviazione”, che si tende a riparare (recovery), ripristinando e ritornando alla normalità, alla situazione di prima, quasi che ciò che abbiamo vissuto non abbia insegnato niente, perchè è meglio ripartire e recuperare lo stato di prima. Ecco, dunque, tutta una serie di provvedimenti amministrativi e finanziari che sembrano sì far risollevare l’economia ma non certo il benessere complessivo delle persone che non hanno bisogno di soli beni materiali, ma di ben altro. Appare chiaramente, dunque, la necessità di ripensare continuamente le condizioni della città degli uomini e delle donne  ma – quasi fosse l’altra faccia della medaglia – con il coinvolgimento sapiente della comunità dei credenti – la Chiesa in tutte le sue forme – che vive nella storia e non fuori di essa, per tenere acceso l’esigente e necessario messaggio della salvezza. Paradossalmente la pandemia da un lato, e la fase di uscita da essa (PNRR) dall’altro sembrano aver messo in discussione il bisogno di essere salvati, ma è proprio questo ciò di cui l’umanità ha più bisogno. Tuttavia sembra che non solo la società ma anche la Chiesa faccia fatica a capirlo e soprattutto ad attuarlo. Infatti pur insistendo sulla categoria del «cambiamento d’epoca», essa appare una metafora non del tutto evidente al primo impatto, ma esigente, se cerchiamo di leggerla in modo articolato. Il punto centrale sembra essere, in fondo, semplice: un modello tradizionale di Chiesa fornitrice di servizi religiosi, presente e radicata sul territorio, si sta lentamente spegnendo. Certo la Chiesa – ricordando la profezia di Gesù secondo la quale gli inferi non prevarranno contro di essa – non finirà con una crisi rapida, anzi, sopravvivrà, magari stentatamente, ma progressivamente sempre più marginalizzata dai fatti. I segni del cambiamento antropologico sono, in effetti, profondi, in qualsiasi modo li si legga: si è smarrito l’approccio vitale al lato trascendente della vita: non si pensa più all’al di là; siamo giunti a un individualismo sistematico sempre più radicale; c’è un’evidente crisi dei legami stabili tra le persone, per la fatica a impegnare la libertà in robusti progetti solidali; l’atteggiamento più diffuso è quello preoccupato e lamentoso che non confida in un futuro accogliente, ma cerca di “scroccare” qualche privilegio da un incerto presente. Insomma, alle persone, ai giovani e alle donne soprattutto, che vivono in questo clima socio-culturale, la Chiesa non sembra più in grado di parlare. Che cosa significa per la maggioranza delle persone povertà, castità, carità, peccato, speranza? Che cosa significa aver fede? Che cosa vuol dire salvezza per un’umanità che è nell’abbondanza e sembra potere tutto con la sua scienza e tecnologia e quindi non sente il bisogno di essere salvata, e poi salvata di chi?, da che cosa? Rispetto a tali domande, se non proprio l’incapacità di farsi capire, certo la difficoltà di trovare risposte esistenzialmente plausibili è sotto gli occhi di tutti. A fronte di una situazione problematica così profonda e declinata su più ambiti, la revisione delle scelte pastorali passate ci sembra che debba essere coraggiosa e realmente innovativa. Solo con un impegno corale per una lettura e un ascolto non superficiale dei “segni dei tempi” si potranno aprire sia cantieri di approfondimento a tutto campo per analisi non banali sia laboratori di sperimentazione pastorale giovane e fresca: le nostre comunità cristiane e la Chiesa tutta ne hanno bisogno. Il cammino sinodale della Chiesa che si è avviato potrebbe essere occasione provvidenziale di risveglio e di ripresa, anche se questo cammino sinodale è partito in ritardo nonostante le pressioni di papa Francesco alla Chiesa italiana ed è troppo diluito nel tempo (fino al 2023 e oltre). Sentiamo intanto l’esigenza che si possa riesprimere la forza del messaggio evangelico in termini comprensibili per uomini e donne del nostro tempo, riportando al centro la categoria della “salvezza” dell’umanità, affidata alla scoperta di un amore che, venendo incontro ai nostri desideri più profondi, previene i nostri desideri più veri e le nostre eterne debolezze. E’, questa, condizione necessaria per uscire dal titanismo imponente e divorante della logica tecnocratico-scientifica che ci attanaglia. Allora può già davvero essere importante raccogliere l’invito della nostra Chiesa Ambrosiana a pregare costantemente soprattutto nel prossimo tempo di quaresima con queste parole che ci vengono affidate: 

Padre Santo, che tutti ci raccogli in unità, mostraci e accompagna il cammino della sinodalità  che la Chiesa è chiamata a vivere. Insegnaci a “camminare insieme” nelle nostre comunità: nella comunione, nella collaborazione e nella corresponsabilità; sempre in ascolto dello Spirito e dei segni dei tempi, per essere testimoni di speranza per il mondo. Aiutaci a riscoprire e a vivere la profonda e intima amicizia che come discepoli ci lega al tuo Figlio, nostro unico Signore e Maestro.

Il prossimo cammino quaresimale, che come parrocchia proporremo, sarà propizio proprio per riscoprire la fondamentale relazione col Signore Gesù. I capitoli 13-17 del Vangelo di Giovanni che approfondiremo ci richiamano a curare il legame di profonda amicizia col Signore Gesù e con il suo Vangelo; questa intimità è ciò che permetterà di rinnovare la Chiesa e di essere incisivi e credibili nel mondo.

don Maurizio

LA CHIESA IN SINODO:  LA SFIDA DI VIVERE UNO STILE DI CHIESA “DIVERSO” (Insieme 4.2022)

E’ vero, sono passati alcuni mesi, ma ora è il momento di attivarci sul serio e non dimenticare le parole di papa Francesco all’apertura del Sinodo della Chiesa.  «Oggi (10 Ottobre 2021), aprendo questo percorso sinodale, iniziamo con il chiederci tutti – Papa, vescovi, sacerdoti, religiose e religiosi, sorelle e fratelli laici, tutti i battezzati -: noi, comunità cristiana, incarniamo lo stile di Dio, che cammina nella storia e condivide le vicende dell’umanità? Siamo disposti all’avventura del cammino o, timorosi delle incognite, preferiamo rifugiarci nelle scuse del “non serve, tanto non cambierà mai niente” e del “si è sempre fatto così”?».  Si è aperta con questa serie di domande, sotto forma di esame di coscienza, l’omelia di papa Francesco per la Messa di apertura della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, sul tema «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione». Fin da subito papa Francesco ha voluto chiarire e precisare che il Sinodo non è «una convention ecclesiale, un convegno di studi o un congresso politico, un parlamento, ma un evento di grazia, un processo di guarigione condotto dallo Spirito Santo. Nei giorni del Sinodo siamo chiamati da Gesù e provocati dal suo Vangelo, a interrogarci, invece, su cosa ci vuole dire Dio in questo tempo e verso quale direzione vuole condurci. Anche dal punto di vista del metodo, più che suggerimento, il monito di papa Francesco è chiaro: «L’incontro e l’ascolto reciproco non sono qualcosa di fine a se stesso, che lascia le cose come stanno. Al contrario, quando entriamo in dialogo, ci mettiamo in discussione, in cammino, e alla fine non siamo gli stessi di prima, siamo cambiati. Il Sinodo è un cammino di discernimento spirituale, che si fa nell’adorazione, nella preghiera, a contatto con la Parola di Dio». Particolarmente utile per farci un’idea del Sinodo e di come deve procedere sono i tre verbi che sembrano indicare la strada da percorre per un lavoro fruttuoso: Incontro, Ascolto, Discernimento.

Alla luce di questi tre verbi l’impegno di una Chiesa in Sinodo «non è nell’organizzare eventi o nel fare una riflessione teorica sui problemi, ma anzitutto nel prenderci un tempo per incontrare il Signore e favorire l’incontro tra di noi. Un tempo per dare spazio alla preghiera, all’adorazione, a quello che lo Spirito vuole dire alla Chiesa; per lasciarci toccare dalle domande delle sorelle e dei fratelli, aiutarci affinché la diversità di carismi, vocazioni e ministeri ci arricchisca. Mentre talvolta preferiamo ripararci in rapporti formali o indossare maschere di circostanza, l’incontro ci cambia e spesso ci suggerisce vie nuove che non pensavamo di percorrere. Tutto cambia quando siamo capaci di incontri veri con Lui e tra di noi. Come fa Gesù quando incontra le persone: si lascia interpellare dalla loro inquietudine, non è distaccato, non si mostra infastidito o disturbato, anzi, si ferma con loro. Gesù non andava di fretta, non guardava l’orologio, era sempre al servizio della persona che incontrava per ascoltarla. Niente lo lascia indifferente, tutto lo appassiona. Incontrare i volti, incrociare gli sguardi, condividere la storia di ciascuno: ecco la vicinanza di Gesù. Egli sa che un incontro può cambiare la vita. E il Vangelo è costellato di incontri con Cristo che risollevano e guariscono». Così deve essere lo stile di vita delle nostre comunità parrocchiali! 

L’esercizio dell’ascolto nell’incontro, poi, è davvero impegnativo perché si tratta di ascoltare con il cuore!  Dobbiamo permettere alle persone di esprimersi, di camminare nella fede anche se hanno percorsi di vita difficili, di contribuire alla vita della comunità senza essere ostacolate, rifiutate o giudicate. Fare Sinodo è porsi sulla stessa via del Verbo fatto uomo e che così ha condiviso la nostra umanità concreta: è seguire le sue tracce, ascoltando la sua Parola insieme alle parole degli altri e saper leggere i segni dei tempi. È scoprire con stupore che lo Spirito Santo soffia in modo sempre sorprendente, per suggerire percorsi e linguaggi nuovi. È un esercizio lento, forse faticoso, per imparare ad ascoltarci a vicenda, evitando risposte artificiali e superficiali, risposte pret-à-porter. Lo Spirito ci chiede di metterci in ascolto delle domande, degli affanni, delle speranze di ogni Chiesa, di ogni situazione di vita. E anche in ascolto del mondo, delle sfide e dei cambiamenti che ci mette davanti. Ascoltiamoci! Gesù si pone sempre in ascolto profondo delle domande dell’uomo e delle sue inquietudini religiose ed esistenziali nonché dei bisogni naturali; anzi, molto spesso è proprio lui a porre delle domande perché ciascuno si “ascolti”, si lasci interpellare interiormente. Non dà risposte di rito, non offre soluzioni preconfezionate, non fa finta di rispondere con gentilezza solo per sbarazzarsene e continuare per la sua strada. 

In questa luce evangelica le parole di papa Francesco sono perfino “graffianti”: il Sinodo non è un parlamento e nemmeno una indagine sulle opinioni. E neanche una specie di «gruppo di studio con interventi colti, ma astratti sui problemi della Chiesa e sui mali del mondo». O peggio ancora, «un evento straordinario, ma di facciata.  In questo Bergoglio delinea la sua immagine di Chiesa: quella dallo stile proprio di Dio, fatto di vicinanza, compassione e tenerezza. Un’immagine di Chiesa che era già ben delineata nel Concilio Vaticano II°. La Chiesa del Signore che con la sua presenza stabilisce maggiori legami di amicizia con la società, la cultura e il mondo. Una Chiesa che non si separa dalla vita, ma si fa carico delle fragilità e delle povertà del nostro tempo, curando le ferite e risanando i cuori affranti con il balsamo di Dio». Il Sinodo allora è un’opportunità preziosa! Per essere tale il Sinodo deve «coinvolgere in fasi diverse e a partire dal basso le Chiese locali, in un lavoro appassionato e incarnato, che imprima uno stile di comunione e partecipazione improntato alla missione». Di qui il richiamo al coinvolgimento di tutti, in forza del battesimo, sorgente di vita del cristiano, da cui «deriva l’uguale dignità dei figli di Dio, pur nella differenza di ministeri e di carismi». Solo così il Sinodo sarà espressione viva dell’essere Chiesa. «Se manca una reale partecipazione di tutto il popolo di Dio, i discorsi sulla comunione rischiano di restare pie intenzioni».   Buon cammino a questa Chiesa che affronta l’inizio del terzo millennio della sua storia in un cambiamento d’epoca  che potrà forse disorientarci o, forse, rendere il nostro passo di fede più certo e sicuro.

don Maurizio

SAN DOMENICO:  UN MODERNO ANNUNCIATORE VECCHIO DI OTTOCENTO ANNI (Insieme 3.2022)

Si è appena chiuso il 2021 che è stato un anno celebrativo di almeno due eventi significativi: l’anno Giubilare di san Giuseppe e il settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri. Abbiamo dedicato diversi editoriali ad entrambe gli avvenimenti. Non vorrei però che ci sfugga un altro interessante anniversario dell’anno appena trascorso, che ha dei risvolti interessanti e moderni soprattutto per quanto riguarda l’annuncio della fede. Stiamo parlando dell’ottavo centenario della morte (1221-2021) di san Domenico (Domenico di Guzmàn, la cui festa liturgica è fissata l’8 Agosto) conosciuto dai molti come il fondatore dell’ordine religioso dei predicatori: i domenicani. Desidero parlarne perché la sua esperienza ha molto da insegnare circa i nostri tempi moderni e in questo “cambiamento d’epoca” dove è richiesta una maggiore attenzione al tema della fede – qualcuno parla del mondo giovanile ma direi anche adulto come di “prima generazione incredula” – e quindi all’opera di evangelizzazione o semplicemente di testimonianza cristiana. Se poi aggiungiamo che in questi tempi la Chiesa, con il Sinodo dal titolo: «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione», vuole anzitutto mettersi in ascolto delle persone, incontrare i volti, incrociare gli sguardi, condividere la storia di ciascuno per essere una Chiesa che non si separa dalla vita, ma si fa carico delle fragilità e delle povertà del nostro tempo, curando le ferite e risanando i cuori affranti con l’annuncio del Vangelo – balsamo – di Dio, allora l’imparare da san Domenico diventa particolarmente interessante. 

Domenico di Guzmàn, a ottocento anni dalla sua morte, è una figura polifonica e attuale. La sua vita dedicata alla “nuova” evangelizzazione si rivela profetica. La sua è una figura di luce che vince le tenebre non solo del suo tempo ma ha una sua attualità per l’oggi della nostra cultura. La sua personalità ha plasmato lo stile di vita dell’Ordine domenicano. Gli aspetti che tessono quella spiritualità, tra contemplazione, studio e povertà, vita di comunità, itineranza e predicazione, non provengono da una regola ma dal suo stile di vita. Domenico non lasciò degli scritti. Nessuno si preoccupò di trascrivere la sua predicazione, ma tutte e tutti furono solleciti nel raccontarci ciò che avevano colto entrando in relazione con lui, forse perché tutto si percepiva dal suo semplice sguardo. E’ proprio di Domenico non imporsi con arroganza e forza, ma far sì che tutti possano percepire la bellezza e la forza della Parola annunciata non con imposizione o saputezza ma con dolcezza. C’è un ritornello che scandisce i racconti di coloro che parlano di lui: “mosso a compassione”. Il suo non è un sentire sporadico o un pensiero puramente intellettuale, ma un sentire del corpo educato dall’anima. Lo studio, che diventerà un aspetto importante per tutto l’Ordine, è sempre stato legato ai veri bisogni e alle necessità degli uomini e delle donne per restituire loro la gioia che cercano.  San Domenico si era reso conto che il mondo aveva bisogno di una nuova evangelizzazione; benché la missione stessa è veramente senza tempo, poiché ogni generazione ha bisogno di una nuova evangelizzazione, cioè la predicazione di colui che è sempre antico ma sempre nuovo.  Con il titolo di “Predicatore di Grazia” (Predicator Graztiae), lo zelo per la salvezza delle anime portò san Domenico a costituire un corpo di predicatori impegnati, il cui amore per la sacra pagina e integrità di vita potesse illuminare le menti e riscaldare i cuori con la verità donatrice di vita della parola divina, mai dissociata dalla concretezza delle realtà umane. Nel suo tempo, l’XI e XII secolo, mancava una riforma effettiva della predicazione che riuscisse a comunicare i contenuti aggiornandoli ai tempi. Di fronte a questa carenza i laici reclamavano in modo sempre più crescente un proprio ruolo all’interno della vita religiosa, scontrandosi però con la necessità, affermata dal clero, di mantenere un controllo sui contenuti – e dunque sulla conformità alle dottrine della Chiesa – della predicazione. Fu in questo modo che si formarono veri e propri movimenti con il rischio di alcune derive eretiche.  I primi segnali delle richieste di una maggiore partecipazione del laicato nella vita della Chiesa si erano già manifestate nella seconda metà dell’XI secolo con la formazione a Milano del movimento detto Patarino. Successivamente intorno alla metà del XII secolo fu la volta dei Valdesi. Nacquero poi sodalizi penitenziali come gli “Umiliati”. Ancora nel corso dell’XI secolo, in Germania, nel sud della Francia e nell’Italia centro-settentrionale si diffusero i “Catari” (i puri).  Tra questi movimenti con rischi di derive eterodosse, fa eccezione Francesco e il suo Ordine dei Francescani: la sua vita era assolutamente povera e pura, ma al tempo stesso egli si appellava costantemente alla Chiesa per ricevere da essa direzione e insegnamento. Nel medesimo contesto, sebbene con caratteri molto diversi, nacque il nostro Ordine dei Predicatori, comunemente detto “domenicano”. Questo Ordine religioso avrebbe mantenuto la dedizione e l’educazione sistematica dei precedenti ordini monastici, ma con più flessibilità di organizzazione rispetto ad essi o al clero secolare, al fine di educare la popolazione. Francescani e domenicani furono detti Ordini mendicanti e fornirono alla Chiesa lo strumento del quale aveva bisogno nella società urbana del XIII secolo. Il successo riscosso dall’azione di questi Ordini ne fece lo strumento principale contro l’eterodossia; la predicazione mirava a riconquistare le folle alla Chiesa. I manuali conosciuti come “artes predicandi” insegnavano ai frati come comporre una predica in grado di interessare un pubblico nuovo, quello cittadino, che avvertiva come ormai sorpassati gli strumenti e le parole elaborati negli ambienti monastici.

Di san Domenico, pellegrino del Vangelo e “libro vivente”, un’attenzione particolare merita il modo di condurre la sua predicazione: l’alta stima della vita comune. Domenico non si appropriò della sua missione, non la visse da protagonista ma in tutta umiltà; non volle contare sulle proprie forze e sul proprio ingegno, ma sentì l’esigenza di circondarsi di fratelli e sorelle per condividere tutto con loro. Il loro motto è eloquente: “Contemplata aliis tradere”, (Summa Theologiae, II-II, q 188, a 6 ) “trasmettere agli altri ciò che si è contemplato”.  La Verità contemplata nelle pagine sacre, approfondita con rigore teologico, incarnata nella vita di carità, incontrata nella preghiera (perché la Verità è Gesù stesso) veniva seminata nella predicazione, nei dialoghi, nella guida spirituale. Strumento privilegiato per preparare i campi ad accogliere il dono fu il santo Rosario. Perché Domenico e i suoi confratelli sapevano per esperienza che i misteri della vita di Cristo pregati con Maria entrano nel cuore con dolcezza e risplendono in tutta la loro verità, formando amici di Dio e santi. Chissà che la riscoperta di questi stili possa giovare all’opera di evangelizzazione della Chiesa anche per il nostro presente così complesso e per la nostra società che sembra vivere una nuova emergenza spirituale?

don Maurizio

Verso e oltre il Natale – LA PAROLA AI MAGI: GASPARRE (Insieme 51.2021)

La tradizione dei Vangeli apocrifi ci consegna la fantasiosa, affascinante ma significativa  nomenclatura dei Magi che fanno visita a Gesù Bambino. I loro nomi sono tutti nomi di luce o che richiamano gli effetti della Luce. Gasparre (o Gaspare): “Colui che brilla che risplende”, come le stelle nella notte. Baldassarre: “Dio è luce alla tua vita”, come la sua Parola che è lampada ai tuoi passi. Melchiorre: “Re di luce”, come il dono di un “Bambino”, la speranza di una vita nuova. Lasciamoli parlare: a questo nostro tempo, in questo cambiamento d’epoca spesso confuso e disorientato, che ha tanto bisogno di luce, forse hanno qualcosa da dirci. Permettiamo loro di parlarci confidenzialmente…

Mi sono chiesto: ma io ce l’ho una stella? Qualcuno potrebbe dirmi: ma perché ti fai una domanda del genere così strampalata? A pensarci bene non è poi una domanda qualunque, questa, perché per avere una stella devo accorgermi che esiste un cielo sopra la mia testa. Per accorgermi di questo cielo devo imparare ad alzare lo sguardo. Per alzare lo sguardo devo smettere di pensare che la vita è solo un andare avanti, a volte bisogna “andare in alto”, perché dall’alto le cose si vedono meglio, anzi, forse, persino in  profondità.  Bisogna che mi rivolga a qualcuno che di stelle se ne intende e che mi spieghi il significato delle stelle. GASPARE: la stella (o del desiderio fondamentale).

Carissimo amico, devo dirti subito che le stelle non servono a ritagliare oroscopi a misura delle nostre paure o delle nostre aspettative. Le stelle servono a raccapezzarci, a farci capire dove ci troviamo. Le stelle servono a orientarci quando tutto quello che c’è sulla terra non ci dice più nulla di dove ci troviamo e di dove dovremmo andare. A volte ci succede di sentirci “spaesati” quasi perduti nella complessità della vita; ci capita di sentire che la vita intorno a noi, la vita orizzontale, la vita della terra, ci fa perdere le nostre coordinate. Noi non sappiamo più dove siamo, a che punto ci troviamo della nostra esistenza, e forse anche chi fondamentalmente siamo, a che cosa siamo destinati dopo questo passaggio sulla terra. Senza queste coordinate è difficile vivere una vita degna di tale nome. È questo il motivo per cui alziamo gli occhi al cielo. Io e i miei amici, Baldassarre e Melchiorre, scrutiamo da sempre con curiosità e sapienza i cieli, perché quella dimensione di infinito continuamente ci interroga e ci parla, ci orienta nella ricerca di qualcosa di più rispetto alle sole questioni terrene. Non dobbiamo dimenticare che l’ignoranza del cielo crea sempre tragedie sulla terra.  Dobbiamo piuttosto riconoscere che dentro di noi ci sono cieli immensi. Le stelle che sono fissate lì nel cielo ci ricordano qualcosa di molto più profondo. Quelle stelle sono segno di un firmamento che facciamo fatica a contemplare: è il firmamento della ricchezza della nostra interiorità. Voglio ricordarti che qualcosa di simile l’ha intuita anche il salmista: «Se guardo il cielo e le stelle opera delle tue dita, che cos’è l’uomo…» (Salmo 8). Come puoi constatare, molta parte della nostra vita la passiamo “fuori di noi”, lavoro scuola, impegni…, e facciamo sempre molta fatica a rientrare in noi stessi, soprattutto perché non siamo più capaci di silenzio. Il silenzio è il passo decisivo per tornare a casa per rientrare in noi stessi.

Tra le stelle regna il silenzio, ma è un silenzio che parla. Il silenzio ti permetterà di riconoscere che c’è un desiderio che parla dentro di te, c’è in te un bisogno di approdo, come una nave che cerca un porto. Il silenzio è la condizione per cogliere una Presenza nascosta che ti attrae, che ti rassicura e rappacifica e che intuisci esser al fondo di te stesso. Nel silenzio interiore, dentro noi stessi a volte si ha l’impressione di essere dentro un buio pesto. Non si vede e non si comprende quasi nulla come la complessità infinita del cielo stellato. Eppure, si avverte in quel buio una presenza, e la si avverte perché proprio in quel buio ci raggiunge una Parola. Quando si entra dentro noi stessi abbiamo bisogno di capire che lì dentro c’è un buio abitato da una Presenza di luce che si dà a noi sotto forma di Parola: tutti abbiamo bisogno di parole di luce quando attorno a noi c’è buio e, forse, non è un caso che il Figlio di Dio si sia fatto Verbo – Parola, venendo nel mondo. Nemmeno è un caso che Gesù Bambino sia stato indicato proprio da una luce del firmamento, dalla luce di una stella.  Vedi, caro amico, il vero problema per te, come anche per me, per Baldassarre e Melchiorre, è saper leggere quel firmamento. L’Altissimo non ci insegna tutto: non perché ha paura che diventiamo come Lui, ma perché vuole che siamo come lui, cioè creativi. Le stelle di cui ti parlo non sono magia, ma profezia. Ma ora voglio dirti una cosa importante, forse la cosa più importante di tutte. La vedi quella stella lassù? È luminosissima e la sua cometa è come un nastro dorato. Vedi, amico mio, quella stella è diventata il nostro tormento. Mio, di Melchiorre e di Baldassarre. Quella stella all’inizio ci ha incuriositi, ma poi ha cominciato a metterci in discussione. E ciò è accaduto perché ci siamo accorti che dentro ciascuno di noi c’è un corrispettivo di stella cometa. In noi splende una stella più di tutte. Quella stella non ti fa dormire la notte, non ti fa vivere tranquillo, ti spinge a farti domande, a metterti in discussione, a iniziare un viaggio. Credo che quella stella dica il motivo vero e unico per cui siamo nati e venuti al mondo. C’è un motivo per cui siamo qui, su questa terra, con questa vita addosso. Ma da soli siamo incapaci di decifrarne il messaggio.  Quella stella non è una risposta, ma la rotta della risposta. Essa è un desiderio fondamentale. Se voglio capire il motivo per cui sono vivo allora devo mettermi in viaggio. Perché il viaggio? Non lo so, è Baldassarre l’esperto di viaggi e immagino che vorrai fare un salto da lui prossimamente per una chiacchierata. Nessuno potrà dirti chiaramente dove ti porterà la tua stella cometa.  Nessuno potrà vivere la tua vita, dovrai farlo tu. Nessuno potrà darti una risposta chiara se non perché la cerchi tu. Certe risposte non si possono capire con la testa, si possono solo vivere. Possiamo però metterci in viaggio e seguire le rotte di una risposta. Un giorno guardando indietro la tua vita capirai il motivo per cui sei andato avanti. Un giorno, amico mio, capiremo il motivo per cui siamo qui, come puntini minuscoli sotto un cielo stellato infinito. E’ vero: quella solitudine che a volte proviamo nella nostra vita è una solitudine abitata. E persino quando è buio, quel Dio ha riempito di stelle la nostra notte. Dobbiamo imparare a leggere quelle stelle. Dobbiamo cercare la nostra stella cometa.

Grazie carissimo Gaspare, credo che adesso dovrò proprio chiedere a Baldassarre di aiutarmi a mettermi in cammino, anzi no, a continuare il mio cammino perché già da tempo ho iniziato il mio viaggio ma… (continua) 

don Maurizio

Verso e oltre il Natale – LA PAROLA AI MAGI: BALDASSARRE (Insieme 52.2021)

La tradizione dei Vangeli apocrifi ci consegna la fantasiosa, affascinante ma significativa  nomenclatura dei Magi che fanno visita a Gesù Bambino. I loro nomi sono tutti nomi di luce o che richiamano gli effetti della Luce. Gasparre (o Gaspare): “Colui che brilla che risplende”, come le stelle nella notte. Baldassarre: “Dio è luce alla tua vita”, come la sua Parola che è lampada ai tuoi passi. Melchiorre: “Re di luce”, come il dono di un “Bambino”, la speranza di una vita nuova. Lasciamoli parlare: a questo nostro tempo, in questo cambiamento d’epoca spesso confuso e disorientato, che ha tanto bisogno di luce, forse hanno qualcosa da dirci. Permettiamo loro di parlarci confidenzialmente…

Mi sono chiesto: ma io ce l’ho un viaggio? Sto ancora camminando, o chissà per quali ragioni mi sono impigrito, rassegnato della vita e il mio cammino si è rallentato se non addirittura forse fermato? Qualcuno potrebbe dirmi: ma di che ti preoccupi, se già arrivato, ti sei già realizzato, cosa continui a metterti in cammino e poi verso dove? La storia è sempre quella fin dall’inizio: «…Abramo, non partire non lasciare la tua terra, la gente è sempre quella, è indifferente, a volte persino nemica, cosa speri di trovare?» Vorrei rispondere che tutti siamo nati per andare da qualche parte, fosse pure l’ultima destinazione:…il paradiso. Non siamo nati fermi. Ci sono strade che aspettano solo noi e solo noi possiamo percorrerle. A ben pensarci, poi, sappiamo, in fondo, che per trovare la nostra strada  dentro di noi dobbiamo camminare fuori di noi, verso qualche parte, anzi verso Qualcuno. Sarà forse per questo che i pastori, all’annuncio dell’angelo, «subito, senza indugio, andarono e trovarono Maria e Giuseppe e il Bambino» (Lc 2,16). A questo punto bisogna che mi rivolga a qualcuno come quel tale Magio, Baldassarre, che di cammini se ne intende. Spero che lui, il cui nome vuol dire: “Dio è luce alla tua vita”, mi spieghi il significato del camminare, mi aiuti a prendere la decisone di partire con entusiasmo, a perseverare nell’andare avanti nonostante la fatica, mi insegni a leggere i segni e ad ascoltare quelle Parole disseminate lungo il cammino come lampade ai miei passi e luce sul mio cammino (salmo 118, 105). Chissà che anch’io non incontri quel Bambino come è successo ai pastori e poi ai Magi che per questo fecero un lungo cammino.

BALDASSARRE: il cammino (o della strada da fare…da continuare)

Devo dirti che è con profondo piacere che voglio raccontarti e spiegarti bene il significato del viaggio, del camminare, anche se pensi che non ci sia proprio nulla di così strano in un argomento del genere. Pensa, persino Dante – anche se è venuto parecchi secoli dopo di me – ha voluto compiere un cammino nell’al di là: interessante davvero! Vedi, mio caro amico, i viaggi sono una faccenda seria perché ci costringono a fare i conti con noi stessi. Purtroppo, di questi tempi, l’aumento eccessivo della velocità dei trasporti non ci fa più godere nulla del viaggio. Tu puoi trovarti in poche ore dall’altra parte del mondo, ma quello non è un viaggio, è solo un trasporto. Il viaggio, il camminare, non è solo arrivare innanzitutto da qualche parte, ma è tutto il tragitto che c’è tra te e quella “qualche parte” dove stai andando. E’ ciò che c’è in mezzo tra te e la mèta, la cosa più importante. E, credimi, io, Gaspare e Melchiorre ne sappiamo qualcosa. Se un viaggio non ci cambia, allora significa che abbiamo avuto solo la parvenza di esserci messi in cammino, ma fondamentalmente siamo uguali, con l’unica differenza che ci troviamo in un altro posto. I cammini ci modificano, ci plasmano, anzi forse la cosa più giusta da dire è che i cammini ci rivelano, tirano fuori da noi cose e parti che non pensavamo nemmeno di avere. Il cammino è ciò che riempie di senso lo spazio, l’amore è ciò che riempie di senso il tempo! Se noi uomini e donne non diamo senso alla nostra esperienza, a ciò che viviamo, a ciò che abitiamo, a ciò che facciamo, allora ci sentiamo uomini e donne a metà. Il vuoto che spesso proviamo, lo smarrimento o l’insoddisfazione di molti tra noi, vengono proprio dalla mancanza di chiarezza di questo elemento fondamentale: dare senso alle cose, e non semplicemente viverle. Ma ogni cammino ha le sue regole, i suoi alfabeti da imparare, i segreti da mettere da parte. E ricorda: solo chi cammina può arrivare ad incontrare. Se i pastori non fossero andati, se noi Magi non fossimo partiti…Ti do allora qualche piccolo suggerimento. Anzitutto “tenere bene i piedi per terra” è la regola d’oro di ogni vita, di ogni viaggio. Solo quando hai i piedi ben piantati per terra allora puoi permetterti di cominciare un cammino. Avere i piedi per terra significa capire chi sei adesso, e a che punto ti trovi. A volte, però, tenere i piedi per terra ci fa solo rimanere fermi. Bisogna piuttosto comportarci come si comporta il corpo quando cammina. Ogni passo si alza per cercare un po’ più avanti nuovamente un punto di appoggio su cui costruire un nuovo equilibrio per tutto il corpo. Chi rifiuta di mettersi in cammino per non perdere un equilibrio allora non comprende che quell’equilibrio che si è creato ti blocca e non ti consente di avanzare, di migliorare. E’ vero che camminare ci squilibra, ma solo per spingerci verso un passo successivo che è un nuovo equilibrio. Un’altra cosa importante, amico mio, è capire che non tutti i paesaggi che si attraversano sono uguali. Delle volte possiamo decidere da noi stessi i luoghi da attraversare, e ci sono invece volte in cui siamo costretti ad attraversare paesaggi che non abbiamo scelto. Pensa quale tragitto – e non solo fisico, ma anche spirituale – hanno dovuto compiere Maria e Giuseppe per dare alla luce Gesù. Individua anche tu i tuoi paesaggi e capirai molto anche di te stesso, del tuo carattere, delle tua affinità. Domandati poi della compagnia. Ti piace camminare da solo o con qualcuno? Ogni cammino che si rispetti ha anche la sua compagnia che si rispetti. La presenza di persone accanto a noi, o il desiderio di andare insieme verso la stessa mèta, fa sì che il nostro cammino resti umano. Non ti dice niente che noi tre – io, Gaspare e Melchiorre abbiamo scelto di affrontare questo cammino condividendolo insieme? Poi ci sono i pericoli. Ogni viaggio che si rispetti ha i suoi pericoli. Alcune volte sono esattamente le difficoltà che rendono il viaggio interessante o forse rendono noi interessanti, perché magari non immaginavamo di avere quella dote nascosta o quella forza interiore. Non avere mai paura dei pericoli, ma allo stesso tempo non prenderli sottogamba. Semplicemente affrontali. Fallo con letizia e se ti va di piangere ogni tanto fallo pure. Sarebbe bello che tu ti interrogassi sulla qualità delle tue lacrime. Carissimo amico tra qualche giorno ci metteremo in viaggio io, Gaspare e Melchiorre, e il viaggio che faremo credo che ci cambierà in una maniera decisiva. No possiamo rimandarlo. 

Grazie Baldassarre credo che anch’io continuerò a camminare; voglio arrivare ad incontrare Colui che è il senso della mia vita, quel Gesù Bambino che persino lui, per incontrarmi, ha forse compiuto il più lungo viaggio, un viaggio infinito per farsi come me e rendermi come lui. Buon Natale e soprattutto buon…cammino per incontrare il Signore.

don Maurizio

Verso e oltre il Natale (terza parte) LA PAROLA AI MAGI: MELCHIORRE (Insieme 01.2022)

La tradizione dei Vangeli apocrifi ci consegna la fantasiosa, affascinante ma significativa  nomenclatura dei Magi che fanno visita a Gesù Bambino. I loro nomi sono tutti nomi di luce o che richiamano gli effetti della Luce. Gasparre (o Gaspare): “Colui che brilla che risplende”, come le stelle nella notte. Baldassarre: “Dio è luce alla tua vita”, come la sua Parola che è lampada ai tuoi passi. Melchiorre: “Re di luce”, come il dono di un “Bambino”, la speranza di una vita nuova. Lasciamoli parlare: a questo nostro tempo, in questo cambiamento d’epoca spesso confuso e disorientato, che ha tanto bisogno di luce, forse hanno qualcosa da dirci. Permettiamo loro di parlarci confidenzialmente…

Tante sono le domande che ha suscitato in me la straordinaria nascita tra noi del Figlio di Dio e della venuta dei Magi per adorarlo. Altre domande mi sono state poste come per esempio, contemplando Gesù Bambino: «ma tu ce l’hai un bambino?» Non avere un bambino significa non avere vita che ti aspetta. E la vita che ti aspetta non è per forza un figlio, ma è sicuramente qualcuno che ti è affidato affinché tu ne abbia cura. Chi ti è affidato richiede da te attese di vita, proposte di ideali di vita alti, la capacità di donare sogni e futuro; le giovani generazioni ma anche chi per diverse ragioni si affida a noi richiedono di esser in grado di dire loro dove convenga andare, quali scelte giuste operare, e che vale la pena diventare adulti maturi. Avere un figlio, avere un bambino, avere qualcuno che ci è stato affidato richiede che ci sia l’accompagnamento, l’incoraggiamento, la proposta di un camminare insieme verso la terra promessa. Offrire una speranza è, infatti, la prima opera educativa e motivare la stima di sé è la condizione per convincere a intraprendere il viaggio della vita.  Non a caso il profeta ricordava che: «…Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace.» (Is. 9, 5). Quel Bambino che è nato a noi e per noi ci chiede, in forza del Vangelo che ci consegna, di assumere la responsabilità di offrire la testimonianza che la vita buona è possibile e auspicabile, che la vita ci offre, anche nella fatica della crescita, il volto della sorpresa e della promessa, che la vita è una vocazione e non un enigma incomprensibile. 

MELCHIORRE: il bambino (o di un motivo per cui vivere)

Carissimo amico hai già detto delle cose interessantissime e sagge. Mi sa che il dialogo che hai avuto con i miei amici di viaggio Gaspare e Baldassarre ti ha insegnato molto. Ma, vedi, l’importanza di questo Bambino è ciò che tutti noi siamo stati, ma questo Bambino è anche tutto ciò che dovremmo diventare. Essere bambino significa conservare un’immensa attesa nei confronti della vita. Un bambino è attesa fatta stupore, gioia, fiducia. E’ l’esatto contrario dell’assenza del domani. E quando non ti aspetti più nulla dalla vita, allora non hai più motivo per svegliarti al mattino, per accettare le cose che ti succedono, per voler bene a qualcuno, per gioire o soffrire. Se tu non attendi qualcosa o qualcuno allora la vita si spegne dentro di te. Amico mio, c’è un bambino dentro ciascuno di noi. E’ quella parte di noi che non deve mai smettere di avere fiducia nella vita stessa, nell’attesa di ciò che sta per accaderci. Tutti noi dobbiamo recuperare la nostra attesa. E’ questo il significato del “bambino”. Esso è attesa fiduciosa nella vita che ci spinge verso il domani, anzi verso l’eternità.  Forse anche per questo Dio ha voluto essere in Gesù anzitutto un “Bambino” e ha ricordato che chi è come loro appartiene il regno dei cieli (Lc 18, 15-16; Mt 18, 1-4). «Se non ritornerete come bambini…» è un invito che suscitava e continua a suscitare scandalo. Non solo Dio ci chiede di tornare bambini; ci chiede di accoglierlo bambino! Dio non è solo il “totalmente altro”, non è solo “l’inconoscibile”, solo “l’inarrivabile”. E’ un volto, è un nome. Non è uno che aspetta, è Lui che ci viene incontro: braccia spalancate come quelle di bambino  – come tante raffigurazioni di Gesù bambino nella culla -, nel pianto e nel sorriso. Un bambino da amare, custodire, far crescere…dentro di noi. Gesù che nasce a Betlemme sotto Cesare Augusto, non è favola, è storia. Ma a differenza di tutte le altre storie, in quella notte santa la storia si fa salvezza.

Aspettiamo tutti un bambino, amico mio! Per questo motivo mi sono messo in cammino con Gaspare e Baldassarre. Gaspare ha visto la stella, ne ha intercettato il desiderio, Baldassarre ha tracciato il cammino e io ho preparato l’incontro…Sento che in questo Bambino, il Figlio di Dio che è nato, c’è l’inizio e il compimento di tutto. Felice giorno, felice ora, felice tempo! Dio è con noi. Fino ad ora Dio era sopra di noi, ma oggi è l’Emmanuele. Oggi Dio è con noi nella nostra natura, con noi nella sua grazia. Con noi nella nostra povertà, con noi nella sua benignità. Con noi nella nostra miseria, con noi nella sua misericordia. Con noi nella carità, con noi nella pietà, con noi nell’affezione, con noi nella compassione… Non abbiamo potuto ascendere in cielo per essere con Dio, e allora Dio è disceso dal cielo per essere l’Emmanuele, il Dio-con-noi. Lo stupore del Natale è il discendere di Dio verso la nostra povertà, anzi, il suo entrare nella nostra povertà, assumerla, rivestirsene. La bella preghiera del giorno di Natale racchiude, nella sua sobria compiutezza, tutto il mistero dell’Incarnazione, contemplato dalla parte di Dio e dell’uomo, visto dall’eternità e accolto nel tempo: 

O Dio, che in modo mirabile ci hai creati a tua immagine 

e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti, 

fa’ che possiamo condividere la vita divina del tuo Figlio 

che oggi ha voluto assumere la nostra natura umana.

Grazie carissimi Gaspare, Baldassarre e Melchiorre, amici e uomini di luce!

don Maurizio

SAN GIUSEPPE: LE PROSPETTIVE E I FRUTTI  DI UN ANNO GIUBILARE A LUI DEDICATO (Insieme 49.2021)

Con l’8 Dicembre si conclude l’anno Giubilare dedicato alla figura di san Giuseppe; un anno introdotto e illuminato dalla lettera apostolica di Papa Francesco “Patris Corde”. Nel corso di questo anno abbiamo dedicato a San Giuseppe e ai contenuti del Giubileo Giuseppino diversi Editoriali pubblicati sui numeri dell’ “Insieme” Parrocchiale, tracciando così una sorta di percorso di formazione e riflessione. N°. 3 del 17 gennaio: «L’anno di san Giuseppe». N°. 12 del 21 Marzo: «San Giuseppe: il “sognatore” e l’ “innamorato”».  N°. 17 del 25 Aprile: «San Giuseppe e il lavoro». N°. 28 del 11 Luglio: «Più libri nel nome di San Giuseppe – Rassegna bibliografica». N°. 29 del 18 Luglio: «nel nome del padre. Da san Giuseppe l’invito ad essere adulti». N°. 41 del 10 Ottobre: «San Giuseppe Padre dell’accoglienza compassionevole». La nostra curiosità però vorrebbe sapere di più su San Giuseppe. A questo desiderio di conoscenza suppliscono i vangeli apocrifi, che possiamo leggere con devozione senza però essere obbligati a credere quanto raccontano, poiché non sono canonici e quindi non riconosciuti come autentica Scrittura Sacra ovvero Parola di Dio. L’apocrifo più antico a noi giunto che ci fornisce particolari sulla vita di Giuseppe è quello chiamato “Natività di Maria” o più comunemente “Protovangelo di Giacomo”. Si tratta di un’opera probabilmente della metà del II sec. d.C. che ebbe un grande successo in Oriente. Da questo scritto derivano le tradizioni ampliate in altre opere come la Storia di Giuseppe il falegname. I vangeli apocrifi hanno cercato di compensare l’estrema sobrietà dei vangeli canonici aggiungendo tanti elementi per lo più di natura fiabesca. Anche a noi è lecito immaginare tutto quanto non ci è stato detto della vita di Giuseppe; la sobrietà dei vangeli canonici è tuttavia sufficiente per comprendere la grandezza di Giuseppe. Più importante di tutte le informazioni o curiosità che potremmo raccogliere, è ricordare la reale forza della sua intercessione paterna in ogni momento in cui la volontà di Dio ci conduce su sentieri apparentemente impraticabili.

Proprio per questo, e intuendo che quello della paternità matura di Giuseppe è un messaggio alquanto urgente, mentre l’anno Giubilare Giuseppino volge al suo termine, vorrei tentare un messaggio di sintesi per ciò che di più attuale – mi sembra – l’esperienza umana e di fede, San Giuseppe ci proponga. Per mezzo della sua docilità, della sua obbedienza e soprattutto della sua fede, Dio ha realizzato il suo disegno universale di salvezza promesso ad Abramo e a Davide. Giuseppe ha custodito e protetto la vulnerabilità e la fragilità di Gesù bambino e di sua madre e in questo modo ci ha mostrato cosa significhi essere padri. Dalla lettura delle dinamiche sociali che avvertiamo, la nostra generazione non ha perso solo il padre, inasprito la madre e rese ambigue le dimensioni antropologiche sia della mascolinità che della femminilità, ma ha perso sapienza in modo globale. Ci manca la saggezza, ci manca l’arte di vivere o, forse, semplicemente, abbiamo perso il buon senso. Andiamo a casaccio, avendo perso riferimenti fondamentali e autorevoli, peschiamo frammenti di certezza ovunque, annaspiamo nella connessione globale, improvvisiamo la gestione della nostra vita mettendo al volante i nostri stati d’animo e i soli diritti di una libertà autoreferenziale assoluta. Non si tratta di una lettura pessimistica perchè, nonostante tutto, le persone sono bellissime, ma tendono a dilapidare, come il figliol prodigo, la loro dote, il loro talento, le loro occasioni. Dio è generosissimo e non si stanca di continuare a darci altre chance, una sull’altra, ma varrebbe la pena di non lasciar scivolare via troppe di queste possibilità.

L’avventura di San Giuseppe è un paradigma su come accogliere il bene e crescere in esso, e credo valga la pena di camminare sui suoi passi. Questo è il sentiero per imparare l’arte di usare, accogliere, custodire e nutrire i doni della nostra vita. A San Giuseppe Dio ha affidato le sue grazie. Ad ognuno di noi, le nostre. Non senza, però, aver compiuto il nostro servizio fino in fondo, sapendo stare al posto giusto e costruendo silenziosamente tutto il bene che si può. Questo è l’insegnamento profondamente umano e cristiano che lo sposo di Maria ha donato al mondo: «Giuseppe ci insegna che avere fede in Dio comprende pure il credere che Egli può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza. E ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca» (Papa Francesco, Lettera apostolica “Patris corde”).

Giuseppe, servo meraviglioso dell’opera di Dio, immagine di padre sapiente, di sposo accogliente, di forte combattente, uomo che sa dare il giusto nome al bene e conosce da dove venga il male, che sa di chi fidarsi e di chi no, che sa insegnare i ritmi di Dio fino alla loro evoluzione, e sa restare al posto giusto. Giuseppe, infatti, conosce l’unico posto in cui ci si salva ed in cui si è strumenti di salvezza; è il posto per il quale passa la Gloria di Dio, l’unico luogo dove si può fare il bene di chi ci è affidato. Il posto dove si diventa bravi a capire la volontà di Dio, dove si cresce e soprattutto si permette agli altri di crescere. Qual è questo posto? Semplicemente il nostro. Quello da cui scappavano Adamo ed Eva, da cui scappiamo tutti. Eppure è proprio lì che ci aspetta Dio!

don Maurizio

UNA CHIESA IN ASCOLTO, IN DISCERNIMENTO, IN AZIONE – Lettera ai vescovi sulle tre fasi del cammino sinodale (Insieme 46.2021)

Nell’Editoriale dell’Insieme n. 23 del 6 Giugno 2021 vi avevo dato conto di una nuova fase che sta cercando di vivere la Chiesa Italia per un suo rinnovamento in questo tempo caratterizzato da un vero e proprio “cambiamento d’epoca”. Il desiderio e il proposito concreto è quello di disegnare un cammino sinodale per una Chiesa che sia sempre più di comunione, partecipazione e missione, coinvolgendo tutti i fedeli e le comunità. Papa Francesco ci ricorda che «il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio». Nella sessione straordinaria del Consiglio episcopale permanente, del 9 luglio, è stato tracciato un primo disegno del cammino, individuando un percorso quadriennale scandito da tre fasi correlate: narrativa, sapienziale e profetica. La presidenza dei Vescovi italiani ha scritto così una lettera a tutti i vescovi e quindi, indirettamente, a tutti i fedeli della Chiesa. Inoltre, la Segreteria generale del Sinodo dei Vescovi ha diffuso il 7 settembre il Documento Preparatorio e il Vademecum per orientare la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo.  Per approfondire i testi e seguire i lavori basta andare sul ricco sito internet Synod.va.

L’epoca che attraversiamo è colma di dolore e di grazia – si legge nella lettera -. La crisi sanitaria ha svelato innumerevoli sofferenze ma anche enormi risorse. Le nostre comunità devono fare i conti con isolamento, disgregazione, emarginazioni e tensioni; tuttavia le domande che sono nate, e una certa creatività che hanno espresso, racchiudono un desiderio di relazioni profonde e rigeneranti, un desiderio di essere Chiesa, in mezzo alla gente e per la gente, con un volto nuovo e più incisivo.  È in questo contesto che papa Francesco ha invitato ad avviare un cammino sinodale nazionale – desiderio già espresso con parole forti a Firenze nel 5° Convegno Ecclesiale Nazionale del 2015 -, la cui prima fase – narrativa – è costituita da un biennio (22 novembre 2021 – maggio 2023) in cui verrà dato spazio all’ascolto e al racconto della vita delle persone, delle comunità e dei territori. Per noi Diocesi di Milano questa fase coincide con il Mandato, in Duomo, ai Gruppi Barnaba (17 Ottobre 2021) e l’avvio del processo che porterà alle Assemblee Sinodali Decanali. «Nel primo anno (2021-22) faremo nostre le proposte della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi per la XVI Assemblea Generale Ordinaria; nel secondo anno (2022-23) la consultazione del popolo di Dio si concentrerà su alcune priorità che saranno individuate dall’assemblea generale della Cei del maggio 2022», si legge nella lettera. Si delinea così un forte cambiamento della Chiesa italiana nel tracciare le linee pastorali del proprio cammino. L’itinerario del “Cammino sinodale” comporta la necessità di passare dal modello pastorale in cui le Chiese in Italia erano chiamate a recepire gli orientamenti Cei a un modello pastorale che introduce un percorso sinodale, con cui la Chiesa italiana si mette in ascolto e in ricerca per individuare proposte e azioni pastorali comuni. Si tratta di partire dal basso, di ascoltare il “sensus fidei” del popolo di Dio.

La seconda fase – sapienziale – (giugno 2023 – maggio 2024) è rappresentata da un anno in cui le comunità, insieme ai loro pastori, «s’impegneranno in una lettura spirituale delle narrazioni emerse nel biennio precedente, cercando di discernere “ciò che lo Spirito dice alle Chiese” attraverso il senso di fede del popolo di Dio». In questo esercizio saranno coinvolte le Commissioni episcopali e gli Uffici pastorali della Cei, le Istituzioni teologiche e culturali. Insomma la Chiesa vuole essere una “Chiesa in uscita”, che cercherà di farsi sorella e madre di tutti gli uomini, che non si ammala chiudendosi nell’illusione di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non possiamo più guardarci allo specchio mentre le chiese si spopolano. Dobbiamo aprirci allo Spirito Santo perché il Sinodo non è un Parlamento dove trovare una maggioranza per risolvere problemi, ma silenzio, preghiera, revisione radicale di stili di vita e di modi ecclesiali, un camminare insieme con lo Spirito. Il cammino sinodale non deve dare l’idea che si tratti di un parlamento. Non si devono contare maggioranze e neppure fare una raccolta di opinioni. Papa Francesco ha più volte ribadito che “camminare insieme” (sinodo) significa ascoltare lo Spirito attraverso le voci di tutti i battezzati, e anche di chi è fuori dalla Chiesa.

La terza fase – profetica –  (giugno 2024 – maggio 2025) culminerà, nel 2025, in «un evento assembleare nazionale da definire insieme strada facendo», scrivono i vescovi: «In questo con-venire verranno assunte alcune scelte evangeliche, che le nostre Chiese saranno chiamate a riconsegnare al popolo di Dio, incarnandole nella vita delle comunità nella seconda parte del decennio (2025-30)». «Il cammino sinodale non parte da zero, ma s’innesta nelle scelte pastorali degli ultimi decenni e, in particolare, nei Convegni Ecclesiali di Verona e Firenze», precisa la Cei;: il discorso del Papa a Firenze, insieme all’Evangelii Gaudium, scandirà la traiettoria del percorso.  La CEI raccomanda un metodo che è anche uno stile; il metodo è quello di “consultazione capillare” proposto dal Sinodo dei Vescovi, che prevede il coinvolgimento di parrocchie, operatori pastorali, associazioni e movimenti laicali, scuole e università, congregazioni religiose, gruppi di prossimità e di volontariato, ambienti di lavoro, luoghi di assistenza e di cura… «Per questo è fondamentale costituire gruppi sinodali diffusi sul territorio: non solo nelle strutture parrocchiali, ma anche nelle case e dovunque sia possibile incontrare e ascoltare persone». Il dialogo poi non è solo parlare ma fare cose insieme, progetti, non solo tra cattolici ma con tutti gli uomini di buona volontà.

Per maggiore chiarezza ecco le prime tappe tappe e i tempi.

  • SETTEMBRE 2021: Documento preparatorio + Vademecum. 
  • 9/10 e 17 OTTOBRE 2021: Celebrazioni di apertura + Inizio fase sinodale Diocesana
  • APRILE 2022: Sintesi
  • SETTEMBRE 2022: Instrumentum Laboris 1
  • PRIMI MESI DEL 2023: Assemblee Ecclesiali Regionali e Continentali

L’auspicio è che anche con questa esperienza del Sinodo la Chiesa sia fermento di dialogo, di incontro, di unità per una evangelizzazione più incisiva! Questa volta la novità del cammino sinodale è che si incomincia con le Chiese Locali. Per quanto riguarda la nostra Diocesi Ambrosiana vi diremo come si lavorerà per il Sinodo nel prossimo Editoriale.

don Maurizio

PER UNA SINODALITA’ VISSUTA – La modalità della Chiesa Ambrosiana nel vivere il Sinodo dei Vescovi (Insieme 47.2021)

Per noi della Diocesi di Milano tutto quanto presentato nell’Editoriale dell’Insieme n.° 46 del 14/111/2021 (lo scorso numero) a proposito del Cammino Sinodale della Chiesa fino al 2023, questo cammino – almeno per la sua fase iniziale – si declinerà e tradurrà concretamente con il lavoro dei Gruppi Barnaba che daranno vita alle Assemblee Sinodali Decanali di cui abbiamo già parlato nell’Editoriale n. 25 del 25 Giugno 2021.   Di questi temi c’è un’ampia presentazione nella proposta pastorale 2021-22 dell’Arcivescovo Mario. In poche righe egli delinea il senso e lo scopo di questo lavoro ecclesiale dove è coinvolto tutto il popolo di Dio. «La nostra Chiesa diocesana è chiamata a una forma di comunione più intensa e più diversificata per una missione più coraggiosa. Il Sinodo “Chiesa dalle genti” ha immaginato così lo stile con cui dare volto alla Chiesa che abita il territorio geografico ed esistenziale: Nella sua composizione plurale e in continua trasformazione, la Chiesa dalle genti suggerisce la necessità di individuare occasioni e luoghi di dialogo e confronto, nei quali: raccogliere e fare sintesi delle esperienze maturate sul territorio, favorendo la reciproca conoscenza e, laddove possibile, avviare altre iniziative affini considerate positive; far crescere la consapevolezza dei processi di mutamento, dei nuovi bisogni e delle nuove sfide che essi portano con sé; favorire la maturazione di competenze e il rinnovamento dell’azione pastorale. (Sinodo Chiesa dalle genti. Responsabilità e prospettive, Cost. 1§1)».

Che cos’è L’Assemblea Sinodale Decanale?  E’ l’organismo che appare più proporzionato e adeguato al compito indicato dal Sinodo Minore della Chiesa Milanese.

Che cos’è, invece, il Gruppo Barnaba  E’ il nucleo apostolico che avvia il percorso che deve condurre a favorire la corresponsabilità nel discernimento e nella missione per costituire le Assemblee Sinodali in ogni Decanato. Il suo compito è arduo, affascinante e più che mai opportuno in questo momento della vita della Chiesa chiamata a rispondere alle sfide di un cambiamento d’epoca.  Si tratta di comprendere il territorio, conoscere le buone pratiche già esistesti e immaginarne di nuove, allargare gli orizzonti, al di là della quotidiana attività ecclesiale, per camminare insieme nel presente guardando al futuro con competenza e fantasia. Un obiettivo ambizioso per il quale è chiaro che occorrano quelle che si potrebbero chiamare «cinghie di trasmissione» capaci, nel concreto, di intercettare positività e negatività, ricchezze e bisogni delle diverse realtà.  Per questo, in vista della costituzione delle Assemblee Sinodali Decanali, sono nati i Gruppi Barnaba. Il nome è un programma: «“Barnaba” perché devono essere come l’apostolo che, inviato da Gerusalemme ad Antiochia (At 11), ci ricorda colui che esorta, che incoraggia, trova le cose buone che esistono e anche il modo di custodirle attraverso la responsabilità di altre persone». 

Da chi è costituito ogni singolo Gruppo?  Da un moderatore o una moderatrice, che ha la responsabilità del Gruppo (per il nostro Decanato è Eugenio Di Giovine), da un segretario o segretaria che svolge il compito di collegamento nella vita del Gruppo, e dal Decano. Queste tre figure, ascoltando nelle comunità cristiane uomini e donne saggi, invitano altre persone, non già super-occupate nelle parrocchie, impegnate anche professionalmente nelle realtà del lavoro, sociali e civili, ma che hanno senso della Chiesa, capacità d’intuizione, di dialogo, d’incontro, avendo anche del tempo da poter offrire. Tempo e disponibilità per iniziare un ascolto della realtà territoriale in cui evidenziare i semi di Vangelo, le esperienze di fede, le occasioni di carità che esistono, per metterle in comunione e, magari, costituire anche qualche percorso missionario.

Nel quadro più generale del cammino del Sinodo dei vescovi che si è appena aperto, la Chiesa ambrosiana ha scelto di percorrere questa strada sinodale allargando la base da coinvolgere nella vita ecclesiale, specie a livello del laicato e delle professionalità. In questo processo si intende evitare che la sinodalità rimanga una parola e non diventi un’esperienza vissuta. Il nostro semplice e umile modo di intendere il cammino per riscoprire la sinodalità è viverla nella concretezza. Per questo il Gruppo Barnaba tra i suoi compiti, deve predisporre una presentazione essenziale della realtà del Decanato e riconoscere anche quelli che vengono definiti «i germogli della Chiesa dalle Genti». Conosciamo molto bene la realtà delle parrocchie, e questo già dà una base solida a un cammino di Chiesa. Ma ci sono molte esperienze di vita cristiana che non sono riconducibili alla parrocchia, e che vanno riconosciute, dando a loro voce. Per fare questo sforzo di comunicazione più ampia, occorre una struttura che lo attui.

Cos’è il “Libro delle buone notizie” che è stato distribuito ai Gruppi Barnaba in Duomo?
È un quaderno bianco in cui si potranno scrivere le scoperte di germogli di Chiesa che il Gruppo Barnaba farà nel proprio Decanato. Ovviamente, quello che sarà scritto nel quaderno potrà rimanere come storia di quella realtà, ma potrà anche essere inviato, con una mail dedicata, ai nostri media diocesani, in modo che circolino idee, esperienze, suggerimenti. Facciamo nostro il principio che i Vescovi italiani affermano nel documento preparatorio del Cammino sinodale: «Lo scopo del Sinodo non è produrre documenti, ma far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani». Il Libro delle buone notizie vuole essere uno strumento per raccogliere quei germogli o frutti di Vangelo che scopriamo già presenti nei nostri Decanati, anche al di fuori della comunità cristiana e della sua attività di pastorale ordinaria. L’invito è quello di raccogliere in queste pagine tutte quelle esperienze, testimonianze, iniziative, intuizioni di chi, cristiani e non, vive i valori evangelici nell’ambito della vita quotidiana, professionale, sociale. E’ un aiuto a guardare i nostri territori con lo stesso stupore di Barnaba ad Antiochia: «Vide la grazia di Dio, si rallegrò ed esortava tutti a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore». (At.11,21-26).

Qual é il compito e il lavoro che devono svolgere i membri del Gruppo Barnaba? Fondamentalmente si tratta di un lavoro di discernimento e di immaginare il volto concreto dell’Assemblea Sinodale Decanale in cui tutte le vocazioni e i soggetti ecclesiali contribuiscono a leggere la situazione e a definire le priorità che la missione impone per quel territorio (scopo).  Per realizzare questo scopo sempre nella lettera pastorale 2021-2022 nell’appendice 2 pagg. 107-108 sono indicati almeno 10 compiti concreti. La Chiesa non vuole essere estranea alla vita concreta di ciascun fedele, ma sollecita ognuno di noi ad esprimere interesse ed entusiasmo partecipativo alla costruzione del Regno di Dio che chiede in ogni tempo di tradurre l’opera di evangelizzazione in modo che la fede sia sempre sostenuta e all’altezza delle complesse sfide culturali e sociali.

don Maurizio

O “KRISI” O “KAIROS” (Insieme 37.2021)

Nell’Editoriale precedente parlavamo di questo periodo che ci sta davanti come un tempo che potrebbe essere un “kairos”, cioè un tempo di grazia, un tempo maturo!! E questo non vale solo per il mondo e la società intera, ma anche per le nostre comunità e per la Chiesa stessa. Anche se non è ancora finita, è evidente a tutti che l’ondata del Covid-19 segna – anch’essa, ma non è la sola causa – un “cambio d’epoca”, uno spartiacque tra un prima e un dopo. E se è vero che non c’è garanzia che al crollo segua la ricostruzione, è altrettanto vero che non c’è tempo più adatto di questo per rimettere mano a un mondo che si rivela malato, e sembrerebbe incapace com’è di garantire la stessa sopravvivenza del pianeta. Inoltre, che al crollo segua la ricostruzione o la rinascita non è scontato nè automatico, e il rischio di ritornare alle cose di prima – si è sempre fatto così – è sempre presente e ha un suo fascino rassicurante soprattutto sulle comunità cristiane. Ormai anche il nostro orecchio si è abituato e assuefatto a quel linguaggio, persino ecclesiastico, che legge questo tempo come un “cambio d’epoca”. Di fatto papa Francesco usò questa espressione per comunicare che non viviamo più in un’epoca di cambiamenti (dove sono sufficienti piccoli aggiustamenti per ritrovare un equilibrio funzionale di fronte a delle difficoltà che si sperimentano) ma un cambiamento d’epoca. Non si tratta, quindi, di cambiamenti che si possono tenere in qualche modo sotto controllo ma di un mutare complesso della realtà, di tutto l’insieme. Malgrado questo termine sia acquisito si ha l’impressione che non ne abbiamo ancora pienamente compreso il significato e la relativa portata. Continuiamo a porci delle domande che rispecchiano le nostre preoccupazioni di sempre, proprie dell’epoca precedente. Viviamo in un tempo dove si hanno le risposte a tutto e in modo immediato – basta aprire una pagina di Internet – ma proprio in quest’epoca sembra che non siamo in grado di porci le domande giuste. Le risposte le abbiamo ma sono risposte a domande sbagliate o almeno inopportune. Occorre tornare come bambini. I bambini non chiedono ‘cosa’ ‘come’ ‘quando’ ma chiedono PERCHE’. Perché la parrocchia? perché i laici? perché la messa? perché usiamo la parola peccato, la parola salvezza? la parola santità, perché? E non ‘cosa’… eppure in questo tempo la domanda prevalente è ‘cosa dobbiamo fare’? come dobbiamo reagire? come affrontare la “krisi”?

Per dirla con  Oscar Wilde: «A dare le risposte sono capaci tutti, ma a porre le vere domande ci vuole un genio». E fare domande è un’arte. Ecco, questo è il tempo propizio per porre le domande giuste se vogliamo comprendere bene la fortuna che abbiamo di stare in un “cambiamento d’epoca” e di governarlo nei migliori dei modi.  Ogni passaggio d’epoca è propizio alla malinconia, quasi si percepisse che non è il tempo che passa ma in fondo siamo noi che passiamo. Ma in certi momenti, lo scorrere del tempo può essere un “Kairos” cioè, come dice l’etimologia del termine greco, il momento favorevole, il tempo opportuno, l’occasione propizia l’istante decisivo. Nel Nuovo Testamento la parola “kairos” ricorre sedici volte. La troviamo nei Vangeli, dove indica quasi sempre il «tempo vicino», «compiuto», «maturo», addirittura il tempo della salvezza. Significativo l’episodio dell’Annunciazione dove Maria viene salutata con la stessa assonanza “kaire!”: «Gioisci, Maria». Nelle lettere di Paolo è il tempo della grazia: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2Cor 6,1). E di un evento imminente, di un’emergenza che cambierà la vita: (1Cor 7,29-31). Anche per l’autore dell’Apocalisse, «il tempo è vicino» (1,3) e giunge presto il momento del giudizio. A differenza di chronos, tempo quantitativo, scandito dai secondi, dai minuti, dalle ore, kairós non è misurabile, perché appartiene a un’altra sfera: è il tempo della Grazia, tempo qualitativo, apocalittico nel senso autentico della parola, perché svela ciò era nascosto o è in nuce. È ciò che alcuni chiamano tempo «genetico», aurorale e germinale, tempo di nascita. Perché in esso non c’è soltanto la maturità, il tramonto, il giudizio, ma anche l’alba, l’inizio, il germe di vita nuova. Quella novità rappresentata dal mistero dell’Incarnazione: l’eterno entra nel tempo, vi fa la sua dimora e lo orienta al bene compiuto. Così per i cristiani il “kairos” è l’ora del discernimento e della scelta davanti a un’offerta così decisiva. In questa prospettiva per il cristianesimo il “kairos” è occasione di creatività e di rinnovamento, perchè obbliga a liberarsi dai fardelli inutili, dal peso dell’abitudine, e a ritrovare l’essenziale. Con il “kairos” il cristiano sa che la salvezza è già data, ma che essa troverà compimento solo nel Regno, nell’eone futuro, secondo il linguaggio dei Padri della Chiesa greci. Tuttavia ciò non significa fuga, illusione, rifiuto della realtà di fronte alla durezza dei tempi. Piuttosto il cristiano si ri-interroga di nuovo, si ri-inveta sempre fedele al suo Signore e al suo Vangelo che è un kairos in un tempo di krisi perchè tutto possa volgere al bene: «Del resto noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio…» (Rm 8, 28-30).

don Maurizio 

RIPRESA DELLA VITA PASTORALE – SIAMO IN UN TEMPO FAVOREVOLE: PRIMA DI TUTTO ASCOLTIAMOCI!

(Insieme 36.2021)

Dopo la pausa estiva, la ripresa delle normali attività pastorali – del resto mai fermatesi anche durante l’estate: la parrocchia non va mai in vacanza – quest’anno presenterà grandi novità che contribuiscono a sottolineare quello spirito di ripresa e voglia di andare avanti nel modo migliore, che l’esperienza della pandemia ci sprona ad avere. Lo spirito di “resilienza” come capacità di affrontare le prove, superarle, anzi trarre da esse forza e carattere per andare avanti, ci può essere utile nell’affrontare le nuove situazioni pastorali della nostra comunità con spirito di unità, libertà, collaborazione nella letizia. Davvero il periodo che ci sta davanti potrebbe essere un “kairos”: un tempo di grazia, un tempo maturo!! 

Abbiamo davanti nuove sfide che sono anche delle grosse e favorevoli opportunità se le sappiamo leggere e cogliere come un tempo dove lo Spirito ci parla! Proviamo ad elencarle.

1. Il trasferimento e la nomina a parroco di don Enrico in un altra realtà, e il suo – purtroppo – non essere sostituito a Santa Monica, ci sollecitano a lavorare ancora più intensamente per una pastorale d’insieme (nel rispetto delle autonomie) e una sempre più autentica valorizzazione della responsabilità laicale.

2. La nomina di un Diacono Permanente – Thomas Lyden, già segretario del nostro Decanato di Bollate – come Collaboratore Pastorale della parrocchia san Martino. 

3. La possibilità di avvalerci dell’aiuto di don Tiziano – cappellano del carcere di Bollate – con incarichi pastorali nella nostra parrocchia.

4. La disponibilità festiva della presenza e del prezioso servizio soprattutto spirituale di don Luca – padre spirituale del seminario arcivescovile. 

5. L’avvicendamento tra due famiglie missionarie km zero per il servizio alla comunità di san Giuseppe che garantirà la continuità di quest’esperienza.

6. L’avviarsi del lavoro del Gruppo Barnaba verso la costituzione dell’Assemblea Sinodale Decanale di cui avevamo parlato nell’Editoriale n. 25 del 20 Giugno.

7. L’inizio ufficiale il 17 Ottobre prossimo del cammino del Sinodo della Chiesa italiana che comincia con la fase di consultazione dei fedeli.

In tutto questo penso che siano particolarmente preziose e utili le parole del nostro Arcivescovo che ci invita ad affrontare questo tempo difficile ma bello come un “kairos”, come un tempo opportuno, maturo, carico di grazia, un tempo di grazia, se però anche noi lo accogliamo così.

«Io so che noi non siamo di quelli che sono obbligati a parlare sempre di pandemia, di vaccini, di contagi e di morti. Noi siamo piuttosto mandati per dire che Gesù è risorto e per essere testimoni della sua risurrezione (cfr. At 1,22) e di una vita nuova. Noi cristiani abbiamo il dovere di non soccombere allo stile depresso, lamentoso e nevrotico, ma piuttosto di essere portatori di speranza, di fiducia nelle possibilità dell’uomo e soprattutto di Dio (ndr).

Io so che noi non siamo di quelli che dicono: «Ora basta! Sono stanco!» (cfr. 1Re 19,4), piuttosto siamo di quelli che dicono: «Eccomi!», rinnovando la propria disponibilità a costruire (ndr).

Io so che noi non siamo di quelli che dicono: «Per favore aiutateci!», ma piuttosto siamo di quelli che dicono: «Che cosa possiamo fare per aiutare?». 

Io so che noi non siamo di quelli che dicono: «Sono rimasto solo» (IRe 19,10.14), ma piuttosto di quelli che si sentono dire dal Signore: «Non aver paura; continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso» (At 18,9-10). 

Io so che noi non possiamo essere di quelli che come Giona, allo spettacolo della conversione di Ninive, si lamenta: «Or dunque, Signore, toglimi la vita, perché meglio è per me morire che vivere!» (Gn 4,3). Piuttosto noi vorremmo essere come Barnaba che «giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò ed esortava tutti a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore, da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede» (At 11,23-24a).

Anche per questo abbiamo chiamato Gruppo Barnaba il percorso che deve condurre a favorire la corresponsabilità nel discernimento e nella missione per costituire l’Assemblea Sinodale Decanale, perché la Chiesa radunata da tutte le genti sia motivo per rallegrarsi dell’opera di Dio in mezzo a noi».

Per questo lavoro di sinodalità sarà importante anzitutto, come primo passo, l’esercizio dell’ascolto reciproco e costruttivo. Del resto se è vero, come dice papa Francesco, che la sinodalità è «il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio», allora non si potrà che partire dall’ascolto dei fedeli che bene o male, con tutti i loro limiti e le loro enormi potenzialità e carismi, rappresentano il popolo di Dio, la comunità cristiana che vive in questo territorio.

Si dovrà consultare e ascoltare sul serio i credenti attivi e impegnati che rappresentano le membra della Chiesa. Intendiamoci: bisognerebbe ascoltare l’intero Paese, le persone che non credono o “credono diversamente”, i cattolici che si sono allontanati, i giovani che non parlano neanche la stessa “lingua” della Chiesa. Ma se questo è un caldo auspicio, l’ascolto dei praticanti è proprio un dovere. Senza la voce reale del popolo di Dio, non si dà neppure l’ombra non solo di un sinodo, ma nemmeno di una parrocchia.

Si tratta di ascoltare i pensieri e i sentimenti dominanti, le giuste e opportune richieste. Per la Chiesa in generale che entra nel sinodo – e anche per le nostre comunità parrocchiali con la propria storia e le proprie caratteristiche – si tratta di gettare il cuore oltre l’ostacolo e di mettersi in gioco costruendo percorsi comuni, con un ascolto aperto e costruttivo dello Spirito – libero da lamentele e polemiche -, sollecitati da un desiderio: “la Chiesa che vorrei”, o meglio “la Chiesa che vuole lo Spirito da noi”.

don Maurizio

NEL NOME DEL “PADRE” – DA SAN GIUSEPPE L’INVITO AD ESSERE ADULTI (Insieme 29.2021)

Nel precedente Editoriale abbiamo indicato tutta una serie bibliografica di testi utili per conoscere meglio la figura di san Giuseppe in questo anno giubilare a lui dedicato. Molteplici sono le sottolineature e i temi che emergono dall’approfondimento della sua persona e missione all’interno del Vangelo. Tra le tante argomentazioni che si potrebbero cogliere ne scegliamo una che ci sembra di grande attualità anche se non sempre appare che ne siamo consapevoli. E’ il tema della paternità o almeno dell’essere adulti per cui proprio come adulti e maturi si genera alla vita e alla fede, si è capaci di accogliere, custodire, e nutrire. Sembra invece di constatare che manca un’ “adultità” e una paternità capaci di essere di essere degli esempi, dei modelli e delle guide per chi, giovane, vuole diventare grande a avere dei punti di riferimento certi e sicuri per intraprendere il corso della vita. San Giuseppe fu proclamato dalla Chiesa Cattolica protettore dei padri di famiglia e patrono della Chiesa universale. Anche nel mondo protestante, in primis negli Stati Uniti, è celebrato in tal senso. «Il più sublime modello di paterna vigilanza e provvidenza», secondo le parole di papa Leone XJII, conferma la sua figura di simbolo della paternità in terra, ed è argomento da teologi studiarne le relazioni con la paternità assoluta, universale, del Padre. Ma qui, nel nostro mondo terreno, il 19 marzo, in Italia, con san Giuseppe, non si celebra e festeggia soltanto la figura del padre in genere, ma di un padre esemplare, un santo e, di conseguenza, portando alla sua massima potenzialità il ruolo del padre nella famiglia. Per specularità anche la questione-tema della maternità ne è coinvolta. Alla scuola di san Giuseppe, alla scoperta di un uomo tanto solido quanto umile, tanto forte quanto docile, possiamo imparare l’arte della custodia della vita, quella altrui e quella propria, quella naturale come quella dello Spirito. Egli è quel padre adulto e maturo – ma la stessa cosa possiamo dirla anche per la maternità – che sembra mancare a questa generazione e che dobbiamo riscoprire e ridiventare. La constatazione dell’esperienza reale soprattutto nell’ambito educativo, sembra esser davvero amareggiante.  Come ha notato bene Gustavo Zagrebelsky il nostro è un tempo senza adulti. «Dove sono gli uomini e le donne adulte, coloro che hanno lasciato alle spalle i turbamenti, le contraddizioni, le fragilità, gli stili di vita, gli abbigliamenti, le mode, le cure del corpo, i modi di fare, persino il linguaggio della giovinezza e, d’altra parte, non sono assillati dal pensiero di una fine che si avvicina senza che le si possa sfuggire? Dov’è finito il tempo della maturità, il tempo in cui si affronta il presente per quello che è, guardandolo in faccia senza timore? Ne ha preso il posto una sfacciata, fasulla, fittiziamente illimitata giovinezza, prolungata con trattamenti, sostanze, cure, diete, infiltrazioni e chirurgie; madri che vogliono essere e apparire come le figlie e come loro si atteggiano, spesso ridicolmente. Lo stesso per i padri, che rinunciano a se stessi per mimetizzarsi nella “cultura giovanile” dei figli»ed essere sempre giovani quando giovani non lo sono più e devono invece assumersi compiti e responsabilità da adulti maturi, da padri e da madri che introducono alla vita adulta perchè loro, fermi e certi, sanno consegnare alle giovani generazioni il senso delle esperienze, il loro fine e il loro scopo.  Mi è caro raccogliere e riproporre la testimonianza di un padre-adulto, il padre di un figlio divenuto beato giovanissimo e canonizzato lo scorso anno, il padre di Carlo Acutis. Certo un padre da un figlio santo può ricevere molto, ma se è diventato santo forse è anche per aver visto nel proprio padre terreno la figura di una paternità più alta che è quella di Dio che si riverbera in uogni uomo e donna che vogliono essere generativi alla vita autentica e piena come quella dei figli di Dio. Ma chi oggi dice più ai propri figli che devono diventare, prima ancora che calciatori, miss e altro, anzitutto figli come il Padre celeste desidera? «Ripensando al ruolo che la Divina Provvidenza mi ha assegnato quale padre di Carlo, cresce in me il convincimento di aver ricevuto da lui di più di quello che gli ho dato. La sua semplicità, cioè l’assenza in lui di divisione, di contraddizione, di doppiezza, era per sé stessa una scuola di vita e, nel mio ruolo di padre, un insegnamento sui valori da trasmettere e soprattutto sull’esempio da dare. Quali siano i valori da trasmettere i cristiani lo dovrebbero sapere bene, ma spesso non ci si rende conto della forza interiore che questi valori possono generare: non sono un peso da portare, ma, al contrario, come ha dimostrato la vita di Carlo, costituiscono la fonte della serenità e della solidità (la casa sulla roccia) senza la quale di fronte alle difficoltà e alle tentazioni della vita rischiamo di essere trascinati via dalla corrente del momento. Il primo valore da trasmettere ai figli è quello di mettere il nostro buon Dio al primo posto; così facendo tutto il resto sarà collocato al posto giusto. Quanto all’esempio da dare come genitori, siamo purtroppo limitati dalle nostre fragilità. Come padre di Carlo ho però imparato che anche una fragilità, magari una mancanza di pazienza con i figli, può essere occasione di crescita reciproca, semplicemente ammettendo i propri errori e, se necessario, chiedendo anche scusa. In fin dei conti il padre non è la meta, ma è una persona in cammino con i figli verso la Meta». E’ un tema che meriterebbe di essere ancora di più sviluppato e approfondito. Mi piace qui solo aver aperto la riflessione perchè ciascuno possa intraprendere il suo personale cammino per essere quello che deve: padre-madre, adulto e maturo. Da questo punto di vista “diventare adulto”, non solo anagraficamente, significa smettere di contemplarsi allo specchio dei propri desideri e delle proprie attitudini e assestarsi in modo che le proprie attitudini diventino il più feconde possibile per il maggior numero di persone. In questo senso, possiamo definire l’adulto come colui che sa che non è il mondo ad avere un “debito” con lui – la cultura dei soli diritti -, ma che è proprio lui che ha un “debito”, un “dovere” con il mondo e che solo onorando questo “debito-dovere” troverà la strada di una reale contentezza dell’essere in vita. Non è un caso, del resto, che è la parola “responsabilità” quella che di più si attribuisce alla condizione dell’adulto: egli, infatti, è sempre pronto a “rispondere” ogni volta che la cura della vita – di ogni vita – chiama e chiama a dare un senso, un significato profondo e non solo ad esperire la vita con un semplice “mordi e fuggi”.

don Maurizio

NUTRIRE L’ANIMA: 

LA NECESSITA’ DELLA BELLEZZA E DELLA CULTURA (anche per la prossima estate) (Insieme 27.2021)

Fuoriuscita dalla pandemia (speriamo), resilienza, transizione ecologica, competenze digitali, tecnologiche e ambientali, Piano Nazionale di rinascita e resilienza (PNRR) con a disposizione 250 miliardi di euro… Tutti appassionati ripetitori di questo lessico, anche se non altrettanto consapevoli del significato dei termini o almeno delle conseguenze di ciò a cui si riferiscono. Ma chi è il soggetto, l’interprete, il destinatario di tali processi e scenari? Pensiamo davvero che un incremento della tecnica e di meccanismi economico-finaziari garantiscano nel lungo periodo l’effettivo progresso umano e  l’effettiva ripresa economica? 

Se dovessimo ben guardare alla nostra costituzione italiana dovremmo dire che nel senso suo più profondo e sostanziale, è organizzata su questa triade: economia, per assicurare i beni materiali; politica, per assicurare ordine e sicurezza; cultura, per creare senso di appartenenza e identità. Dobbiamo riconoscere come durante questa pandemia i primi due elementi – economia e politica, aggiungendo anche l’attenzione sanitaria pubblica per molto tempo disinvestita – sono stati tutelati, mentre il terzo elemento è stato completamente dimenticato o nel migliore dei casi relegato a sinonimo di passatempo.  Dobbiamo invece ricordarci che essa – la cultura – è strutturale, una vera e propria “terza gamba” che conferisce stabilità, solidità e prospettive future alla nostra società: basterebbe ricordare come sia fondamentale per la funzione educativa delle nuove generazioni e non solo.

E’ tempo di ritornare a respirare, è tempo di ritornare a dare fiato alla cultura; è tempo di non perdere il gusto della ricerca del senso profondo delle esperienze della vita umana, fossero anche quelle della fragilità o del limite. Insomma l’uscita (speriamo) dal tempo della pandemia deve coincidere con un sussulto dello spirito per aiutarci a riscoprire il senso e la verità della vita, la bellezza e la felicità a cui siamo chiamati pur attraversando prove e sofferenze, in una parola, non perdere la sapienza della cultura, dove cultura è ricerca dell’infinito, desiderio di Dio sommo bene e somma bellezza, dunque somma verità.

In questi tempi un vocabolo, simile quasi a un mantra, è stato ripetuto anche da coloro che non ne hanno un concetto preciso: «resilienza», dal latino resilire, «rimbalzare», adatto a definire quella proprietà di alcuni materiali, come i metalli, di assorbire un urto senza rompersi, riprendendo la forma originaria. Traslato in ambito psicologico, sarebbe quel processo cognitivo, emotivo e comportamentale che rielabora il dolore, la perdita, il lutto, il trauma superandoli, ricostruendo il proprio impianto personale e sviluppando energie interiori prima ignote.

È, quindi, possibile sperare, attraverso la stessa capacità umana di resilienza, nella ripresa in della vita personale e comunitaria in pienezza. A questa categoria psico-fìsica si deve, però, associare anche la dimensione della fede cristiana attraverso la virtù teologale della speranza e la consapevolezza del primato della grazia divina. Meraviglia scoprire come nella Bibbia per 365 volte risuona questo saluto divino: «Non aver paura!». E’ quasi il «buongiorno» che Dio ripete a ogni alba. Lo ripete idealmente a tutti anche in questo periodo così arduo. E’ un invito a vivere ogni giorno nella ricerca del bello, del bene, del vero che ci viene assicurato allo schiudersi di ogni giorno. E’ l’invito a trascorrere anche le prossime vacanze come occasione non solo – finalmente – per recuperare tutto quanto perduto durante la pandemia, ma per coltivare desideri di “cielo”, desideri “alti”, ovvero il desiderio di relazioni autentiche e profonde con il creato, con i fratelli, con Dio che ci rendano grati e migliori. Leggere un buon libro, contemplare panorami montani o marini, osservare opere d’arte in qualche museo o geniali  architetturedella storia, trascorrere qualche esperienza di silenzio e di incontro visitando luoghi spirituali quali abbazie o monasteri, potrà certamente fare la differenza per un tempo di vacanza da non sciupare.

Non esiste orizzonte senza cielo. Non esiste corpo senz’anima. Rinunciare al cielo, archiviare l’anima è rinunciare alla verità della vita, alla sua bellezza, alla promessa di felicità, a quella gioia che da fanciulli riempie il cuore e che poi dimentichiamo distratti dal miraggio dei consumi e dei desideri. Ci lasciamo ingabbiare dall’ideologia del mercato, anzi del super-mercato, da quello sotto casa a quello del dominio globale. Chi ci salverà dalla cosifìcazione del tutto, del Creato e delle Creature? 

A chiusura del Concilio, nel tentativo di recuperare sempre di nuovo questo spirito, san Paolo VI si rivolse così agli artisti: «II mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione. E questo grazie alle vostre mani». Quelle mani, quel pensiero, quella ricerca che genera cultura; cultura che , nella sua essenza, è espressione del tentativo di cogliere la verità e il senso delle cose e della vita.

Anche in questo prossimo periodo estivo coltiviamo il bello, il vero, il bene per uscire migliori dal tempo della pandemia e riprendere la quotidianità più consapevoli che la vita è bella e che è un dono: sempre e comunque.

don Maurizio

«PER DARE ALLA CHIESA UN VOLTO SINODALE» – INTERVISTA AL VICARIO GENERALE DELLA DIOCESI DI MILANO MONS. FRANCO AGNESI (Insieme 26.2021)

Dopo l’Editoriale dell’Insieme n. 23 del 6 Giugno 2021, nel quale davo conto dell’ultima assemblea generale dei Vescovi italiani che si impegnano per una Chiesa che riparta dall’ascolto del popolo di Dio per un cammino insieme; dopo l’Editoriale n. 25 del 20 Giugno 2021, dove spiegavo come anche nella nostra Chiesa locale – in particolare nel Decanato – ci sia una svolta, dando autorevolezza ai laici con la costituzione del “Gruppo Barnaba” in vista delle Assemblee Sinodali Decanali; ora, dopo la riforma del Sinodo dei Vescovi e l’Assemblea della Cei, il Vicario generale, mons. Franco Agnesi fa il punto su significato, modalità, tappe e armonizzazione dei vari cammini: «Vogliamo rispondere insieme alla domanda: “Come essere cristiani missionari nella quotidianità”»?

Ci aiuta a fare un po’ di chiarezza? Con la parola “Sinodo” si intende il Sinodo dei vescovi della Chiesa universale, che lavorerà sul tema «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione» e che si svolgerà dall’ottobre del 2021 all’ottobre del 2022. Vivrà tre fasi: quella diocesana, quella continentale e quella universale. Si attendono ancora precisazioni dalla Segreteria generale. L’espressione “Cammino sinodale” vuole indicare che la sinodalità non è un evento a sé, ma uno stile permanente di Chiesa. La “Carta d’intenti” proposta nell’ultima Assemblea della Cei in maggio ha indicato la prospettiva: riprendere in mano Evangelii gaudium con la lente di ingrandimento del Discorso del Papa al Convegno ecclesiale di Firenze (2015) e facendo tesoro delle esperienze che in Italia già diverse Chiese locali fanno.

Quali tappe avrà il “cammino sinodale”? Inizierà in sintonia con il Sinodo universale (2021), si svilupperà con l’ascolto di tutto il popolo di Dio (2022), vivrà un momento unitario di dialogo e confronto con tutte le anime del cattolicesimo italiano (2023) che condurrà a una sintesi da offrire alle Diocesi (2024) e a una verifica a livello nazionale del cammino fatto (Giubileo del 2025). La Presidenza della Cei darà presto indicazioni più precise.

Come si svolgerà la parte diocesana del Cammino sinodale? Siamo già in cammino e abbiamo vissuto il Sinodo «Chiesa dalle genti» con la preghiera, l’ascolto capillare, il discernimento, le decisioni pastorali. Ora stiamo cercando di diventare «Chiesa dalle genti» e non più «Chiesa della tradizione in cui si è sempre fatto così». Dobbiamo convertirci, anche a livello organizzativo, a una comunione più intensa e a una missione più attenta al tempo che viviamo.

In che modo questo cammino incrocia quello della riforma del Decanato? Per la nostra Diocesi il modo di partecipare al Cammino sinodale della Chiesa in Italia è anzitutto l’Assemblea Sinodale Decanale e il suo avvio attraverso il Gruppo Barnaba. Non vogliamo “fare delle cose”, ma dare un volto sinodale alla Chiesa. Non vogliamo creare un organismo o solo farci dire dagli esperti che cosa è la sinodalità, ma vogliamo tutti insieme rispondere alla domanda «come essere cristiani missionari nella quotidianità», partendo dall’Eucaristia che celebriamo la domenica.

La Diocesi però è chiamata anche a dare un contributo specifico al Sinodo della Chiesa universale…
La risposta a quanto la Segreteria generale chiederà alle Diocesi verrà data soprattutto dal Consiglio pastorale diocesano, che ha in sé le caratteristiche della capillarità e della varietà dei carismi.

Dopo l’ultima Assemblea generale si è parlato di un nuovo metodo di lavoro che la Cei vuole darsi nel suo rapporto con le diocesi: ci può spiegare meglio? Mi pare si possa sintetizzare così: l’itinerario del Cammino sinodale comporta la necessità di passare dal modello pastorale in cui le Chiese in Italia erano chiamate a recepire gli Orientamenti Cei a un modello pastorale che introduce un percorso sinodale, con cui la Chiesa italiana si mette in ascolto e in ricerca per individuare proposte e azioni pastorali comuni.

Che cosa vuol dire, in estrema sintesi, sinodalità nella Chiesa? Se lo sapessi, non si farebbe un Sinodo universale… Mi faccio aiutare dalle parole del Papa all’Azione Cattolica: «In effetti, quello sinodale non è tanto un piano da programmare e da realizzare, ma anzitutto uno stile da incarnare. E dobbiamo essere precisi: la sinodalità non è fare il parlamento, non è cercare una maggioranza sulle soluzioni pastorali. Ciò che fa sì che la discussione, il “parlamento” diventino sinodalità è la presenza dello Spirito: la preghiera, il silenzio, il discernimento di tutto quello che noi condividiamo. Non può esistere sinodalità senza lo Spirito, e non esiste lo Spirito senza la preghiera. Questo è molto importante».

SVOLTA NELLA CHIESA…E’ IL MOMENTO DI DARE AUTOREVOLEZZA AI LAICI (Insieme 25.2021)

A conclusione dell’Editoriale dell’Insieme n. 23 di Domenica 6 giugno dopo aver parlato di una Chiesa che riparte dall’ascolto del popolo di Dio per camminare insieme, accennavo, proprio a questo riguardo, alle novità che toccano la vita delle Chiese territoriali della nostra Diocesi e in particolare i laici dei Decanati. In una prospettiva di Chiesa sempre più sinodale per annunciare il Vangelo nel contesto di questo tempo complesso, anche nel nostro Decanato parte il “Gruppo Barnaba” in vista della costituzione dell’ “Assemblea Sinodale Decanale”. Di cosa si tratta? Si tratta di un progetto-percorso che da un po’ di tempo la Diocesi di Milano sta elaborando e che ora giunge ai suoi passi decisivi. Si tratta di un desiderio espresso più volte dall’Arcivescovo mons. Mario Delpini e condiviso con i suoi collaboratori, ma che parte da una sollecitazione di papa Francesco alla Chiesa. “Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia.” (Francesco, EG 27). Inoltre, “Compito proprio del decanato è quello di svolgere la funzione insostituibile di incubatore di legami di comunione e pertanto gli è richiesto di rendere manifesta questa missione coinvolgendo espressamente nella sua azione i diversi soggetti ecclesiali.” (Chiesa dalle genti. Responsabilità e prospettive. Cost.2§l). Altra sollecitazione autorevole:“Oggi è sempre più evidente che “il territorio non è più solo uno spazio geografico delimitato, ma il contesto dove ognuno esprime la propria vita fatta di relazioni, di servizio reciproco e di tradizioni antiche. È in questo “territorio esistenziale” che si gioca tutta la sfida della Chiesa in mezzo alla comunità. Sembra superata quindi una pastorale che mantiene il campo d’azione esclusivamente all’interno dei limiti territoriali della parrocchia (…) (Istruzione “La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa” a cura della Congregazione per il Clero, 20.07.2020).

Il nostro Arcivescovo ha fatto sue queste istanze pensando e proponendo di rinnovare e rilanciare con uno spirito nuovo, in un orizzonte più ampio e coinvolgente le realtà laicali del Decanato.  Egli esplicitamente ha scritto e ripetutamente asserito che: «Ritengo che non si possa immaginare una presenza territoriale della Chiesa in cui i laici non siano chiamati a esprimersi e a prendersi responsabilità. Ritengo inoltre urgente che i laici e i consacrati siano chiamati a condividere le responsabilità per le scelte ecclesiali: troppo spesso tutto grava su i preti e tutto dipende dai preti».  Di fatto abbiamo tutti la precisa consapevolezza che c’è bisogno di un vero luogo di ascolto delle esperienze di tutti i laici, per una lettura dei “segni dei tempi”, un ascolto del territorio, un discernimento in vista di scelte pastorali trasversali alla vita ordinaria delle parrocchie e che lo spirito della “Chiesa dalle genti” suggerisce a partire da un dialogo reciproco. Dialogo reciproco significa il coinvolgimento dei laici e del clero per un cammino di comunione nella stessa missione. Nel “cono di luce” del Vaticano II, accogliendo con entusiasmo e condividendo queste prospettive  ecco pertanto la proposta concreta. Nel solco del lungo lavoro di una “Commissione Congiunta” (…) che ha lavorato su questi temi presentati sia al Consiglio Presbiterale che Pastorale Diocesano, si propone di dare vita a un convenire ecclesiale sul territorio del Decanato, il cui nome potrebbe essere “ASSEMBLEA SINODALE DECANALE”. E’ pur vero che molti laici sono già coinvolti nelle attività delle nostre parrocchie con un lavoro pregevole e insostituibile; anche a livello decanale molti laici sono responsabili nelle specifiche commissioni di pastorale, ma occorre dare uno sguardo complessivo e trasversale sul territorio del medesimo decanato dove le singole parrocchie da sole non riescono ad operare e dove invece sarebbe opportuno agire unitariamente: pensiamo alle realtà del lavoro, della scuola, della sanità, della politica e dell’economia , della cultura, delle emergenze educative e sociali…

Prima di arrivare alle “Assemblee Sinodali Decanali” è prudente, saggio e opportuno fare alcuni passi graduali. Primo fra tutti la costituzione del “GRUPPO BARNABA”. Il “Gruppo Barnaba” è il “nucleo apostolico” che avvia questo cammino. Oltre al Decano, al Segretario del Decanato e al Moderatore, il gruppo è composto da alcune persone (una/due per ognuna delle sette città del nostro Decanato) laici, laiche, consacrati e consacrate scelte dal Decano e dal Vicario Episcopale di Zona su indicazione dei parroci, che per esperienza ecclesiale e preparazione possono collaborare all’avvio del percorso. Esse debbono avere spiccato “sensus ecclesiae” e ardore spirituale; Non abbiano incarichi rilevanti a livello parrocchiale in termini di investimento e di tempo e siano disponibili ad intercettare germogli, situazioni esperienze temi per una sempre più opera di evangelizzazione per la maturazione della fede nel complesso contesto di un cambiamento d’epoca. La meta da raggiungere è la costituzione di un convenire in forma di assemblea stabile in cui tutte le vocazioni contribuiscano a leggere la situazione e a definire le priorità che la missione impone per
quel territorio. Il cammino verso la meta sarà compiuto durante tutto l’anno pastorale 2021-2022 e ogni Decanato, in dialogo con il Vicario Episcopale di Zona, costituirà l’Assemblea Sinodale Decanale nel tempo opportuno. La prossima Lettera Pastorale dell’Arcivescovo per il nuovo anno pastorale darà indicazioni utili per il cammino. Vi terremo continuamente aggiornati e già fin da ora vi comunichiamo che il “Gruppo Barnaba” per il nostro Decanato di Bollate si è costituito ufficialmente Martedì 25 Maggio 2021. Prossimamente vi faremo conoscere i nomi dei membri, i loro profili e i prossimi compiti che li attenderanno. 

don Maurizio

LA CHIESA RIPARTE DALL’ASCOLTO DEL POPOLO DI DIO  – PER UN CAMMINO INSIEME (Insieme 23.2021)

Nei giorni scorsi si è svolta la 74ª Assemblea Generale che ha visto riuniti a Roma, fino a giovedì 27 maggio, oltre 200 Vescovi italiani. Particolarmente significativo e innovativo è stato il contributo di papa Francesco che, in vista del prossimo sinodo generale di tutti i vescovi del mondo, ha chiesto che ci sia una consultazione dal basso coinvolgendo il popolo di Dio delle singole diocesi. Di fatto Papa Francesco trasforma il Sinodo dei vescovi da evento riservato ai prelati, a processo, a percorso con al centro il popolo di Dio. Di fatto Papa Francesco, in data 24 aprile 2021, ha approvato un nuovo itinerario sinodale per la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, inizialmente prevista per il mese di ottobre del 2022, sul tema: “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”. La Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi, con l’assenso del Consiglio Ordinario, ha proposto le inedite modalità per il cammino verso l’assise. Il percorso per la celebrazione del Sinodo, che domenica 17 ottobre si aprirà nelle diocesi, sotto la presidenza del rispettivo vescovo, si articolerà in tre fasi, tra l’ottobre del 2021 e l’ottobre del 2023, passando per una fase diocesana e una continentale, che daranno vita a due differenti Instrumentum Laboris, fino a quella conclusiva a livello di Chiesa universale. L’obiettivo della fase diocesana (ottobre 2021-aprile 2022) è la consultazione del popolo di Dio, «affinché il processo sinodale si realizzi nell’ascolto della totalità dei battezzati, soggetto del sensus fidei infallibile in credendo.

Ritornando all’Assemblea dei vescovi italiani svoltasi i giorni scorsi, il tema al centro degli interventi e delle riflessioni è esattamente in linea con questa prospettiva che pone due questioni oggi fondamentali: la questione dell’evangelizzazione per una fede adulta e matura e la questione del coinvolgimento da protagonista di tutto il mondo laicale. Ecco il titolo: “Annunciare il Vangelo in un tempo di rinascita. Per avviare un cammino sinodale”. Il “cammino dal basso” si pone nel solco della Chiesa primitiva – quella raccontata dagli Atti degli Apostoli e dai Padri della Chiesa – e che il Vaticano II ci ha riconsegnato quando ha parlato della Chiesa come popolo di Dio facendo emergere la natura più vera della comunità cristiana. È necessario, cioè, partire dall’ascolto della comunità in tutte le sue componenti. Questa dinamica dà modo di recuperare il senso più vero della Chiesa come grande famiglia.  La storia del cattolicesimo post-conciliare in Italia è segnata dai documenti del magistero del Papa e anche della Cei. I Convegni ecclesiali nazionali, che si sono tenuti con cadenza decennale, [1 Roma 1976 – “Evangelizzazione e promozione umana”. 2 Loreto 1985 – “Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini”. 3 Palermo 1995 – “Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia”. 4 Verona 2006 – “Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo”. 5 Firenze 2015 – “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”] hanno costituito delle tappe altrettanto importanti per verificare il cammino e tracciare il passo della Chiesa in Italia. Adesso il cammino sinodale che si sta per inaugurare si concentrerà sull’ascolto delle Chiese locali. Ogni Diocesi avrà bisogno di raccontare se stessa, nella consapevolezza di fornire un contributo essenziale a una comunità più grande. Non c’è fretta di elaborare un documento comune: verrà dato il giusto tempo per ascoltare, vedere e capire prima di sviluppare una sintesi che dia ragione del cammino condiviso. La ricchezza di questa nostra storia conferma che la sinodalità, come stile, metodo e cammino, è perfettamente coerente con un percorso che abbraccia cinque decenni, tanto più per la consapevolezza di un “cambiamento d’epoca” in atto.  Con un maggior protagonismo dei laici il cammino sinodale sarà anche l’inizio – lo vogliamo sperare – di una nuova stagione del laicato cattolico in Italia.La Chiesa non è fatta solo dai sacerdoti, dalle religiose o dai religiosi. Papa Francesco più volte ci ha messo in guardia dal clericalismo e in una bella immagine ha ribadito che: «Nessuno di noi è stato battezzato prete né vescovo: siamo stati tutti battezzati come laici e laiche. I laici sono protagonisti della Chiesa». La Chiesa quindi è composta da tutto il popolo di Dio e, insieme – ciascuno secondo le sue specificità, i suoi talenti -, partecipa alla vita della comunità e alla forza della Chiesa. I laici hanno attraversato stagioni diverse, connesse a tempi in evoluzione e alle difficoltà di quegli stessi tempi. Oggi in particolare la Chiesa è chiamata a ravvivare la sinodalità che non può che nascere dall’ascolto di ogni componente della famiglia di Dio.

Si tratta di tornare a tessere la trama delle relazioni personali. Il Vangelo che annunciamo non è semplicemente un contenuto, ma è una relazione che salva. È necessario rendere ancora più chiaro che la Chiesa annuncia prendendosi cura delle persone. Il Papa, in diverse occasioni, ha invitato tutta la Chiesa a un ritorno all’essenziale, ossia all’annuncio di Cristo e all’incontro con la sua Persona.  La sfida che attende anzitutto i Vescovi è quella di mettere in campo percorsi sinodali capaci di dare voce ai vissuti e alle peculiarità delle nostre comunità ecclesiali, contribuendo a far maturare, pur nella multiformità degli scenari, volti di Chiesa. È uno stile che vuole riconoscere il primato della persona sulle strutture, come pure intende mettere in dialogo le generazioni, che scommette sulla corresponsabilità di tutti i soggetti ecclesiali, che è capace di valorizzare e armonizzare le risorse delle comunità, che ha il coraggio di non farsi ancora condizionare dal “si è sempre fatto così”. È un cambio di rotta quello che ci viene chiesto: «E quindi uscimmo a riveder le stelle» (Inferno XXXIV, 139), direbbe il Sommo Poeta, di cui quest’anno ricordiamo il VII° centenario della morte, guardando a questo tempo di rinascita. Le sue parole sono presagio di un cammino nuovo, di luce e speranza, dopo alcuni momenti di tenebra precedenti.  «L’amor che move il sole e l’altre stelle» (Paradiso, XXXIII, 145), ci spronerebbe Dante quasi a smuovere le nostre volontà e i nostri desideri verso quell’anelito a Dio che diventa visione rinnovata dell’umanità. Ne abbiamo grande bisogno se pensiamo all’attualità italiana e internazionale. Una Chiesa in “cammino sinodale” sa dare e fare tempo e spazio alle domande degli uomini e delle donne di oggi. Una Chiesa in “cammino sinodale” genera uno sguardo positivo e accogliente. Anche per questo ora “tocca a noi tutti insieme”. Anche per le parrocchie del nostro Decanato ci sono delle novità interessanti con la costituzione del “Gruppo Barnaba” e dell’Assemblea Sinodale Decanale. Ma di questo parleremo più avanti.

don Maurizio

VOCAZIONE: CHIAMATI A FELICITA’ (2^ parte) (Insieme 22.2021)

L’uomo è fatto per la felicità, praticare il bene, costruire bellezza

Il cuore è quello che è, è quello “come Dio comanda” cioè fatto per grandi cose e invece ci si chiede di accontentarsi quando al contrario il problema della vita non è accontentarsi, ma essere contenti! Così concludevo la riflessione nel precedente editoriale.  Di fatto si tratta di recuperare un sentire che abbiamo smarrito, presi come siamo dai ritmi efficientisti della nostra società ripiegata su se stessa e rinchiusi nell’orizzonte di questo mondo e di questo tempo. Ovviamente non si tratta di demonizzare l’orizzonte dentro il quale viviamo che, al contrario va profondamente amato (Gv 3, 16). Si tratta piuttosto di tornare a sentire il problema del destino personale e di tutti, di aspirare, mentre viviamo il contingente, a un futuro di felicità e di vita. E’ tutta la missione e la passione stessa del Figlio di Dio, Gesù: «Io sono venuto perchè abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10, 10). Questa desiderio di “abbondanza” – ma evangelica – incide sulla qualità del nostro vissuto quotidiano. Che cosa cerco oggi? Quale valore attribuisco a questa e a tutte le altre giornate della mia vita fatte di impegni, responsabilità, relazioni, svago…? Dentro quale orizzonte mi muovo, penso, agisco? Cercare di essere felice e di rendere felici gli altri, cercare di corrispondere alla vocazione che Dio mi affida, cercare di essere adeguato alla ragione per cui sono al mondo: questo è quello che mi è richiesto e che devo cercare di fare oggi e sempre. L’uomo è fatto per la felicità cioè per conoscere la verità, per praticare il bene, per costruire la bellezza!! Per quale ragione siamo al mondo, che cosa ci differenzia da tutte le altre creature se non questo, se non sentire come vocazione – cioè come compito per essere venuti al mondo – di sentire come dovere, come ciò che stabilisce la moralità vera, esattamente il perseguimento della verità: il voler conoscere le cose e il loro fine. Dante in questo ci è maestro: «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e conoscenza» (Divina Commedia, XXVI,120 canto dell’Inferno). E ancor prima di Dante Gesù così pregava per noi il Padre: «Questa è la vita eterna che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). 

Ma la verità, come senso di noi e della vita, non è solo conoscenza di dottrine o contenuti teorici; la vera conoscenza ha anche una dimensione etica, è anche fare in modo che la verità possa diventare la forma dei rapporti, il modo con cui ci relazioniamo e ci trattiamo. La verità significa per esempio sapere bene cosa significa quando diciamo a un amico: “ti sono amico” e a una persona: “ti voglio bene”, oppure sapere cosa significano parole come dolore, gioia, bene, male…; non si può stare al mondo senza sapere il valore di queste parole. La verità della vita è che si tratta di una vocazione e che proprio per questo ci chiede la responsabilità di rispondere esercitando quotidianamente il bene, un volere il bene proprio e dell’altro, un sentire la propria giornata e la propria vita come utile e che contribuisce un po’ alla bellezza del mondo. Ecco ciò che dà pace al cuore dell’uomo e genera la sua felicità: perseguire ogni giorno il vero, il bene, il bello! Per non sembrare troppo idealisti non dobbiamo però trascurare il fatto che l’impegno del vero, del bene e del bello sono condizionati dalle nostre fragilità e debolezze. Dobbiamo riconoscere che c’è una debolezza originaria per cui davvero l’uomo non è possibile che si salvi da sé stesso. C’è qualcosa all’origine, c’è qualcosa di strutturale nell’umanità per cui anche l’intimità dell’esistenza di Dio benché sospirata, la felicità benché desiderata, la verità benché voluta, non ci è dato di “agguantarle” con le sole nostre forze. Ma lì, nel profondo del nostro limite avviene la Misericordia, si “offre” la Misericordia. Io, tu, tutti noi abbiamo chiaro il presentimento che il vero, il bene, il bello coincidono con il perdono e la Misericordia. La legge della vita, la legge dell’essere, del rapporto tra gli uomini è solo l’amore, è il perdono: «Dio ci ha amati per primo mentre eravamo ancora peccatori» (1Gv 4,9-10. 19; Rm 5,8). 

Viviamo in un’epoca in cui si è titolati a vivere solo se perfetti ed efficienti, capaci di soddisfare tutte le esigenze nostre e degli altri. Invece ogni insufficienza, ogni debolezza, ogni fragilità – papa Francesco la chiama “cultura dello scarto” – sembra bandita. Ma c’è un altro modo per mettersi in salvo, ed è percorrere un’altra strada fecondissima, la strada di coloro che sanno essere fragili deboli e peccatori, non ne fanno un alibi ma contano sulla misericordia amorevole di Dio che li rilancia. Questa Grazia di Dio è a “caro prezzo” (D. Bonhoeffer): la vita donata del Figlio stesso di Dio. Si tratta di una realtà gratuita e immeritata ma che richiede da parte nostra un percorso da fare: si tratta di rendersi conto che l’Essere è misericordia, rendersi conto di tutto il male di cui siamo impastati e fare in modo che questo male sia sciolto, redento, ribaltato in bene e solo allora si potrà avere accesso a quello che si chiede, a quella verità, a quella bellezza che rendono la vita grande, degna di essere vissuta.  Il cammino – come quello di Dante nella Divina Commedia e di tante vite sante note e meno note – è possibile, ma è lungo. E’ un cammino di conversione: la vita non conosce scorciatoie. Dobbiamo continuamente chiederci: qual é la passione in grado di farci sentire vivi in ogni fase della nostra esistenza? Quale bellezza vogliamo manifestare nel mondo, per poter dire alla fine: nulla è andato sprecato? Una possibilità continuamente data, una misericordia continuamente offerta, che continuamente ci rilanciano nella vita. «Orribil furono li peccati miei, ma la Bontà infinita ha sì gran braccia che prende ciò che si rivolge a lei» (Purgatorio III, 118ss). Non è solo la nostra volontà ma è la nostra stessa natura di figli di Dio che ci spinge a ritornare quello che si è, quello che si deve essere: puro desiderio, essere desiderio di Dio che ci attira verso di Lui, è nella nostra natura. Noi siamo fatti così,siamo “fatti per le stelle” e quando si torna ad esser sé stessi si vola verso le stelle; è come siamo fatti che ci trascina verso l’a(A)lto.

don Maurizio 

VOCAZIONE: CHIAMATI A FELICITA’ (1^ parte)(Insieme 21.2021)

RISPONDERE ALLA VITA CHE CI INTERPELLA

La vera questione che ci deve stare a cuore è come intendere la vita e il suo senso, soprattutto in questo tempo nel quale stiamo attraversando l’esperienza della pandemia e coltivando la speranza della ripresa. Ma sarebbe un errore ripartire senza lasciarci interrogare dagli avvenimenti che stiamo ancora vivendo perchè, una volta in più, ci sollecitano a comprendere la nostra esistenza non come banale, capriccioso e incontrollato corso degli eventi, ma come “vocazione”. Il nostro vissuto, qualunque esso sia, ci provoca a ricercare i significati profondi delle nostre esperienze oltre che a mettere a fuoco la direzione: dove siamo diretti? Per che cosa o meglio per chi siamo al mondo e qual é la nostra meta? Che cosa ci rende felici o almeno ci consegna la sensazione della pace, del senso di realizzazione di se stessi?

Concludevo lo scorso editoriale con questa intenzione: continuare la riflessione magari a partire dalla figura di Dante che nella sua Divina Commedia – siamo nelle celebrazioni del settecentesimo anno della sua morte – si pone alla ricerca del senso della vita presente e futura, per realizzare la definitiva vocazione di tutti gli uomini; vocazione che poi coincide con il loro più profondo desiderio: vedere Dio, o almeno essere felici – sospettando che la seconda sia la conseguenza della prima o almeno della sua ricerca.

Bisogna sempre imparare di nuovo a interloquire con tutta la realtà perchè tutto – in qualche modo – ti chiama, tutto – in qualche modo – ti interpella, tutto – in qualche modo – è vocazione, è chiamata cui – in qualche modo – io devo rispondere. La vita è davvero una continua assunzione di responsabilità a rispondere a qualcosa, a qualcuno che ti chiama e così la vita diventa quell’avventura dove l’unica cosa che conta è cercare di conoscere Colui che ti chiama attraverso le molteplici esperienze.  Davvero possiamo dire con il salmista: «Del tuo Spirito, Signore è piena tutta la terra» (sal 119,64).    Ci vuole tempo, non è una cosa conquistata una volta per sempre  e una volta per tutte, bisogna esercitarsi.   Certo occorre coltivare “l’inter-esse” e scoprire cos’è “l’inter-esse”, cioè la scoperta di “essere-dentro”. “Essere-dentro” la vita, la storia, persino “essere-dentro” la Bibbia o l’opera di Dante – la sua Divina Commedia – e scoprire che parlano di me, dicono di me, di quello che sto vivendo, descrivono in modo meraviglioso i miei stati d’animo. Tutto parla di me: la letteratura, l’arte, la scultura, l’architettura, la grande musica e persino la Sacra Scrittura, la Bibbia. Occorre scoprire e lasciarci sorprendere che persino la Parola di Dio parla di me: come è possibile che questa Parola mi descriva, mi fotografi con precisione? Perchè mai sono lì dentro?

Quando si rimane “a bocca aperta” davanti a una cosa o a un’esperienza, quale che sia, è come se qualcosa di me interloquisse con quella Parola – non a caso uso la “p” maiuscola – o con quell’opera, o addirittura col creato stesso: tutto mi interpella.  Ponendosi in questo modo nei confronti di un testo scritto o della realtà vissuta, non si finisce più di scoprire, di imparare, di crescere perchè la propria vita si rinnova continuamente: cambiano le domande, cambiano le risposte e ciascuno avrà le sue domande e le sue risposte.  Un uomo è vivo perchè ha delle domande; se ha delle domande, tutto ciò che ha intorno si presenta come possibile risposta. Nasce un lavoro appassionante, nasce una vita che ha una densità inaudita, bellissima sia nelle prove che nelle gioie, nelle cose belle come nelle cose brutte.  Non solo, ma chi vive così ha qualcosa di grande da portare e da portare ad altri. Una vita piena di domande e risposte, una vita concepita come vocazione – risposta a continue interpellanze – è una vita che comunica ad altri la certezza, la bellezza e la profondità del rapporto con le “cose”; indica la strada alla verità e alla bellezza della vita a cui ogni uomo aspira almeno come desiderio.

Abbiamo la necessità, dunque, di essere pensosi, riflessivi rispetto alla propria vita, al proprio destino – o futuro e, perchè no?, anche quello ultraterreno – alle grandi domande, sfatando il pensiero comune odierno, persino della generazione adulta, secondo cui porsi le questioni fondamentali non serve perchè non sono concrete (dramma della “tecnocrazia”…), non sono funzionali al profitto, all’efficienza allo sviluppo, al business, non accorgendosi che è un grave delitto pensare in questo modo.  Il cuore invece è quello che è, è quello “come Dio comanda” cioè fatto per grandi cose e al contrario ci si chiede di accontentarsi quando invece il problema della vita non è accontentarsi, ma essere contenti.

(Continua)

don Maurizio

40 ANNI FA IL PAPA “DOVEVA” ESSERE UCCISO  (Insieme 19.2021)

Non può e non deve sfuggire dalla nostra memoria un anniversario significativo per la storia della Chiesa e, ultimamente, per la nostra fede. L’interpretazione di quell’avvenimento farà bene anche ai giovani che non lo hanno vissuto – in quanto non ancora nati o troppo piccoli – perchè permette loro di incontrare una storia della Chiesa che non è solo struttura, organizzazione e dottrina, ma che è percorsa anche dalla mano misteriosa e provvidente di Dio.        La storia di un uomo, un papa, condannato a morte per la modalità dell’attentato subito, e invece miracolosamente salvato, e dei misteri che circondano quell’evento, a partire dalla suora che strattonò casualmente ma provvidenzialmente il killer mentre sparava e che non è mai stata trovata.

Ci riferiamo a quel 13 maggio 1981 festa della Madonna di Fatima, alle ore 17.19 in piazza san Pietro, quando Giovanni Paolo II – che a bordo della “papamobile” scoperta stava salutando i fedeli in piazza San Pietro prima dell’udienza generale- fu colpito da Ali Agca. Due colpi di pistola. II primo colpo ferì il Papa all’addome, il secondo gli fratturò l’indice della mano sinistra, sfiorandogli il braccio destro. Il turco era un cecchino infallibile. Sparò da vicino. Eppure fallì. L’attentatore stesso aveva successivamente affermato che non aveva sbagliato nulla, che era un killer preciso e meticoloso e che nemmeno lui si spiegava come il papa non fosse morto. Era certo che quei colpi avrebbero inferto la morte!        Eppure qualcosa di misterioso è intervenuto! Il primo dato a suscitare questa riflessione è la relazione dello stesso chirurgo, Francesco Crucitti , primario del Policlinico Gemelli che operò Wojtyla d’urgenza per salvargli la vita che, a suo dire, non riusciva a spiegarsi la «strana traiettoria» di uno dei due proiettili: un percorso a zig-zag, entrato dall’addome, uscito dal bacino, che evitò tutti gli organi vitali e l’arteria principale, di pochi millimetri. Il papa era stato colpito per essere sicuramente ucciso! Al riguardo la testimonianza del segretario personale, Stanislaw Dziwisz è emblematica: «Il medico personale del papa, il dott. Buzzonetti, mi si avvicina e mi esorta: «Gli dia l’unzione degli infermi». Era come se mi dicessero che non c’era più nulla da fare. Con l’animo straziato, gli diedi l’unzione».        Un altro dato intrigante e misterioso di quei momenti concitati, è la presenza sulla scena di una seconda religiosa mai rintracciata, che insieme a suor Letizia Giudici, tuttora vivente, bloccò fisicamente Ali Agca consegnandolo alla Polizia e salvandolo dal linciaggio della folla. «Ma non sono stata io ad abbassargli il braccio», ha raccontato la religiosa a Preziosi, «anche perché ero addirittura convinta che quel signore stesse scattando delle foto. Invece non aveva in mano una macchina fotografica, ma una pistola». Allora chi era l’altra suora? Difficile dirlo e riportare testimonianze oggettive, ma non possiamo trascurare due legami importanti che il papa coltivava: il legame di papa Wojtyla con suor Faustina Kowalska, l’apostola della Divina Misericordia che canonizzerà durante il Giubileo del 2000, e con Madre Speranza di Gesù, al secolo Maria Josefa Alhama Valera che ha fondato a pochi chilometri da Todi il santuario dell’Amore Misericordioso di Collevalenza, alla quale si attribuiscono numerosi miracoli e che aveva con il Papa polacco un legame spirituale molto profondo. Ovviamente si può supporre che siano collegamenti troppo fantasiosi o arditi, ma il dato rimane.

Nel tentativo di leggere i “segni dei tempi” e di cogliere il nesso profondo non casuale degli avvenimenti, caposaldo rimane il Giubileo del 2000, quando venne svelato integralmente il Terzo segreto di Fatima con il messaggio affidato dalla Madonna ai tre veggenti-pastorelli (Giacinta, Francesco Marto e Lucia Dos Santos) durante la prima apparizione del 13 maggio 1917. A parte la coincidenza delle date, in quel messaggio spicca e sorprende leggere la visione di quel “vescovo che sale la montagna vestito di bianco la cui veste si imporpora del sangue dei martiri”.        Giovanni Paolo II in quella misteriosa deviazione del proiettile che doveva ucciderlo vide l’intervento di Maria, e giunto alla Cappella dell’apparizione, a Fatima, per incastonarlo nella corona della Vergine dove tuttora si trova disse: «Non ci sono semplici coincidenze nei disegni della Provvidenza». Da notare che per l’inserimento del proiettile non si è dovuto fare nessuna operazione artigianale in quanto esso ha trovato la giusta collocazione in una cavità circolare della stessa dimensione del proiettile, quasi fosse già predisposta.    E si potrebbe continuare in questa linea di recupero di fatti ed avvenimenti particolarmente significativi, misteriosi e provvidenziali (…).

Di fatto in quella vicenda si sovrappongono, fino a diventare quasi inestricabili, due piani: quello della realtà, che si può provare come hanno tentato di fare le inchieste giudiziarie; e quello mistico, spirituale, legato alla visione di fede, più difficile da dimostrare ma non per questo meno reale.        A quarant’anni esatti da quel drammatico avvenimento, è quasi naturale chiedersi come sarebbe stato il pontificato di Giovanni Paolo II senza quel sanguinoso attentato. Di certo il papa ha proseguito con la strategia che aveva nella mente  e nel cuore fin dai primi giorni del suo ministero petrino. Anzi, con l’attentato, per certi versi, il papa sembra essere diventato ancora più sé stesso, ancora meglio concentrato sulla sua missione. Si è aggiunto un carisma che non l’ha più abbandonato, fino alla fine dei suoi giorni terreni. Quell’esperienza è stata come uno stigma incancellabile sulla persona del papa e sull’intero pontificato. Chi attraversa prove ed esperienze misteriose e provvidenziali diventa un soggetto nuovo, con un’autorevolezza speciale, con un fascino catalizzatore, e con la sua testimonianza fa percepire che nei fatti della vita c’è qualcosa di più grande del fatto in sé.        Ci sono eventi nella storia, ma anche nelle vicende personali, che sembrano misteriosamente e provvidenzialmente guidate da una mano “potente”. Fatti ed avvenimenti che altrimenti rimarrebbero incomprensibili alla ragione umana. Le cause decisive vanno cercate nel “regno dello Spirito” piuttosto che in quello della “materia”.

don Maurizio

SE ANCHE UN PAPA SCRIVE SU DANTE… (Insieme 16.2021)

Quella del 25 Marzo 2021 è stata una data particolarmente significativa per ciò che evocava alla nostra cultura e civiltà cristiana. In tantissimi ne hanno parlato, si sono fatte trasmissioni televisive, ci sono stati messaggi ufficiali persino dal presidente della repubblica, si sono tenuti, in gran parte del mondo, eventi celebrativi e tutto questo per celebrare i settecento anni dalla morte di Dante Alighieri. Dentro questo movimento di ricordo e riflessione per il patrimonio lasciato dal grande poeta, un po’ sorprende, ma non stupisce affatto, che persino papa Francesco abbia dedicato al sommo poeta addirittura una lettera apostolica dal titolo: «Candor Lucis Aeternae» ovvero: «candore dell’eterna luce» (Sap 7,26).      Anche a noi dunque non può e non deve sfuggire l’opportunità di una ripresa anzi meglio, di un ri-lettura e di un nuovo approfondimento della figura di Dante e soprattutto del suo messaggio culturale e di fede che ha voluto lasciarci con la sua somma Opera: “la Divina Commedia”. Esercizio prezioso per giovani e adulti; la sua lettura dovrebbe rimanere dentro, come se fosse un’eco della conchiglia nell’orecchio.         Con la sua lettera apostolica papa Francesco onora il ricordo di Dante Alighieri, che seppe esprimere, con la bellezza della poesia, la profondità del mistero di Dio e dell’amore. Una figura fondamentale della nostra cultura cristiana ed europea, che disegnò il cammino di liberazione dalla miseria e dalle fragilità umane verso la felicità, il senso e la pienezza della vita. Così si esprime papa Francesco: «In questo particolare momento storico, la figura di Dante, profeta di speranza e testimone del desiderio umano di felicità, può ancora donarci parole ed esempi che danno slancio al nostro cammino».        La Lettera apostolica di papa Francesco, «Candor Lucis Aeternae», dedicata ai 700 anni della morte di Dante, è un invito a scoprire cosa di importante la “Commedia” dica alle donne e agli uomini di questo tempo. La data scelta per la presentazione del testo papale era quasi obbligata.         Il viaggio nella selva oscura inizia il 25 marzo, perché è per eccellenza l’inizio della storia cristiana, con l’incarnazione (l’annuciazione del Verbo fatto carne nel grembo di Maria, Lc 1,26-38). Inoltre ai tempi di Dante in alcune città toscane era il primo giorno dell’anno. Questa data era associata sia alla creazione del mondo sia alla redenzione operata da Cristo sulla croce.            Il titolo, Candor lucis aeternae, è una citazione che Dante fa nel capitolo XV del Convivio, la sua opera teorica più alta, e che trae dal libro biblico della Sapienza dove si parla della sapienza divina: «Essa è un riflesso della luce eterna» (7,26)  e che nel cristianesimo è incentrata in Cristo.        L’opera dantesca è ricca di contenuti, messaggi e provocazioni anche per la nostra cultura e il nostro tempo. La vita di Dante, quella in particolare riletta introspettivamente e riflessa nella Divina Commedia, è paradigma della condizione umana e del suo viaggio alla ricerca della verità, del bello e del bene.        Prima di tutto Dante era un credente e aveva una straordinaria conoscenza della Bibbia (è stato calcolato che la cita ben 588 volte), e anche della teologia e della filosofia del tempo. Quindi in primo luogo Dante ci invita ad approfondire la fede, a non vivere con superficialità. E poi c’è l’insegnamento che viene dall’arte, l’invito a tornare a cercare il bello, la luce, in questo periodo pieno di paure.          Inoltre, l’esperienza umana e cristiana di Dante, espressa nella sua poesia, è un viaggio che comincia nelle tenebre e, attraverso la speranza, progressivamente ci porta alla liberazione dagli incubi rappresentati nell’inferno, verso la catarsi, per giungere alla meta finale che è l’armonia suprema del paradiso. Il Papa definisce Dante profeta della speranza e insiste molto sul desiderio, insito nell’animo umano, che ha come punto di arrivo non una consolazione temporanea, ma la felicità in pienezza, data dalla visione dell’amore che è Dio. In questo procedere dall’oscurità alla luce, dalla paura alla fiducia, il Papa sottolinea una figura presente nel capitolo terzo del Purgatorio: è uno scomunicato, re Manfredi, figlio illegittimo di Federico II, che sulla soglia della morte confessa: “Orribil furon li peccati miei, ma la bontà infinita di Dio ha sì gran braccia che prende chi si rivolge a lei”. È chiaro qui il rimando alla parabola del figliol prodigo: per poter vivere l’esperienza della speranza dobbiamo essere in due, da una parte la libertà della persona, la coscienza del male e la conversione, e dall’altra la grazia divina, la misericordia. Insomma, con le nostre colpe, le miserie, le guerre e gli incubi del nostro tempo, dobbiamo ricordare sempre che esistono “le gran braccia” di Dio.          Se sorprende, ma non stupisce affatto, che papa Francesco scriva di Dante, seppur in questa ricorrenza significativa, dobbiamo però anche ricordare che nell’ultimo secolo un po’ tutti i papi sono intervenuti. La scelta dei Pontefici è stata quella di ricordare Dante ancora una volta come poeta e teologo. Francesco ha voluto soprattutto ricordare l’apporto di Paolo VI, il Papa che più ha celebrato Dante, che ha donato a tutti i padri conciliari un’edizione della Divina Commedia e ha marcato l’appartenenza del Poeta alla Chiesa con quella sua affermazione: “Dante è nostro”. Non dobbiamo tuttavia  trascurare che  è una fede critica quella di Dante. Nell’Inferno, tra i simoniaci, mette anche il Papa allora vivente, Bonifacio VIII. Paolo VI dice che la sua voce si alzò sferzante e severa contro più di un Pontefice romano, parla dei più aspri giudizi contro più di un ecclesiastico. È la libertà di chi entra nel groviglio oscuro della vita della Chiesa, magari criticando costruttivamente, ma restando saldo nella sua fede cattolica.         Ma il vero tema di fondo della divina commedia è il desiderio del vero del bello del bene nel loro pieno compimento. Dante sapeva di scienza, teologia, filosofia, antropologia. E poi era un uomo innamorato.          In Dante come in ogni vero artista, c’è sempre la dimensione umana. La sua Commedia non è soltanto divina, ma è anche un’umana commedia. Questo è molto interessante perché l’uomo certamente guarda verso il cielo, ma lo fa dalla terra. È la fedeltà alla terra che apre al cielo ed è un elemento decisivo che coglie papa Francesco nella sua Lettera apostolica sul Poeta. La figura di Beatrice è importante perché rappresenta questo intreccio: l’uomo s’avvicina a Dio solo attraverso l’esperienza umana, che non si può mai trascurare o tralasciare.       Insomma tutto quanto stiamo andando dicendo in modo ancora solo iniziale, è un forte invito a leggere la lettera apostolica di papa Francesco e, ovviamente, ancor più a riprendere in mano Dante e il suo contributo poetico-teologico oltre che profondamente umano.

don Maurizio

RI-PARTIRE DALLA PASQUA (Insieme 15.2021)

Dopo l’editoriale scorso sulla provocazione non solo del linguaggio cristiano che specifica buona parte del suo straordinario messaggio con quelle due lettere “sconvolgenti” a partire dalla Ri-surrezione, vogliamo comprendere come possiamo ora vivere il tempo della ri-nascita, della ri-generazione, della ri-presa, del ri-cominciare sempre di nuovo, certamente mai da capo, ma come nuovo inizio verso il compimento di noi stessi e della nostra parabola umana e di credenti.     Cerchiamo di lasciarci aiutare dalle parole dell’Arcivescovo Mario indicateci nella sua lettera per questo tempo di Pasqua che volge verso la Pentecoste, verso quel dono dello Spirito Santo quale artefice di futuro e di pienezza.

Anzitutto che cos’è la Pasqua?   E’ la gioia che viene da Dio nel renderci partecipi della sua vittoria sulla morte. La morte è stata vinta, Gesù è risorto. Con la risurrezione di Gesù possiamo vivere anche noi una vita che non finisce, possiamo avere la stessa vita di Dio. La morte in croce di Gesù non è stata una disgrazia capitata inesorabilmente ma, pur nella drammaticità dell’evento, essa ha rivelato il compimento dell’amore e la potenza di Dio che ha irradiato la sua gloria – certo in un modo per noi scandaloso e irragionevole – per riempire tutta la terra. Inoltre la vita nuova che ci è donata è principio del popolo nuovo, quella “Chiesa dalle genti” che percorre la terra per annunciare il Vangelo. In questa dinamica i nostri peccati sono perdonati; l’amore che viene da Dio ci rende fratelli e sorelle con legami d’amore che ci rendono un cuor solo e un’anima sola perchè con la risurrezione di Gesù sono mutati anche i nostri rapporti con Dio, con il Padre che non è più solo e soltanto il Padre e il Dio di Gesù ma lo diventa per tutti noi: «Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20,17).

La celebrazione della Pasqua si distende per cinquanta giorni e lo Spirito di Dio, celebrato alla Pentecoste, ci aiuta a entrare in questi misteri, ci illumina e ci sorregge nel viverli.     Sarebbe bello che tutto l’ambiente circostante si rendesse conto che i cristiani stanno celebrando la Pasqua, la festa che da origine a tutte le feste, che rende unica, specifica e originale la loro fede.     Tuttavia il tema della ri-surrezione è considerato impopolare, incomprensibile per la cultura del nostro tempo: sempre più spesso oggi si sente parlare al massimo con un neologismo di “resilienza”. Anche nei secoli passati, anche al principio della missione cristiana nel mondo, anche nella tradizione biblica il tema della speranza nella risurrezione è piuttosto estraneo o vagamente percepito. E il fallimento della predicazione di Paolo ad Atene (At 17,22-34) attesta che la risurrezione della carne – la vita oltre la morte – suonava fantasia ridicola alla sapienza della cultura ellenistica. Nel nostro tempo non siamo molto diversi: anche la cultura contemporanea, almeno quella che si respira nel contesto europeo, è piuttosto incline a escludere la risurrezione della carne dall’orizzonte del pensiero e dell’immaginazione. Potremmo quindi dedurre che la speranza di vita eterna non trova casa in Europa: la risurrezione di Gesù e la promessa che ne viene suonano affermazioni incomprensibili e incredibili. Anche quando si celebrano i funerali si ha l’impressione che venga sottolineata più “la perdita” che non la “comunione dei santi” garantita dalla ri-surrezione di Gesù che offre una continuità di vita e di comunione: niente e nessuno potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù (Rm 8, 31,39). Talora si ha l’impressione che i cristiani siano smarriti e timidi nel custodire questa differenza decisiva rispetto a coloro «che non hanno speranza» (ITs 4,13).      Quando ci sentiamo fragili e inadeguati, quando ci omologhiamo al pensiero comune spesso incline allo scoraggiamento, alla depressione e  refrattario a ri-nascere, a ri-cominciare, forse è opportuno che impariamo ad essere più docili allo Spirito Santo – principio e potenza di ri-surrezione – e a ricevere da lui fortezza e pace per perseverare nella testimonianza di una vita bella secondo il Vangelo. Di fatto questa missione in tutte le sue forme è frutto della docilità allo Spirito.    Così afferma il nostro Arcivescovo: «Perciò rinnovo l’invito a vivere i cinquanta giorni del tempo pasquale come i giorni del Cenacolo: «Salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi […]. Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui» (At 1,13.14). Con questa immagine della prima comunità raccolta in preghiera intendo richiamare la dimensione contemplativa della vita, quel tempo dedicato all’ascolto della Parola di Dio, delle confidenze di Maria, madre di Gesù, perché la nostra vita sia rivestita della potenza che viene dall’alto. Per portare a compimento la nostra vocazione, infatti, abbiamo bisogno non di una forza che ci garantisce risultati, ma di una conformazione allo stile di Gesù, della fortezza nella coerenza, della fedeltà fino alla fine».  Raccogliamo pertanto l’invito a lasciarci condurre dallo Spirito.

don Maurizio

A tal proposito proponiamo di partecipare al Settenario di preghiera allo Spirito Santo che ci accompagnerà fino alla Pentecoste. Da venerdì’ 9 aprile e per sette venerdì consecutivi in chiesa San Martino dalle 16.50 alle 17.30 preghiera allo Spirito Santo, meditazione di don Maurizio , Adorazione e Vespri a cui seguirà la santa Messa.

TUTTO DIPENDE DA DUE SOLE LETTERE: “RI” – Lasciamo che la vita sia inondata dal mistero della Pasqua

(Insieme 14.2021)

A leggere bene dentro il vocabolario cristiano ci si accorge che è pieno di termini con il suffisso “ri” a partire proprio da ri-surrezione che specifica la Pasqua cristiana!     «Come può l’uomo rinascere?» (Gv 3,4). E’ la domanda che Nicodemo pone a Gesù e che racchiude tutto il desiderio e insieme il dolore dei viventi e si apre sull’offerta spiazzante di Gesù: «Dovete ri-nascere dall’alto» (Gv 3,7). Dove l’uomo dice “perduto”, Dio dice “ri-trovato”; dove l’uomo dice “morto”, Dio dice “ri-tornato in vita”; dove l’uomo dice “finito”, Dio dice “nuovo inizio”… (Dietrich Bonhoeffer).    La sillaba che schiude il verbo “rinascere”, il prefisso “ri“, due sole lettere che significano di nuovo, ancora, daccapo, un’altra volta, senza stancarsi, ci deve sorprendere e affascinare perchè è come un lampo di luce che illumina il mistero nostro e di Dio. Due sole lettere scelte a comporre le parole più tipiche del cristianesimo, a scrivere i termini più propri del vocabolario cristiano: riconciliazione, ri-sur-rezione, ri-nascita, ri-nnovamento, rigenerazione, ri-mettere i peccati, giungendo fino alle parole re-denzione (comprare di nuovo, riscattare) e re-ligione (legare di nuovo insieme i tanti fogli sparsi della vita).    Questa piccola sillaba “ri” racconta non di noi, ma della infinita misericordia, l’irremovibile fedeltà di Dio che non si ferma nemmeno davanti al peccato dell’uomo che apre sulla sua conseguenza estrema che è la morte.      Di fatto, Gesù lungo tutto il Vangelo mostra che ri-cominciare è possibile dopo la malattia, la colpa, il fallimento, perfino dopo la morte; che nessuno è perduto per sempre. Con lui «si va di inizio in inizio, attraverso inizi sempre nuovi» (san Basilio). Con lui vivere è l’infinita pazienza di ri-cominciare. La spiritualità del Vangelo non è conservativa (ripristinare la vita di prima) ma generativa (chi è nato dallo Spirito è spirito…Gv 3,6).      La vita e il messaggio di Gesù si snodano come un tessuto continuo di ri-partenze: per il lebbroso guarito è una pelle di primavera; per l’uomo incappato nei briganti è l’empatia di uno straniero (samaritano); per il cieco è il volto delle persone e i colori del creato; per il paralitico una danza abbracciato alla sua barella; per Giairo è la sua bambina rinata che gli vola fra le braccia.      Nell’incontro con i peccatori, Gesù si comporta con la stessa logica. Il perdono che lui offre scrive nel cuore delle persone la parola “futuro”; il perdono non libera il passato, libera il futuro delle persone, libera l’avvenire di una vita che inizia da capo, che ri-comincia e soffia via i residui di una vecchia storia finita: «vai e d’ora in avanti non peccare» (Gv 8,11).     E se pensiamo che questo riguardi altri e non noi, ci sbagliamo di grosso perchè l’esperienza stessa dei discepoli è la nostra medesima, e sembra di rispecchiarcisi perfettamente.     Senza infingimenti, i Vangeli riportano più volte che i suoi discepoli, da Simon Pietro agli altri, non riuscivano a capire il suo messaggio, che lo hanno frainteso, che non ce l’hanno fatta a restare con lui nella notte della cattura. Che la ri-surrezione del Cristo è parsa loro un semplice “vaneggiamento di donne” (Luca 24,11), e la loro stessa fatica a credere è diventata per noi la prova migliore della autenticità della risurrezione. Che perfino sull’ultimo monte in Galilea prima della sua ascensione e della missione affidata ai suoi, “alcuni dubitavano” (Matteo 28,17). Non lo hanno capito molto, ma lo hanno molto amato. E questa è la sola garanzìa, di cui Gesù aveva bisogno per ri-lanciarli in avanti.     A ogni delusione patita, Gesù ha avuto la pazienza di ricominciare con loro. Li nutre invece di continui sconfinamenti oltre i loro orizzonti limitati: sul monte dell’ascensione compie un atto di enorme fiducia, è la sua scommessa sull’uomo: affida la Verità a gente che ancora dubita; spinge i claudicanti sulle strade del mondo; crede in chi ancora non crede; la fuga è capovolta in invio, quelli che fuggivano trasformati in “apostoli”, in inviati. Che rinascita la loro! Il Maestro li ha contagiati di futuro, di un coraggio che non sapevano certo di avere, lo Spirito li ha contagiati di una nuova energia.     Vivere è l’infinita pazienza di rinascere. Dalle cadute, dai fallimenti, dalle lacerazioni, dai legami spezzati. «Noi nasciamo a metà e tutta la vita ci serve per nascere del tutto»…e per sempre in Cristo ri-sorto.     Con il Sabato santo tutto sembra finito! Ci vogliono angeli, donne e un’alba per ri-mettere in moto la narrazione. Non sappiamo quando, non sappiamo come, ma il corpo è assente. Il seme non è perso nel solco della terra; la spiga è ricca di grani e nuova è la stagione. La luce non è spenta nel cavo della notte, la stella del mattino ha svegliato l’aurora.      E lui appare. E’ incredibile, certo. Ma a cos’altro credere se non all’incredibile? «Il cristianesimo stesso è comprensibile solo se in esso c’è qualcosa di incomprensibile» (Jacques Maritain). La Pasqua ci è stata data per questo: non perché la capissimo, ma per aggrapparci, e ri-salire con essa da tutti i piani inclinati della storia; per trasformare le nostre ferite in feritoie, in brecce nei muri, buchi nella rete del mondo, fessure di domani. E solamente grazie alla rinascita di Pasqua che si è conservata la memoria della sua prima nascita, il punto zero della storia del mondo.     Nemmeno il dolore innocente, le sofferenze personali – e non solo quelle degli altri che non toccano direttamente la nostra pelle – nemmeno la malattia e l’ombra di morte che ci ha avvolti tutti in questo tempo di pandemia possono spegnere la forza – forse indebolirla – di questa ri-surrezione.      Attraverso le ferite, diventiamo più sensibili, più attenti, più accoglienti, più profondi, più umani, più amorevoli, più generosi. Non meno sofferenti, perché il dolore non se ne va mai, non molla mai la presa, però attraverso le croci fiorisce qualcosa di positivo in noi, diventiamo migliori. Come non sentire la spinta dell’alba di Pasqua che si apre sul mondo, che rovescia le pietre?    E quando conquistiamo l’umiltà di stare dentro le prove sofferte, senza scappare e senza scendere a patti, un giorno può accadere che la nostra resistenza diventi una riesistenza frutto della Pasqua.      Auguri

don Maurizio

PELLEGRINI DELUSI MA SEMPRE PRONTI A PARTIRE

Introdursi al mistero della Settimana Santa (Insieme 13.2021)

Con il prolungarsi sempre più complicato della pandemia da Covid-19 ormai anche il pellegrinaggio in Terra Santa, programmato per lo scorso anno, anche quest’anno dovrà essere rimandato per le ovvie ragioni dettate dalla situazione di emergenza e per l’impossibilità di poter creare condizioni e percorsi adeguati di formazione e preparazione.  Tuttavia anche questo nuovo rinvio forse può esser provvidenziale per cogliere una verità profonda della nostra fede e che, come luce inaspettata, ci permette di leggere bene persino i misteri che celebreremo in questa settimana santa. Anche la Terra Santa è il luogo, allo stesso tempo, della delusione e della speranza, della presenza e dell’assenza di Dio! Questo è vero storicamente parlando: Gerusalemme, con il Tempio al suo centro, è la sede della sekina-h, della presenza di Dio nel mondo, ma non può mai riuscire a esaurire questa Presenza. Già nella preghiera di consacrazione del Tempio, Salomone afferma (1Re 8,27): «Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito!» (cfr. anche Is 66,1).           Oscurità e luce, presenza e assenza, ecco la dinamica della fede, come della Terra Santa, luogo della presenza, ma di una presenza nell’oscurità di una nube, non nel chiarore del meriggio. Presenza di Colui che, al tempo della distruzione del Tempio da parte dei Babilonesi (587 a.C.), si renderà volutamente assente dalla Città Santa, perché seguirà gli Israeliti in esilio (cfr. Ez 10).     E questa stessa dinamica la ritroviamo compiutamente realizzata nel Nuovo Testamento: anche per noi cristiani il luogo più santo della terra è il luogo – paradossalmente – di un’assenza, che testimonia una presenza. È il Santo Sepolcro! L’assenza del cadavere di Gesù dice, testimonia, esprime la prossimità, la vicinanza più intima che Dio abbia mai realizzato nella storia: nel luogo del non-esserci del cadavere del Figlio di Dio, il Signore dimostra la potenza del suo esserci, del suo starci accanto come risorto, del suo essere con noi come vivente, come l’Emmanuele! Dio si fa presente dove, ad occhio umano, non sembra esserci altro che assenza, vuoto: la tomba vuota è il segno della Presenza divina.     Ecco perché anche la Terra Santa non può mai divenire una terra di possesso definitivo, ma deve restare una terra di promessa anche per noi pellegrini un po’ delusi.          Non credo che sia solo una contingenza storica il fatto che la Terra Santa non appartenga ai cristiani: non è solo la conseguenza dell’invasione islamica del VII secolo e dell’incapacità dei crociati nel XIII secolo di conservare la conquista della Palestina. La Terra Santa ha la vocazione storica di essere segno che rimanda oltre se stesso, testimone di una Presenza, che è la presenza dell’Assente. In questo senso è terra della fede, per eccellenza!    Basterebbe ricordarsi di Abramo: cosa ha promesso Dio al patriarca? Il possesso di una terra (cfr. Gen 15,7)! Ma cosa di fatto gli concede all’atto della sua morte? Solo il possesso della grotta di Macpela che costituirà la sua sepoltura (cfr. Gen 23,17-20; 25,9-10)! Quella è la Terra promessa: una grotta sepolcrale! Perché l’incontro pieno con Dio, l’esaudimento dei desideri del cuore dell’uomo non può essere dato su questa terra. È nell’atto della sua morte che Abramo vede adempiuta la promessa di Dio, non prima (cfr. ancora Eb 11,13!). E del resto il Signore stesso, Gesù, non ha voluto riservarsi altro possesso nella Terra Santa fuorché la propria tomba: e anche quella per lasciarla vuota!          Questa è stata la dinamica di tutti i grandi personaggi di cui la Bibbia ci tratteggia le figure: un altro esempio chiaro, oltre quello di Abramo, è Mosè. Egli nasce in terra straniera, in Egitto, e fin dalla nascita rischia la vita, perché il faraone ha dato ordine di uccidere tutti i figli maschi degli Ebrei; viene scelto da Dio per guidare il suo popolo verso la Terra promessa, e, dopo quarant’anni di un estenuante viaggio nel deserto, riceve solo la grazia di salutare la mèta del suo lungo peregrinare dalla cima del monte Nebo, che diventerà la sua tomba! Così sembra che, attraverso la figura del grande condottiero di Israele, la Scrittura ci voglia dire qualcosa sul senso, sulla direzione vera che aveva il viaggio di liberazione dalla schiavitù egiziana: l’uscita degli Israeliti dall’Egitto non aveva quale termine né il Monte Sinai (dove pure sosteranno a lungo per ricevere il dono della Legge, cfr. capp. 19-40 del libro dell’Esodo), né il Monte Sion, cioè Gerusalemme (che pure sembra costituire, secondo Es 15,13-18, l’obiettivo della liberazione), ma Dio stesso! Stando a Es 19,4, infatti, il Signore sintetizza l’esperienza dell’esodo con queste parole: «Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto, e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto venire fino a me». Alla lettera, questa ultima espressione si potrebbe rendere come: «…e vi ho introdotti in me»!         Non nella Terra promessa, quindi, non nella Città santa, ma proprio in Lui, Dio vuole portarci. Così possiamo dire che tutti i misteri di salvezza celebrati durante la Settimana Santa hanno un unico scopo, un solo movimento che ha come termine niente meno che il Signore stesso: portarci a Lui, renderci partecipi di Lui e in Lui.

don Maurizio

Giornata Mondiale della Terra Santa 2021 – COLLETTA DEL VENERDI’ SANTO

Offri il tuo contributo per i Luoghi Santi e i cristiani di Terra Santa

Nel corso di tutto il 2020, in Terra Santa come nel resto del mondo, siamo stati messi a dura prova dalla pandemia che ha paralizzato buona parte delle attività economiche, ha bloccato il movimento delle persone e quindi anche dei pellegrini, ha messo in sofferenza e in stato di indigenza la maggior parte delle famiglie. Nonostante o forse proprio a causa di questa situazione, come frati della Custodia di Terra Santa abbiamo cercato di intensificare il nostro impegno per vivere la nostra missione.   Tutto questo, ovviamente, ha un costo e gran parte di questo costo viene annualmente coperto dalla Colletta del Venerdì Santo e dalla generosità dei fedeli di tutto il mondo. Il 2020, anche per noi è stato un anno in cui le uscite necessarie a portare avanti la nostra missione sono rimaste consistenti, mentre le entrate sono state minime, perché proprio la Colletta per la Terra Santa in molte parti del mondo non si è celebrata. Quest’anno, perciò, più ancora che negli anni passati, noi frati della Custodia di Terra Santa ci facciamo mendicanti e ci appelliamo alla generosità del vostro cuore.

Commissariato di Terra Santa – Convento Sant’Angelo piazza Sant’Angelo, 2 20121 Milano.  tel.: 02 29.06.03.461 cell.: 333 67.16.1651 fax: 02 29.01.25.58   e-mail: info@fratiterrasanta.it | http://www.fratiterrasanta.it&nbsp; –  ccp n. 30522205 intestato a: Commissariato di Terra Santa/Causale: Colletta Venerdì Santo/Conto Corrente Bancario: IBAN IT 20 T 03069 096061000 00120 756 Banca Intesa | intestato a “Provincia S.Antonio dei Frati Minori -Commissariato Terra Santa”

QUARESIMA 2021

QUARESIMA: TEMPO DI CARITA’ CHE SI PRENDE “CURA” (Insieme 9.2021)

Già nell’editoriale scorso sulla Quaresima abbiamo presentato questo tempo come tempo per diventare uomini e donne “nuovi”. Di fatto nella notte di Pasqua rinnoveremo le promesse del nostro Battesimo, per rinascere uomini e donne nuovi, grazie all’opera dello Spirito Santo. Ma già l’itinerario della Quaresima, come l’intero cammino cristiano, sta tutto sotto la luce della Risurrezione, che anima i sentimenti, gli atteggiamenti e le scelte di chi vuole seguire Cristo.          Per questo itinerario di conversione abbiamo bisogno di Sapienza, di quella “sapienza pratica” che orienta l’arte di vivere, di stare al mondo – però secondo Dio -; di stare insieme – pero ciascuno facendo bene la sua parte; di interpretare il nostro tempo e di compiere scelte sagge e promettenti – però alla luce della Parola di Dio; di vivere la solidarietà nella carità perchè «nessuno si salva da solo».

In questo anno giubilare dedicato a san Giuseppe la sua figura – tra gli altri aspetti – risplende proprio per questa sua carità esercitata già all’interno della famiglia, con una “cura” particolare alla persona, sia nei confronti di Maria – «non temere di prendere con te Maria tua sposa» (Mt 1,20) – come pure con la cura educativa fosse pure nei confronti di “suo” Figlio, il Figlio di Dio – «…e tu lo chiamerai Gesù (Mt 1,21; 3,19-23; Lc 2,48)».          Il forte richiamo di san Giuseppe come testimone della “carità che si prende cura” diventa il filo rosso che lega il cammino quaresimale con le iniziative di carità proposte dalla Caritas. Questo particolare invito è sostenuto anche dal messaggio di papa Francesco per questa Quaresima come tempo per rinnovare la fede, la speranza ma soprattutto la carità, visto che ci troviamo in questo tempo di pandemia dove solo la solidarietà di tutti verso tutto può salvarci          La carità, vissuta sulle orme di Cristo, nell’attenzione e nella compassione verso ciascuno, è la più alta espressione della nostra fede e della nostra speranza.  La carità si rallegra nel veder crescere l’altro. Ecco perché soffre quando l’altro si trova nell’angoscia: solo, malato, senzatetto, disprezzato, nel bisogno… La carità è lo slancio del cuore che ci fa uscire da noi stessi e che genera il vincolo della condivisione e della comunione.          «A partire dall’amore sociale è possibile progredire verso una civiltà dell’amore alla quale tutti possiamo sentirci chiamati. La carità, col suo dinamismo universale, può costruire un mondo nuovo, perché non è un sentimento sterile, bensì il modo migliore di raggiungere strade efficaci di sviluppo per tutti» (FT, 183).          La carità è dono che dà senso alla nostra vita e grazie al quale consideriamo chi versa nella privazione quale membro della nostra stessa famiglia, amico, fratello. Il poco, se condiviso con amore, non finisce mai, ma si trasforma in riserva di vita e di felicità. Così avvenne per la farina e l’olio della vedova di Sarepta, che offre la focaccia al profeta Elia (cfr 1 Re 17,7-16); e per i pani che Gesù benedice, spezza e dà ai discepoli da distribuire alla folla (cfr Mc 6,30-44). Così avviene per la nostra elemosina, piccola o grande che sia, offerta con gioia e semplicità. Così avviene ogni qual volta ci prendiamo cura della persona e ci impegniamo nell’azione educativa: la cura dell’altro rende non solo più dignitosa la persona ma fa crescere in umanità e consente ad ognuno di progredire secondo i doni ricevuti da Dio.

Vivere una Quaresima di carità vuol dire prendersi cura di chi si trova in condizioni di sofferenza, abbandono o angoscia a causa della pandemia di Covid-19. Nel contesto di grande incertezza sul domani, ricordandoci della parola rivolta da Dio al suo Servo: «Non temere, perché ti ho riscattato» (Is 43,1), offriamo con la nostra carità una parola di fiducia, e facciamo sentire all’altro che Dio lo ama come un figlio.      «Solo con uno sguardo il cui orizzonte sia trasformato dalla carità, che lo porta a cogliere la dignità dell’altro, i poveri sono riconosciuti e apprezzati nella loro immensa dignità, rispettati nel loro stile proprio e nella loro cultura, e pertanto veramente integrati nella società» (FT, 187).      Questo appello a vivere la Quaresima come percorso di conversione, preghiera e condivisione dei nostri beni a cominciare dal prendersi cura, ci aiuti a rivisitare, nella nostra memoria comunitaria e personale, la fede che viene da Cristo vivo, la speranza animata dal soffio dello Spirito e l’amore la cui fonte inesauribile è il cuore misericordioso del Padre.    Invitiamo a leggere l’inserto Caritas parrocchiale, con la proposta delle iniziative concrete durante tutto il corso di quest’anno dedicato a san Giuseppe a cominciare da questa Quaresima.

don Maurizio

DAMMI LA SAPIENZA (DELLA CROCE) – E IO SAPPIA CIO’ CHE TI E’ GRADITO (Sap 9,10)

(Insieme 8.2021)

Quaresima: giorni e tempo per “diventare” uomini e donne a immagine di colui che Pilato, inconsapevole della profondità della sua espressione, ha definito come «Ecco l’uomo» (Gv 19, 5). Quaresima: giorni e tempo per passare «dall’uomo vecchio all’uomo nuovo» (Col 3,9-10) che sempre si rinnova a immagine del Risorto.          Per questo abbiamo bisogno di Sapienza, di quella “sapienza pratica” che orienta l’arte di vivere, di stare al mondo – però secondo Dio -; di stare insieme – però ciascuno facendo bene la sua parte; di interpretare il nostro tempo e di compiere scelte sagge e promettenti – però alla luce della Parola di Dio.

In questa Quaresima, ancora segnata dalle difficoltà della pandemia e dalla speranza di superarla, vogliamo incoraggiare l’invocazione, la ricerca, e l’esperienza della Sapienza. In particolare abbiamo bisogno di quella Sapienza come “pratica dello stare al mondo” che rende desiderabile la vita, rassicurante la convivenza umana e abitabile il pianeta.     Sapienza che si offre nelle sacre Scritture e che si compie nella vita di Gesù.          E’ anzitutto la proposta di un cammino di conversione a Dio; è la proposta dell’intelligenza concreta del buon vivere quotidiano, ispirato da Dio, imparando a guardare noi stessi, le persone e le cose in modo diverso, imparando a correggerci e a convertirci.          Questo invito alla correzione e soprattutto alla conversione – riscoprendo l’esperienza del pentimento, della misericordia e della riconciliazione – richiede una sapienza intelligente e pratica per orientare le scelte spicciole, stabilire rapporti costruttivi con le persone, gli amici, i familiari, le autorità, i poveri. Non si tratta solo delle regole di “buona educazione”; si tratta piuttosto di tradurre i principi e i valori in stili di vita.          La Sapienza, infatti, rende bella la vita, offre criteri di comportamento, orienta nelle scelte, nelle relazioni, nelle responsabilità. Tutto questo ispira uno stile cristiano che rende amabili le persone e desiderabile vivere insieme nei diversi ambienti nei quali operiamo.          Non basta, però, la pratica di un buon “galateo”, siamo chiamati alla perfezione della carità e questo è possibile solo con la correzione e la conversione a partire dall’ascolto della sapiente Parola di Dio pienamente manifestatasi in Gesù.

In questo percorso ci affideremo in modo particolare a quel libro sapienziale che si chiama Siracide. La sua caratteristica composizione offre tutta una serie molteplice di argomenti diversi, si presenta come una lettura tematica che raccoglie dall’esperienze della vita motivi di valutazione sapiente, di saggi consigli, di rivelazioni illuminanti, individua perle preziose e frasi memorabili che aiutano a migliorare la vita e ad essere persone nuove.

In questa quaresima – così particolare dopo quella del “lockdown” dello scorso anno e ancora oggi in fase di pandemia – vogliamo di fatto raccogliere questo invito sapiente che ci chiede di essere persone nuove non per celebrare di nuovo la Pasqua – come ogni anno, come tutti gli anni –  ma piuttosto per celebrare una Pasqua nuova.   Questo è possibile se cerchiamo di correggerci e convertirci con una sapienza cristianamente ispirata.    Il tempo della Quaresima che ci prepara alla Pasqua è tempo di grazia, di riconciliazione, di conversione.    Lo Spirito di Dio tiene vivo in ciascuno di noi un desiderio di santità, un dolore per i propri peccati, un desiderio di perdono.  Davvero Sapiente è il cuore che si rivolge alla misericordia di Dio.  Davvero sapiente è ascoltare la Parola di Dio per portarci alla consapevolezza che cerchiamo la penitenza, la conversione, la confessione non per trovare sollievo ai sensi di colpa che ci tormentano, ma per rispondere al Signore che ci chiama e ci aiuta a leggere la nostra vita con lo sguardo della sua misericordia, ci incoraggia nella perseveranza del bene e nella coerenza cristiana della vita.   Davvero sapiente è la vita di chi si lascia guidare da Dio e dalla sua grazia.   Ecco perchè la nostra Quaresima – nei quaresimali e nella settimana della parola, gli esercizi spirituali in parrocchia – sarà guidata dalla Sapienza soprattutto letta, ascoltata e ispirata dal libro del Siracide. (…)

E’ anche una Quaresima che non potrà non tenere conto che cade nell’anno giubilare dedicato a san Giuseppe. La sua figura incarna mirabilmente la sapienza familiare, paterna, educativa, laboriosa, caritatevole.   E a proposito dell’impegno caritativo della nostra comunità la Caritas parrocchiale, proprio ispirandosi alla sapiente figura di san Giuseppe, propone un itinerario formativo che si svilupperà, a partire da questa Quaresima, lungo tutto quest’anno giubilare.  Ne parleremo dettagliatamente e verranno date indicazioni pratiche di solidarietà nel prossimo Editoriale.

don Maurizio

L’IMPOSIZIONE DELLE CENERI

Iniziare il cammino quaresimale con un gesto forte da riscoprire in tutto il suo significato   (Insieme 7.2021)

Forse troppo abituati o forse troppo assuefatti alla tradizione, iniziamo la Quaresima con questo gesto tanto strano quanto considerato dai più scettici un po’ “macabro” – la cenere sul capo o sulla fronte -, per i più giovani insensato e medioevale e per i cattolici più ferventi segno di austerità e di penitenza, senza però poi ben capire cosa bisogna fare concretamente per essere austeri e perchè mai fare penitenza.          Certo il segno non aiuta a pensare positivo: la cenere fa pensare a qualcosa che richiama fragilità e debolezza; a qualcosa che si è sbriciolato, polverizzato, fino alla distruzione, tanto che stentiamo a trattenerla tra le dita.          Ma se pensiamo al fatto che il gesto della imposizione delle ceneri viene accompagnato da parole importanti del Vangelo e dal segno della Croce tracciata sul capo o sulla fronte che è un chiaro richiamo alla potenza della Pasqua, segno di morte e di risurrezione alla pienezza della vita, allora forse questo gesto/segno ha in se un significato, un valore e una forza insospettate e davvero generative di vita nuova.

Questo gesto/segno è il richiamo alla vita nuova di chi si impegna a rendere meno banale, meno indifferente a Dio, meno chiusa ai fratelli, meno noiosa a noi stessi, meno insignificante la nostra esistenza.          E’ un gesto/segno penitenziale che però esprime la volontà di intraprendere con entusiasmo, personalmente e insieme, un itinerario di conversione, che è sempre l’itinerario del credente che impara a diventare discepolo seguendo – andando «dietro» il suo unico Signore e Maestro Gesù.  Così la “cenere” diventa un segno di umiltà, ma anche un distintivo di fierezza, forza e speranza cristiana.

Il gesto/segno della imposizione delle ceneri ci dice che: siamo sempre “catecumeni” che iniziano il loro itinerario verso la Pasqua, cioè dei battezzati così mai coerenti col proprio battesimo, che tuttavia tendono ad una più intensa luce.

Il gesto/segno della imposizione delle ceneri ci dice che: siamo sempre “penitenti” che cominciano il cammino di misericordia verso la riconciliazione, ma ora lo sono con sensibilità più viva e pacifica, persino serena, giacchè al fondo dei giorni quaresimali c’è l’abbraccio della pietà di Dio per tutti.

Il gesto/segno della imposizione delle ceneri ci dice che: siamo sempre pellegrini che salgono con Cristo verso Gerusalemme, nonostante le fatiche, le incomprensioni, le infedeltà o anche i momenti di fascino sperimentati sulla strada percorsa con lui.

Il gesto/segno della imposizione delle ceneri ci dice che: siamo sempre discepoli in cammino «dietro» a Gesù. Essere discepoli ci impegna ad andare “dietro”, a seguire, cioè comporta un’identificazione con Gesù, assumendo il suo stile di vita, il suo progetto, il suo destino. Il cammino del discepolo “dietro” a Gesù non è fissato in anticipo, ma si definisce per ciascuno man mano che avanza il cammino con e di Gesù.

Quel segno delle ceneri che riconosce una “fragilità” diventa gesto che contiene in sé una promessa, una speranza e dice l’impegno a mettersi in cammino verso una mèta di luce e di vita, quella della Pasqua, che Gesù condivide con ogni suo discepolo.

La gioia del cristiano scaturisce dall’ascolto e dall’accoglienza della Buona Notizia della morte e risurrezione di Gesù. È salutare contemplare più a fondo il Mistero pasquale, grazie al quale ci è stata donata la misericordia di Dio.          Il fatto che il Signore ci offra ancora una volta, con questa Quaresima, un tempo favorevole alla nostra conversione non dobbiamo mai darlo per scontato. Questa nuova opportunità dovrebbe suscitare in noi un senso di riconoscenza e scuoterci dal nostro torpore. Malgrado la presenza, talvolta anche drammatica, del male nella nostra vita, come in quella della Chiesa e del mondo, questo spazio offerto al cambiamento per essere sempre più discepoli esprime la tenace volontà di Dio di non interrompere il dialogo di salvezza con noi, ma di condurci verso la pienezza e l’abbondanza della vita. Mettiamoci dunque in cammino e non lasciamo perciò passare invano questo tempo di grazia.

don Maurizio

FESTA DELLA FAMIGLIA 2021

DA NAZARETH A OGGI IN FAMIGLIA TEMPO PER DIO

(Insieme 4.2021)

C’è una forza trascinante che deve riaccendere ogni famiglia e cambiare il mondo: l’amore! Sembra una battuta scontata o fin troppo poetica, eppure Papa Francesco l’ha voluta sottolineare ancora una volta nell’Angelus del 27 dicembre scorso, annunciando l’Anno della famiglia “Amoris laetitia”, prendendo il titolo della Lettera apostolica dalla cui pubblicazione ricorre in questo 2021 il primo quinquennio. Inizierà il prossimo 19 marzo, festa di San Giuseppe (tra l’altro nell’anno giubilare dedicato proprio a san Giuseppe), e terminerà il 26 giugno 2022 in occasione del X Incontro mondiale delle famiglie a Roma con il Santo Padre: appuntamento assai significativo dopo quello che abbiamo vissuto nel 2013 a Milano.          Nella festa della famiglia, giorno in cui la chiesa ricorda quella Sacra, composta da Gesù, Maria e Giuseppe (per la Chiesa Ambrosiana Domenica prossima 31 gennaio), Papa Francesco ha sottolineato la vitalità del suo esempio nel nostro tempo, solcato da ansie, solitudini, violenze e crisi, ingigantite dall’incubo della pandemia. «A Nazareth è germogliata la primavera della vita umana del Figlio di Dio… Ad imitazione della Sacra Famiglia, siamo chiamati a riscoprire il valore educativo del nucleo familiare: esso richiede di essere fondato sull’amore che sempre rigenera i rapporti aprendo orizzonti di speranza». L’amore che rigenera ogni cosa, dunque, a partire dalla cellula primaria dell’umanità, la famiglia, quella “piccola chiesa domestica” tanto cara a san Paolo VI, col cui pensiero e col solco tracciato dal Vaticano II Bergoglio si pone in netta continuità.

«La pandemia ha messo maggiormente in luce il ruolo centrale della famiglia come chiesa domestica». Ritrovandoci tutti nell’ambito del nucleo familiare in modo forzato a causa del “lockdown”, abbiamo sperimentato fatiche e tensioni – talvolta con esiti addirittura di violenza – ma anche riscoperto i valori delle relazioni familiari e le straordinarie potenzialità educative insite nella famiglia. Non ultimo, il confinamento famigliare ha permesso in molti casi di riscoprire il tempo della preghiera, il tempo per Dio, magari suscitando provocatoriamente reazioni diverse ma stimolanti – almeno nell’aver posto degli interrogativi –  tra i componenti della famiglia. Probabilmente si è anche colto che questo “tempo per Dio” in famiglia è proprio la radice, l’origine e il fondamento di quell’amore gioioso che non solo fonda i rapporti famigliari ma ne fa il volano per l’educazione e la crescita umana matura. L’evento voluto dal Papa, attraverso iniziative spirituali, pastorali e culturali, si rivolge a tutte le comunità ecclesiali del mondo, spingendo chiunque a farsi testimone dell’amore familiare: l’obiettivo è soprattutto il rilancio della vita famigliare, che vuol dire cura delle relazioni al suo interno, recupero dello stile ampio dell’amore, suggerire spazi e tempi per Dio, favorire diffusi strumenti e modi di spiritualità familiare.          Tra le tante iniziative in programma, la Giornata dei nonni e degli anziani e il lancio di io video in cui il Papa, insieme con le famiglie, illustrerà i diversi capitoli dell’esortazione apostolica. Il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita ha messo a disposizione per le diocesi, le parrocchie e le singole famiglie una brochure con le informazioni principali che si può scaricare dal sito http://www.amorislaetitia.va&nbsp;       “Abitare i giorni come figli di Dio” è l’invito a vivere tutti i momenti e i gesti della vita familiare quotidiana con uno stile cristiano. Decidere i tempi per “riti di vita familiare” che consentono di parlarsi, di pregare insieme, di perdonarsi, di cercare insieme come affrontare le difficoltà che si profilano, offre la possibilità di appianare malintesi, portare i pesi gli uni degli altri, intensificare l’amore, anzi fare dell’amore la radice educativa e sottolineare il ruolo fondamentale e decisivo della famiglia per l’urgenza-emergenza educativa sociale. In una parola, sia per i credenti che per i non credenti, si tratta di ritornare al “Vangelo della famiglia”. Esso non è un codice giuridico; esso è luce e forza della vita che è Cristo Gesù, è lieta notizia, luce e forza della vita nella famiglia, è via per la felicità: nessuno può imporlo, ma può convincere solo attraverso se stesso  e la sua profonda verità e bellezza.

don Maurizio

“Abitare i giorni come figli di Dio” è anche il titolo di un libretto frutto della collaborazione di coppie di sposi provenienti da tutta la Diocesi e da Associazioni, Movimenti e Gruppi di spiritualità familiare. Si tratta di brevissime riflessioni e preghiere, con simpatiche illustrazioni, ispirate dalla Parola di Dio, e incentrate su momenti e gesti della vita familiare quotidiana. E’ possibile reperirlo anche presso la segreteria della nostra parrocchia.

Per la situazione di permanenza della pandemia e le conseguenti restrizioni dovute all’emergenza sanitaria, non è opportuno celebrare gli Anniversari di Matrimonio come da abitudine della nostra parrocchia alla fine di Gennaio, in occasione della festa della Famiglia. Pertanto, per favorire non solo una serena partecipazione ma anche una dignitosa e partecipata presenza, abbiamo pensato di rimandare la celebrazione degli anniversari in mesi più favorevoli e più liberi da restrizioni anti-contagio, magari prima dell’estate o in occasione della festa della Madonna del Rosario, “con-patrona” della parrocchia e “regina della famiglia”.

UN ANNO DI EVENTI STRAORDINARI:

L’ANNO DI SAN GIUSEPPE, L’ANNO DELLA FAMIGLIA MA…NON SOLO

(Insieme 3.2021)

Mentre stiamo ancora vivendo con ansia, preoccupazione e sofferta trepidazione per gli sviluppi di questa pandemia, in attesa di eventi risolutivi come la vaccinazione, la Chiesa ci invita ancora una volta a guardare avanti con fiducia e rinnovato entusiasmo. Il nuovo anno che si è appena aperto è carico di speranza per il superamento della pandemia e ci chiede un nuovo slancio, con la fiducia di chi guarda al futuro investendo le migliori risorse, non cedendo alla rassegnazione e reagendo all’emergenza spirituale – non solo a quella sanitaria, economica e sociale – come, del resto, ci ha proposto l’Arcivescovo nel discorso di sant’Ambrogio citando il profeta Geremia: «Voglio dunque fare l’elogio di quelli che restano al loro posto e, secondo le loro responsabilità fanno funzionare il mondo e guardano avanti».           Sembra paradossale ma nella difficile complessità del momento storico che stiamo vivendo la Chiesa ci invita a vivere questo nuovo anno con eventi straordinari che tuttavia richiamano alla normalità della vita che però deve essere vissuta come se fosse speciale.          Due eventi, in particolare segnano questo nuovo anno: l’anno Giubilare in onore di san Giuseppe e l’anno della famiglia “Amoris Laetitia” in occasione del quinto anniversario della pubblicazione di questa lettera apostolica.

L’ANNO DEDICATO A SAN GIUSEPPE  Come parrocchia ne siamo particolarmente interessati e coinvolti visto che abbiamo una chiesa e un intero quartiere dedicati proprio a lui. Già il Consiglio Pastorale si è messo in moto per programmare iniziative non solo celebrative.          San Giuseppe, secondo una certa tradizione popolare è il custode delle preoccupazioni di coloro che a lui si affidano per le più svariate situazioni. A questo riguardo persino papa Francesco ha una sua abitudine: «Sulla mia scrivania ho un’immagine di san Giuseppe mentre dorme e quando ho un problema o una difficoltà scrivo un biglietto su un pezzo di carta e lo metto sotto la statua di san Giuseppe affinché lui possa sognarlo».           Il papa non si limita a questo ma a san Giuseppe, al compiersi di 150 anni dalla sua dichiarazione quale patrono della Chiesa cattolica fatta da papa Pio IX (8 dicembre 1870), Francesco dedica un Anno speciale, fino all’8 dicembre 2021, durante il quale i fedeli di ogni parte del mondo potranno ricevere l’indulgenza plenaria. Nelle circostanze del suo tempo – che tuttavia hanno una certa attualità seppur per diversi aspetti e ragioni – il Beato Pio IX, «mosso dalle gravi e luttuose circostanze in cui versava una Chiesa insidiata dall’ostilità degli uomini», dichiarò San Giuseppe Patrono della Chiesa Cattolica.          Inoltre, allo sposo di Maria il Papa dedica la lettera apostolica Patris corde (“Con cuore di padre” – vi invitiamo a leggerla anche sul sito della nostra parrocchia) per condividere «alcune riflessioni personali su questa straordinaria figura, tanto vicina alla condizione umana di ciascuno di noi». È stata la pandemia, con i suoi eroi discreti e nascosti, a rafforzare il desiderio del Papa di parlare di Giuseppe, perché tutti possono trovare in lui «l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà». La figura di uno dei santi più amati – che i suoi predecessori hanno definito patrono dei lavoratori (Pio XII) e custode del Redentore (Giovanni Paolo II) – viene visto come «padre della tenerezza», «padre che accoglie», uomo che non cerca scorciatoie, ma affronta quello che gli sta capitando, assumendone la responsabilità. «San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza».          Guardando alla figura di san Giuseppe e alla sua vicenda come raccontata dai Vangeli, raccogliamo un rassicurante invito. Maestro di tenerezza e di obbedienza, San Giuseppe ci dimostra come  la storia della salvezza si compie attraverso le nostre debolezze. «Troppe volte pensiamo che Dio faccia affidamento solo sulla parte buona e vincente di noi, mentre in realtà la maggior parte dei suoi disegni si realizza attraverso e nonostante la nostra debolezza. Giuseppe ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca.  A volte noi vorremmo controllare tutto, ma Lui ha sempre uno sguardo più grande».          «In questo mondo nel quale la violenza psicologica, verbale e fisica sulla donna è evidente, Giuseppe si presenta come figura di uomo rispettoso, delicato che, pur non possedendo tutte le informazioni, si decide per la reputazione, la dignità e la vita di Maria». Così il Papa definisce la capacità di «accoglienza» di San Giuseppe nei confronti della sua futura sposa e della sua storia. «Se non ci riconciliamo con la nostra storia, non riusciremo nemmeno a fare un passo successivo, perché rimarremo sempre in ostaggio delle nostre aspettative e delle conseguenti delusioni – il grido d’allarme -. Solo il Signore può darci la forza di accogliere la vita così com’è, di fare spazio anche a quella parte contraddittoria, inaspettata, deludente dell’esistenza.          «La fede che ci ha insegnato Cristo è quella che vediamo in San Giuseppe, che non cerca scorciatoie, ma affronta “ad occhi aperti” quello che gli sta capitando, assumendone in prima persona la responsabilità». L’accoglienza di Giuseppe ci invita «ad accogliere gli altri, senza esclusione, così come sono, riservando una predilezione ai deboli. Occorre deporre la rabbia e la delusione e fare spazio, senza alcuna rassegnazione mondana ma con fortezza piena di speranza, a ciò che non abbiamo scelto eppure esiste», l’invito del Papa sulla scorta di San Giuseppe.          «La vita di ciascuno di noi può ripartire miracolosamente. E non importa se ormai tutto sembra aver preso una piega sbagliata e se alcune cose ormai sono irreversibili. Dio può far germogliare fiori tra le rocce… Se certe volte Dio sembra non aiutarci, ciò non significa che ci abbia abbandonati, ma che si fida di noi, di quello che possiamo progettare, inventare, trovare».         Ai diversi patrocini affidati a San Giuseppe quello fondamentale è che egli è il custode della Chiesa. «Continuando a proteggere la Chiesa, continua a proteggere il Bambino e sua madre», e con lui anche noi. «Ogni bisognoso, ogni povero, ogni sofferente, ogni moribondo, ogni forestiero, ogni carcerato, ogni malato sono ‘il Bambino’ che Giuseppe continua a custodire – scrive Francesco -. Ecco perché San Giuseppe è invocato come protettore dei miseri, dei bisognosi, degli esuli, degli afflitti, dei poveri, dei moribondi. Ed ecco perché la Chiesa non può non amare innanzitutto gli ultimi. Da Giuseppe dobbiamo imparare la medesima cura e responsabilità: amare il Bambino e sua madre; amare i Sacramenti e la carità; amare la Chiesa e i poveri».    San Giuseppe è davvero uno speciale patrono!  L’auspicio finale: «Padri non si nasce, lo si diventa», conclude il Papa illustrando la paternità di San Giuseppe. E lancia un appello: «Nella società del nostro tempo, spesso i figli sembrano essere orfani di padre. Anche la Chiesa di oggi ha bisogno di padri»: paternità educative, paternità spirituali

don Maurizio

NATALE: TRA “STELLE” E “STALLE”

(Insieme 52.2020)

Per molti nel mondo questa del “Natale difficile” non è una novità, purtroppo. Anzi, a voler essere onesti, ci sarebbe da ammettere che il Natale più difficile di tutti i tempi è stato il primo. Storicamente la nascita di Gesù è segnata dalla precarietà. Ma proprio in questa incertezza sta la bellezza della vita. Se tenessimo a mente il modello di Betlemme, nulla potrebbe più spaventarci. In concreto, però, non è così.      Veniamo da un lunghissimo periodo di benessere, che ci ha fatto completamente dimenticare l’eccezionalità della nostra condizione di privilegiati e ci ha abituati a un Natale fatto di consumismo che ha persino dimenticato il soggetto principale: Gesù Bambino, sostituendolo con babbo natale, renne e slitte lussureggianti. Ci siamo convinti che esistesse solo “questo” Natale, il Natale dell’Occidente ricco e opulento, un Natale da fiocchi e stelle. Per accorgerci dell’errore sarebbe stato sufficiente guardare alla terra in cui Gesù è nato, il Medioriente. Ma anche altrove il Natale è da sempre il momento in cui emergono fragilità profonde, che sono le fragilità dell’esistenza, né più né meno. Le stesse che la nostra società si è impegnata a dimenticare con successo, allontanando da sé la vista della malattia e della vecchiaia, per far emergere solo l’immagine del successo e dell’apparire sempre belli, forti e sani.      I credenti dovrebbero esserne consapevoli più di ogni altro, ribellandosi a questo conformismo. Magari non ci piace, ma ci siamo ritrovati ad aver a che fare con questa mentalità, con questa illusione terribile che l’appuntamento con la fragilità possa essere rinviato in maniera indefinita. In questi mesi di pandemia le occasioni per confrontarci con la fragilità non sono di certo mancate. Stiamo vivendo un Natale doloroso, che non ci saremmo mai augurati. Ma è un Natale che somiglia moltissimo a quello che tanti altri popoli hanno vissuto e vivono senza che noi prestiamo attenzione: un Natale non tra le “stelle” ma tra le “stalle” dell’umanità.     Inoltre non è proprio difficile constatare che il “successo” è la “parola magica” oltre che essere la parola “chiave” del nostro tempo moderno. Nel nome del successo il vecchio mondo è stato liquidato e il nuovo ha conosciuto un’espansione inimmaginabile. Il successo, l’essere sempre all’altezza, va di pari passo con il progresso, con il nuovo che avanza, con il benessere… Fa stare comodi, ma non fa stare meglio.      Successo non fa parte del vocabolario cristiano. Gesù non è uomo di successo. Tutti sappiamo dove è nato, tutti sappiamo come è morto. La città dove ha vissuto non era di gran moda neppure in terra d’Israele. E durante la vita pubblica, passata in strada, non aveva dove posare il capo. Quando le folle vogliono farlo re non si fa trovare, ma non fugge da quelle stesse folle che lo condannano alla croce. La sua parola chiave è salvezza, in ebraico yeshu’ah, che rimanda a liberazione. La salvezza è domanda radicale dell’uomo e risposta d’amore di Dio. Non si compra e non si vende, la salvezza è un dono, come l’amore, il tempo, l’amicizia, la sapienza, la pace, il silenzio, la preghiera.      Per giungere alla salvezza la strada che Gesù ci chiama a percorrere non è ignota e neppure accidentata. La conosciamo tutti, forse l’abbiamo dimenticata, ma è un vissuto che ci appartiene: ritornare bambini è tornare a essere quel che tutti siamo stati e in modo diverso tutti continuiamo a essere. Sì, la salvezza passa attraverso i bambini, non perché privi di limiti e di peccato, ma per il loro sguardo pieno di meraviglia e di stupore rispetto a se stessi, agli altri e al mondo. La salvezza passa attraverso i bambini per la loro fiducia totale, che è consegna della propria vita nelle mani, nel cuore e nella mente della madre e del padre.     La salvezza passa per la sete di conoscenza, che nulla ha a che fare con la sete di possesso. È la curiosità fatta di domande, a partire da quella decisiva: la domanda di bene, di bello e di vero che è l’impronta del Creatore nelle nostre anime.     Non solo Dio ci chiede di tornare bambini: ci chiede di accoglierlo Bambino. Gesù che nasce a Betlemme non è una favola, è storia. Anche per noi Dio torna a farsi Bimbo e invoca la mangiatoia – la stalla – del nostro povero cuore per l’unica bellezza che salva.     Quel buio che sembra ci circondi in questi tempi forse può essere davvero propizio: infatti solo nell’oscurità più fitta attorno a noi ci è concesso di vedere un’infinità di stelle come mai ci capita di vedere. In quel momento possiamo davvero sentirci vicini al cielo. E non importa se siamo nella precarietà di una stalla o in una condizione da bambini tutt’altro che all’altezza di un successo richiesto da chissà chi e per chissà che cosa. Anzi, in quell’istante si ha la percezione assoluta del divino. Non capita tutti i giorni, perché la fede cresce semmai nel silenzio della normale quotidianità. Quando si manifesta, però, l’epifania è straordinaria. E’ indimenticabile.

don Maurizio

INVESTIRE SUL FUTURO – MESSAGGIO DI NATALE 2020

(Insieme 51.2020)

Dobbiamo superare gli atteggiamenti di rinuncia e di inaridimento degli animi. Abbiamo bisogno di ritrovare l’entusiasmo di rimanere al nostro posto e fare bene quello che dobbiamo fare e guardare avanti con fiducia. Vogliamo avere una “visione”; non vogliamo perdere la nostra vera dimensione: quella spirituale, quella che ci ricorda che siamo tutti necessari gli uni agli altri, anche se siamo fragili e vulnerabili e che ci è offerta una promessa.

Nella situazione difficile e complessa che stiamo vivendo qualcuno parla di “resilienza” – termine difficile per dire la capacità di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà -, noi preferiamo dire che «tocca a noi tutti insieme» offrire il nostro contributo, intraprendere un cammino, costruire, secondo le responsabilità e le possibilità di ciascuno, contribuire a quella trama di rapporti che fanno funzionare il mondo e camminare come popolo verso il futuro. Tocca a noi avere una visione, “sognare insieme”. Tocca a noi recuperare le nostre radici, essere fieri della nostra identità originale e proporre una visione comune, essere istruiti sul senso della vita. Proprio perchè “tocca anche a me” desidero trarre spunto da due grandi maestri e guide spirituali e fare mia con qualche aggiunta una loro riflessione sul Natale che diventa profetica in questo Natale così unico. Questi pensieri possono aiutare tutti a comprendere qualcosa di questo mistero per accrescerne la conoscenza di anno in anno.  Quest’anno segnato dalla pandemia, la riflessione sia poi di particolare augurio affinchè la luce del mistero dell’incarnazione irraggi nella nostra vita, illumini il mondo così provato in questo tempo della storia e susciti desideri di speranza, di futuro, di orizzonti allargati.

Natale, Signore, o è già subito Pasqua?

Il legno del presepio è duro, come legno di croce. Il freddo ti punge, quasi corona di spine.

L’odio dei potenti ti spia e ti teme. Fuggi affannosamente nella notte:

anticipo di quante e quali nostre fughe.

Sangue innocente di coetanei, presagio del tuo stesso sangue – quello di Dio.

Lamento di madri desolate, eco antico e attualedel pianto di tua Madre.

Quanti segni di prova, di sofferenza e di morte, Signore, in questa tua nascita;

preludio di un mistero che accompagna ogni nostra vita;

segni che nascondono – paradossalmente – il germe di una rinascita:

Tu l’avresti insegnato con la parola e con la vita:

se il seme, caduto in terra, non muore, non può dare frutto.

Comincia così il tuo cammino tra noi,

la tua ostinata decisione di essere Dio, non di sembrarlo.

Le pietre non diverranno pane.

Non ti lancerai dalle dorate cime del tempio.

Non conquisterai i regni dell’uomo.

Non chiamerai a tua difesa legioni di Angeli;

nemmeno invocherai il nome del Padre tuo per scatenare la punizione, ma solo il perdono.

Costruirai la tua vita di ogni santo giorno

raccogliendo con cura meticolosa, con paziente amore, tutto quello che noi scartiamo:

gli stracci della nostra povertà, le piaghe del nostro dolore, i pesi che non sappiamo portare,

le infamie che non vogliamo riconoscere, persino le lacrime che -inconsolanti – versiamo

Grazie, Signore, per questa ostinazione, per questo sparire nell’impotenza, per questo ritirarti,

che però schiude un libero spazio per la mia libera decisione di meravigliarmi di te

e quindi di amarti.

Dio che ti nascondi, Dio che non sembri Dio,

Dio degli stracci e delle piaghe,

Dio dei pesi e delle infamie…. io ti amo! Sì, io ti amo!

In questa possibilità di amarti, che la tua povertà mi schiude, io divento veramente uomo.

Nel tuo farti uomo, bambino, giovane, adulto, Scopro di essere uomo, non di sembrarlo.

Scopro che mi ami a tal punto da unirti a me, perchè anch’io possa unirmi a te

Il tuo Natale è il mio natale!

Nella gioia di questo nascere, nello stupore di poterti amare, nel dono immenso di vivere insieme,

io accetto, io voglio, io chiedo che anche per me, Signore, che sia subito Pasqua.

Tu sai che l’attesa logora, che la tristezza abbatte, che la solitudine fa paura.

Tu sai che abbiamo bisogno sempre e subito di te,

per tenere accesa la nostra piccola luce e propagare il fuoco che tu sei venuto a portare sulla terra.

Riempi di grazie il tempo che ci doni di vivere per te!

Signore Gesù, giudice ultimo del cielo e della terra, vieni!

La nostra vita sia come una casa preparata per l’ospite atteso,

le nostre opere siano come i doni da condividere perché la festa sia lieta,

le nostre lacrime siano come l’invito a fare presto.

Noi esultiamo nel giorno della tua nascita,

noi sospiriamo il compimento della salvezza al tuo ritorno,

anzi desideriamo la tua stessa presenza qui ed ora, perchè tutto abbia un senso, una direzione, una gioia.

E allora: Vieni, vieni sempre Signore Gesù!

don Maurizio

GESU’ «VERO UOMO» E NON SOLO «VERO DIO»

Il presepe ci richiama alla vera fede cristiana – (Insieme 50.2020)

Il clima poetico e gli sfarzosi riti liturgici del Natale possono rischiare di confonderci e far deviare dalla vera fede cristiana in Gesù «vero Dio» ma anche «vero uomo», che con la sua nascita si lega e condivide profondamente la nostra umanità, anzi la assume. Celebrare il Natale è prendere coscienza di questo mistero portandolo alle sue estreme conseguenze.          Dal Concilio di Nicea (325 d.C.) fino a oggi Gesù è confessato dalla Chiesa come vero uomo e vero Dio, «generato, non creato, della stessa sostanza del Padre». Tuttavia è sempre difficile affermare la sua umanità, che appare scandalosa, mentre risulta più facile confessarlo quale Dio. Abbiamo tutti bisogno, infatti, di un “eroe” forte, potente e glorioso che ci risolva tutti i problemi, sbaragli i nemici e alla fine vinca su tutto e su tutti: se non fosse così cosa ce ne faremmo di Dio? D’altronde la prima contestazione alla verità evangelica dell’incarnazione e della nascita del Figlio di Dio è stata proprio quella di negare la sua vera umanità che portava – come se non bastasse – i segni della sofferenza, dei limiti, della inettitudine, della povertà, della morte. Non è facile accettare che un “forte” debba nascere come un bambino piagnucoloso in una stalla; non è accettabile che un “re-bambino”, adorato da Magi sapienti, debba fuggire come un esule reietto, come un profugo in terra straniera. E’ incomprensibile che un Dio possa vivere nascosto per trent’anni in un paesino di periferia come Nazareth, nascosto alla fama popolare e alla gloria che si meriterebbe. E’ umanamente inconcepibile che un “potente” debba essere schernito, sputacchiato, incoronato di spine e crocifisso; non è possibile: egli con tutta la potenza di un Dio avrebbe potuto ribellarsi. Non è persino facile accettare un Dio che, proprio perchè Dio è giusto, si faccia impietosire da qualche smorfia di pentimento e alla fine perdoni persino il malfattore crocifisso con lui e come lui.

Per noi rimane scandalosa e inaccettabile la realtà del limite, della fragilità, della disabilità, dell’umanità fatta di un corpo che può ammalarsi, soffrire, invecchiare, abbrutirsi: tutto invece deve essere bello appariscente forte ed elegante; scandaloso è affidarci a un Dio che possa non essere “attraente” secondo i nostri canoni. Viviamo in un’epoca in cui si è titolati a vivere solo se perfetti. Ogni insufficienza, ogni debolezza, ogni fragilità sembra bandita. Con la venuta del Figlio di Dio o meglio con l’incarnazione di Gesù (il farsi uomo equivale a farsi carne umana) viene invece ribadito che c’è un altro modo per avere felicità e mettersi in salvo; che c’è la possibilità di imparare ad essere fragili, di accettare debolezze e fragilità imparando l’arte della “riparazione” della vita. Forse è proprio quello che ha fatto Gesù con la sua umanità; “riparare” la vita fino al punto da “aggiustarla” definitivamente con la “potenza” della sua risurrezione, passando attraverso la “debolezza” della croce.

E così, davanti a queste perplessità e obiezioni, è dovuto intervenire fin da subito l’apostolo Giovanni che nella sua prima lettera ammonisce i credenti: «Ogni ispirazione che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio, mentre ogni ispirazione che non confessa Gesù venuto nella carne, non è da Dio» (1Gv 4,1-3). E prima ancora anche Paolo ha dovuto precisare che: «Mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» (1Cor 1,23)

EPPURE TUTTO QUESTO E’ NATALE! TUTTO QUESTO SIGNIFICA IL NATALE DI GESU’!

Sant’Ambrogio ci istruisce: «Per questo egli volle essere un bambinello, affinchè tu potessi diventare un uomo perfetto; egli fu stretto in fasce, affinchè tu fossi sciolto dai lacci della morte; egli nella stalla, per porre te sugli altari; egli in terra, affinchè tu raggiungessi le stelle; egli non trovò posto in quell’albergo, affinchè tu avessi nei cieli molte dimore».

Ora, tutto il Nuovo Testamento proclama che il Figlio di Dio è venuto tra di noi come uomo, che «La Parola si è fatta carne» (Gv 1,14). Non c’è in Gesù Cristo solo un’apparizione di Dio, ma Gesù Cristo è carne, Dio umanizzato. Il Dio invisibile ai nostri occhi si è fatto uomo che noi abbiamo potuto vedere, ascoltare, toccare (cfr. 1Gv 1,1-3). E così Gesù scandalizza ancora soprattutto i credenti che sono disposti ad adorarlo cantando la sua grandezza e la sua onnipotenza ma, specularmente, fanno fatica ad accettare la sua umanità con tutto quello che – a pensarci bene – ne consegue.          Ci piace ciò che è spettacolare, lo straordinario, il miracoloso, mentre rifuggiamo il quotidiano, l’umano, ciò che è umile e sta in basso. Eppure Gesù come uomo ha camminato con noi, conducendoci sulla vera via: «fa’ il cammino dell’uomo e giungerai a Dio». Non è negando l’al di qua, non è rimuovendo la carne fragile e umana di Gesù che si crede a Gesù stesso quale Dio; no, vi si crede accogliendo il racconto che Gesù ha fatto di Dio con la sua carne e nella sua carne. La carne di Gesù significa corpo, respiro, intelligenza, libertà, voce, parola, gesto, sentimenti, lacrime e gioia. «Per noi uomini e per la nostra salvezza» ha preso un corpo come il nostro, è nato da una donna, con una carne e con le nostre necessità, i nostri limiti e le nostre povere urgenze. Questo vuol dire molto, e fra l’altro significa che è bello essere uomini, tanto che Dio non ha disdegnato di essere uomo.           Proprio questo è il nucleo incandescente della fede: non si può mai più dire Dio senza l’uomo, né si può dire l’uomo senza Dio. Rimane certamente un mistero abbagliante l’affermazione secondo cui in Gesù di Nazareth vi erano contemporaneamente la piena umanità e la piena divinità. Un mistero comprensibile solo nella logica del “Dio cristiano” dove il Figlio di Dio facendosi uomo non ha abbandonato la sua divinità ma, nella sua onnipotenza, si è spogliato fino ad assumere la condizione di schiavo, fino a conoscere la morte, addirittura la morte in croce (cf. Fil 2,6-8). E proprio per questo e non senza questo, Dio lo ha risuscitato!          Da un certo punto di vista è più difficile credere alla piena, carnale umanità di Gesù che alla sua divinità. Eppure proprio il Gesù umano, troppo umano, ci ha raccontato Dio e ha rivelato di essere lui stesso Dio.

Il presepio che noi facciamo ogni anno è il forte richiamo a tutta questa umanità. Il suo allestimento con tutto quel repertorio di personaggi popolari che incarnano diversi mestieri e le più disparate attività e situazioni umane (dal pescivendolo alla donna che fila, dal cammelliere al “muletta”/arrotino, o a quello che gira la polenta…) e di animali, di casupole e di panorami terreni, è solo un ancestrale modo di dire che in fondo Dio si è fatto “carne umana”, si è inserito nell’umanità, anzi si è fatto uomo lui stesso… per farci come lui, non negando ma trasfigurando ciò che siamo.

don Maurizio

BENEDIZIONE NATALIZIA DELLE FAMIGLIE. QUEST’ANNO TOCCA A VOI…

(Insieme 49.2020)

Tocca a voi proprio in tutti i sensi, nel senso che vi invitiamo a radunarvi in famiglia e a darvi la benedizione, perchè questo è possibile anche ai singoli fedeli in virtù del “sacerdozio battesimale” (o “sacerdozio comune”, come spesso si dice) che ha ciascuno in conseguenza del Battesimo ricevuto.  Forse vale la pena spendere qualche parola di spiegazione e giustificare la proposta che vi facciamo. E non è solo questione di emergenza Covid-19!

La questione rimanda al tema più in generale del ruolo dei fedeli laici nella Chiesa. Fin dalle origini della Chiesa il ruolo dei laici è stato fondamentale. Per esempio nel Libro degli Atti degli Apostoli l’antica Chiesa di Antiochia ha avuto la sua origine dall’annuncio e dalla testimonianza di semplici cristiani, di quelli che oggi chiameremmo fedeli laici: non sarà né la prima né l’ultima volta nella storia della Chiesa.     Solo con questo semplice dato possiamo ribadire che con il “sacerdozio comune” i fedeli laici trovano nel Battesimo la grazia e la responsabilità (donum et mandatum) di essere testimoni di Gesù risorto e annunciatori del suo Vangelo nel “mondo” – di cui devono essere “anima” – e nella Chiesa, dove devono sentirsi coinvolti nell’opera evangelizzatrice e nell’edificazione della comunione attraverso i diversi ministeri, in un’ottica di convinta e reale comunione-collaborazione-corresponsabilità.     E di fatto è già così nelle nostre comunità pastorali e nelle nostre parrocchie: come potrebbe esistere la nostra Chiesa senza, ad esempio, l’impegno di migliaia di catechisti, di educatori, di operatori della carità, di lettori e ministri della Comunione eucaristica, ecc.? Non siete forse anche abituati addirittura a benedire la mensa prima dei pasti? E non vi capita magari di benedire i vostri figli prima che escano di casa?

Ma che cos’è questo “sacerdozio battesimale (o comune) che autorizza ad esser protagonisti nella Chiesa fino al punto di chiedervi di benedire voi stessi la vostra famiglia, i vostri cari la vostra casa…?  Quante volte ancora oggi si sente dire “sacerdote” per indicare il prete, o si fa riferimento al sacerdozio per intendere esclusivamente il ministero del presbitero?  Sacerdozio insomma è ancora principalmente quello del prete; la forma battesimale che caratterizza ogni vocazione cristiana – qualunque essa sia – stenta invece a trovare una propria collocazione nell’autocoscienza e nell’immaginario religioso delle nostre comunità cristiane. Diciamolo con parole più semplici: il papa, il vescovo, il prete o il frate e la suora prima di essere quello che sono, sono anzitutto dei battezzati come ogni altro fedele.      Certo bisogna anche capire che il sacerdozio dei ministri ordinati è distinto dal sacerdozio di tutti i fedeli con una specifica vocazione e caratterizzato dal sacramento dell’ordine che li pone a servizio di tutti i fedeli. Non ci addentriamo in successivi approfondimenti di questa circolarità per coglierne la differenza essenziale e la complementarietà, perchè richiederebbe tempo.      Vogliamo solo prendere maggiormente coscienza che è vero che il Battesimo rende tutti i cristiani sacerdoti in quanto li unisce, li innesta nel corpo di Cristo, li consacra perché con la loro presenza nel mondo assicurino la manifestazione continua della comunione fra Dio e l’umanità. Potremmo dire che i cristiani sono inviati da Cristo per prolungare la sua azione sacerdotale – nel senso di testimonianza e di servizio – nella storia.     In Cristo, i cristiani sono benedetti da Dio Padre « con ogni benedizione spirituale » (Ef 1,3) e a loro volta possono essere portatori della benevolenza di Dio. Bisogna però precisare che le benedizioni dei laici non vengono compiute nel modo con cui le danno i ministri ordinati (sacerdoti, diaconi) e cioè tracciando la croce con la mano destra non perchè “sono diverse”, ma perchè l’esercizio del ministero ordinato presuppone quella vocazione specifica e riconosciuta dalla chiesa di cui abbiamo parlato. Infatti si nota chiaramente che mentre le benedizioni dei ministri ordinati sono “assertive” (“impetrative”): “Vi benedica Dio onnipotente..”, le benedizioni dei laici – che anche voi potete dare – sono “invocative”: “Il Signore ci benedica.., ci custodisca, ci doni la sua pace ecc…quindi formule diverse ma stesso obiettivo: dire una parola Buona (bene-dire) a nome di Dio invocandolo per le persone e per le cose.    Ogni battezzato è chiamato ad essere una benedizione e a benedire. Per questo anche i laici possono presiedere alcune benedizioni con le precisazioni di cui abbiamo detto. (CCC 1669).     Pensiamo che il mondo possa essere migliore ma anche semplicemente le nostre famiglie, le nostre relazioni, i nostri impegni e le nostre responsabilità se impariamo tutti a dire parole di bene in nome di Dio e provare a dire ai nostri cari (familiari e non) come il Signore ti vuole bene e io… glielo chiedo per me e per te.

A questo punto pensiamo che sia molto chiara la proposta e che possiate condividere l’iniziative della benedizione delle famiglia da farsi in forma domestica con i sussidi che verranno distribuiti domenica prossima (ndr 13 dicembre 2020).     

Domenica  13 dicembre,, (anche Sabato sera) in tutte le chiese al termine delle sante Messe i sacerdoti  spiegheranno il contenuto della busta da ritirare all’uscita, e come procedere per la benedizione natalizia in famiglia.

don Maurizio

I VESCOVI EUROPEI: FINALMENTE FANNO SENTIRE LA LORO VOCE

Messaggio dei Presidenti delle Conferenze episcopali dei Paesi dell’Unione

(Insieme 48.2020)

Da tanto tempo avevamo bisogno di sentire una parola chiara e autorevole da parte dei nostri vescovi europei! Il vecchio continente, la nostra Europa, dalle radici ebraico-cristiane, ha bisogno di essere presente con il suo bagaglio di cultura e di fede soprattutto in questa fase storica, non solo segnata drammaticamente dalla pandemia, ma anche da segnali che spingono sempre più verso la secolarizzazione e individualismi nazionalistici pericolosi che chiudono in orizzonti egoistici e poco costruttivi.      La crisi Covid-19 ha “travolto” il vecchio continente, e per questo la Chiesa cattolica conferma il suo «impegno per la costruzione dell’Europa, che ha portato pace e prosperità al nostro continente, e ai suoi valori fondanti di solidarietà, libertà, inviolabilità della dignità umana, democrazia, stato di diritto, uguaglianza, e difesa e promozione dei diritti umani». E’ il messaggio di “speranza e solidarietà” e l’impegno che i vescovi europei, in questi giorni, hanno fatto conoscere soprattutto ai leader dei Ventisette.      I vescovi, riuniti per la prima volta tutti assieme nella Commissione degli episcopati dell’Ue, che ha sede a Bruxelles, affermano: «I Padri fondatori dell’Unione europea erano convinti che l’Europa sarebbe stata forgiata dalle sue crisi. Nella nostra fede cristiana nel Signore risorto abbiamo la speranza che Dio possa volgere al bene tutto ciò che accade, anche ciò che non comprendiamo e che può sembrare cattivo, ed è questa fede il fondamento ultimo della nostra speranza, della fraternità universale e dell’impegno per il bene di tutti. Come Chiesa cattolica nell’Unione europea, insieme alle altre Chiese e comunità ecclesiali sorelle, annunciamo e diamo testimonianza di questa fede ed insieme ai membri di altre tradizioni religiose e persone di buona volontà ci sforziamo di costruire una fraternità universale che non lasci fuori nessuno».      La pandemia ha messo in ginocchio famiglie, imprese, interi territori, mettendo in luce la vulnerabilità delle nostre società e di vaste regioni del pianeta. «Gli anziani e i poveri in tutto il mondo hanno sofferto il peggio. A questa crisi che ci ha sorpresi e colti impreparati, i Paesi europei hanno reagito inizialmente con paura, chiudendo i confini interni e le frontiere esterne, alcuni anche rifiutando di condividere tra i Paesi le forniture mediche di cui c’era più bisogno -denunciano i vescovi -. Molti di noi erano preoccupati che persino la stessa Unione europea, in quanto progetto economico, politico, sociale e culturale, fosse a rischio. Ci siamo resi conto allora, come ha detto Papa Francesco, di essere nella stessa barca e di poterci salvare solo restando insieme». Il documento riconosce dunque che l’Ue ha cominciato a rispondere «in modo unitario» dimostrando «la sua capacità di riscoprire lo spirito dei Padri fondatori». I vescovi si augurano che tale unità si rifletta in scelte politiche accorte e lungimiranti.     Poi osservano: «Il futuro dell’Unione europea non dipende solo dall’economia e dalle finanze, ma anche da uno spirito comune e da una nuova mentalità. Questa crisi è un’opportunità spirituale di conversione. Non dobbiamo semplicemente dedicare tutti i nostri sforzi al ritorno alla “vecchia normalità”, ma approfittare di questa crisi per realizzare un cambiamento radicale in meglio».      Un cambiamento che non può essere solo materiale ma, ora più che mai, umano e spirituale. Questo momento, sostengono i presidenti delle Conferenze episcopali dei Paesi Ue, «ci costringe a ripensare e a ristrutturare l’attuale modello di globalizzazione, per garantire il rispetto dell’ambiente, l’apertura alla vita, l’attenzione alla famiglia, l’uguaglianza sociale, la dignità dei lavoratori e i diritti delle generazioni future». Di papa Francesco citano la Laudato si’ e la Fratelli tutti, nonché i principi della Dottrina sociale cattolica, al fine di «costruire un modello differente di economia e società dopo la pandemia».     La solidarietà deve guidare il futuro del continente. Ma tale principio va applicato da subito: «Il vaccino per il Covid-19, una volta disponibile, dev’essere accessibile a tutti, soprattutto ai più poveri». E, ancora: «La solidarietà europea dovrebbe estendersi con urgenza ai rifugiati che vivono in condizioni disumane nei campi di accoglienza. Ampio, a questo proposito, il capitolo dedicato al “Patto europeo sulla migrazione e l’asilo”. Non manca un riferimento al «rispetto per la libertà di religione dei credenti, in particolare la libertà di riunirsi per esercitare la propria libertà di culto, nel pieno rispetto delle esigenze sanitarie».    Sembrano parole e concetti assolutamente condivisibili, scontati, ripetuti da diversi decenni – soprattutto dagli anni ’80, da due grandi “fari” dell’Europa: il card. Martini e Giovanni Paolo II -ma ancora di grande attualità e forza: chissà perchè sono così difficili da recepire e largamente disattesi?    Il documento si conclude così: «Si è detto frequentemente che il mondo sarà diverso dopo questa crisi. Dipende tuttavia da noi se il mondo sarà migliore o peggiore, se usciremo da questa crisi rafforzati nella solidarietà o meno. Durante questi mesi di pandemia siamo stati testimoni di tanti segni che ci aprono alla speranza, dal lavoro del personale sanitario, a quello degli addetti alla cura degli anziani, ai gesti di compassione e creatività posti in atto dalle parrocchie e dalle comunità ecclesiali». Infine: «Tutte le iniziative che promuovono i valori autentici dell’Europa saranno da noi sostenute. Ci auguriamo che potremo uscire da questa crisi più forti, più saggi, più uniti, più solidali, più attenti alla nostra casa comune».

don Maurizio

AVVENTO: L’ETERNITA’ E’ GIA’ NEL TEMPO

(Insieme n.46/2020)

Davvero il tempo scorre velocemente e siamo già all’inizio dell’Avvento che ci porterà al prossimo Natale. Certo l’ansia, le preoccupazioni, i decreti restrittivi anti contagio Covid-19 ingenerati dalla pandemia non hanno fatto che accelerare la percezione che il tempo ci sia sfuggito di mano.Il “lockdown” dei mesi primaverili e quello che stiamo vivendo ora sembra che abbiano addirittura fermato il tempo o lo abbiano messo maggiormente a disposizione, tranne poi scoprire che molte volte non sappiamo nemmeno come utilizzarlo al meglio.     Ora è già tempo di Avvento.Avvento come tempo dell’attesa, tempo di speranza, tempo di preparazione, tempo da “calendari dell’Avvento” – quelli dei nostri bambini con le finestrelle da aprire ogni giorno fino al giorno di Natale; Avvento come tempo per coltivare desideri, tempo per renderci conto che è sempre tempo di Avvento perchè sempre in attesa di qualcosa o di Qualcuno: tutta la vita è tempo di Avvento. La fede cristiana, poi, non fa che confermare questa attualità presente dell’Avvento perchè celebrala l’attesa di colui – Gesù, il Figlio di Dio – che deve venire eppure è già venuto e noi viviamo il presente nella consapevolezza che egli già accompagna i tutti i nostri giorni fino al momento – nell’attesa, appunto – dell’incontro con lui.

Avvento come tempo di…Già come “tempo”, ma che cos’è per il cristiano il tempo e “questo” tempo che viviamo?

L’Avvento ci suggerisce dunque di riflettere sul tempo per imparare una saggia considerazione del tempo, anche perchè in questo periodo di pandemia lo scopriamo particolarmente prezioso soprattutto quando percepiamo la possibilità che possa venire meno: il non avere più tempo…per vivere.          C’è dunque motivo per riflettere, confrontarsi, conversare e condurre una verifica critica sul nostro modo di considerare e vivere il tempo.          L’immagine del tempo che spesso abbiamo è quella del suo inesorabile scorrere verso il degrado delle cose,l’invecchiamento e la fine. Si insinua così l’idea che il tempo, in fondo, sia nemico del bene: tutto quello che è bello, sano, forte, piacevole è destinato a corrompersi fino a scomparire. Le conseguenze di questo modo di pensare sono disastrose: lo scorrere del tempo porta a pensare che siamo vittime della nostra vita e che non possiamo più di tanto gestire responsabilmente la nostra libertà: tanto tutto passa.          La visione cristiana del tempo non ignora il suo aspetto misterioso e il suo scorrere inarrestabile. Tuttavia crede con san Paolo che il tempo è dentro, anzi, è la storia della salvezza che si svolge misteriosamente maprovvidenzialmentefino a giungere con l’incarnazione di Gesù – il suo Natale – alla pienezza del tempo (Gal 4,4-5). Da quel momento per i cristiani la durata del tempo, qualunque esso sia, è amico del bene, è dono della misericordia di Dio, della sua pazienza (2Pt 3,9). Da quel momento imparare a “contare i giorni” (Sal 90,12) significa fare attenzione se in quel susseguirsi non vi sia una novità che sappia attrarci per il suo messaggio, per la sua bellezza. Vuol dire imparare a guardarli bene i nostri giorni cosicché possiamo accorgerci di una presenza del Signore, capace di trasfigurare i giorni che passano e rivestirli di vita divina. Se così è allora ogni età della vita si rivela tempo di grazia; allora in ogni situazione c’è la possibilità di scegliere il bene, di decidersi ad amare, di mettere mano all’impresa di migliorare le cose e contribuire ad aggiustare il mondo. Ricordiamocelo quando a Natale guarderemo Gesù Bambino nella capanna di del presepe: Lui che, Signore del tempo perchè eterno, è nato nel tempo per rendere il tempo occasione di salvezza.

In questa luce il tempo assume la sua veste bella e positiva, sfuggendo alla superficialità della distrazione del nostro “non avere mai tempo”. Il tempo diventa così occasione per ordinare gli orari della giornata e della vita; diventa occasione per la preghiera, occasione da dedicare al servizio degli altri, regolarità nei ritmi della vita familiare. Ma soprattutto il tempo, nella luce del Vangelo, diventa occasione di salvezza e non una salvezza rimandata ma presente, per l’ “oggi”. Questa parola chiave – “oggi” – per interpretare il valore cristiano del tempo la possiamo trovare in almeno quattro testi decisivi del Vangelo.

1. La troviamo per la prima volta nel capitolo 2 di Luca , quando è annunciata ai pastori la nascita di Gesù a Betlemme (leggi Lc 2,10-12). In questo brano, “oggi” indica la densità del tempo presente, cui è subordinato un futuro (la “grande gioia che sarà di tutto il popolo”); e il futuro deriva da una promessa del passato (la promessa di Is 9,5: “Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace”).   Vi è dunque un oggi denso e decisivo che richiama un passato e promette un futuro.

2. Questo “oggi” ricco di memoria e di promessa ritorna nella prima uscita pubblica di Gesù, nel discorso alla sinagoga di Nazaret. Egli legge il rotolo di Isaia (leggi Lc 4,18-19). E dopo essersi seduto, sotto lo sguardo di tutti i presenti nella sinagoga, Gesù dichiara: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi” (Lc 4,21). Anche qui l’oggi dell’adempimento della profezia risponde a una promessa del passato (vedi Is 61,2) e apre sul futuro.

3. Un terzo “oggi” carico di senso appare nel momento in cui Gesù, entrato in Gerico, incontra il pubblicano Zaccheo (leggi Lc, 19,2-9). L’evento ha le sue radici nel passato (si richiama ad Abramo) ed è segno di tutta l’opera di salvezza del futuro: “II Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10).

4. Infine, un senso ancora più denso assume l'”oggi” che Gesù proclama dalla croce al buon ladrone (leggi Lc 24,39-43). L’oggi si apre a una pienezza che non ha fine, e tale pienezza è data dalla compassione, dal perdono e dall’amore. Un oggi non frenetico o fuggente, bensì segnato dal sigillo dell’alleanza compiuta nel Cristo crocifisso e risorto, contemporaneo di tutti i tempi, che fa del qui e ora un oggi di salvezza che vince persino la morte come fine del tempo.

È questa pienezza del presente a spiegare con efficacia e concretezza il senso del tempo per chi riconosce in Gesù Cristo la pienezza dei tempi e il centro della storia. In questo oggi tempo finito e tempo infinito non sono più contrapposti, non si elidono a vicenda, ma si toccano e si saldano. Questo Bambino Gesù, che nasce nel tempo, è il Signore del “tempo eterno” che lo regala anche a noi. Così per noi cristiani il tempo è cristologico, si riferisce cioè a Cristo fatto uomo, crocifisso e risorto, Signore della storia e dunque anche dell’oggi.

Vorrei concludere quasi dipingendo un’icona che traggo dal racconto biblico della “scala di Giacobbe” (leggi Gen 28,10-16). Passando dal sogno alla realtà, Giacobbe intuì che non era solo e abbandonato, come pensava, e che il suo tempo era tempo di speranza, non di disperazione. Le coordinate spazio-temporali che lo stringevano nella morsa della paura, dandogli l’impressione di essere pellegrino sperduto in un mondo senza più riferimenti, si tramutavano in coscienza del rapporto tra il destino umano e il suo significato custodito fuori dal tempo e dallo spazio. Così, quella mattina Giacobbe, divenne coraggioso (leggi Gen 28,18-22).

Sia dato anche a noi di trovare nel labirinto del tempo l’indicazione di un cammino sicuro e di trovare nel sorriso del Bambino di Betlemme la ragione per vivere al meglio il tempo dei nostri giorni, imparando che il mio “qui e ora” è ricco di valore, che “l’eternità è già nel tempo”.

don Maurizio

“VIVERE LA MORTE, CELEBRARE LA VITA”

La commemorazione dei fedeli defunti nel tempo della pandemia (Insieme 44.2020)

Non è bello e non conviene pensare alla morte e tuttavia…

Noi, vivi, sani, impegnati in molte cose siamo abituati a pensare alla morte come a un evento così lontano, così estraneo, così riservato ad altri: ci sembra persino un’espressione di cattivo gusto quando si insinua l’idea che possa riguardare anche noi, e proprio adesso.      In questo tempo – ma in quale altro non è stato sempre così? – la morte è diventata vicina, interessa le persone care, i confratelli, le presenze quotidiane negli ambienti del lavoro, del riposo. Ogni volta che si parla di un ricovero, ogni volta che si dice: «Si è aggravato» si è subito indotti a pensare che l’esito sia fatale, tanto la morte è vicina, visita ogni parte della città e del Paese. E ogni volta che si avverte un malessere, una tosse che non guarisce, un brivido di paura e di smarrimento percorre la schiena. La morte vicina suscita domande che sono più ferite che questioni da discutere.      I conti aperti, i lavori incompiuti, gli affetti sospesi insinuano una specie di terrore: «Sì, lo so che viene la morte, ma non adesso, per favore! Non adesso, ti prego; non adesso! Non io!». La morte è così vicina e non ci pensavamo.

Nonpensavamo che fosse così difficile riconoscere la presenza del Signore risorto…

La crisi della cultura e delle tradizioni religiose, la supremazia della tecnica e della scienza medica e persino la burocrazia che spesso toglie all’ultimo evento terreno della persona quanto di umano e di sacro racchiude, allontanando non solo i parenti più prossimi dal malato, ma il malato stesso dalla propria morte,sono realtà attuali e diffuse, tragicamente affini a quella generale tendenza alla rimozione della morte, la quale per larghi strati della società finisce con l’essere soltanto un problema angoscioso, un appuntamento ineluttabile cui é meglio non pensare. La città secolare da tempo ha decretato l’assenza di Dio o, quanto meno, la sua esclusione dalla vita pubblica.     A dire il vero, per alcuni, in questo tempo di pandemia che ci pone davanti la possibilità della malattia e persino della morte, è molto cambiato l’atteggiamento verso il religioso: ne è nata una qualche nostalgia per chi non ci pensava più e persino quelli che non sanno dove siano le chiese si sono interessati per sapere se siano aperte o chiuse.     Per i devoti e i fedeli credenti, però, quello che era ovvio è diventato problematico. L’antica domanda che mette alla prova il Signore è rinata spontanea: «II Signore è in mezzo a noi sì o no?» (Es 17,7). C’è un bisogno di segni che lo dimostrino, c’è un desiderio sincero di essere confermati nella fede; persino i più ferventi praticanti chiedono di essere rassicurati sulle convinzioni religiose che riguardano l’al di là di questa vita.     Facciamo fatica a credere che la morte può essere sconfitta, che c’è un risorto e che in lui anche noi risorgeremo (1Cor 15,20-23); facciamo fatica a vedere i segni della presenza del Risorto. E’ più facile constatare che «vi è una sorte unica per tutti: per il giusto e per il malvagio» (Qo 9,2). «Perché allora ho cercato d’essere saggio e di vivere bene? Dov’è il vantaggio?» (Qo 2,15).     Non pensavamo che fosse così difficile riconoscere la presenza del Risorto, riconoscere la sua potenza che salva per vie che non sono quelle umane. Siamo chiamati a entrare con fede più semplice e più sapiente nella promessa di Gesù: «In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna» (Gv 6,47), per capire meglio la rivelazione: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3).

Non pensavamo che fosse così necessaria la resurrezione per la nostra speranza, e invece…

Nel linguaggio comune la speranza si è banalizzata a significare un’aspettativa fondata su previsioni più o meno attendibili: «Speriamo che domani sia bel tempo; speriamo che piova al momento giusto, speriamo di vincere…». Le persone che si ritengono serie elaborano progetti, confrontano risorse, mettono in bilancio anche la voce imprevisti, perché è ragionevole aver tutto sotto controllo. Si danno da fare, non si aspettano niente da nessuno, sono convinte che se vuoi qualche cosa devi conquistartelo. Ma quando irrompe il nemico che blocca tutto, che paralizza la città, che entra in casa con quella febbre che non vuoi passare, allora le certezze vacillano, e il verdetto del termometro diventa più importante dell’indice della Borsa.     La percezione del pericolo estremo costringe a una visione diversa delle cose, allora l’unica roccia alla quale appoggiarsi può essere solo chi ha vinto la morte. «Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede» (ICor 15,14). «Ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini» (1 Cor 15,17-19). Il messaggio di san Paolo è chiaro e provocatorio anche oggi per me credente.

Il messaggio della Chiesa

“Davvero il Signore è risorto!” (Lc 24,34). È questo il grido di gioia dei primi discepoli di Gesù e dei cristiani di tutti i tempi. Per la potenza del mistero pasquale, la gloria di Dio si è irradiata nel mondo ed è divenuta forza di vita e di redenzione. In questa luce pacificante ritrova il suo vero significato anche l’esperienza del morire umano. Per chi guarda al Cristo glorificato, la morte non è la fine di tutto ma il passaggio all’incontro con lui e quindi alla pienezza della vita. “Ai tuoi fedeli – recita la preghiera liturgica – la vita non è tolta, ma trasformata”. In questa luce per i cristiani non esiste la morte – se non come realtà biologica – ma esiste solo la PASQUA cioè il passaggio. Nella fede in Cristo risorto e vivente in eterno, venuto perché abbiamo la vita in abbondanza (Gv 10,10), la nostra vita non va verso la fine, ma va verso il FINE cioè Dio.      Nella sua materna sollecitudine, la Chiesa ha sempre tenuto in alta considerazione il momento della morte, cioè del congedo nella fede da questo mondo e del passaggio alla casa del Padre. Lo ha fatto attraverso un’azione pastorale – la “Celebrazione delle Esequie” – che ha sempre visto nel Rito delle Esequie il suo momento culminante, ma ha anche sempre attribuito grande importanza ai gesti che lo precedono e lo seguono.     Convinti della rilevanza di una simile azione pastorale anche per il tempo attuale, anzi ancora di più, e insieme consapevoli dei profondi cambiamenti in atto, la Chiesa non perdel’occasione per testimoniare la visione cristiana della morte nei suoi vari aspetti: annuncio che i nostri morti sono vivi in Cristo e condividono la gioiosa comunione dei santi; ricordo del giudizio di Dio, inteso come invito a riconoscere la serietà del male e la responsabilità della libertà; richiamo al pensiero alla morte non impaurito ma riconciliato e perciò capace di illuminare costantemente la vita; esortazione a comprendere il senso cristiano del suffragio, nella piena convinzione della comunione dei santi.     Nel contesto che viviamo alternativamente e pericolosamente di depressione e di euforia, i discepoli del Risorto sono invitati ad essere testimoni della risurrezione.

Siamo tutti esortati a vivere la certezza (non solo la speranza), quella che fiorisce dal sepolcro vuoto di Cristo, memori che “la risurrezione dai morti è la fede dei cristiani. Per questo essi sono tali.” (Tertulliano, Ap 1).

don Maurizio

Domenica 4 ottobre 2020  – LA DOMENICA DELLA “RINASCITA”

Festa della Madonna del Rosario

(Insieme 39.2020)

Nella nostra parrocchia, come da tradizione, la prima domenica di ottobre non è solo la festa della Conpatrona – la Madonna del Rosario, alla quale tutti i fedeli sono particolarmente legati – ma coincide anche con la ripresa di tutte le attività pastorali, a cominciare da quelle oratoriane e della catechesi.      Quest’anno, poi, questo inizio assume un valore significativo dopo la lunga esperienza di lockdown dovuta alla pandemia. C’è attesa, c’è speranza, c’è voglia di riprendere insieme. C’è una grazia speciale in ogni inizio. Chi si mette all’opera è attratto da una meta da raggiungere, da un risultato desiderabile, dall’intenzione di vivere il tempo come amico del bene.   C’è anche una speciale tentazione in ogni ripresa, quando chi si mette all’opera sembra spinto dall’inerzia e dice: «Ancora? Sempre le stesse cose? I soliti volti, i soliti fastidi, le solite tensioni! i soliti impegni!». Ma c’è anche una domanda carica di attesa fiduciosa: “Come inizieremo quest’anno? “

Dopo il trauma subito, dopo le molte previsioni e le molte smentite, sotto molti condizionamenti e forse inestirpabili paure, avviamo comunque un nuovo anno pastorale.

La sapienza cristiana legge in ogni inizio un’occasione, una grazia, una novità. Tanto più in questo 2020: molte delle solite cose sono da re-inventare. L’impegno che dobbiamo metterci è quello di imparare dall’esperienza vissuta e che stiamo ancora vivendo per essere migliori rispetto a  prima.  Dobbiamo essere docili allo Spirito di Dio e come «ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli: è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (cfr. Mt 13,52).

La ripresa dell’attività ordinaria è il tempo propizio non solo per raccogliere la lezione che viene dai mesi strani e complicati che abbiamo vissuto, ma anche per interrogarci insieme su come dobbiamo riprendere, su quali siano le cose essenziali, quali le zavorre, quale il segreto per l’irradiazione della gioia nel vivere la nostra fede cristiana.      L’arcivescovo Mario ci propone, dunque, di caratterizzare la Domenica 4 ottobre come “domenica dell’ulivo”, nel senso che intende incoraggiare la benedizione e la distribuzione di un “segno” come messaggio augurale. Basterebbe ripensare spontaneamente alla colomba di Noè e al suo segno-messaggio di “rinascita”, di “ripresa”, di “futuro”. Penso che in questo tempo ne abbiamo tutti bisogno: come singoli, come famiglie, come Chiesa popolo di Dio, come società civile.      Nel tempo che abbiamo vissuto, l’epidemia ha devastato la Terra e sconvolto la vita della gente. Abbiamo atteso segni della fine del dramma. La benedizione dell’ulivo o di un segno analogo deve essere occasione per un annuncio di pace, di ripresa fiduciosa, di augurio che può raggiungere tutte le case.      Celebrare questo segno nel giorno in cui ricorre la memoria di san Francesco d’Assisi, nell’anno dedicato a rileggere e recepire l’enciclica di papa Francesco Laudato si’, èun ‘altra occasione ricca di messaggi. Inoltre, per noi parrocchiani di san Martino assume un ulteriore significato: la festa della Madonna del Rosario e la festa del “Via” come inizio della catechesi sono l’occasione per iniziare un nuovo anno pastorale nella intercessione di Maria come “sede della Sapienza”. Ella, donna di fede, abitata dal timor di Dio, fedele al disegno del Padre e del suo Figlio Gesù, lei che custodiva meditando nel suo cuore le parole e le vicende di Gesù ci aiuti in una lettura cristiana delle vicende e delle situazioni, una lettura sapiente, ispirata dallo Spirito di Dio e dalla luce del Vangelo.

don Maurizio

LA SAPIENZA: QUESTA SCONOSCIUTA E TANTO NECESSARIA

Qualche riflessione per entrare nello spirito della lettera pastorale dell’Arcivescovo

(Insieme 37.2020)

Dopo la presentazione-introduzione della lettera pastorale 2020-2021 che abbiamo dato nell’Editoriale dell’Insieme scorso, vogliamo offrire qualche spunto per entrare meglio nello “spirito” e nel “cuore” della proposta pastorale.

Quale potrebbe essere la o le “parole-chiave” della proposta pastorale dell’Arcivescovo 2020-2021? Dopo aver letto la lettera pastorale con l’invito a coltivare la Sapienza di Dio per evitare di essere stolti, la “parola chiave” o il concetto sintetico di tutta la proposta potrebbe essere: discernimento. Per discernimento, infatti, intendiamo la capacità di rileggere la storia con una capacità di interpretare gli avvenimenti e la vita alla luce della Parola di Dio e che consente di comprendere le scelte che siamo chiamati a fare, distinguendo e perseguendo il bene. La pandemia non ha creato tanto delle dinamiche nuove – se non come conseguenze – , quanto piuttosto, in primis, ha portato alla luce alcune che erano già presenti ma delle quali dobbiamo prendere di nuovo coscienza e averne più profonda consapevolezza. Il senso del limite e della fragilità, il significato della malattia e della sofferenza, il dolore della solitudine e il valore della solidarietà, l’impatto provocante con la realtà della morte ma anche il suo oltre come speranza o piuttosto come certezza, sono realtà che chiedono alla nostra società – e a noi – incantata dalla convinzione di un progresso senza limiti, di ripensare se stessa.     Inoltre, il discernimento non è mai un’arte individuale, ma è un’arte relazionale, comunionale; per questo si percepisce, trasversalmente a tutta la lettera, il forte richiamo di papa Francesco nella sera del 27 Marzo: «non ci salva da soli perchè siamo tutti insieme sulla stessa barca».

Colpisce molto quello che l’Arcivescovo, nelle prime pagine della sua proposta, afferma, ossia che l’inizio di questo anno pastorale, più che un tempo di programmazione, debba essere un tempo d’interpretazione e di discernimento su quanto abbiamo vissuto, stiamo vivendo e ci apprestiamo a vivere. Un tempo che ci chiede di ritornare all’essenziale. Un’affermazione, quella dell’Arcivescovo, che sembra un po’ contraddittoria con tutta una lunga serie di proposte concrete che vengono poi indicate per l’attività delle parrocchie. Rimane tuttavia l’invito all’ascolto di competenze e sapienze diverse, anche nei confronti di chi non appartiene alla comunità ecclesiale, per maturare una visione lungimirante della vita pastorale e non chiusa nei limitati orizzonti delle cose da fare pur necessarie.

Perché questo richiamo?  Spesso il rischio è quello di essere maggiormente preoccupati di fornire degli strumenti di programmazione, pure necessari, ma che non sempre nascono da un ascolto attento della percezione del reale. Mi pare interessante il fatto che siamo chiamati anzitutto a un ascolto profondo della realtà e della storia che ci aiuti a orientarci come comunità cristiana ed ecclesiale. Che l’Arcivescovo indichi questo, richiamando l’importanza della sapienza che ritroviamo negli scritti biblici, mi sembra particolarmente significativo, perché la sapienza è quell’arte di trovare la Parola di Dio iscritta dentro le vicende umane, o meglio, illuminate da essa. Non una Parola che scende semplicemente dall’alto, ma che sale quasi dal basso, facendosi carico di ciò che la persona e la comunità vivono.

Altre declinazioni di che cosa sia la sapienza.  Tra le definizioni bibliche spicca quella che afferma che «Il principio della sapienza è il timore del Signore» (Sal 111,10): questo non vuol dire avere paura, ma piuttosto coltivare il “senso” di Dio e del suo Mistero come affidamento. Si tratta di un “senso” – quello di Dio – che va certamente e correttamente recuperato e che la nostra società moderna sembra aver perso o averne dato significati inappropriati.

Sapienza, nel suo significato biblico, non vuol dire sapere tutto o avere necessariamente cultura, ma cercare il senso di quello che viviamo in questo nostro tempo. Per questo la Sapienza è piuttosto il nome di un’arte, di uno stile di vita, che comincia dal lasciarsi ammaestrare dalla situazione. Questo vuol dire, anzitutto, cogliere le domande radicali che la realtà che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo porta con sé. La ricerca della sapienza è come il dotarsi di una bussola, che non esime dalla fatica del cammino, ma che piuttosto, spinge a muoversi senza smarrirsi.     La Sapienza è un dono e, allo stesso tempo, un compito. È un dono che viene dall’alto, come invochiamo nella preghiera. Insieme, però, la nostra preghiera non può essere autentica senza la consapevolezza di un esercizio che ci implichi direttamente.     La Sapienza non si costruisce in maniera individualistica, ma sempre in un esercizio di dialogo, che include una disposizione all’arricchimento reciproco, anche tra fedi diverse.   A questo riguardo, emblematico è il monito che, in maniera davvero struggente, papa Francesco, il 27 marzo scorso, ha pronunciato in piazza San Pietro: «Abbiamo proseguito imperterriti pensando di vivere sempre sani in un mondo malato». Dobbiamo cambiare e farlo tutti insieme».     La Sapienza è un «esercizio di docilità allo spirito», al dialogo fraterno, a valorizzare l’intelligenza umana che, illuminata dalla fede, si predisponga al futuro. Insomma, l’esercizio della sapienza ci porterà anche a una rinnovata intelligenza pastorale.

Un compito lungimirante  Trovo assolutamente interessante e provocatorio il sottotitolo: «Si può evitare di essere stolti». Chiaro, puntuale, va al dunque.  In questo modo, oggi siamo chiamati ad essere credenti moderni che mentre provano a vivere da cristiani con l’aiuto della Parola e dei sacramenti, stanno dentro il tempo e il mondo, condividendo con ogni essere umano la storia nella quale il Signore li pone. Vi si scorge un filo rosso che parte dal Vangelo, passa per la lettera A Diogneto, trova un approdo e un trampolino per un nuovo rilancio nel Vaticano II.

don Maurizio

DIVENTARE SAPIENTI IN QUESTO TEMPO DI RIPRESA DOPO LA PANDEMIA

Presentazione-introduzione della lettera pastorale dell’Arcivescovo: «Infonda Dio sapienza»

(Insieme 36.2020)

Ecco cosa intende offrire alla Diocesi il nostro Arcivescovo Mario come proposta pastorale per questo prossimo anno.

Il punto di partenza, come prima inevitabile riflessione, è quello sul tempo che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo in conseguenza di questa pandemia che ha messo alla prova tanti aspetti della nostra società, della nostra vita e della nostra comunità cristiana e di tanti problemi che ha creato nel mondo intero. Si tratta di una tragedia planetaria, di un dramma profondo difficile da affrontare; è stato ed è un tempo complicato, doloroso, siamo stati costretti anche a riflettere sull’evento della morte. L’immagine più consona è quella del trauma che poi per essere recuperato non può essere dimenticato in breve ma ha bisogno di una riabilitazione che richiede il suo tempo e la necessaria pazienza.     Queste considerazioni ci spingono a capire di più e meglio quanto sta accadendo e come possiamo affrontarlo. Il tema da porre in evidenza è chiaramente un desiderio di Sapienza, la persuasione che abbiamo bisogno di una considerazione Sapiente di quello che è successo e che stiamo vivendo; c’è bisogno di una riflessione di una pacatezza che permetta di richiedere al Signore la Sapienza non come acquisizione intellettuale, ma come quella sapienza pratica che rende saggi nel vivere, nell’affrontare le esperienze della vita.  Due riferimenti sono particolarmente significativi.

Il primo è il memoriale di san Carlo ai milanesi dopo la peste: «conosci Milano, conosci che cosa ti è successo, conosci da dove ti viene questa grazia di essere ancora vivo?» La preoccupazione del Borromeo è far sì che la gente esca dalla peste con una sapienza, con una consapevolezza nuova che permetta di convertirsi, di capire che non si può riprendere a vivere come prima.

Il secondo è il messaggio di papa Francesco rivolto alla gente di Lombardia durante l’udienza del 26 Giugno che possiamo sintetizzare così: «Adesso, è il momento di fare tesoro di tutta questa energia positiva che è stata investita. Non dobbiamo dimenticare.

Due testi che danno buone motivazioni per dedicarci a una ricerca della sapienza.     Nella lettera la proposta pastorale si articola in una parte generale sul tema della sapienza, parte che dovrebbe essere riletta e utilizzata durante tutto l’anno pastorale, mentre per ogni tempo dell’anno ci sarà una lettera più breve, più specifica sui tempi liturgici e sulle iniziative previste. Non dimentichiamo che la vera proposta pastorale è l’Anno Liturgico: quello che forma la nostra fede, le nostre comunità e che orienta il nostro cammino; è la liturgia che ci permette di essere uomini e comunità rinnovate.

Il tema della Sapienza prende spunto dalle domande che meritano di essere ascoltate; bisogna dare tempo perchè le domande emergano e nello stesso tempo la domanda è da interpretare perchè la domanda può essere intenzionata a finalità diverse: alcune domande sono fatte per sapere e imparare come in una lezione; altre volte sono domande fatte per provocare per protestare; altre sono fatte perchè c’è un’autentica sete che cerca l’acqua fresca, quindi domande che sono invocazioni, che sono fame e sete della Parola di Dio. In quest’ultimo senso la domanda è un desiderio di sapienza, di verità, di amore, di luminosa consolazione.

L’ascoltare correttamente le domande diventa inoltre esercizio per interpretare il vissuto: che cosa è successo? che cosa abbiamo provato? in che modo ha reagito la nostra comunità, la Chiesa nel suo insieme, la nostra società? Cosa dobbiamo fare?

Non ci sono però solo le domande, ci sono anche le risposte; non c’è solo la sete, c’è anche la sorgente: ecco la sapienza della rivelazione che non è semplicemente il buon senso. Il percorso che dobbiamo fare è dunque piuttosto quello di pregare, quello di ascoltare la Parola di Dio, di imparare a leggere le Scritture perchè non è già data la sapienza, non è contenuta in modo esauriente nei manuali e nei catechismi, ma viene da Dio, giungendo al punto supremo nella Rivelazione che è Gesù Sapienza di Dio.    Gran parte della Bibbia si può riassumere sotto questo tema della sapienza. Tra tutti i testi raccomandiamo un testo per la lectio durante questo anno pastorale: il libro del Siracide.     Altro tema interessante è “come si cerca la sapienza”, è il tema dell’amicizia come cammino insieme verso la verità. Tema poco frequentato dalla prassi pastorale che spesso considera le persone per il loro ruolo o compito come consiglieri, operatori, corresponsabili. L’amicizia invece esprime uno stile, vuol dire quel tratto di rapporto che è più personale in cui si può condividere le domande, ci si può fare coraggio insieme per andare in una direzione. Di fatto l’amicizia è una categoriamolto preziosa nel Vangelo perchè Gesù nel momento in cui ha portato a compimento la sua rivelazione lo ha fatto nella forma di “confidenza agli amici”: «io non vi chiamo più servi ma amici…» (….); «non c’è amore più grande di chi dà la vita per i propri amici…» (….); «e voi sarete mie amici se farete quello che vi comando…» (….). Nella nostra tradizione abbiamo sempre distinto con un certo vigore l’amicizia dalla fraternità, ma dobbiamo imparare a vivere i rapporti fraterni con lo stile dell’amicizia e – forse – anche viceversa.

Un’altra riflessione necessaria è riconoscere da dove viene il desiderio, il bisogno della sapienza. L’arcivescovo indica tre radici principali che, tra l’altro, ritiene pertinenti al momento che viviamo e che si traducono in proposte pastorale.    La prima radice del desiderio è dare parola allo smarrimento – non si sa cosa sta succedendo, non si sa cosa succederà, non si sa che cosa dobbiamo fare – in modo che diventi invocazione; chi vive nella fede anche nello smarrimento sa di avere un interlocutore; Dio ci ascolta, Dio ci previene, Dio ci ha mandato il suo Spirito, nel dramma, noi non siamo abbandonati a noi stessi. Questo è il modo di cercare la Sapienza più tipico e più necessario: la richiesta nella preghiera. Ecco la proposta di una scuola di preghiera: la sapienza non è solo frutto dell’ascolto di un esperto che ci spiega qualcosa, ma esercizio di preghiera.

L’altra radice della sapienza è il gusto di vedere, di contemplare di dare un nome e un significato alle cose; lo spettacolo della bellezza che suscita lo stupore e suscita una visione serena che riconduce i frammenti a un disegno, che interpreta la vita umana. Ecco la proposta di rileggere l’enciclica di papa Francesco “Laudato Sii” che non è tanto un documento da rileggere ma una visione sapiente della vita, dei rapporti sociali, dei rapporti dell’uomo con l’ambiente in una visione integrale e che per essere acquisita deve essere praticata.

La terza radice è quella che si esprime come “l’arte di stare al mondo”: è la sapienza pratica, è la sapienza che sa interpretare le cose di tutti i giorni. Ecco l’impegno per la buona politica, per la giustizia, per il bene comune, per la cultura.

Nella lettera pastorale sono poi indicati dei percorsi di sapienza.  La sapienza del corpo, cioè l’interpretazione del proprio vissuto corporeo, lasciandosi istruire dal proprio corpo per capire chi siamo, che cosa dice di noi. Abitare il corpo con sapienza vuol dire rendersi conto della nostra bellezza nella fragilità, significa rendersi conto che ciascuno di noi ha bisogno costantemente di cura. Come a dire che la vocazione originaria della nostra corporeità non è quella della prestazione, della performance, quanto piuttosto dell’incontro, della sollecitudine reciproca.    La sapienza tipica del cristiano che è quella della croce che è anche una contestazione della sapienza umana nella misura in cui la sapienza umana diventa orgoglio: cfr la prima lettera di san Paolo ai Corinzi: i greci chiedo sapienza, i giudei chiedono potenza e i cristiani hanno Cristo Crocifisso, sapienza e potenza di Dio. Così questo tema della sapienza non è per fare di noi degli intellettuali, ma per renderci cristiani, vedendo il vertice della rivelazione nella croce di Gesù.  Altro percorso è quello dell’avere una giusta visione di se: contare i propri giorni per avere un cuore saggio; avere il senso del tempo come aiuto a dare un nome all’età che viviamo e alla vita che stiamo conducendo. E’ inevitabile confrontarsi con la sofferenza e con lo scorrere del tempo che porta alla morte. Credo che l’Arcivescovo ci inviti a cogliere, anche in questo abisso, l’opportunità di fare i conti con il limite che noi siamo e della domanda di salvezza che sale dal nostro cuore. Se si sta bene, è facile dimenticare il limite, ma la vera sapienza è appunto sapere, scoprire, capire, ricordarci della nostra fragilità: anche in questo consiste la nostra grandezza.

In conclusione all’Arcivescovo preme anche ricordare una nota di metodo: «si tratta e si chiama proposta pastorale perchè prima di entrare nelle proposte pastorali specifiche, nelle scadenze e nelle cose da fare, io vorrei raccomandare di vivere l’inizio dell’anno dove il tema della sapienza diventi il tema dei nostri incontri: fermarsi a raccogliere le domande e ad ascoltare la rivelazione perchè abbiamo bisogno di una visione sapienziale».  Senza dimenticare che la sapienza è anche quella prudenza che rende audace, che cerca di superare le pigrizie, le paure, l’inerzia che forse il lockdown di questi mesi hanno indotto. Ecco la domenica 4 Ottobre come domenica delle Palme nel senso dell’inizio della ripresa come l’esperienza di Noè al termine del diluvio.    Nel prossimo editoriale continueremo la riflessione sulla lettera pastorale e presenteremo anche una serie di proposte concrete che l’Arcivescovo rivolge alle parrocchie della Diocesi.

don Maurizio

” L’ ANNO PROSSIMO A GERUSALEMME ”

(Insieme 33.2020)

In questi giorni avremmo dovuto proprio essere a Gerusalemme in pellegrinaggio in Terra Santa con un gruppo di 100 persone della parrocchia. Purtroppo con la situazione di pandemia abbiamo dovuto rinviare questo pellegrinaggio all’anno prossimo. Sulle nostre labbra e nel nostro cuore sorge così spontanea e quasi naturale l’esclamazione: “l’anno prossimo a Gerusalemme”, ma in questo modo – quasi senza rendercene conto – diciamo una verità che tutti gli ebrei sparsi nel mondo dicono realmente in determinate circostanze con fede e speranza. Strana e – forse – provvidenziale coincidenza. Vediamo di capirci qualcosa di più.

L’Shana haba’ah b’Yerushalayim (השנה הבאה בירושלים), ovvero L’anno prossimo a Gerusalemme è la promessa che ci si scambia durante la Pasqua ebraica. E’ una promessa dolce: quest’anno, siamo in esilio ma l’anno prossimo il nostro Dio ci consentirà di essere nuovamente a casa.    E’ anche una promessa intimamente antisionista: Gerusalemme può essere solo un dono di Dio, non la si può conquistare con le armi o con la costruzione degli insediamenti. Soprattutto, è una promessa oltre il tempo e la storia. Perchè il giorno in cui saremo a Gerusalemme non appartiene alla nostra vita.

Gli ebrei che vivono nella Diaspora pregano “L’anno prossimo a Gerusalemme!” ogni anno alla fine di Pasqua e dello Yom Kippur. Dopo la distruzione del tempio ebraico, la speranza di vederlo ricostruito divenne una componente centrale dell’ ebraica coscienza religiosa e il modo più comune per gli ebrei religiosi di esprimere speranza per il futuro di riscatto e ovviamente di ritorno nella propria terra.Il Talmud – raccolta di commenti e studi rabbinici – è pieno di dichiarazioni che affermano lo status superiore religioso della Terra Santa, l’obbligo di ebrei a vivere lì, e la fiducia – alla fine – nel ritorno collettivo del popolo ebraico.     La Fede ebraica postula che, sebbene il Tempio di Gerusalemme fu distrutto due volte, sarà ricostruita una terza volta, inaugurando l’ era messianica e la riunione di tutti gli esiliati . Ed ecco che in alcuni rituali ebraici si esprime il desiderio di testimoniare quegli eventi, nella frase L’Shana Haba’ah B’Yerushalayim: “L’anno prossimo a Gerusalemme”.      Per secoli questa è stata solo una promessa spirituale, una speranza che non moriva. Una preghiera. Gradualmente, a partire da centocinquanta anni fa, la clausola è diventata concreta con il movimento sionista; anche il senso è cambiato in un invito a salire davvero in Eretz Israel. All’inizio solo una proposta, una richiesta. Poi, a Giugno del 1948 a Gerusalemme gli ebrei si sono insediati davvero.       Magari fra mille problemi, Gerusalemme era comunque tornata al popolo ebraico, dopo centinaia, migliaia di instancabili ripetizioni di quella formula che continua ad esser ripetuta per il suo senso di speranza nei tempi messianici.      Indipendentemente dall’andare pellegrini in Terra Santa oppure non potervisi recare, tutti dobbiamo coltivare fortissimo il desiderio di conoscere la terra d’Israele, perchè, come afferma misteriosamente il Salmo, «tutti là sono nati» (Sal 87,4-5), perchè carne geografica e umana dell’avventura di Dio nel mondo; un Israele, popolo e paese, che noi dovremmo in ogni caso prediligere, sempre e al di sopra di tutto, tra i nostri amori.      Anche noi pellegrini e non solo, che in tempo di Covid-19 dobbiamo rimandare il nostro progetto, coltiviamo lo stesso desiderio degli ebrei-cristiani di tutti i tempi, anzi nonostante il rinvio, l’occasione di avere più tempo a disposizione ci impegna ancora di più a prepararci e a formarci. Per questo riproporremo, nel corso dell’anno che ci sta davanti per tutti coloro che lo desiderano, un programma con tutta una serie di incontri, quelli già previsti ed altri ancora, ed esperienze che potranno ulteriormente accrescere la conoscenza della Terra Santa e prepararsi consapevolmente al pellegrinaggio.

don Maurizio

L’ “ALPINISTA” GESU’(Terza Parte)

(Insieme 31.2020)

Nell’esercizio della ricerca della sapienza, cioè il “salire per scendere” nelle profondità del significato della vita e delle sue esperienze, abbiamo un modello sublime: il Figlio di Dio, Gesù.

Diverse sono le montagne salite da Gesù, non per il gusto di scalare, ma per ricercare luoghi di più profonda intimità col Padre, luoghi di silenzio e di contemplazione. Alcune di queste montagne spiccano nel paesaggio, altre sono rilievi appena accennati. Talune individuabili anche oggi, come la scarpata su cui si adagia Nazaret (Lc 4,29), la severa impennata che partendo da Gerico culmina con Gerusalemme (Lc 18,35-19,11), il Monte degli Ulivi (Lc 22,39-46), il grumo roccioso del Golgota (Gv 19,17). Altre sono identificate da tradizioni antichissime, come il Tabor, la cima dove Cristo si trasfigurò (Mc 9,2), o la montagna del discorso che cambiò il mondo (Mt 5,1), la salita verso Betania, dove abitavano i suoi amici e da dove ascese al cielo (Lc 24,50). La localizzazione di altre rimane un mistero, come il monte dove Gesù, solo, salì a pregare (Mc 6,46), o a rifugiarsi, scappando dalla folla (Gv 6,14).

Le montagne sono la scena adatta per gesti importanti del Salvatore: in quei luoghi ammaestra, prega, sta con la gente o in solitudine, riceve l’incoraggiamento e l’affetto del Padre, avvolto nella nube; su un monte (la collina degli ulivi), pur provando paura, tristezza, angoscia, si fida e si affida; sopra un’altura si lamenta, grida e muore; da una cima, vittorioso, appare risorto (Mt 28,16). Anche sulle montagne il Figlio incontra e rivela il Padre, il suo, dai tratti inconfondibili: tenace, resistente, affidabile come una roccia, ma come essa vertiginoso.

Tuttavia i Vangeli non provano il medesimo ingenuo entusiasmo riservato da molte religioni e spiritualità alle montagne, quasi fossero in ogni caso luoghi prediletti dell’incontro col divino o luoghi sacrali. La visuale evangelica è più complessa. Infatti la montagna può essere lo scenario dove anche il Maligno agisce volentieri. Satana portò Gesù su un «monte altissimo» (Mt 4,10), millantando una potenza e una forza che non aveva e quindi non poteva offrirgli. Il Signore non ci cascò. Così anche il pover’uomo che, spinto da uno spirito impuro, «continuamente» saliva sui monti, gridando e lacerandosi con pietre (Mc 5,5). I Vangeli avvertono con chiarezza: non tutte le altezze sono divine, tantomeno i desideri e le energie che consentono di raggiungerle!

Dalla vita del Signore traspare una considerazione ben più articolata circa le altezze (montuose e non), le salite e le ascese (montane e non). Lo si nota fin da subito, quando all’inizio della cosiddetta vita pubblica per la prima volta egli è il soggetto del verbo salire, tipico di chi va in montagna: «Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua» (Mt 4,16). L’originale greco non dice uscì, ma salì. Si tratta delle acque del fiume Giordano, il cui nome significa “Colui che scende”, ed è più che mai appropriato. Infatti dalla considerevole altitudine della sua sorgente sul monte Hermon (2.700 metri) scorre fino a cadere nel lago di Tiberiade, a quasi 250 metri sotto il livello del mare. Da quel bacino fuoriesce per insinuarsi nella grande depressione causata dalla spaccatura della crosta terrestre, per sfociare nel Mar Morto, a 400 metri sotto il livello del mare, il punto più basso della superficie della Terra. Il corso del Giordano è una discesa violenta, un precipizio di più di 3.000 metri. Per farsi battezzare, Gesù entra proprio nel Giordano e sale da “Colui che scende”. Questa immagine paradossale è la porta d’ingresso al mistero delle salite di Cristo e delle ascensioni richieste ai suoi discepoli. La sua salita non è frutto dall’eroismo che sfida la forza di gravità, tantomeno deriva dalla presunzione delle proprie forze, non guarda la gravità dall’alto in basso, non la nega come forza che ci attrae verso il basso e ci tenta a cadere, non vi soccombe, ma ad essa si allena. Del resto, la gravità è la medesima potenza che fa cadere e che tiene i piedi ben saldi a terra, permettendo l’equilibrio della posizione eretta. Chi nega la gravità o, presuntuoso, la provoca, prima o poi cade; chi ne rimane succube, non si rialza; chi accoglie le sue possibilità, rispetta le sue resistenze ed è abile a trasformare i suoi blocchi in “blocchi di partenza”, si mette in piedi, cammina e sale. Questo vale anche per ciascuna delle forze che fremono nell’anima, funziona anche per le vette dell’anima.

Il Nazareno sale bagnato dalle acque di “Colui che scende”, perciò si trova a suo agio a percorrere in lungo e in largo la Terra Santa. Essa non si presenta né come un’unica ampia vetta, né come una regolare pianura, ma è tutta un saliscendi, esattamente come il paesaggio di ogni anima. Persino Maria, di cui ricordiamo in questi giorni di mezza estate la festa dell’Assunzione al cielo, ci ricorda l’impegno ad elevarci verso il cielo: Maria si mise in viaggio in fretta verso la montagna (Lc, 1,39)

Anche noi siamo invitatati a “salire e scendere” in un continuo esercizio spirituale che alla fine ci rende sapienti e santi.

don Maurizio

LA BIBBIA E LA MONTAGNA(Seconda Parte)

(Insieme 31.2020)

Riprendo il filo della riflessione dell’Editoriale della scorsa domenica sul tema della montagna come luogo della dinamica del salire in alto per “scendere alle altezze” dell’interiorità come esercizio che propizia la sapienza della vita. In questa prospettiva, comprendere a fondo il radicamento del tema nel contesto biblico si presenta davvero come essenziale. La montagna come cifra spirituale e di rivelazione di Dio è un tema caro a tutta la Bibbia.

L’età dei patriarchi, come ci racconta l’Antico Testamento, ci ha lasciato varie memorie di pellegrinaggi a luoghi santi o a santuari, in genere rappresentati da alture (si tratta dei “luoghi alti” che, secondo la tradizione biblica, sono anche i santuari degli dei venerati dalle nazioni straniere rispetto al popolo d’Israele). Tali luoghi santi possono essere pietre spesso d’origine meteorica (considerate dimore divine: bethel, “casa della potenza”), pozzi come quello di Sichem in Samaria, alberi come la quercia di Mamre: di solito i patriarchi marcano il luogo santo sancendone appunto la santità mediante la costruzione di un altare o di una stele. Sovente, nell’età più antica, si tratta di luoghi sacri della tradizione cananea, di cui il Dio d’Israele in qualche modo si appropria.

Un ruolo speciale, in tutta la tradizione ebraica, è assegnato alle montagne sacre. Il mancato sacrificio d’Isacco ha luogo sull’altura del monte Moriah, che viene tradizionalmente identificato con la collina che sorge leggermente a nord di Sion – a sua volta sede di quella città di Salem sulla quale regna il re-sacerdote Melchisedec, “sacerdote dell’Altissimo” e a ovest del Monte degli Ulivi. Sul monte Moriah verrà eretto nel X secolo a.C. il Tempio di Gerusalemme. Altre montagne sacre alla tradizione ebraica sono il Gebel Musa (Monte di Mosè) al centro del Sinai; il monte Nebo, che si erge immediatamente a est dell’oasi segnata dall’ingresso del Giordano nel Mar Morto e dal quale Mosè contemplò la Terra promessa, nella quale tuttavia Dio non gli consentì di far ingresso; il monte Carmelo(Karm El, letteralmente “Vigna della Potenza”), lo sperone montano, sito nel nord del paese d’Israele, che nel IX secolo a.C. era sacro alla divinità fenicia Baal e sul quale ebbe luogo la tremenda ordalia tra il profeta Elia – e il suo Dio, il Dio di Israele – e i sacerdoti di quel dio (1Re 19,20-40). Più tardi, secondo il racconto evangelico i due profeti cui erano care le montagne sacre Mosè ed Elia – si sarebbero mostrati ai lati di Gesù su un’altra montagna destinata a divenir per questo sacra, il monte Tabor, in Galilea (Mc 9,1; Mt 17,1; Lc 9,27) dove risuona impressionante l’espressione dei tre discepoli che vivono quest’esperienza: «E’ bello per noi stare qui…».

Quella bellezza, nella sua dimensione salvifica, l’ha vissuta anche Gesù, ma di questo parleremo nella terza parte dell’Editoriale. Intanto ti regalo una riflessione poetica.

Tu la conosci una montagna?

No?

Allora cercala, trovala. Arriva in cima, in un giorno in cui ti sembra di non farcela.

Cerca un posto in cui gli occhi possano frugare l’Assoluto,

in cui il cielo sia uno spettacolo privato solo per te.

Siediti. Respira forte, lentamente, ingoia tutta l’aria, assaporandola come non fai da tempo.

Guarda davanti a te verso l’infinito:

e solo allora preparati a buttare via la rabbia, la delusione, la paura e il malcontento.

Sono zavorre inutili.

Fai che ci sia il silenzio, quel suo stesso silenzio.

Aspetta con fiducia e qualcosa succederà. Qualcuno si metterà all’ascolto.

Non chiedere, non proporre, non pensare. Semplicemente mettiti in ascolto.

Avrai di colpo una percezione, capirai qualcosa che ti sfuggiva,

qualcosa su cui non sapevi di poter contare. 

Quella bellezza intorno all’improvviso ti toccherà il cuore.

È tua, ti appartiene e ne fai parte, è dono per te.

Credi, non credi? Poco importa. Cerca il suo ricordo, cerca la sua voce, cerca il suo sorriso.

Verrà. Lui, Dio. 

Tienitelo un po’ vicino, fagli posto accanto a te, e aspetta ancora senza fretta.

Poi guardati di nuovo attorno e guardati dentro: tutto sarà come prima, ma nulla sarà come prima.

Quel posto sarà il tuo santuario, tornaci tutte le volte che ne avrai bisogno.

Lui e la montagna – ma anche qualsiasi luogo dove stai con il cuore – ti insegneranno ad amare

e ad amarti.

don Maurizio

SALIRE LE VETTE DELLA…VITA (prima parte)

(Insieme 30.2020)

Per quest’estate molto particolare, che segue ma è ancora toccata dall’esperienza del Coronavirus, vi propongo un Editoriale in più parti, rivolte soprattutto a chi va in montagna, ma non solo: anche chi andrà al mare o chi resterà a casa o farà qualche uscita fugace, oppure percorrerà il cammino di Dante, potrà trarre giovamento da queste riflessioni. Sono una sorta di preludio a un esercizio sapiente per imparare a leggere il nostro tempo e le nostre esperienze a un livello più profondo; un esercizio che ci proporrà anche il nostro Arcivescovo con la sua prossima lettera pastorale sulla sapienza.

Sapersi inferiori, deboli e fragili e al tempo stesso dignitari di una coscienza. Succede all’essere umano di essere molto piccolo e tanto grande al tempo stesso quando sta in mezzo alla natura. Dentro alla natura si esprime il fascino e una chiara separazione che ci pone in un particolare atteggiamento di riverenza e di responsabilità.      Non ci sono preferenze nella natura, tutto è sacro, l’aria, l’acqua, la terra, il mare, la montagna… anche noi. E’ lei che porta l’essere umano a un bisogno di salire, cercare un punto elevato, che sia più alto dellamisura quotidiana. E’ lei che instilla nel cuore dell’uomo il desiderio della bellezza e di poterne far parte.     La bellezza e la capacità di uno sguardo più ampio, lo sappiamo, ci sono indispensabili per esprimere il fondo misterioso del vivere, nostro e del mondo. Dobbiamo allenare la nostra libertà e la nostra sensibilità a decidere di fare dell’apertura all’infinito la costante della condizione umana e la scala della sua salita al cielo, pur rimanendo fedeli alla terra.     Lo sappiamo: i luoghi alti sono da sempre tra gli spazi preferiti dall’uomo per esprimere il rapporto con la sfera del sacro. Si tratta di una costante antropologica, un codice condiviso per significare la verticalità simbolica del rapporto con il divino, che non a caso spesso abitava le cime dei monti. Nel cristianesimo questo rapporto è più articolato e complesso. E nei secoli le vette hanno visto sorgere cappelle, abbazie e santuari. Potremmo addirittura parlare di una religiosità – o meglio – di una mistica della montagna.     Il mare, sin dall’inizio, ha sempre ispirato avventure collettive facendo nascere la letteratura di mare epica, con l’Odissea, fino a Moby Dick e gli altri capolavori, poiché il fondamento è un’epopea; mentre la montagna ispira visioni e bagliori, una ricchissima antologia di capolavori dove la letteratura sulla montagna è individuale della stessa stoffa della visione del mistico, e del poeta lirico.      L’avventura in montagna, esperita fisicamente o nella pura immaginazione, non conduce da una terra a un’altra, ma dalla terra al cielo. Pare replicare al miracolo originario dell’albero, che affonda le sue radici nella terra, da cui trae nutrimento, per salire verso le regioni del cielo, allontanandosi dall’humus da cui pure nasce. La montagna lega la terra al cielo. Per quanto alta e lontana, quella cima non si è staccata dal suolo, ma lo porta nel cielo.     L’uomo che si avventura verso la montagna, l’alpinista, sente l’impulso a lasciare la terra per salire più in alto, a contatto con le regioni del cielo. Egli sa che non può oltrepassare quel confine se non nello spirito; può solo giungere alla vetta per poi tornare: vuole toccare l’infinito per portarne l’impronta sulla terra, per sentirne la complessità divina.     Da qui nasce la duplice interessante e impegnativa dimensione: dell’alpinista e del monaco, cioè di chi va in montagna con un procedere e un salire sapiente, non certo da sprovveduto turista.     La montagna non è solo incantata e incantevole, è il luogo attraverso cui il divino può passare dal cielo alla terra. La montagna è il luogo supremo di ascesi, la zona dello Spirito. La montagna è lo spazio e il tempo dove salire, fermarsi, sostaree ritornare: qui il viaggiatore non è più simile al marinaio, che giunto al porto lontano salpa e riparte diretto a quello di partenza. Qui, senza la sosta sulla montagna e l’accesso al suo spirito, sarà impossibile un vero ritorno. Si tratta di un ritorno molto particolare perchè diviene conquista di un se stesso a noi stessi ignoto prima del viaggio.     Si può salire solo per scendere…o per ri-discendere, scendere di nuovo, scendere in profondità: dalle altezze verticali alle altezze interiori! Si sale per scendere ed essere più sapienti.

don Maurizio

IMPAREREMO QUALCOSA DAL COVID-19? L’ARTE DEL CHIEDERE LA SAPIENZA

(Insieme 28.2020)

Il desiderio di ripresa e di speranza nel guardare al futuro dopo l’esperienza della pandemia – anche se tutto non è ancora passato soprattutto in diverse parti del mondo -è davvero grande.     Dopo aver scritto e gridato in tanti modi la frase cult “andrà tutto bene”, in questo periodo c’è il rischio di non convertirsi, di non cambiare, di resistere al cambiamento. Si potrebbe riprendere tutto come prima o anche peggio, mancando l’appuntamento con la storia. Ci sono purtroppo alcuni segnali che dicono la voglia di ritornare come prima e che sembrano smentire che qualcosa di drammatico è successo; dobbiamo invece essere migliori rispetto a prima e imparare alcuni insegnamenti.

«Neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi» In questo tempo del Coronavirus, che sembra non avere fine, c’è il grave e molto probabile rischio di non imparare, di non convertirsi e di non cambiare. Viene alla mente la conclusione della parabola di Lazzaro e del ricco epulone nella invocazione del ricco epulone dall’inferno ad Abramo: «Il ricco disse: “Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui: “No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi”» (Lc 6, 26-31).

Per imparare da questo tempo è prima necessario attraversarlo fino in fondo. Con la metafora presa dal racconto biblico dell’Esodo, prima bisogna attraversare il mare e poi c’è un lungo e faticoso cammino nel deserto prima di entrare nella terra promessa. “Il tempo per imparare” è fondamentale per lasciarsi mettere in questione in modo profondo e cambiare, altrimenti  rimarrà retorica l’affermazione più volte ripetuta da tutti: «Non sarà più come prima!». Non c’è purtroppo solo il rischio di non cambiare, ma se non si sente, non si ascolta, se non si impara dall’esperienza, se non si riflette sapientemente, c’è anche il pericolo di andare anche peggio nella comunità ecclesiale come in quella civile.

A questo punto abbiamo davvero bisogno della Sapienza, di una Sapienza che ascolta le domande profonde e ricerca le risposte nella rivelazione di Dio. E’ l’invito che ci rivolgerà il nostro arcivescovo con la prossima lettera pastorale per l’anno 2020-2021

La sindrome del: “sò io come stanno le cose” Non hanno il tempo di imparare – e non sono saggi – quelli che hanno già capito tutto, che sanno già tutto, che giudicano facilmente senza sentirsi responsabili di niente. Se non recuperiamo una visione sapiente dell’esperienza vissuta e che stiamo ancora vivendo, si corre il rischio di non lasciarsi veramente interrogare da ciò che sta accadendo per cambiare il proprio stile di vita, i propri pensieri e la qualità delle proprie azioni.

Trovare il colpevole Non hanno tempo per imparare – e non sono saggi – quelli che trovano sempre il colpevole, il capro espiatorio, dando sempre la colpa agli altri. In questa fase di iniziale remissione della pandemia stanno moltiplicandosi coloro che accusano e spesso sono gli stessi che hanno sottovalutato e deriso la gravità del pericolo. La teoria del nemico negli eventi sociali funziona benissimo.  Non impara niente chi si fissa su un “nemico” come assoluto e quindi riesce a dividere il mondo in due, in modo netto, tra buoni e cattivi. In tal modo si semplifica la vita a se stessi e la si complica agli altri. Se non recuperiamo una visione sapiente dell’esperienza vissuta e che stiamo ancora vivendo, gli interessi personali, di gruppo, di partito o di azienda o di “chiesuola” sono gli unici che contano e non importa chi li paga.

Non fare i conti con se stessi  Non hanno tempo per imparare – e non sono saggi – quelli che in questi giorni non stanno facendo i conti con se stessi. La pandemia crea un “pressing” emotivo pesante, è come una radiografia che mette allo scoperto il proprio modo di essere, le crepe e le fragilità, lo stile delle relazioni, la propria visione del mondo di qua e del mondo di là. Non hanno tempo di imparare – e non sono saggi – coloro che non prendono contatto, al tempo stesso, con la vulnerabilità e la grandezza della propria umanità: le povertà e i limiti, le qualità e le risorse, ciò che sta più a cuore e ciò che dà senso e gusto alla vita. Questo tempo di vero e proprio “tirocinio” nel vivere, così esigente, apre occhi nuovi verso gli altri oltre che verso se stessi. Se recuperiamo una visione sapiente dell’esperienza vissuta e che stiamo ancora vivendo, questo può essere un tempo nel quale si impara molto anche a riguardo di esperienze precedenti. Ma per imparare occorre il coraggio di rischiare e lasciarsi convertire. 

Non mancare l’appuntamento con la storia  In questo momento si apre un tempo delicato e rischioso in cui  re-imparare  a camminare e stare con gli altri, dove c’è chi ha paura e c’è chi ha fretta. Ma il rischio più grave sarebbe quello di non imparare e quindi di non cambiare, ma, come è più probabile, ripetere o peggiorare.

Impareremo qualcosa? Dopo il mare del grave pericolo, come per il popolo di Israele, ci aspetta il cammino nel deserto, per imparare chi veramente siamo (“Come ci stiamo conoscendo? Quali scelte personali sono messe alla prova? Quali interrogativi rispetto al mio stile di vita?”), chi è Dio per noi(“Come è mutata la percezione del volto di Dio? Quale resistenza/lotta e affidamento/resa verso Dio? Come si sta purificando e rendendo più essenziale la fede?”), come si può camminare insieme(“Quali forme di solidarietà viviamo? Come stiamo riscoprendo il senso della  comunione ecclesiale? Quali sentieri stiamo percorrendo nella fraternità e nelle riconciliazione famigliare e sociale?”). Se recuperiamo una visione sapiente dell’esperienza vissuta e che stiamo ancora vivendo, scopriamo che proprio ora c’è un tempo per imparare. C’è bisogno di una riflessione, di una pacatezza che permetta di richiedere al Signore la Sapienza non come acquisizione intellettuale, ma come quella Sapienza pratica che rende saggi nel vivere e nell’affrontare le esperienze della vita.

don Maurizio

DIO: DENTRO O FUORI DALLA NOSTRA STORIA?

(Insieme 23.2020)

Nell’emergenza che stiamo ancora vivendo a causa della pandemia ci sono offerte molteplici sfaccettature della realtà, talune tra loro contraddittorie e altre edificanti. Tra le tante mi sembra di dover constatare che in questo tempo di grave emergenza la cultura, le espressioni della società, le iniziative prese, tutto sia stato fatto nella più o meno inconscia consapevolezza che dovevamo – dobbiamo – “cavarcela da soli”.

Alla televisione e nel mondo dei social tutti sono intervenuti a dire la propria opinione; persino i “big” della musica, dello spettacolo, della scienza e dell’economia, per non parlare dei politici, tutti a lanciare considerazioni, proclami e appelli, ma mai nessuno a parlare di Dio né in bene né in male, come se egli fosse stato estromesso dal nostro mondo. Tutte le reazioni messe in atto dal mondo laico – scienza, tecnica, economia, politica – non hanno minimamente coinvolto Dio, come se fosse ormai dato per scontato che egli sia scomparso dalla scena non solo del nostro tempo ormai secolarizzato, ma anche dal nostro pensiero e dal nostro agire.      Espressioni stereotipate come gli slogan carichi di speranza scritti e colorati del tipo: “andrà tutto bene”, sembravano confermare che comunque ce la saremmo cavata da soli e ne saremmo usciti bene confidando solo in noi stessi. Nessun pensiero e nessun riferimento al senso popolare della provvidenza che pure per secoli aveva istruito non solo i cristiani ma la cultura europea con l’arte letteraria di manzoniana memoria.   Soltanto gli uomini di Chiesa sono intervenuti: alcuni opportunamente e significativamente, altri maldestramente creando persino confusione nel popolo di Dio.

Dobbiamo però anche riconoscere che in questo tempo di coronavirus una buona parte di credenti ha riscoperto la fede e molte persone si sono avvicinate di più all’esperienza spirituale in genere e alla preghiera in particolare.  Abbiamo poi assistito ad una sorta di condivisione della sofferenzae della solidarietà nell’impegno di molti professionisti e volontari. Nell’emergenza del coronavirus è risuonata un’urgenza, quasi una “vocazione” senza frontiere: la compassione, il soffrire insieme, il solidarizzare con i più provati; sentimenti anche se spesso dettati da una spinta emozionale.     Bisogna però riconoscere che questa solidarietà e questa compassione per i cristiani ha un fondamento biblico e la sua motivazione sta nella rivelazione del Dio di Gesù Cristo, un Dio che è tutt’altro che scomparso dalla scena di questo mondo ed è tutt’altro che sordo al grido dell’umanità benchè l’umanità, che ritiene di “cavarsela da sola”, sembra non lo voglia prendere in considerazione.

Penso invece che faccia molto bene al nostro mondo, in questo momento della sua storia, ri-scoprire che nella storia della salvezza il Dio cristiano è apparso non solo come il “Dio-con-noi”, l’Emmanu-El, ma anche colui che ha la capacità di soffrire per amore insieme all’umanità, di sentire compassione degli esseri umani generati quali “figli e figlie”, destinatari del dono del suo amore.     La Bibbia rivela costantemente un Dio che vede la sofferenza del popolo, ascolta il suo grido e “scende” per soffrire insieme a lui. Il nostro Dioècapace di tenerezza materna viscerale. Non è un caso che, nella sua prima rivelazione a Mosè, gli si presenti così: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto, ho ascoltato il suo grido a causa dei suoi oppressori. Conosco le sue sofferenze e dunque “scendo”, vengo in mezzo al vostro dolore per liberarvi» (Esodo 3,7-8). Il nostro Dio è colui che nel Salmo 91 promette al fedele che lo prega: «Nell’angoscia io sono con te» (v. 15). Nella rivelazione del suo Nome santo, ancora a Mosè, egli si manifesta come «il Signore, Dio di tenerezza e di misericordia, lento all’ira, grande nell’amore e nella fedeltà» (Esodo.34,6). E’ un Dio che confessa: «Ho il cuore spezzato, le mie viscere fremono» (Osea 11,8). È un Dio che si definisce padre pieno di compassione (cf. Geremia 31,9) e madre piena di tenerezza (cf. Isaia 49,15).    Ma la rivelazione definitiva di questa compassione di Dio ci è stata fatta da Gesù, che ha narrato Dio come “buona notizia”, spogliandolo di ogni immagine sbagliata. Gesù non solo vive la compassione ma è compassione fatta carne per chiunque incontra, compassione che si china per incontrare chi è a terra, nella debolezza del peccato, della sofferenza o della morte. Quante volte i Vangeli testimoniano che Gesù era «mosso dalla compassione» perché Gesù possedeva questa sensibilità, questa vulnerabilità di fronte alla sofferenza altrui.

Comprendiamo allora perché la compassione dovrebbe essere la prima virtù del cristiano. Dovrebbe inoltre esserlo anche come virtù sociale, quale necessario fondamento alla vita della polis, della città, della società. Condividere la sofferenza degli altri significa rifiutare di considerare la sofferenza come un fatto indifferente e un vivente come una cosa, un oggetto. In questa situazione di epidemia siamo stati spinti alla compassione in diversi modi e abbiamo potuto conoscere la nostra capacità di prossimità
(anche a distanza) e di cura dell’altro.  Si tratta ora di tenere viva questa virtù, esercitarla ascoltando il fremito del nostro cuore e delle nostre viscere. Infatti, l’unica cosa necessaria per gli altri e per noi, nella nostra impotenza e fragilità, è la compassione.     C’è un’esperienza di compassione divina e umana sotto i nostri occhi: l’Eucaristia, un corpo dato e un sangue versato per compassione dell’umanità, perchè nella condivisione della sofferenza e nel dono della vita, l’umanità ritrovi speranza gioia e vita.

Tutto sotto i nostri occhi che vedono e contemplano questo mistero della compassione di Dio: ecco l’Eucaristia celebrata, contemplata, adorata. Ecco le “Giornate Eucaristiche” delle sante “Quarantore”, occasione offerta alla nostra fede per riscoprire questa vicinanza di Dio e vivere di conseguenza. Contemplando e adorando l’Eucaristia forse potremo accorgerci – ancora una volta di più – che Dio non è fuori dalla nostra storia, ma profondamente dentro, dentro anche questo tempo di pandemia.

don Maurizio

LA PREGHIERA…. AL TEMPO DEL CORONAVIRUS (2)

(Insieme 22/2020)

Tutti pregano Dio perchè faccia finire questa epidemia: papa Francesco da solo in due chiese di Roma per pregare davanti a un crocifisso miracoloso e davanti all’immagine della Madonna “salvezza dei Romani”; l’arcivescovo di Milano è persino salito sul tetto del Duomo per pregare la “Madonnina” con il ritornello del famoso canto milanese; la Chiesa italiana ha fatto pregare il Rosario; di nuovo papa Francesco ha addirittura fatto una celebrazione in una piazza san Pietro deserta…Si prega, si prega, si prega….Ma cambia veramente qualcosa? E dunque ritorna la domanda di sempre: a cosa serve pregare? soprattutto se…non succede niente!   Proviamo a trovare qualche ragione per continuare a pregare o per iniziare a farlo o a farlo meglio.

Premessa: pregare non è “dire le preghiere o le preghierine” come ci hanno insegnato da piccoli. La fede è giusto che cambi con la nostra crescita e maturazione umana e spirituale. La preghiera non può rimanere la stessa come la “dicevamo da piccoli”: certo, lo spirito è lo stesso – anche perchè “se non ritornerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3) – ma la forma e le modalità devono essere adeguate alla nostra situazione attuale.     Pregare non è nemmeno provare un’emozione forte in balia di quello che proviamo e dei nostri sentimenti; non è nemmeno una tecnica di meditazione…Pregare è entrare in contatto – o meglio – in comunione, in relazione con Dio. Attenzione però, ogni contatto con Dio è preghiera, ma non è detto che ogni preghiera che facciamo sia contatto con Dio. L’emozione, i sentimenti, le “passioni forti” che qualche volta sentiamo, spesso la “fanno da padroni” anche nella relazione spirituale, ma la preghiera è tutt’altro che “spiritualismo” o predominio del “mi sento”.     Soprattutto pregare non è nemmeno fare o contare su “le magie”, chiedendo quello che vogliamo e attendendoci che si realizzi quanto chiesto più o meno velocemente e in modo corrispondente a quanto richiesto.     La preghiera non cambia la realtà, ma cambia noi stessi: se si sta tanto tempo in comunione con il Signore ci si trasfigura; se si sta con Gesù si impara a pensare, sentire e agire come lui; se ti senti voluto bene nel profondo questo ci cambia: ci si illumina lo sguardo, si distendono i muscoli del viso, si sta meglio e si vede.     Non possiamo pensare che Dio debba vivere al posto nostro e fare le cose al posto nostro, la preghiera non cambia la realtà (o forse si…?), cambiamo piuttosto noi. E se la preghiera ha la potenza di cambiare noi stessi, perchè non pensare che abbia anche la forza di cambiare la realtà?

La storia è piena di eventi che sembrano misteriosamente e provvidenzialmente guidati da qualcuno di più grande. Tra molteplici fatti, vorrei citare solo una annata: quella del 1989.      Nel corso di quell’anno si sono verificati i più incredibili eventi, quelli collegati al crollo, in pochi giorni, del più vasto e feroce impero mai visto sulla terra, dopo decenni di stermini e oppressione, senza neanche un vetro rotto se non la sola caduta di un muro: quello di Berlino. Ed è stata l’unica rivoluzione politica dei tempi moderni dove non è stata versata una goccia di sangue. L’unica nella quale un potere soggiogante la libertà e lo spirito sia stato vinto da uomini inermi e non violenti. Come è potuto accadere? Forse che qualcosa ha potuto la preghiera e la sofferenza di molti compresa quella di un papa ferito a morte eppure salvato dall’intercessione di una Madre celeste?   Lascio la domanda aperta!     Quindi pregare ti cambia lo sguardo: siamo troppo abituati a vedere le cose da vicino e per questo ci sembrano gigantesche e insormontabili; bisogna invece recuperare una visione d’insieme, prendere le distanze da quello che viviamo e provare a vedere il tutto da un’altra prospettiva: questo permette di dare senso alle esperienze che facciamo, persino quelle più faticose e quelle che ci sembrano insensate. Pregare è come staccarsi dalla pianure, salire sull’alto di un monte, vedere le cose dall’alto – che si vedono meglio – entrare in contatto con Dio – non a caso normalmente nella Bibbia Dio si rivela sul monte -e assumere il suo punto di vista, riguardare con i suoi occhi la nostra vita.    Pregare cambia anche il nostro atteggiamento. Se si fa esperienza di Dio, se ci si sente guardati da lui, se ci si sente voluti bene da lui, tutto questo ci cambia perchè ci dà una carica incredibile per affrontare la vita, e come Padre Dio ci dice: sappi che tu sei più grande del tuo dolore, tu non sei la tua tristezza, non sei il tuo dolore, non sei le tue ferite, non sei i tuoi problemi, tu sei unico e speciale, ricordati quanto ti amo e inizia a vivere. Se la preghiera è sincera uno torna a vivere quello che normalmente fa con un atteggiamento diverso, più carico, pieno di speranza.

La questione decisiva della preghiera è che cambia il cuore, donando un cuore da bambino. Potremmo essere chiunque ma di fonte a Dio siamo tutti “piccoli”, siamo tutti figli che non pensano di farcela sempre con le loro sole forze, che non credono di aver capito tutto dalla vita, che non pretendono di essere sempre all’altezza di quello che capita, ma hanno bisogno di stringere una mano sicura che li sorregga e ridoni loro coraggio.    La presenza accanto a noi di chi ci ama cambia tutto come un bambino che da piccolo si fidava della presenza della mamma e del papà anche se poi avrebbe dovuto farcela da solo.    Pregare dunque serve a restare in contatto con Dio a tal punto da ricevere il dono della sua presenza nel tuo sguardo, nel tuo atteggiamento, nel tuo cuore. In termini teologici la preghiera serve a donarti lo Spirito santo che è la presenza stessa di Gesù.     Se pensiamo di restare in piedi da soli con le sole nostre forze, se si pensa di affrontare ogni questione pensando di esserne all’altezza, allora pregare sembrerà superfluo e una perdita di tempo. Se invece siamo convinti che si possa fare meglio e che si possa fare di più a partire da noi stessi, allora pregare sarà di grande aiuto. Pregare cambia la vita e anche quella di chi ci circonda: «prega come se tutto dipendesse da Dio e agisci come se tutto dipendesse da te» (Sant’Ignazio di Loyola). Tutto dipende da noi ma la storia è nelle mani di Dio.

Per chi desidera, molte altre potrebbero essere le piste per continuare e approfondire questo tema; ne offro una attraverso la proposta di un libro: C. M. Martini,Qualcosa di così personale, Mondadori.

don Maurizio

LA PREGHIERA…. AL TEMPO DEL CORONAVIRUS (1)

(Insieme 21/2020)

Vorrei dedicare i prossimi due editoriali al tema della preghiera, tema così tanto consueto e al tempo stesso tanto misterioso che tocca la sfera intima e personaleche spesso ci fa sentire in imbarazzo. Così si esprimeva Padre Martini: «Sento sempre un certo disagio e una certa fatica quando devo parlare della preghiera, perché mi pare che sia una realtà di cui non si possa parlare. Si può invitare a pregare, esortare, consigliare. Ma la preghiera è qualcosa di così personale, di così intimo, di così nostro, che diventa difficile parlarne insieme.» Meglio, dunque, fare esperienza della preghiera, meglio lasciare che ognuno preghi, ma…     Affronto questo tema perchè l’esperienza della epidemia, che ancora stiamo vivendo nonostante una certa ripresa, ha richiamato tanti temi essenziali della nostra vita che avevamo dato per scontati se non addirittura abbandonati. Tra questi temi, la riscoperta della preghiera.  Tra l’altro siamo in un mese privilegiato per la preghiera, il mese di Maggio, dedicato soprattutto dalla pietà popolare a Maria e alla sua preghiera più devota: quella del Rosario.

Nella crisi che stiamo attraversando spesso le persone hanno cercato e continuano a cercare la preghiera. Toccati direttamente o indirettamente dalla malattia, dalla sofferenza, dalla solitudine, direttamente o indirettamente anche dalla morte, ci siamo aggrappati alla preghiera con fiducia per trovarvi conforto e speranza; altre volte, non ascoltati e delusi persino da un Dio che dice di ascoltare ma poi non realizza ciò che chiediamo, la preghiera è divenuta motivo di incredulità se non addirittura bestemmia.     Nel tempo della pandemia e della sospensione degli impegni ordinari e delle relazioni comunitarie, abbiamo avuto più tempo a disposizione e qualcuno ha riscoperto il “tempo con Dio e per Dio”. Abbiamo addirittura trovato nuove forme di comunicazione spirituale “on-line” o streaming, tant’è che ci siamo interrogati sul valore del sacramento trasmesso via Web. Non sono certo mancate esperienze forti e commoventi che nessuno dimenticherà più e che passeranno alla storia, come l’immagine di un papa curvo e zoppicante in una piazza san Pietro deserta che prega da solo davanti a un crocifisso miracoloso per una Chiesa e un’umanità immersa nella tempesta. Persino l’Arcivescovo di Milano ci ha stupiti – con un’azione che forse alcuni hanno giudicato buffa – andando sul tetto del Duomo, tutto solo, a invocare l’intercessione della “Madonnina” tutta d’oro così cara a milanesi, risvegliando in noi l’immagine di “oranti” d’altri tempi.    Ma… abbiamo veramente pregato di più e meglio?    Io credo di si! La preghiera non è un’esperienza perfetta; come ogni relazione di amicizia e di comunione è un cammino di crescita e di approfondimento. Penso che in questo tempo così particolare, ciascuno di noi abbia fatto, nella sua esperienza di preghiera, passi da gigante che neanche avrebbe sospettato di poter compiere. Non dobbiamo però dimenticare la complessità della situazione reale.    La generazione dei nostri nonni, che ora sta drammaticamente scomparendo troppo velocemente, è cresciuta con la preghiera.    La generazione dei genitori sa quantomeno che la preghiera c’è, anche se vive una certa inesperienza in materia e sente che è difficile trovare un tempo, un modo, uno strumento, delle parole per pregare e non sapendo…spesso rinuncia.      I giovani di oggi, aperti a molte cose, trovano a stento persone in grado di insegnare loro a pregare e spesso non le trovano né dentro né fuori le comunità cristiane.      Tuttavia siamo testimoni, in questa fase di ripresa, di un desiderio profondo e sincero di spiritualità. Chi ha avuto dei cari strappati dalla morte senza ricevere o dare il conforto di una carezza o di una presenza, sente l’incontenibile volontà di rivolgere almeno una preghiera e un saluto che oltrepassi la cortina dello strazio della separazione, riponendo almeno la speranza in un Dio che se apparentemente non vince la morte – che è sotto gli occhi di tutti – almeno accolga nel suo regno di luce e di pace. Anche per un cristiano moderno forse credere alla risurrezione e alla vita eterna è troppo complicato eppure fondamentale nel suo essere uomo credente e di preghiera.    Sì, perchè la preghiera è la questione seria della domanda su Dio, anzi ci costringe a fare chiarezza sul Dio in cui crediamo. E sull’onda di queste provocazioni fioccano le domande.     I cristiani credono in un Dio che sostiene nella preghiera. Perchè allora alcune volte lo fa e altre, a volte sovente, non lo fa?  Perchè Dio ascolta la preghiera della persona/comunità A e non quella B? Esaudisce solo le preghiere di coloro che gli stanno particolarmente a cuore?  La preghiera fatta un po’ “così” ma sincera, oppure una preghiera fatta bene ci permette di sopravvivere a crisi minacciose come la pandemia del Coronavirus? Oppure la preghiera non serve a niente, visto che il virus è cieco e non fa distinzioni tra credenti e non credenti e quindi alla fine non ci rimane che il coraggio nel consegnarci al destino?    Qualcuno ritiene che la preghiera esaudita sia quella fatta bene o fatta da un credente che vive senza macchia. E’ ovvio poi che si deve pregare a lungo e intensamente. Ma anche quando tutte queste condizioni sono ottemperate non sembra esservi alcuna garanzia di successo.

Dentro questo orizzonte di domande e di altre ancora, suonano strane le parole di Gesù quando afferma senza ombra di dubbio: «pregate e vi sarà dato» (Mt 7,7; Lc 11,9).    Eppure, anche lui, in una sorta di condivisione, di un essere-con, nel Getsemani Gesù prova terrore e angoscia (cf. Mc 14,33), magari anche e proprio per i suoi discepoli che non sono in grado di vegliare con lui proprio nella preghiera. In ogni caso, bisognerà prestare attenzione come gli ultimi momenti della vita di Gesù e la sua stessa preghiera rivelano un’immagine completamente diversa di Dio.    Proprio nella luce del Vangelo, un ultimo dubbio ci assale: non è che forse sono sbagliate in partenza proprio le nostre domande o quantomeno formulate male?     E allora bisognerà cercare altre piste di riflessione e porre, questa volta, le domande nel modo giusto. Lo vedremo nel prossimo editoriale.

don Maurizio

DAL 18 MAGGIO PROTOCOLLO E NORME DA SEGUIRE  –

LA PAZIENZA DELLA RIPRESA, LE RISCOPERTE MOTIVAZIONI

(Insieme 20.2020)

Dopo tre mesi di gesso, cara grazia se stai in piedi. Osi qualche passo, magari non disdegnando una stampella o una spalla amica. E’ certo che a nessuno viene in mente di correre.

Il Protocollo sottoscritto dal Presidente della Cei, dal Presidente del Consiglio, dal Ministro degli Interni e adottato dalla Diocesi di Milano con ulteriori precisazioni,intende «tenere unite le esigenze di tutela della salute pubblica con le indicazioni accessibili e fruibili da ogni comunità ecclesiale per celebrare i misteri della nostra salvezza ma nella tutela del bene della salute per tutti. Declina così parole d’ordine inderogabili come distanziamento, protezione, scaglionamento, controllo.

Certamente avvertiamo il rischio – reale – che queste «necessarie misure da ottemperare con cura» penalizzino il senso dell’Eucaristia e del suo frutto, la sua bellezza sommamente desiderabile di comunione grata con il Signore Gesù e di comunione ecclesiale con i fratelli.

Questa ripresa non può soltanto essere contrassegnata dalla volontà di eseguire puntualmente ogni dettaglio. Deve, invece, portare con sé sentimenti e atteggiamenti nuovi e riscoperti che ci aiutano a ritrovare nell’Eucaristia «la fonte e il culmine» della vita cristiana.

Deve rinascere una motivazione più convinta e sostenuta da un desiderio sincero e grande di incontrare il Signore, di celebrare il Suo Amore.

C’è un passaggio nella Sacrosanctum Concilium, la Costituzione del Concilio Vaticano II sulla liturgia, che merita di essere riletto e attuato con una disposizione del cuore nuova: «I fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma (…) partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente» (n.48). I tre avverbi (consapevolmente, piamente, attivamente) meritano la nostra attenzione e possono fare di questo ritorno una rinascita delle nostre comunità che sono generate dall’Eucaristia e trovano nell’Eucaristia la Parola, il Pane e la comunione per il cammino.

Osiamo dunque qualche passo, con pazienza, nell’attesa di condizioni che gradualmente consentano di celebrare ancor più degnamente e nella libertà consapevole l’Eucaristia.

Andiamo a nostro agio nella storia, proprio sopportandone i disagi, con responsabilità civica e gioia del Vangelo.

don Maurizio

E Dopo?… Per un approccio “sapiente” al dopo-dramma della pandemia

(Insieme n.19/2020)

E’ davvero paradossale e, fino a poco tempo fa impensabile, come l’infinitamente piccolo, il microscopico possa mettere in totale crisi l’efficienza del nostro mondo tecnologico, e come i giganteschi e complessi meccanismi della globalizzazione si siano bloccati. Questo nostro mondo, gigante tecnocratico, ha sperimentato di avere i piedi di argilla.      Quello che è ancora più sconcertante è che le nostre acquisite convinzioni di essere potenti e di avere capacità intellettive, scientifiche, imprenditoriali e di sfruttamento pressoché illimitate, siano state sconfessate da qualcosa di impercettibile, che si può osservare solo col microscopio elettronico.      Quello che abbiamo sempre rinviato o trascurato perché non immediatamente produttivo o redditizio, quello che non abbiamo mai considerato con attenzione perché presi dai ritmi infernali della quotidianità, come i grandi temi dell’esistenza, ora siamo costretti a riconsiderarlo in tutto il suo spessore e portata. Ora comprendiamo come i grandi temi della vita, della morte, del dolore, della sofferenza, della dignità umana e delle relazioni abbiano bisogno non solo di un approccio tecnico-scientifico-organizzativo, ma sapiente, di una sapienza che permette di cogliere non solo i meccanismi bensì i “perché”, il loro senso.

Da questo punto di vista il messaggio cristiano ha una sua potenza che, in una società secolarizzata e tecnocratica come la nostra, forse vale la pena recuperare, non perché il Vangelo abbia soluzioni a portata di mano, ma perché innesca processi che meritano di essere seguiti, in quanto conducono oltre la soglia della paura e dell’angoscia che stiamo sperimentando come non mai.      Positivamente dobbiamo però dire che le difficoltà in tempo di pandemia hanno risvegliato le nostre migliori energie suscitando senso del dovere, abnegazione verso gli altri, spirito di solidarietà, fratellanza non più forzata ma scelta come stile di vita.      Molte altre potrebbero essere le considerazioni in questo tempo forzatamente fermo che ora volge alla ripresa. Tra le altre, una cosa è certa: l’esercizio del pensiero sarà quello che maggiormente dovremo esercitare perché questa esperienza ci istruisca.     Non dibattiamoci troppo su come devono essere la “fase 2, 3 , 4…” fino alla normalità; sicuramente il “dopo” sarà altrettanto importante come il sofferto presente, perché la memoria di ciò che si sta vivendo non passi senza renderci migliori e ci insegni a vivere bene nella verità.

Ma la domanda e proprio questa? Ma cosa succederà dopo? Quando il mondo riprenderà il suo cammino, quando anche questo virus sarà vinto, a che cosa assomiglierà la nostra vita dopo? 

Dopo dovremo riscoprire la domenica!     Ricordandoci quello che abbiamo vissuto durante questo lungo confinamento, decideremo che ci sarà un giorno alla settimana in cui è necessario cessare di lavorare, perché abbiamo scoperto quanto fa bene il fermarsi; una lunga giornata per fermarsi e gustare il tempo che passa dedicandolo a Dio, a noi stessi e agli altri intorno a noi.

Dopo dovremo riscoprire la famiglia e le relazioni affettive!     Quelli che abitano sotto lo stesso tetto e costretti in casa insieme, a parlare, a giocare, a occuparsi degli altri e a telefonare agli amici hanno imparato la bellezza, a volte ostica, delle relazioni.L’arte della gentilezza, della buona educazione e del buon vicinato saranno le basi di una società meno fredda e anonima. Riscopriremo le relazioni come esperienza fondamentale non solo per vincere il senso di solitudine, ma per comprendere che nessuno si salva da solo e che l’altro è prezioso per la mia vita.

Dopo dovremo riscoprire la saggezza!     Scriveremo nella Costituzione che non si può comprare tutto, che bisogna fare la differenza tra bisogno e capriccio, fra desiderio e cupidigia; che un albero ha bisogno di tempo per crescere e il tempo che prende il suo tempo è cosa buona. Che l’Uomo non è mai stato e non sarà mai super-potente e che questo limite, questa fragilità inscritta nel profondo del suo essere è una benedizione perché è la condizione di tutte le forme di Amore. L’umile considerazione dei propri limiti e fragilità smonta ogni pretesa di presunzione e orgoglio; queste ultime sono l’anticamera per schiacciare il prossimo e veicoli della “cultura dello scarto”.

Dopo dovremo riscoprire la gratitudine!     Dovremo applaudire ogni giorno, non soltanto il personale medico ma anche gli spazzini, i postini, i fornai, gli autisti e tante altre persone che quotidianamente, nascostamente e con senso del dovere consento la vita ordinaria di ciascuno di noi. In questo lungo periodo di desertoabbiamo percepito meglio l’utilità del servizio dello Stato, la dedizione al Bene Comune. Applaudiremo perciò a tutte quelle e quelli che, in una maniera o nell’altra, sono al servizio del prossimo e, soprattutto, ce ne accorgeremo.

Dopo comprenderemo ancora di più ed eserciteremo meglio la pazienza!     Decideremo di non arrabbiarci nelle file d’attesa o per i contrattempi della vita. Perché avremo riscoperto che il tempo non ci appartiene; che Quello che ce l’ha dato non ci ha fatto pagare niente e che decisamente, no, il tempo non è denaro. Il tempo è un dono che riceviamo ogni minuto, e che ogni situazione dataci dal tempo è occasione di grazia, una possibilità di vita che costruisce il futuro e addirittura determina l’eternità.

Dopo dovremo coltivare maggiormente il senso di umanità!     Ci ricorderemo che questo virus si è trasmesso fra di noi senza fare nessuna distinzione di colore della pelle, di cultura, del livello del reddito, di religione, di età o di stato sociale. Semplicemente si è trasmesso perché apparteniamo alla specie umana. Semplicemente siamo degli umani. E come nel corso della storia abbiamo imparato che possiamo trasmettere il peggio, così possiamo anche trasmettere il meglio, anzi avvertiamo che c’è dentro di noi una spinta misteriosa e irrefrenabile a dare il meglio forse perchè siamo figli…di uno stesso Dio.

Dopo dovremo riconsiderare la fede non come esercizio bigotto, ma significato essenziale della vita e delle sue esperienze!     Nelle nostre case, nelle nostre famiglie, ci saranno numerose sedie vuote e piangeremo quelle o quelli che non vedranno mai questo dopo. Ma quello che abbiamo vissuto sarà così doloroso e così intenso che avremo scoperto il legame che c’è fra di noi, quella comunione più forte di ogni distanza o separazione. E sapremo che questo legame di comunione è lo stesso desiderio di Dio che non ci ha fatti per la morte ma per la vita, non per la solitudine ma per la gioiosa relazione senza fine.

Dopo?     Il dopo sarà differente di prima, ma per vivere questo dopo, dobbiamo attraversare il presente. E ciascuno dovrà metterci del suo in questa lenta trasformazione di noi stessi.

don Maurizio

CHE TEMPO CHE FA. CHE TEMPO CHE FARA’. MA CHE TEMPO E’ QUESTO?

(Insieme n.18/2020)

Prendo spunto dalla nota e seguitissima trasmissione televisiva di Fabio Fazio almeno per lasciarmi suggestionare dal titolo. Soprattutto in pandemia questo sembra essere il tempo delle parole. Parole, parole e ancoraparole. Il tema dell’abbondanza delle parole pronunciate in questo tempo di emergenza planetaria aveva introdotto l’editoriale precedente (domenica 19/4). Ma così si corre il pericolo che le parole finiscano o meglio che siano sfinite e non dicano più la verità che dovrebbero dire.

Forse è meglio che questo tempo sia abitato dal silenzio; anzi non dobbiamo aver paura del silenzio. Non è il caso di fare sempre qualcosa, di tenere costantemente accesa la televisione o di stare davanti al computer o ai social, e non dobbiamo nemmeno riempire di cose e rumori i nostri spazi vitali. Si può – anzi si deve – restare in silenzio e pensare ascoltando il silenzio e renderlo fecondo: pensare ci rende più umani, più consapevoli, più intelligenti ma di una intelligenza sapiente. Sapienti, possiamo esserlo anche noi e penso che esistono veramente i saggi: uomini e donne che prendono il tempo per pensare, gente che non ama parlare molto – soprattutto a sproposito – gente che non pronuncia giudizi affrettati, gente capace di ascoltare, gente umile, gente convinta che il principio della sapienza è il timore del Signore. Ecco questo è il tempo, nel silenzio, per pensare!

Il silenzio è poi una delle condizioni migliori per la preghiera. Ecco questo è il tempo per imparare di nuovo a pregare magari insieme in famiglia. Dato che le parole sono sfinite, finalmente la preghiera diventa, come dovrebbe essere sempre, silenzio, ascolto che si tramuta in dialogo essenziale, nostalgia del celebrare. Questo è il tempo per consentire allo Spirito Santo di dare voce alla nostra interiorità e all’unica parola che bisogna saper dire nella preghiera: «Abbà! Padre!».    Ecco questo è il tempo per pregare!

Papa Francesco, nella sua potente omelia del 27 marzo scorso in una piazza San Pietro deserta, ha ridestato le coscienze di tutti con parole che indicano una rotta nuova: «La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. […] In questo nostro mondo, che Tu – o Dio – ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta».  L’epidemia, con le restrizioni che genera, ci ha obbligato a compiere una salutare decelerazione, un forte ridimensionamento del ritmo quotidiano. Siamo così costretti a riappropriarci del tempo vissuto, cioè quello interiore che ha la preminenza su quello cronometrato, quello delle cose da fare. Abituati al “tutto e subito”, a ordinare merci da una parte all’altra del mondo e a ipotecare il futuro programmandolo efficientemente, il coronavirus ci ha costretti a riconsiderare di nuovo la bellezza di un tempo “perso” in un abbraccio, in uno sguardo lento e profondo, in un desiderio di relazione che chiede anzitutto “il stare”.   Ecco questo è il tempo per riappropriarci del tempo interiore!

Siamo persino capaci di ipotecare il futuro come se fosse nostra proprietà. La pubblicità fa di tutto per convincerci della nostra terrena immortalità: dalla crema anti-rughe alle polizze anti-tutto, tutto è pensato come se la nostra sorte fosse definitivamente ancorata a questa terra. La verità è che abbiamo dimenticato una delle preghiere più belle – ma anche più scomode – contenute nella Bibbia. «Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» (Salmo 90,12). Viene alla mente anche il salmo 48: « Ma l’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono».   Ecco questo è il tempo di riconoscere che il tempo non è nostro!

La cosa grave è che non l’abbiamo semplicemente dimenticato: l’abbiamo s-cordato, «tolto dal cuore», eliminato dalla nostra consapevolezza più profonda. Ma c’è di più! Questo virus ci sta facendo scoprire più che mai fragili, noi che pensavamo di essere tecnologicamente evoluti, a sfoderare soluzioni d’avanguardia per ogni imprevisto. L’epidemia ci obbliga a confrontarci, oltre che con la solitudine, con i limiti e la mortalità. La situazione attuale ci fa comprendere che la vita è una sopravvivenza continua perché esistono limiti, obblighi, fragilità. Con il Coronavirus abbiamo capito che siamo vulnerabili e, se mai ce ne fosse bisogno, siamo stati richiamati al fatto che non siamo immortali. Questa sarebbe una di-sperazione se non avessimo il messaggio cristiano. Se l’orizzonte è l’eternità le cose cambiano. Non la fragilità è il problema, ma le risposte che a essa si possono dare.       Non pensavamo che fosse così necessaria la resurrezione per la nostra speranza. Normalmente nel linguaggio comune la speranza si è banalizzata a significare un’aspettativa fondata su previsioni più o meno attendibili. Le persone elaborano progetti, confrontano risorse, mettono in bilancio anche la voce imprevisti, perché è ragionevole aver tutto sotto controllo. Si danno da fare, non si aspettano niente da nessuno, sono convinte che se vuoi qualche cosa devi conquistartelo. Anche le persone serie dicono talvolta «Speriamo» e incrociano le dita: è più una scaramanzia che una speranza.    Ma quando irrompe il nemico che blocca tutto, che paralizza lacittà, che entra in casa con quella febbre che non vuol passare, allora le certezze vacillano.    La percezione del pericolo estremo costringe a una visione diversa delle cose. Quando si intuisce che qualcuno in casa deve affrontare il pericolo estremo, allora l’unica roccia alla quale appoggiarsi può essere solo chi ha vinto la morte. «Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede» (1Cor 15,14). «Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini» (1Cor15,17-19).   Ecco questo è il tempo per riscoprire la speranza cristiana e il messaggio evangelico della vittoria sulla morte – sua e nostra – di Cristo Risorto.

don Maurizio

PASQUA E PANDEMIA:  UN BINOMIO INOPPORTUNO O UNA FOLGORANTE INTUIZIONE?

Molte sono le parole che in questo tempo di pandemia vengono pronunciate da più parti; alcune vogliono essere autorevoli, altre decretano regole, altre ancora, come persino quelle della fede, cercano di infondereconsolazione e speranza, di generare coraggio per intraprendere il cammino verso la luce. Un fiume di parole che fa dire all’arcivescovo di Milano che dopo tanto intervenire desidera tacere e dare solo la benedizione del Signore. Ma tutte queste parole, comprese quelle della fede, devono fare comunque i conti con la realtà di sofferenza spalmata trasversalmente su questa umanità dolente che spesso ha la sensazione che nulla può più darle consolazione, perché sembra che persino Dio l’abbia abbandonata ed estromessa dal sacro fiume della vita!

Così è stata anche la disperazione del grande compositore Georg Friedrich Händel. Per Händel questa esperienza di senso di abbandono avvenne in una soffocante notte di agosto del 1741: la vena creativa era prosciugata, nessuno gli commissionava nuovi lavori e i soldi erano finiti. A 56 anni, senza musica, era perduto e voleva morire: «In un accesso di collera pronunciò le parole di Colui che moriva sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”». Parole che fanno oggi pensare a una persona sola e in fin di vita a causa del virus; e che ricordano quei momenti in cui sembra di aver perso tutto: l’ispirazione, la fiducia, la speranza, la vicinanza degli altri e di Dio.

Questo abisso è in realtà un «passaggio» esattamente come il significato ebraico di Pasqua: anche Cristo sperimenta il muro invalicabile della solitudine, ma lo trasforma in apertura. Il Figlio infatti – come sappiamo – chiede al Padre perché l’abbia abbandonato con le parole iniziali del profetico Salmo 21, che non sono un urlo disperato, ma l’atto di fiducia di chi, non potendo più confidare nelle proprie forze, si affida, come mostrano le sue ultime parole: «Padre, nelle tue mani affido la mia vita». Voler ricevere la vita dal Padre: questa è la fede, dono dato a chiunque accetti di non potersela dare da solo. La scelta del silenzio di Dio non è per stroncare una vita, ma per lasciarle esprimere la sua massima potenzialità: quella di donare per generare, quella di riconoscere che un Altro dà la vita!

Quando perdiamo ciò su cui puntiamo di più (amore, affetti, carriera), la vita ci si mostra nella sua nuda fragilità e: o ci si perde o ci si ritrova una volta per sempre, come accadde a Händel. In preda all’angoscia del suo Getzemani personale, si alzò ed entrò nello studio: sul tavolo c’era una busta dimenticata. Gliel’aveva recapitata un amico poeta, era il testo per una composizione sacra, che solo lui poteva musicare: «Alle prime parole tremò. “Consolazione”, così iniziava. Quella sola parola, “Consolazione!”, emanava un potere magico, anzi no, non una parola ma una risposta, la risposta di Dio, che scendeva dai cieli fino al suo cuore dolente. «Consolazione»: una parola creatrice, generatrice! Non aveva finito di leggere e già le parole si scioglievano in melodia e canto. Dio aveva risposto proprio a lui. E così sgorgò il “Messiah”, capolavoro noto a tutti perché almeno una volta ne abbiamo sentito il portentoso Alleluia corale. Per tre settimane Händel si «abbandonò» alla creazione, riconoscendo che ad un Altro era debitore per quanto fatto.

Così il 6 aprile del 1759, 74enne, cieco e malato, presagendo il «passaggio» finale, volle dirigere di persona il Messiah: era il suo ad-Dio. Pochi giorni dopo, il 14 aprile, sabato santo, entrava nella vita eterna dalla porta che s’era aperta con la sofferta bellezza della sua opera.

La Pasqua è proprio la risposta ad ogni dolore umano che si affida; è l’opera che Dio fa per restituirci la somiglianza con Lui: essere creatori di vita, creatori del bene, del bello, del vero. Come Cristo sulla croce in quel «tutto è compiuto», noi ci realizziamo portando a compimento le potenzialità della vita nostra e altrui, ciascuno nel suo ambito. Fatti per ricevere e dare vita (creare e crescere hanno la stessa radice), quando creiamo qualcosa di vero, bello e buono, anche minimo, cresciamo e facciamo crescere il mondo. Se invece siamo preda di forze distruttive, tendiamo a strappare la vita a cose e persone: de-cresciamo e facciamo de-crescere il mondo.

La Pasqua serve a ritrovare la gioia di «fare la vita», in e attorno a noi, diventando noi stessi il «passaggio» attraverso cui l’Amore entra nella storia, grazie a ciò che creiamo. Così fu per Händel, che salvò se stesso e tanti uomini abbandonati, attraverso la musica che pensava di aver perso. In realtà aveva perso Dio e con la musica, quello che meglio sapeva fare, lo ha ritrovato.

Anche noi in questo tempo di pandemia siamo chiamati a dare il meglio di noi stessi per combattere un male ma con le armi del meglio di noi stessi. Anche questo è Pasqua!

don Maurizio

La Messa al tempo del “Corona virus”

Certo fa impressione per noi preti celebrare l’Eucaristia con la chiesa vuota senza partecipazione di popolo per questa emergenza dovuta all’epidemia. Più che impressione, il fatto genera una sorta di sofferto dispiacere perchè si celebra l’Eucaristia – il dono della vita di Gesù – non per se stessi, ma per la gente, addirittura per la salvezza del mondo intero. Da questo punto di vista la celebrazione ha valore comunque anche se non ci fosse nessuno presente, perchè chi celebra la Messa compie un sacramento memoriale efficace – qui ed ora – dell’opera di salvezza di Dio.     Certo fanno anche impressione le diverse reazioni dei fedeli alle restrizioni imposte dalle ordinanze civili e religiose a proposito della partecipazione all’Eucaristia. Persino la più che giustificata possibilità di seguire la Messa attraverso i mezzi di comunicazione sociale genera un confuso dibattito. Sono reazioni diverse e motivate a volte da vera fede, altre volte dall’abitudine o da sentimenti più o meno emozionali. Fa impressione anche il fatto che ci siano reazioni diametralmente opposte che passano o da una rassegnazione ammutolita o da una protesta veemente, quasi si dovesse a tutti i costi essere noi i salvatori dell’ortodossia e i difensori della potestà divina.     Certo che questo digiuno di partecipazione alla Messa dovrebbe farci riflettere molto su un fatto che rischia di passare inosservato o almeno di non creare sufficiente e seria consapevolezza in chi normalmente, da buon cattolico praticante, partecipa ai riti domenicali e feriali.
Il fatto è – basta uno sguardo realistico e non solo statistico – che comunque assistiamo inesorabilmente a una continua e accelerata disaffezione alla partecipazione alla santa Messa.  Basta entrare in una qualsiasi chiesa e sperimentare una sorta di sconcerto. Raramente si trova una liturgia cantata o gioiosamente animata, e quasi sempre il prete è solitario sull’altare e nel presbiterio, nel quale entra solo qualche laico – di solito sempre gli stessi – per le letture. Dall’assemblea proviene qualche risposta, spesso scoordinata, faticosamente scandita con convinzione, qualche versetto ripetuto in modo stanco; vi è l’ascolto della parola di Dio e dell’omelia e poi, di nuovo, la recita di un copione con interventi rari e brevissimi da parte dei fedeli. E poi, alla fine, ognuno se ne va per la sua strada. L’impressione che spesso si ricava è quella di “assistere alla Messa”, non di parteciparvi realmente. Tutti sono spettatori di un cerimoniale ripetitivo e relativamente convinto, anche perchè forse poco si comprende il linguaggio della liturgia al quale si da un assenso senza veramente comprenderne il contenuto: si ripete meccanicamente “amen” – così sia – ma a che cosa? siamo proprio convinti di aver capito quello a cui si risponde?     E le domande incalzano: ma non c’è stata una riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II, affinchè la liturgia eucaristica fosse “partecipata” e i fedeli non assistessero alla Messa ma si sentissero Chiesa che celebra la sua fede? Come mai, soprattutto nel mondo giovanile ma anche per una larga fascia di adulti manca l’interesse e l’entusiasmo? Perchè non si riesce a trovare la gioia di celebrare insieme la risurrezione di Gesù Cristo e sembra invece che sia la noia a farla da padrona?     Questa diagnosi non vuole essere scoraggiante, ma piuttosto scuoterci e stimolarci.
Sono personalmente grato al Signore e molto edificato dalla devozione di molti che partecipano e si accostano all’Eucaristia: quante storie e vite di santità. Tuttavia credo che dobbiamo riflette un po’ più a lungo e in modo più approfondito senza nasconderci dietro giustificazioni di carattere sociologico come la diminuzione dei credenti dovuta alla secolarizzazione.
Dobbiamo avere più coraggio nel ragionare sulle nostre celebrazioni eucaristiche sapendo che non basta solo qualche ritocco liturgico.
Dobbiamo soprattutto reagire individuando percorsi che suscitino motivazioni e interesse, cercando forme e modi più coinvolgenti e partecipativi. Dobbiamo coltivare la consapevolezza che dove non c’è l’Eucaristia, là non c’è la Chiesa.     E’ anche vero che la nostra comunità parrocchiale cura molto bene le celebrazioni con la serietà e la preparazione di tanti suoi volontari, dai cantori ai lettori ai ministri straordinari della comunione eucaristica. Stiamo persino dando alle stampe un nuovo Libro dei Canti per aiutare l’assemblea ad esser più partecipe. Persino l’Arcivescovo Mario ci ha fatto i complimenti durante la sua visita pastorale. Ma tutto questo come può spronarci a fare in modo che l’Eucaristia sia ancora di più il culmine e la fonte della vita di fede?     Forse il “Corona virus”, con le sue devastanti conseguenze soprattutto per la salute delle persone e che ha costretto persino alla restrizione delle celebrazioni, forse ci costringerà a interrogarci su un desiderio più profondo e autentico – che del resto già sperimentiamo in questo tempo di astinenza – di partecipare all’ Eucaristia, ma non per moltiplicare le Messe o assistervi per chissà quale dovere di coscienza, ma perchè ci sia “più Messa”.

don Maurizio

L’IMPOSIZIONE DELLE CENERI
Iniziare il cammino quaresimale con un gesto forte da riscoprire in tutto il suo significato

Forse troppo abituati o forse troppo assuefatti alla tradizione, iniziamo la Quaresima con questo gesto tanto strano quanto considerato dai più scettici un po’ “macabro” – la cenere sul capo o sulla fronte: per i più giovani insensato e medioevale e per i cattolici più ferventi segno di austerità e di penitenza – senza, però, poi ben capire cosa bisogna fare concretamente per essere austeri e perché mai fare penitenza.
Certo, il segno non aiuta a pensare positivo: la cenere fa pensare a qualcosa che richiama fragilità e debolezza; a qualcosa che si è sbriciolato, polverizzato, fino alla distruzione, tanto che stentiamo a trattenerlo tra le dita.
Ma se pensiamo al fatto che il gesto della imposizione delle ceneri viene accompagnato da parole importanti del Vangelo e dal segno della Croce tracciata sul capo o sulla fronte – che è un chiaro richiamo alla potenza della Pasqua, segno di morte e di risurrezione alla pienezza della vita – allora, forse, questo gesto/segno ha in sé un significato, un valore e una forza insospettata e davvero generativa di vita nuova.
Questo gesto/segno è il richiamo alla vita nuova di chi si impegna a rendere meno banale, meno indifferente a Dio, meno chiusa ai fratelli, meno noiosa a noi stessi, meno insignificante la nostra esistenza.
E’ un gesto/segno penitenziale che però esprime la volontà di intraprendere con entusiasmo, personalmente e insieme, un itinerario di conversione, che è sempre l’itinerario del credente che impara a diventare discepolo seguendo – andando «dietro» il suo unico Signore e Maestro, Gesù.
Così la “cenere” diventa un segno di umiltà, ma anche un distintivo di fierezza, forza e speranza cristiana.
Il gesto/segno della imposizione delle ceneri ci dice che:
siamo sempre “catecumeni” che iniziano il loro itinerario verso la Pasqua, cioè dei battezzati così mai coerenti col proprio battesimo, che tuttavia tendono ad una più intensa luce.
Il gesto/segno della imposizione delle ceneri ci dice che:
siamo sempre “penitenti” che cominciano il cammino di misericordia verso la riconciliazione, ma ora lo sono con sensibilità più viva e pacifica, persino serena, giacchè al fondo dei giorni quaresimali c’è l’abbraccio della pietà di Dio per tutti.
Il gesto/segno della imposizione delle ceneri ci dice che:
siamo sempre pellegrini che salgono con Cristo verso Gerusalemme, nonostante le fatiche, le incomprensioni, le infedeltà o anche i momenti di fascino sperimentati sulla strada percorsa con lui.
Il gesto/segno della imposizione delle ceneri ci dice che:
siamo sempre discepoli in cammino «dietro» a Gesù. Essere discepoli ci impegna ad andare “dietro”, a seguire, cioè comporta un’identificazione con Gesù, assumendo il suo stile di vita, il suo progetto, il suo destino. Il cammino del discepolo “dietro” a Gesù non è fissato in anticipo, ma si definisce per ciascuno man mano che avanza il cammino con e di Gesù.
Quel segno delle ceneri che riconosce una “fragilità” diventa gesto che contiene in sé una promessa, una speranza e dice l’impegno a mettersi in cammino verso una meta di luce e di vita, quella della Pasqua, che Gesù condivide con ogni suo discepolo.

La gioia del cristiano scaturisce dall’ascolto e dall’accoglienza della Buona Notizia della morte e risurrezione di Gesù. È salutare contemplare più a fondo il Mistero pasquale, grazie al quale ci è stata donata la misericordia di Dio.
Il fatto che il Signore ci offra ancora una volta, con questa Quaresima, un tempo favorevole alla nostra conversione non dobbiamo mai darlo per scontato. Questa nuova opportunità dovrebbe suscitare in noi un senso di riconoscenza e scuoterci dal nostro torpore. Malgrado la presenza, talvolta anche drammatica, del male nella nostra vita, come in quella della Chiesa e del mondo, questo spazio offerto al cambiamento per essere sempre più discepoli esprime la tenace volontà di Dio di non interrompere il dialogo di salvezza con noi, ma di condurci verso la pienezza e l’abbondanza della vita.
Mettiamoci dunque in cammino e non lasciamo perciò passare invano questo tempo di grazia.

don Maurizio

IL DIALOGO CONTINUA…  (Insieme n.XX, febbraio 2020)
Le nostre parole all’Arcivescovo, le sue parole alla nostra comunità durante la Visita Pastorale.

Carissima Eccellenza Vescovo Mario,
a nome mio personale e di tutta questa comunità cristiana le diamo il benvenuto e la ringraziamo per essere venuto in questa Prepositurale Antichissima Collegiata dedicata a san Martino Vescovo e che da sempre, per la sua lunga storia di fede, è stata punto di riferimento, prima di un vastissimo territorio, ed ora di un altrettanto importante e complesso Decanato come quello di Bollate. Questa parrocchia l’accoglie con la sua vivacità e complessità di presenze, di associazioni di volontariato, di altre realtà ecclesiali e civili che cercano di collaborare tra loro; l’accoglie con la dinamica articolazione delle comunità che fanno riferimento alle Chiese sussidiarie di San Giuseppe e Madonna in Campagna, realtà dove si cerca di sperimentare una nuova evangelizzazione. Ora siamo qui raccolti con lei a celebrare il cuore e il centro di questa Visita Pastorale: la celebrazione della comunione Eucaristica.
Proprio di questo abbiamo particolarmente bisogno: in questa realtà complessa e per certi versi assediata da molteplici problemi, abbiamo bisogno di attingere luce dalla Parola che qui viene proclamata – oggi in modo particolare attraverso la sua parola di vescovo e pastore -; abbiamo bisogno di attingere forza di grazia da quel pane Eucaristico che qui viene consacrato, per essere sempre di più comunità accogliente, comprensiva, collaborativa non solo per se stessa, ma a servizio del territorio.
Nella festa della Presentazione al Tempio del Signore Le chiediamo di celebrare con noi e per noi questa Eucaristia, perchè il Signore che è “luce delle genti e gloria del suo popolo” ci illumini nel cammino di Chiesa. Grazie.

Riportiamo alcuni passaggi significativi dell’omelia dell’Arcivescovo durante la Visita Pastorale alle comunità di san Martino, santa Monica, san Guglielmo.

Il Tempio (la nostra chiesa) è, si potrebbe dire, il “luogo del tempo immobile,”della ripetizione dei riti antichi. Il tempio può quindi diventare vecchio, nei tempi che cambiano può essere guardato come un anacronismo, un museo, un monumento da visitare. Qualche cosa di simile potrebbe anche succedere alle nostre chiese, alle nostre comunità. Ma nel tempio è convocata la mia storia personale, le mie speranze che il passare dei giorni ha forse stancato, le mie energie che si sono logorate. Ciascuno viene con le sue attese e le sue frustrazioni, con il suo slancio e le sue stanchezze. Come il vecchio Simeone proprio noi, proprio i nostri occhi sono chiamati e abilitati a vedere la salvezza, la luce, la gloria! Proprio questo tempo, in questi giorni, proprio per me. La presenza del vescovo è l’occasione per dire di persona che mi state a cuore e per esprimerlo in un incontro di persone. La presenza del vescovo può essere lo strumento dello Spirito per dire la qualità del proprio qui, del proprio ora, del proprio con i miei occhi.
Il Vangelo ci da indicazioni preziose per vivere tutto questo.
In primo luogo è lo Spirito Santo che muove Simeone: la docilità allo Spirito significa imparare ad ascoltare le Scritture piuttosto che le statistiche, valutare piccolezza e grandezza secondo i criteri evangelici piuttosto che secondo la risonanza mediatica, essere umili e lieti piuttosto che amareggiati e presuntuosi. Lo Spirito, insomma, ci conduce a un principio di semplificazione.
In secondo luogo si deve imparare ad accogliere tra le braccia il Bambino e a benedire Dio. L’incontro con Gesù non è un discorso, un pensiero, un sentiménto, una decisione. È l’incontro con il Verbo fatto carne: è un abbraccio, una forma di tenerezza e di commozione. La preghiera, la meditazione delle Scritture, la celebrazione liturgica si possono vivere come un adempimento consueto che si svolge «nel Tempio», il luogo della conservazione e della ripetizione; ma si dovrebbero vivere piuttosto come persone che accolgono tra le braccia il Figlio di Dio che si è fatto figlio dell’uomo.
In terzo luogo il cantico. Lo sguardo credente di Simeone si fa voce e cantico per esaltare l’opera di Dio che non solo compie le promesse fatte a Israele, ma illumina tutte le genti.
Anche per questo il vescovo visita le singole comunità: per dire che non esistono solo le singole comunità. Tutte le comunità fanno parte della Chiesa, sono chiamate a sentirsi in comunione entro le parrocchie, nella Comunità Pastorale, nel Decanato nella Diocesi.     Arcivescovo Mario

E se due anziani come Simeone e Anna ritrovano entusiasmo, slancio e freschezza nel lodare e guardare con speranza al futuro, certamente vuol dire che noi non possiamo vivere la fede in maniera stanca, vecchia e rassegnata, ma piuttosto dobbiamo vivere il nostro essere cristiani sempre carichi di fiducia nella certezza che Dio benedice la nostra vita e guida provvidenzialmente la comunità.  In questa prospettiva anche noi possiamo e dobbiamo dire con il nostro arcivescovo: «Io non sono ottimista, io sono fiducioso. Non coltivo aspettative fondate su calcoli e proiezioni. Sono uomo di speranza perchè mi affido alla promessa di Dio e ho buone ragioni per avere stima degli uomini e delle donne che abitano questa terra. Non ho ricette o progetti da proporre, come avessi chissà quali soluzioni. Sono invece un servitore del cammino di un popolo che è disposto a pensare insieme, a lavorare insieme, a sperare insieme». La nostra comunità continui il suo cammino in questo orizzonte di fede.

don Maurizio

RITORNARE ALLA “PURA” PAROLA DEL VANGELO

La Visita Pastorale del nostro Arcivescovo Mario ci ha invitati a recensire, verificare e rilanciare i percorsi che sono pastoralmente proposti per promuovere l’auspicata e irrinunciabile familiarità di ogni battezzato con la Sacra Scrittura che ci trasmette la Parola di Dio. Come parrocchia e come decanato abbiamo fatto un buon lavoro di analisi e lo proseguiremo per arrivare a formulare anche proposte concrete. Certo è che la Parola di Dio deve essere letta sempre più nello Spirito del Signore e coltivata come nutrimento della fede. Dio si rivela per chiamare alla comunione con Lui, per indicare a ciascuno la via della vita e per chiamare tutti a conversione.     Tuttavia, ai nostri giorni, non è difficile constatare che, mentre si svuotano le chiese e vengono meno le appartenenze a un’istituzione religiosa, cresce ovunque e in modo trasversale, dalle generazioni più anziane a quelle più giovani, l’interesse per cammini di interiorità ispirati a diverse tradizioni spirituali – orientaleggianti e psicologistiche – lontane, però, dal patrimonio della ricca tradizione spirituale cattolica e da fondamenti ben radicati nella conoscenza della Sacra Scrittura.
Anche la stessa editoria testimonia questa tendenza: molti libri e persino i bestseller religiosi non sono generalmente né biblici né teologici, e tanto meno ispirati alla grande tradizione patristica, ma sono i cosiddetti “libri di spiritualità”, che intercettano un bisogno psichico di spiritualità o di benessere generale in armonia con sé stessi e il creato, cosa ben diversa dalla fede.     In questi libri è difficile trovare una vera ispirazione, un primato, un’egemonia della parola di Dio e, soprattutto, del Vangelo. In pochi decenni i sentieri della tradizione spirituale cristiana sono stati tralasciati, mentre i nuovi percorsi sembrano finalizzati a una spiritualità del benessere individuale, nella quale Dio è ridotto a energia cosmica, un’impersonale rappresentazione dell’oltre…perchè ci sarà pure “qualcosa” nell’aldilà. È una spiritualità senza dimensione comunitaria o ecclesiale, senza esigenze di relazioni e impegni fraterni, che si nutre invece di esperienze soggettive e privilegia una ricerca interiore che soddisfi il proprio io. Anche papa Francesco nell’Evangeli Gaudium ha sentito il bisogno di denunciare questa deriva, da lui descritta come ricerca di «energie armonizzanti» (n. 90).     Ecco perché questa interiorità, pur necessaria, se è fine a sè stessa e si ferma a una conoscenza di sè, è individualistica, contraddicendo in tal modo tutto il messaggio biblico, secondo il quale si cerca Dio se si cerca l’uomo, si crede in Dio se si crede anche negli altri, si ama quel Dio che non si vede se si amano anche gli altri che si vedono (cf. 1Gv 4,20); un messaggio biblico che trova il suo vertice proprio in un Dio che si rivela nell’umanità storica di Gesù.      Questa spiritualità è spesso presente nella stessa predicazione. Bisogna essere molto attenti – soprattutto da parte dei preti, ma anche delle catechiste – perchè per molti aspetti si è tornati al vecchio vizio preconciliare: quello della “predica”, di uno stile oratorio che vuole impartire lezioni agli ascoltatori. Certo, una predica oggi rinnovata con l’apporto di tante scienze umane, ma essenzialmente moralistica. Un parlare che non contiene profondità teologica, rivelazione, mistero, ma solo una chiamata ai valori, alla vita perfetta.     Così la vita cristiana è ridotta a un comportamento morale che, invece di annunciare, denuncia; invece di dare la buona notizia, offre una cattiva comunicazione, trasmette sensi di colpa e invece di liberare la libertà dell’uomo la opprime. Il Vangelo è nuovamente ridotto a legge e non è più vita. Anche Gesù è ridotto a qualcuno che insegna come vivere in questo mondo, mentre non si ha più la forza né la fede di dire che Gesù Cristo è la via, la verità, la vita (cf. Gv 14,6): non è semplicemente un maestro di spiritualità in concorrenza con altri maestri di religione o con altri cammini ma, rimanendo aperto al dialogo, egli rimane la via, la verità, la vita!
Occorre dunque il coraggio di ribadirlo: se è vero che Gesù Cristo è il Vangelo e il Vangelo è Gesù Cristo (cf. Mc 8,35; 10,29), allora il Vangelo non ci insegna a vivere ma ci fa vivere!
Gesù Cristo, il Vangelo, è la vita! E da qui per un cristiano, ma anche per ogni uomo che pensa in sincera ricerca, non si può prescindere.

don Maurizio

IL MIRABILE SEGNO DEL PRESEPE
LA LETTERA APOSTOLICA DI PAPA FRANCESCO SUL PRESEPE

Può sembrare strano che un papa scriva un documento ufficiale sul presepe, anche se di questi tempi sembra proprio necessario visto che per celebrare il Natale la cultura lo ha soppiantato con le strabordanti figure degli alberi di natale, delle luminarie di tutti i tipi e di babbo natale che sembrano non lasciare spazio alla memoria del mistero dell’incarnazione e della nascita del Figlio di Dio. Ma ancora più sorprendente è il contenuto di questa lettera che è davvero bello, entusiasmante nella sua semplicità e ci permette di riscoprire una pienezza di significati e di valori inaspettati, nonostante l’argomento sia del tutto tradizionale e familiare.  Papa Francesco, dopo aver ricordato le origini francescane del presepio, attraverso la lettura delle sue scenografie, dei personaggi che vi vengono collocati, offre una vera e propria catechesi che ci permette di riscoprire il mistero del Natale e di farcene trasmettitori presso le nuove generazioni.
Ma lasciamo parlare il papa.

1. Il mirabile segno del presepe, così caro al popolo cristiano, suscita sempre stupore e meraviglia. Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia. Il presepe, infatti, è come un Vangelo vivo.
Con questa Lettera vorrei sostenere la bella tradizione delle nostre famiglie, che nei giorni precedenti il Natale preparano il presepe. Come pure la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze…
2. L’origine del presepe trova riscontro anzitutto in alcuni dettagli evangelici della nascita di Gesù a Betlemme. Gesù viene deposto in una mangiatoia, che in latino si dice praesepium, da cui presepe.
Ma veniamo subito all’origine del presepe come noi lo intendiamo. Ci rechiamo con la mente a Greccio, nella Valle Reatina, dove San Francesco si fermò venendo probabilmente da Roma, dove il 29 novembre 1223 aveva ricevuto dal Papa Onorio III la conferma della sua Regola. Dopo il suo viaggio in Terra Santa, quelle grotte gli ricordavano in modo particolare il paesaggio di Betlemme. Le Fonti Francescane raccontano nei particolari cosa avvenne a Greccio. Quindici giorni prima di Natale, Francesco chiamò un uomo del posto, di nome Giovanni, e lo pregò di aiutarlo nell’attuare un desiderio: «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello». È così che nasce la nostra tradizione. San Francesco, con la semplicità di quel segno, realizzò una grande opera di evangelizzazione.
3. Perché il presepe suscita tanto stupore e ci commuove? Anzitutto perché manifesta la tenerezza di Dio. Lui, il Creatore dell’universo, si abbassa alla nostra piccolezza. In Gesù, il Padre ci ha dato un fratello che viene a cercarci quando siamo disorientati e perdiamo la direzione; un amico fedele che ci sta sempre vicino; ci ha dato il suo Figlio che ci perdona e ci risolleva dal peccato.
Comporre il presepe nelle nostre case ci aiuta a rivivere la storia che si è vissuta a Betlemme. Naturalmente, i Vangeli rimangono sempre la fonte che permette di conoscere e meditare quell’Avvenimento; tuttavia, la sua rappresentazione nel presepe aiuta ad immaginare le scene, stimola gli affetti, invita a sentirsi coinvolti nella storia della salvezza.
4. Mi piace ora passare in rassegna i vari segni del presepe per cogliere il senso che portano in sé. In primo luogo, rappresentiamo il contesto del cielo stellato nel buio e nel silenzio della notte. Non è solo per fedeltà ai racconti evangelici che lo facciamo così, ma anche per il significato che possiede. Pensiamo a quante volte la notte circonda la nostra vita. Ebbene, anche in quei momenti, Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande decisive che riguardano il senso della nostra esistenza: chi sono io? Da dove vengo? Perché sono nato in questo tempo? Perché amo? Perché soffro? Perché morirò? Per dare una risposta a questi interrogativi Dio si è fatto uomo. La sua vicinanza porta luce dove c’è il buio e rischiara quanti attraversano le tenebre della sofferenza (cfr Lc 1,79).

5. Quanta emozione dovrebbe accompagnarci mentre collochiamo nel presepe le montagne, i ruscelli, le pecore e i pastori! In questo modo ricordiamo, come avevano preannunciato i profeti, che tutto il creato partecipa alla festa della venuta del Messia.
6. Nei nostri presepi siamo soliti mettere tante statuine simboliche. I poveri e i semplici nel presepe ricordano che Dio si fa uomo per quelli che più sentono il bisogno del suo amore e chiedono la sua vicinanza. Gesù, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l’essenziale e vivere di esso. Dal presepe emerge chiaro il messaggio che non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità.
Spesso i bambini – ma anche gli adulti! – amano aggiungere al presepe altre statuine che sembrano non avere alcuna relazione con i racconti evangelici. Eppure, questa immaginazione intende esprimere che in questo nuovo mondo inaugurato da Gesù c’è spazio per tutto ciò che è umano e per ogni creatura. Tutto ciò rappresenta la santità quotidiana, la gioia di fare in modo straordinario le cose di tutti i giorni, quando Gesù condivide con noi la sua vita divina.
7. Poco alla volta il presepe ci conduce alla grotta, dove troviamo le statuine di Maria e di Giuseppe. Maria è una mamma che contempla il suo bambino e lo mostra a quanti vengono a visitarlo. Vediamo in lei la Madre di Dio che non tiene il suo Figlio solo per sé, ma a tutti chiede di obbedire alla sua parola e metterla in pratica (cfr Gv 2,5). Accanto a Maria, in atteggiamento di proteggere il Bambino e la sua mamma, c’è San Giuseppe. In genere è raffigurato con il bastone in mano, e a volte anche mentre regge una lampada. San Giuseppe svolge un ruolo molto importante nella vita di Gesù e di Maria. Lui è il custode che non si stanca mai di proteggere la sua famiglia e da uomo giusto si è sempre affidato alla volontà di Dio e l’ha messa in pratica.
8. Il cuore del presepe comincia a palpitare quando, a Natale, vi deponiamo la statuina di Gesù Bambino. Dio si presenta così, in un bambino, per farsi accogliere tra le nostre braccia. Nella debolezza e nella fragilità nasconde la sua potenza che tutto crea e trasforma. Sembra impossibile, eppure è così: in Gesù Dio è stato bambino e in questa condizione ha voluto rivelare la grandezza del suo amore, che si manifesta in un sorriso e nel tendere le sue mani verso chiunque. Il modo di agire di Dio quasi tramortisce, perché sembra impossibile che Egli rinunci alla sua gloria per farsi uomo come noi. Che sorpresa vedere Dio che assume i nostri stessi comportamenti: dorme, prende il latte dalla mamma, piange e gioca come tutti i bambini! Dunque il presepe, mentre ci mostra Dio così come è entrato nel mondo, ci provoca a pensare alla nostra vita inserita in quella di Dio; invita a diventare suoi discepoli se si vuole raggiungere il senso ultimo della vita.

9. Quando si avvicina la festa dell’Epifania, si collocano nel presepe le tre statuine dei Re Magi. Guardando questa scena nel presepe siamo chiamati a riflettere sulla responsabilità che ogni cristiano ha di essere evangelizzatore.  I Magi insegnano che si può partire da molto lontano per raggiungere Cristo. Sono uomini ricchi, stranieri sapienti, assetati d’infinito, che partono per un lungo e pericoloso viaggio che li porta fino a Betlemme (cfr Mt 2,1-12). Davanti al Re Bambino non si lasciano scandalizzare dalla povertà dell’ambiente; non esitano a mettersi in ginocchio e ad adorarlo. Davanti a Lui comprendono che Dio, come regola con sovrana sapienza il corso degli astri, così guida il corso della storia, abbassando i potenti ed esaltando gli umili. E certamente, tornati nel loro Paese, avranno raccontato questo incontro sorprendente con il Messia, inaugurando il viaggio del Vangelo tra le genti.
Non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta, è che esso parli alla nostra vita.  Il presepe fa parte del dolce ed esigente processo di trasmissione della fede. A partire dall’infanzia e poi in ogni età della vita, ci educa a contemplare Gesù, a sentire l’amore di Dio per noi, a sentire e credere che Dio è con noi e noi siamo con Lui.

FRANCESCO

PREPARIAMO LA VISITA PASTORALE:  DIALOGHIAMO COL NOSTRO VESCOVO

settimanale Insieme 49/2019

Nell’editoriale dell’Insieme di due domeniche fa (numero 47 del 24 Novembre), riportavamo il testo della lettera dell’Arcivescovo Mario di indizione della Visita Pastorale che, nella nostra parrocchia, avverrà Sabato e domenica 1-2 Febbraio 2020, come già più volte annunciato.
Questo appuntamento avrà soprattutto un carattere liturgico e pastorale; a breve vi faremo conoscere in dettaglio come si svolgerà. In quei due giorni il Vescovo pregherà con noi e per noi soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia. Nell’incontrare le persone il vescovo, poi, confermerà e incoraggerà il cammino di fede dei singoli e della comunità cristiana; anche il Consiglio Pastorale e gli altri responsabili dei diversi ambiti della vita della parrocchia avranno l’occasione di confrontarsi con lui e di recensire, verificare e rilanciare il cammino pastorale, a partire da quanto già si sta vivendo e dalla storia che caratterizza il volto della nostra Chiesa.

Questa visita Pastorale ha già avuto un momento importante e uno lo avrà i prossimi giorni e sarà motivo di impegno per i prossimi anni.    Il momento che abbiamo già vissuto è stato quello della visita amministrativa; con i responsabili degli uffici di curia abbiamo verificato e tracciato le linee operative riguardanti la situazione economico-finanziaria e strutturale della nostra parrocchia. In questa fase particolarmente tecnica, sono stati coinvolti soprattutto i membri del Consiglio degli affari economici della parrocchia ricevendo, con un verbale dettagliato da parte dei responsabili della Curia diocesana, apprezzamento per il lavoro fatto in questi anni che ha mantenuto sotto controllo i conti e ha creato una sufficiente stabilità finanziaria che chiede ancora una continua, accorta e oculata gestione amministrativa. Preziose indicazioni sono poi pervenute al fine di procedere nella responsabilità di gestire i beni della comunità che, come sappiamo, sono caratterizzati da un patrimonio immobiliare prezioso ma vetusto, che ha continuamente bisogno di interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria con la necessaria compartecipazione di tutti perchè le risorse sono insufficienti.      Il secondo momento in preparazione della Visita Pastorale, ma che avrà anche delle ricadute sul futuro, lo vivremo fra poco a livello di decanato. Tutte le parrocchie del Decanato, infatti, sono coinvolte nella riflessione sulla “familiarità del popolo di Dio con la Sacra Scrittura”.   Per un cristiano adulto e maturo, la Parola di Dio da un lato non può essere considerata un corpo estraneo e lontano dalla vita concreta, terreno misterioso nel quale non addentrarsi; ma non può nemmeno, dall’altro lato, essere soltanto oggetto di curiosità o al più bagaglio culturale.
La Parola di Dio deve, piuttosto, essere letta sempre di più nello Spirito del Signore e coltivata come nutrimento della fede.

«La Rivelazione di Dio non è per comunicare informazioni o dottrine. Dio si rivela per chiamare alla
comunione con lui, per indicare a ciascuno la via della vita e per chiamare tutti a conversione. La lettura dei testi sacri, la loro conoscenza, la loro meditazione, la loro proclamazione durante le celebrazioni liturgiche, la lettura personale o i momenti di ascolto comunitario e di condivisione, non possono ridursi a un esercizio intellettuale ed estemporaneo: sempre la Parola chiede una risposta, invita a una conversione, propone una vocazione». Dobbiamo dunque chiederci come singolarmente e comunitariamente viviamo il nostro fondamentale rapporto con la Parola di Dio e cosa possiamo fare per migliorare e far sì che questo rapporto sia sempre più incrementato, nella convinzione che «la Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il corpo stesso di Cristo» (DV 21).
Il lavoro di questa prima verifica verrà portato da ogni comunità pastorale alla celebrazione della Scuola della Parola di Decanato Venerdì 13 Dicembre (siamo tutti invitati), perchè sia di stimolo a un lavoro successivo e più approfondito che approdi anche a proporre delle iniziative come il rilancio dei gruppi di ascolto nelle famiglie.

Ora ci attende l’incontro con l’Arcivescovo il prossimo inizio di Febbraio. Nel frattempo siamo tutti impegnati a preparare, tra le altre cose, il dialogo con lui. Questo dialogo avverrà già nella liturgia quando ascolteremo la Parola che il Vescovo ci rivolgerà, illuminata dalla preghiera e dallo Spirito, ma soprattutto durante l’incontro con il Consiglio Pastorale. Tuttavia tutti sono invitati a suggerire i loro contributi.

Ecco dunque l’invito.
Oltre a quanto il Consiglio pastorale potrà trasmettere all’Arcivescovo a riguardo della situazione della comunità parrocchiale, i singoli fedeli che lo desiderano potranno comunicare all’Arcivescovo alcune loro riflessioni, a partire da uno sguardo profondo sulla vita della nostra parrocchia.
E’ possibile dunque inviare delle brevi riflessioni all’Arcivescovo, verificando come di fatto sono state affrontate in parrocchia queste tematiche: 1) viene obiettivamente curata la S. Messa domenicale? Viene concretamente favorita la preghiera feriale? 2) l’azione pastorale della parrocchia è attenta a sostenere la vocazione di ciascuno, in modo particolare la pastorale giovanile? 3) Il clima di fede che si respira in parrocchia si traduce in vita buona, in iniziative spirituali, culturali, caritative che toccano davvero la vita della gente? 4) Ci si sta impegnando per diffondere e conoscere il Vangelo e a far crescere il cammino spirituale delle persone? 5) Si tenga presente infine come si sta attuando il “passo da compiere”, che era stato proposto.
Le riflessioni andranno inviate alla mail visitaarcivescovo@diocesi.milano.it entro il 24 Gennaio prossimo.

In vista di questo dialogo, chiedo ai membri degli organi di consiglio (Consiglio pastorale e affari economici) di fare un buon lavoro di discernimento e di indicare sapienti linee lungimiranti per il prossimo futuro della nostra Chiesa Bollatese.

don Maurizio

LA VISITA PASTORALE
La lettera del nostro Arcivescovo Mario

Già da diversi mesi abbiamo annunciato questo evento che le nostre parrocchie di san Martino, santa Monica (Ospiate) e san Guglielmo (Castellazzo) vivranno da vicino il prossimo 1 e 2 Febbraio e che, per alcuni aspetti, stiamo già preparando da diverse settimane.   Per capirne le motivazioni e il significato è particolarmente utile leggere insieme la lettera di indizione della Visita Pastorale dello stesso arcivescovo e che riportiamo qui di seguito. E’ il modo migliore per introdurci insieme come comunità cristiana; successivamente affideremo al Consiglio Pastorale Unitario l’organizzazione concreta della Visita secondo le precise indicazioni che già ci sono pervenute dalla Curia Arcivescovile di Milano.  Dall’attenta lettura apparirà chiaro come questa impegnativa Visita Pastorale sarà certamente per tutti un’occasione di grazia, di crescita nella fede e nell’amore corresponsabile alla Chiesa.  Nei prossimi “Editoriali” terremo aggiornata la comunità sui programmi e sul lavoro in preparazione alla Visita.

Tra i compiti richiesti al Vescovo come espressione della sua particolare relazione con l’intero popolo di Dio a lui affidato vi è quello di «visitare ogni anno la diocesi, in tutto o in parte», così da «visitare l’intera diocesi almeno ogni cinque anni» (can. 396 § 1 C.I.C.). Pur nella consapevolezza della particolare vastità dell’Arcidiocesi di Milano intendo assolvere a questo dovere facendomi personalmente prossimo alle comunità locali ambrosiane e affidando ad alcuni collaboratori l’attenzione a determinati aspetti della vita pastorale e amministrativa.  In concreto, avendo ormai compiuto il mio primo anno di ministero come Arcivescovo di Milano, indico la Visita pastorale diocesana che avrà inizio con la prossima prima domenica di Avvento, secondo il Rito Ambrosiano (18 novembre 2018).
La Visita pastorale si realizzerà in particolare secondo le seguenti modalità:
mi recherò personalmente in ogni Parrocchia della Diocesi per vivere in essa una celebrazione eucaristica oppure un’altra celebrazione liturgica o una manifestazione di pietà popolare, così come concordato di volta in volta con il Responsabile della Comunità pastorale o con il Parroco; durante la celebrazione una particolare attenzione sarà rivolta alle famiglie dei ragazzi che stanno compiendo il cammino dell’iniziazione cristiana, al tema vocazionale e al ruolo dei nonni nelle famiglie e nella comunità.

  • Chiedo a ogni Consiglio di Comunità pastorale o Consiglio pastorale parrocchiale (invitando all’incontro anche i corrispettivi Consigli per gli affari economici) di rendersi disponibile a un incontro con l’Arcivescovo, allo scopo di verificare in modo sinodale l’attuazione (considerare i percorsi in atto, introdurre gli opportuni aggiornamenti e le eventuali correzioni, rilanciare) delle indicazioni conclusive della visita del Card. Angelo Scola e quindi le priorità pastorali e il cosiddetto “passo da compiere” ivi stabilito;
  • chiedo a lutti i presbiteri, i diaconi e le comunità di vita consacrata che nei decanati condividono la responsabilità pastorale, di rendersi disponibili a un incontro con l’Arcivescovo e desidero altresì incontrare personalmente, nella stessa occasione o in altre circostanze, tutti i presbiteri e i diaconi ambrosiani o che hanno un incarico pastorale in diocesi;
  • affido al Settore per l’Educazione e Celebrazione della Fede della Curia Arcivescovile, con la collaborazione di altri soggetti attivi nell’apostolato biblico, il compito di costituire un’equipe che, a nome dell’Arcivescovo, visiterà ogni decanato per recensire, verificare e rilanciare i percorsi che sono pastoralmente proposti per promuovere l’auspicata e irrinunciabile familiarità di ogni battezzato con la Sacra Scrittura;
  • affido al Settore per gli Affari generali della Curia Arcivescovile il compito di costituire un’equipe che, a nome dell’Arcivescovo, supporterà ogni Comunità pastorale e ogni Parrocchia nella raccolta mediante supporto informatico di una serie di dati prevalentemente amministrativi (che saranno poi razionalmente organizzati e conservati, anche a favore delle stesse comunità) e nella verifica dello stato di attuazione dei cosiddetto “fascicolo del fabbricato”, nell’intento di favorire la migliore conservazione dei beni ecclesiastici e l’assunzione delle scelte più adeguate in questo campo, suscitando le opportune collaborazioni, in particolare da parte dei fedeli laici;
  • affido al Centro Diocesano Vocazioni e alla pastorale vocazionale del Seminario, con il coordinamento del Vicario per l’Educazione e Celebrazione della Fede, il compito di costituire un’equipe che, a nome dell’Arcivescovo, promuova l’attenzione delle comunità cristiane alla pastorale vocazionale, assumendo le iniziative che risulteranno più opportune in connessione con la Visita pastorale;
  • ai sensi del can. 806 § 1, nell’ambito della Visita pastorale diocesana, intendo visitare le scuole cattoliche presenti in Diocesi, promuovendone la migliore e più proficua collaborazione in vista di una pastorale scolastica più efficace, tenendo conto anche della presenza e del ruolo delle scuole di ispirazione cristiana;
  • chiedo ai Decani di offrire la loro piena collaborazione nella preparazione della Visita pastorale, sia in riferimento alle realtà ecclesiali, anche non parrocchiali, del territorio, che in riferimento al decanato stesso, per la verifica delle iniziative in campo biblico (per la quale sarà molto opportuno il coinvolgimento del Consiglio pastorale decanale) e per l’incontro con i ministri ordinati, i consacrati e le consacrate;
  • chiedo ai Vicari episcopali di Zona di sostenere i Decani, i Parroci e i Responsabili di Comunità pastorale nello svolgimento delle loro responsabilità rispetto alla Visita pastorale, di assistermi con il loro consiglio (anche in ordine all’organizzazione della Visita) e di seguire con attenzione la fase successiva, in cui dare sviluppo a quanto potrà emergere dallo svolgimento della Visita pastorale in tutte le sue articolazioni;
    chiedo a lutti i presbiteri, i diaconi, i consacrati, le consacrate e i fedeli laici di collaborare con disponibilità allo svolgimento della Visita, secondo le responsabilità proprie di ciascuno e secondo la comune chiamata alla preghiera;
  • chiedo ai battezzati di altre Chiese o comunità ecclesiali, ai battezzati che si sono allontanati dalla professione della fede e a quanti professano altre convinzioni religiose o non religiose di accogliere la Visita pastorale come un gesto di sincera fraternità e amicizia.

Per l’intercessione di Maria Nascente invoco la benedizione di Dio sulla prossima Visita pastorale e su tutti i fedeli ambrosiani.    Milano, 8 settembre 2018 Natività della Beata Vergine Maria

«CORRO VERSO LA META»
RICORDARE GESU’ BAMBINO PER DESIDERARE DI INCONTRARE IL SIGNORE
Come ripensare e vivere cristianamente il tempo dell’Avvento

Per riscoprire ma soprattutto vivere in modo autentico il tempo dell’attesa del Natale del Signore, l’Avvento, ci facciamo aiutare dalle parole del nostro Arcivescovo nella sua lettera pastorale.
«L’anima della vita cristiana è l’amore per Gesù: il desiderio dell’incontro!»    La dimensione della speranza e l’attesa del compimento sono sentimenti troppo dimenticati nella coscienza civile contemporanea e anche i discepoli del Signore ne sono contagiati. Viviamo, infatti, in una società e in un clima culturale dove la concentrazione è eccessivamente posta sul presente, sul stare bene oggi e sul soddisfare le esigenze dell’immediato; siamo contagiati dalla logica del “soddisfare” e del “consumare” nell’orizzonte stretto dell’oggi, senza più il pensiero della fine o meglio del “Fine” delle cose stesse e delle esperienze della nostra vita. Persino la vita cristiana è influenzata da questo clima riduttivo entro gli spazi delle esigenze immediate.    Così anche il tempo di AVVENTO viene troppo frequentemente banalizzato a rievocazione sentimentale di un’emozione infantile, per poi farne leva per ogni tipo di consumismo. Nella pedagogia della Chiesa, invece, è annunciata la speranza del ritorno di Cristo. Perciò le sei settimane dell’Avvento ambrosiano e le quattro settimane dell’Avvento romano si ripresentano ogni anno come provvidenziale invito a pensare alle cose ultime con l’atteggiamento credente che invoca ogni giorno: «venga il tuo regno».
L’Avvento è tempo di grazia non per preparare la commemorazione di un evento passato, ma per orientare tutta la vita nella direzione della speranza cristiana, sempre lieti e insieme sempre insoddisfatti.
Si tratta di ri-scoprire l’altra dimensione dell’AVVENTO e del NATALE del Signore che non è solo rievocazione di un evento accaduto, ma sempre di nuovo attesa del Signore che verrà alla fine della storia e della nostra vicenda personale, e quindi attesa e preparazione dell’incontro, presente e futuro, con Lui. Le recite di Natale, l’allestimento dei presepi, le varie coreografie e luminarie, l’organizzazione delle feste non possono solo avere un aspetto rievocativo, ma devono essere una vera e propria pedagogia per coltivare la speranza e il desiderio di incontrare colui che “sempre viene” perchè è il vivente. Il soggetto del Natale è il Signore nella dimensione del Bambino Gesù, lui e solo lui, non babbo natale o le sue renne, nè tantomeno la befana che ha scardinato persino il grande tema della manifestazione di Dio al mondo. Non dobbiamo correre il rischio della banalizzazione del mistero dell’Incarnazione, nè tantomeno subire il fascino di una regressione infantile, provvisoria e consumistica.      E’ per questo e per recuperare la giusta dimensione dell’attesa del Natale del Signore che il nostro Arcivescovo ci invita ad alimentare la virtù della speranza.
C’è però differenza tra vivere di aspettative o di ottimismo e vivere di speranza. L’aspettativa è frutto di una previsione, programmazione, di progetti: è costruita sulla valutazione delle risorse disponibili e sull’interpretazione di quello che è desiderabile. La speranza, invece, è la risposta ad una promessa fatta da Colui che non può deludere perchè è fedele e veritiero. Non sono le risorse e i desideri umani a delineare che cosa sia sensato sperare, ma la promessa di Dio. Lo sguardo può spingersi avanti, avanti, fino alla fine, perché l’esito della vita non è la morte, ma la gloria, la comunione perfetta e felice in Dio e nella comunione dei santi e con i nostri cari. Per questo Egli è venuto, per questo noi continuamente lo attendiamo desiderando di incontrarlo perchè Egli è la pienezza della nostra vita.  Tempo di AVVENTO, dunque, come tempo per far ardere il desiderio dell’incontro “faccia a faccia”, del prepararsi ad incontrare il Figlio di Dio che si è fatto figlio dell’uomo perchè ogni persona umana possa diventare partecipe della vita di Dio.
La speranza cristiana è questo affidarsi alla promessa di Dio che confessa la certezza di quest’incontro che eleva la nostra vita, e insieme è la consapevolezza di essere deboli e di abitare nei condizionamenti del tempo e della storia: perciò preghiamo come Gesù ci ha insegnato: «venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà» (Mt 6,10), perciò «lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni!”»(Ap 22,17).   Su tutto questo orizzonte di ampio respiro giunge l’auspicio e l’impegno che ci affida il nostro Arcivescovo. «La celebrazione del mistero dell’incarnazione del Figlio Dio non può essere un guardare indietro: piuttosto, imitando Paolo, protesi verso ciò che sta di fronte, corriamo verso la meta.»  Buon cammino di AVVENTO!

don Maurizio

“PURCHE’ IL VANGELO SIA ANNUNCIATO”

Su invito di papa Francesco stiamo vivendo, insieme con tutta la Chiesa, questo Mese Missionario Straordinario 2019. Abbiamo già detto nell’Editoriale n°. 40 del 6 Ottobre le motivazioni per le quali si sia voluto dare un carattere straordinario al tema della missione in questo mese che normalmente è già da sempre dedicato all’evangelizzazione dei popoli.    Tra le diverse ragioni una è certamente importante ed è il forte richiamo alla responsabilità di tutti i laici, e non solo, a vivere il cristianesimo come impegno a trasmettere e testimoniare la propria fede in un tempo complesso come il nostro, caratterizzato non tanto da “un’epoca di cambiamenti” ma addirittura da un “cambiamento d’epoca”. Si tratta di riscoprire sempre di nuovo la propria identità battesimale come radice potente che ci costituisce naturalmente come missionari: “battezzati e inviati” è esattamente lo slogan di questo mese.

Il nostro Arcivescovo Mario, nella sua recente lettera pastorale ci invita non solo a riscoprire queste radici ma a tradurre in pratica, concretamente e in modo efficace le indicazioni di papa Francesco. Egli pertanto invita tutti i fedeli e tutte le comunità a interrogarsi su cosa significhi missione e cosa vuol dire per me, nella concretezza della mia vita, essere discepolo-missionario.     Gioverebbe a tutti, secondo il tempo e le responsabilità di ciascuno, leggere (o rileggere) alcuni testi illuminanti: Lumen Gentium; Ad Gentes; Evangelii Nuntiandi; Redemptoris Missio; Evangelii Gaudium. L’arcivescovo Mario propone, inoltre, di rispondere ad alcune domande: che cosa significa missione? Quali atteggiamenti e percorsi possono aiutare le persone e le nostre comunità a vivere secondo lo Spirito di Gesù e ad obbedire alla sua Parola?
Proprio Gesù, il primo e l’unico missionario, ha associato alla sua missione i suoi discepoli: li ha scelti, li ha chiamati e lo hanno seguito, Gesù li ha mandati e sono partiti. La missione è obbedienza al mandato di Gesù, risorto e Signore, presenza amica e fedele. I discepoli Obbediscono al Signore e vivono come inviati per annunciare il Vangelo. Sono chiamati a identificarsi e a riconoscersi nel mandato di Gesù, così da poter dire, come suggerisce papa Francesco, «io sono missione» (Evangelii Gaudium 273).

È quindi doveroso interrogarsi su come ciascuno nel suo contesto di vita familiare, professionale, comunitario può trovare l’occasione propizia per condividere quella visione del mondo che il Vangelo ispira e quel riferimento irrinunciabile a Cristo: «purché […] Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene» (Fil 1,18).    A questo riguardo papa Francesco ha un sogno: «Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo, più che per l’autopreservazione».    Come fare per realizzare questo sogno? Il nostro Arcivescovo Mario suggerisce due dinamiche, quella attrattiva e quella dell’apostolato con il desiderio di annunciare il Vangelo nel nostro tempo.     La dinamica dell’attrattiva (il cardinal Martini parlava anche di “contagio”) chiede che la comunità cristiana sia attraente alimentando nelle persone il desiderio di avvicinarsi alla comunità e di farne parte. La domanda che non si può evitare è se siamo capaci di comunicare le ragioni profonde del nostro essere credenti e, in sostanza, il fascino di Gesù alla gente che cerca la parrocchia, la comunità cristiana e i suoi servizi per i più disparati motivi.   La dinamica dell’apostolato ricorda che tutti, in ogni situazione di vita, sono chiamati ad annunciare Cristo; «purché in ogni maniera, per convenienza o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene» dice san Paolo (Fil 1,18). Anche noi ci rallegriamo con san Paolo per tutto quanto i preti, i consacrati e i laici fanno per annunciare Cristo: con la visita alle famiglie, con la comunione ai malati, con la vicinanza alle famiglie nei giorni del lutto e della prova, con la testimonianza quotidiana negli ambienti della scuola, del lavoro, della sofferenza, della festa, dei servizi pubblici, delle attività professionali, degli impegni di volontariato. Ma tutte queste attività per essere missionarie nel mondo d’oggi, meritano di essere conservate, ripensate e riproposte adeguatamente.
Ogni battezzato deve arrivare ad una sintesi personale tra il Vangelo e la vita e dare così testimonianza come Chiesa alla bellezza e alla forza liberante del Vangelo.

don Maurizio

UNA PROVOCAZIONE! “FAMILIARIZZARE” CON LA PAROLA DI DIO, SPESSO ASCOLTATA MA POCO CONOSCIUTA – Scuola di teologia per laici e non solo

Tra i diversi compiti e obiettivi della prossima Visita Pastorale del nostro Arcivescovo mons. Mario Delpini c’è anche quello di «recensire, verificare e rilanciare i percorsi che sono pastoralmente proposti per promuovere l’auspicata e irrinunciabile familiarità di ogni battezzato con la Sacra Scrittura». Ci domandiamo: a parte quel poco o tanto di catechismo – a secondo dei punti di vista – che i nostri ragazzi frequentano, ma nelle nostre famiglie, all’interno delle nostre case si legge qualche volta qualche pagina della Bibbia o almeno del Vangelo? Se la fede cristiana è fondamentalmente fondata e nutrita dalla Parola di Dio gli adulti in generale e i genitori in particolare, sanno parlare della scrittura, la sanno comunicare, trasmettere ai propri figli e, prima ancora, la conoscono, sono “abituati e abili” a prenderla in mano? Il più delle volte si sentono cristiani – a dire il vero pochi – che citano frasi della Bibbia e del Vangelo in modo un po’ “sgangherato” e fuori contesto. Ma possibile che la Parola di Dio che è il patrimonio più straordinario della nostra fede, che è “lampada ai nostri passi” (salmo 118), che era in principio e che si è fatta carne in Gesù (Gv 1), sia così sconosciuta e bistrattata? E chi ha il compito di educare, come le nostre catechiste, ma anche gli adulti che devono testimoniare la propria fede, hanno la cura di una formazione continua nella conoscenza della Scrittura? A parte le omelie e la predicazione dei sacerdoti, quali altri “contatti” abbiamo con la sacra Scrittura? E prima ancora di queste impegnative domande c’è un interrogativo che ci inquieta non poco: chissà se nelle nostre famiglie cattoliche c’è una Bibbia, nella speranza che però sia stropicciata, sottolineata e consumata per il troppo uso, e non solo soprammobile o schiacciata tra i libri di una libreria.

Per un cristiano adulto e maturo, la Parola di Dio da un lato non può essere considerata un corpo estraneo e lontano dalla nostra vita concreta, terreno misterioso nel quale non addentrarsi; ma non può nemmeno, dall’altro lato, essere soltanto oggetto di curiosità o al più bagaglio culturale per far vedere la nostra erudizione. La Parola di Dio deve, piuttosto, essere letta sempre di più nello Spirito del Signore e coltivata come nutrimento della fede.   «La Rivelazione di Dio non è per comunicare informazioni o dottrine. Dio si rivela per chiamare alla comunione con lui, per indicare a ciascuno la via della vita e per chiamare tutti a conversione. La lettura dei testi sacri, la loro conoscenza, la loro meditazione, la loro proclamazione durante le celebrazioni liturgiche, la lettura personale o i momenti di ascolto comunitario e di condivisione, non possono ridursi a un esercizio intellettuale che raccoglie informazioni o incrementa una competenza: sempre la Parola chiede una risposta, invita a una conversione, propone una vocazione». Certo si tratta di un obiettivo “alto”, ma la Parola di Dio ha fondamentalmente una dinamica vocazionale e, pertanto, per i cristiani non è mai solo oggetto di conoscenza intellettuale ma dinamica spirituale.    Sintonizzandoci con questa prospettiva abbiamo pensato che in questo settimo anno, la “Scuola di teologia per laici” avrebbe potuto dare il suo contributo. Già il primo anno era stato dedicato interamente alla Sacra Scrittura; ora però vorremmo approfondire in modo più specifico il tema della Parola di Dio, fornire conoscenza e strumenti atti ad aiutare a comunicare e trasmettere in modo più consapevole la Parola di Dio. Tale proposta avrebbe anche l’obiettivo di formare responsabili di gruppi di ascolto della Parola per un loro rilancio – laddove ci fossero le condizioni – nelle parrocchie del Decanato.    Inoltre tale percorso potrebbe essere particolarmente interessante e utile soprattutto per le catechiste ma anche per i genitori. Entrambe, infatti, hanno il compito e la responsabilità di introdurre alla fede le nuove generazioni attraverso la Parola di Dio. I nuovi itinerari di iniziazione cristiana sono fondamentalmente strutturati per avere al centro l’annuncio della Buona Notizia. Si tratta di una scelta di campo, che considera determinante per i ragazzi e i loro genitori l’incontro con la Parola di Dio attraverso la Sacra Scrittura, imparando un metodo di lettura per la comprensione del testo Biblico.   Non posso non pensare anche ai “lettori” che nelle nostre assemblee liturgiche proclamano la Parola di Dio. Per chi svolge questo ministero non si tratta soltanto di saper proclamare con la giusta tecnica il testo sacro, ma occorre conoscerne lo “spirito”.

Ma come far conoscere e mediare la Parola della Sacra Scrittura? Come poi tradurla nella vita e come fare in modo che essa sia il principio per ogni discernimento?
Sembrano obiettivi “alti” ma dobbiamo renderci conto che la nostra fede non si fonda su teorie, ideologie, astrazioni dottrinali, abitudini della tradizione ormai perse, bensì sulla Parola di Dio «viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore». (Eb 4,12). Come si fa a dirsi cristiani senza un continuo confronto con Colui che si comunica con la sua Parola?   Della Scrittura non dobbiamo solo conoscerne gli elementi fondamentali o le informazioni di carattere generale, dobbiamo invece cogliere il suo messaggio profondo, la Buona Notizia che caratterizza tutta la Rivelazione; occorre scendere verso una conoscenza “teologica” della Parola di Dio, per aiutare noi stessi e gli altri a cogliere come la Bibbia non è un “libro” – seppur sacro”, ma è molto di più, ed è esattamente con questo di “più” con cui vogliamo familiarizzare. Dio si è rivelato «parlando nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti; ultimamente, in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2). Quando ascoltiamo la Parola di Gesù riviviamo lo stupore e l’emozione dei discepoli che se ne andavano verso Emmaus: «non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 24,32)   Per cercare di dare un contributo a tutto questo, la Scuola di Teologia per laici propone a tutti, ai genitori, alle catechiste, agli animatori dei gruppi di ascolto della Parola e a coloro che potrebbero esserlo, un itinerario nel quale approfondire:
– la teologia dell’A.T.
– la teologia del N.T.
– la teologia di san Paolo e delle sue lettere
– la metodologia e le dinamiche dei gruppi di ascolto della Parola
– le esperienze di laboratorio per imparare a conoscere e trasmettere la Parola di Dio.

Vi invito a considerare con attenzione questa proposta anche se sembra un po’ impegnativa, ma certamente è un’occasione preziosa. Partiamo Giovedì 17 Ottobre. Chi fosse interessato prenda contatti e richieda la broschure descrittiva dell’iniziativa.

don Maurizio

OTTOBRE 2019: UN MESE STRAORDINARIO PER LA MISSIONE
BATTEZZATI ED INVIATI: LA CHIESA DI CRISTO IN MISSIONE NEL MONDO e…a casa nostra

Il 22 ottobre 2017, Giornata Mondiale Missionaria, Papa Francesco durante l’Angelus annunciava pubblicamente, a tutta la Chiesa la sua intenzione di indire il Mese Missionario Straordinario Ottobre 2019 (MMS OTT 2019) per celebrare i 100 anni della Lettera Apostolica Maximum Illud del suo predecessore Papa Benedetto XV. In quello stesso giorno, il Santo Padre invia una lettera al Cardinal Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli (CEP) e Presidente del Comitato Supremo delle Pontificie Opere Missionarie (POM), affidandogli «il compito di avviare la preparazione di questo avvenimento, in particolare attraverso un’ampia sensibilizzazione delle Chiese particolari, degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica, così come delle associazioni, dei movimenti, delle comunità, delle altre realtà ecclesiali e dei singoli fedeli».
Al fine di ravvivare la consapevolezza battesimale del Popolo di Dio in relazione alla missione della Chiesa, Papa Bergoglio indica per il Mese Missionario Straordinario il tema “Battezzati e inviati: la Chiesa di Cristo in missione nel mondo”.
Risvegliare la consapevolezza della “missio ad gentes” e riprendere con nuovo slancio la responsabilità dell’annuncio del Vangelo accomunano la sollecitudine pastorale di Papa Benedetto XV nella Maximum Illud e la vitalità missionaria espressa da Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium: «l’azione missionaria è il paradigma di ogni opera della Chiesa» (EG 15).  Si tratta di «porre la missione di Gesù nel cuore della Chiesa stessa, trasformandola in criterio per misurare l’efficacia delle strutture, i risultati del lavoro, la fecondità dei suoi ministri e la gioia che essi sono capaci di suscitare. Perché senza gioia non si attira nessuno.

Non dobbiamo però pensare che la missione riguardi popoli lontani. C’è una missione qui e oggi, persino all’interno delle nostre famiglie, perchè è più che mai attuale e urgente il compito di trasmette la fede proprio nella nostra società che ha perso il senso di Dio e ha bisogno di recuperare – riscoprire – gli elementi fondamentali della fede cristiana, che non conosce e non sa più ridire nella vita. Basterebbe pensare allo stile di vita secolarizzato, consumistico, digitalizzato, disancorato dai valori spirituali delle nostre società occidentali, per accorgersi come, in generale, si è perso l'”abc” della fede.

Quattro sono le dimensioni, indicateci dal Papa, per vivere più intensamente il cammino di preparazione e realizzazione del Mese Missionario Straordinario Ottobre 2019:
1. L’incontro personale con Gesù Cristo vivo nella sua Chiesa: Eucaristia, Parola di Dio, preghiera personale e comunitaria.
2. La testimonianza: i santi, i martiri della missione e i confessori della fede, espressione delle Chiese sparse nel mondo intero.
3. La formazione missionaria: Scrittura, catechesi, spiritualità e teologia.
4. La carità missionaria.

Questo mese missionario straordinario è un’altra “situazione che diventa occasione” di grazia e di crescita nella fede e di testimonianza di vita cristiana. Infatti, provvidenzialmente, questo mese può offrire alla Chiesa intera un’ulteriore opportunità per mantenere viva e concreta la propria consapevolezza battesimale missionaria. Se la crisi della missione è crisi di fede, solo la maturità della fede della Chiesa si può ancora attrarre tutti e tutto a Cristo. Il Mese Missionario Straordinario Ottobre 2019 potrebbe così proporsi come inizio di un’avventura di fede, di preghiera, di riflessione e di carità che non si concluda con il mese stesso dell’ottobre 2019, ma possa culminare in forme adeguate di un appassionato e sempre più rinnovato impegno per la “missio ad gentes” (ma anche per la missio in casa nostra, nel nostro quartiere, sul posto di lavoro, tra genitori e figli, parenti e amici) come motore e paradigma di tutta la vita e missionarietà della Chiesa.

Non temiamo di intraprendere, con fiducia in Dio e tanto coraggio, «una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione.
Tutti i fedeli abbiano veramente a cuore l’annuncio del Vangelo e la conversione delle loro comunità in realtà missionarie ed evangelizzatrici proprio a partire dalla loro identità battesimale».
E’ il battesimo che abilita tutti come sacerdoti, re e profeti, e rende responsabili e protagonisti nell’evangelizzazione e nella edificazione del Regno di Dio. Proprio perchè si è battezzati, a ciascuno compete questa identità che è al tempo stesso una missione.

don Maurizio

Preghiera per il MMS OTT 2019
Padre nostro,
il Tuo Figlio Unigenito Gesù Cristo risorto dai morti
 affidò ai Suoi discepoli il mandato di “andare e fare discepoli tutti i popoli”. Tu ci ricordi che attraverso il nostro battesimo 
siamo resi partecipi della missione della Chiesa.
Per i doni del Tuo Santo Spirito, concedi a noi la grazia di essere testimoni del Vangelo,
coraggiosi e zelanti, affinché la missione affidata alla Chiesa, ancora lontana dall’essere realizzata,
 possa trovare nuove e efficaci espressioni che portino vita e luce al mondo.
Aiutaci a far sì che tutti i popoli possano incontrarsi con l’amore salvifico e la misericordia di Gesù Cristo,
 Lui che è Dio, e vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Amen.

SETTEMBRE POI CI PRENDERA’….

Paradossalmente per la vita pastorale di una parrocchia, a dispetto del calendario, Settembre è un po’ come la primavera, invece che l’autunno. Si riprendono tutte le attività – anche se non sono mai cessate – , si avverte una sorta di euforia per la programmazione dell’anno che sta davanti, si percepisce una buona dose di entusiasmo per le attività che ci attendono; salvo poi, durante l’anno, sperimentare, quasi naturalmente, stanchezza se non addirittura disaffezione per gli impegni della comunità. In questo quadro dai contorni contraddittori, mi preme raccomandarvi di rileggere l’editoriale dell’Insieme di domenica 1 Settembre, invitandovi a non lasciarvelo sfuggire e a recuperalo.

Prendendo spunto dalla Lettera Pastorale del nostro Arcivescovo Mario – della quale abbiamo già fatto ampia presentazione – colgo preziose indicazioni per vivere questo mese di settembre come inizio di un nuovo cammino di fede per la nostra comunità, con l’auspicio che non venga meno l’energia necessaria ma cresca lungo il cammino il proprio vigore che suggerisce il Salmo 84 e il titolo della scorsa lettera pastorale, facendo così nostro un preciso stile pastorale. Il passo che quest’anno ci suggerisce di compiere il nostro arcivescovo è quello di renderci conto che davvero ogni situazione, per coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio, è occasione preziosa per lasciarsi evangelizzare ed evangelizzare a nostra volta.

Di fatto ogni situazione è occasione di grazia, e per la missione di vivere e annunciare il Vangelo!
Persino san Paolo affronta i momenti difficili non con angoscia, ma trasfigurandoli in occasione. La lettera ai Filippesi che scrive in una situazione drammatica cioè dal carcere, non è motivata da una preoccupazione dogmatica o disciplinare, piuttosto dalla gratitudine e dall’affetto. Nel primo capitolo della lettera Paolo comunica che la condizione umiliante e disagevole di essere carcerato è diventata l’occasione per far risuonare il nome di Cristo in tutto il pretorio. La situazione si è rivelata occasione.
Così scrive il nostro Arcivescovo: «Propongo pertanto questa lettera come testo biblico per accompagnarci nell’anno pastorale 2019-2020: è un testo che può ispirare commozione, preghiera, pensiero e orientamenti all’azione. Raccomando quindi di riprendere, leggere e commentare la Lettera ai Filippesi.

Questo prossimo anno pastorale, che ormai abbiamo iniziato, sarà carico di proposte affinchè davvero ogni situazione possa essere vissuta come grazia e occasione per la missione.
Ci saranno eventi straordinari ma non dobbiamo certo dimenticare l’ordinarietà di una vita di Chiesa che pur nella consuetudine dei ritmi, tuttavia segna costruttivamente il cammino di fede di ciascuno: penso ai ritmi scanditi dai tempi liturgici, ai rinnovati itinerari di iniziazione cristiani per i ragazzi del catechismo e alle loro famiglie, penso alle proposte formative per tutte le fasce giovanili e ai percorsi per le famiglie, penso inoltre alle tantissime iniziative della vita della parrocchia. Quanta ricchezza di situazioni per occasioni di grazia.

Ma quest’anno sarà caratterizzato da alcuni eventi speciali.
Anzitutto le elezioni per il rinnovo del Consiglio Pastorale. Ne avevo già parlato nell’editoriale dell’Insieme n. 25 del 23 Giugno scorso. Prossimamente ci sarà un inserto speciale a questo riguardo. Le elezioni per il Consiglio Pastorale sono l’occasione per tradurre tutti i grandi temi della sinodalità, della valorizzazione del laicato, della corresponsabilità dei laici nella conduzione di una parrocchia e quindi, più in generale, nella conduzione del piano di Dio nella storia attraverso la sua Chiesa. Un invito accorato che rivolgo a tutti gruppi, le realtà e le componenti della nostra comunità affinchè nel Consiglio Pastorale sia rappresentato tutto il volto della nostra Chiesa.

Un’altra situazione che diventa occasione di grazia e di missione è la Visita Pastorale dell’Arcivescovo Mario a tutte le parrocchie del nostro Decanato da metà Gennaio e Metà Febbraio 2020.
L’intenzione della Visita Pastorale è di incoraggiare il popolo in cammino a continuare il suo cammino, ad apprezzare la continuità, a verificare l’incisività, a rendere più sciolto e lieto il vivere ordinario di discepoli che portano a compimento la loro vocazione.
Nelle prossime settimane daremo ulteriori e precisi dettagli di quest’evento impegnativo, di verifica del nostro essere comunità cristiana, di riprogrammazione dei passi da compiere; un evento che sarà certamente occasione di crescita nella fede.

Una terza situazione che si presenta come occasione di crescita nella fede è la proposta della Scuola di Teologia per Laici giunta al settimo anno e che svilupperà questo tema: teologia della scrittura e dinamiche di gruppo per animare gruppi di ascolto della parola. L’obiettivo è quello di aiutare tutti (adulti, genitori, catechiste) a trasmettere la parola di Dio ed eventualmente rilanciare i gruppi di ascolto della parola nella nostra parrocchia, come segno e concreta iniziativa missionaria di evangelizzazione. Questo tema è anche uno di quelli principalmente trattati dalla prossima Visita Pastorale. Questo percorso, allora, può essere davvero visto come preparazione ma anche come frutto della visita pastorale proprio sul tema della familiarità con la Parola. Anche su questo vi rimando a uno specifico editoriale nel prossimo mese di Ottobre.

Nel contesto del tema della familiarità con la Parola di Dio vi invito a partecipare agli incontri della Scuola della Parola che nel nostro decanato in questi ultimi anni è stata un punto di forza, e che quest’anno vedrà come predicatore apprezzato e particolarmente esperto: Luca Moscatelli. Il tema è particolarmente intrigante e coinvolgente: le figure della fede in Giovanni.

Nell’editoriale del 1 Settembre dicevo che non ci si salva con le manifestazioni esteriori, ma con la profonda adesione alle scelte morali ed esistenziali della fede. La fede, infatti, è esperienza coinvolgente, implica formazione, riflessione, condivisione, comprensione, rinnovamento, empatia affettiva, maggiore coscienza cristiana. Se ciò è vero, allora trova il suo significato profondo la proposta di un eventuale pellegrinaggio in Terra Santa nell’estate 2020, un pellegrinaggio che vuole essere una vera esperienza spirituale intensa, cammino autentico di discepolato, con l’obiettivo di rinsaldare la nostra fede con esperienze forti e di aggiungere una tappa significativa alla nostra crescita interiore. Un pellegrinaggio che sarà preparato per tempo con un percorso di incontri formativi e informativi aperti a tutti e non solo ai pellegrini in modo che sia offerto un vero e proprio percorso culturale e spirituale interessante. Vi comunicheremo date e tempi.

Come vedete si tratta di un anno interessante e ricco di situazioni che sono occasioni di grazia; sono solo alcune, per non contare di tutte quelle che certamente il Signore, nella sua benevolenza, ci riserverà e che non sono programmabili nemmeno dai nostri buoni propositi, ma arrivano da lui e della sua costante volontà di benedire la nostra vita e quella della nostra comunità.

don Maurizio

LA GRANDE SFIDA
Comunità e famiglia nella trasmissione della fede

Il compito affidato ai genitori di introdurre e accompagnare i figli nel cammino dell’iniziazione cristiana è al centro della nuova edizione, offerta dalla Diocesi, della Quattro giorni Comunità Educanti (quella che tradizionalmente si chiamava “4 giorni catechisti”), in programma in ogni Zona pastorale. Un importante momento formativo a cui sono invitati presbiteri, religiosi, diaconi, catechisti ed educatori, all’avvio dell’anno pastorale.   Si intende riflettere in particolare sul dono e sul compito affidato ai genitori di introdurre e accompagnare i figli nel cammino dell’iniziazione cristiana, in profonda sintonia con tutta la comunità dei fedeli.     In questa prospettiva di comunità, un ruolo primario e fondamentale appartiene alla famiglia cristiana in quanto Chiesa domestica e quindi primo luogo dove far sorgere la fede e aiutarla a crescere e ad esprimersi. Essa, proprio come la Chiesa, è “uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui si irradia”.

Questa è la grande sfida!! Tutti conosciamo le fragilità, le fatiche e le ferite alle quali è esposta oggi la famiglia. Mentre rimane impegno costante delle comunità cristiane esprimere forme di vicinanza e di sostegno pastorale e spirituale agli sposi, dobbiamo comunque pensare ai genitori cristiani, qualunque situazione essi vivano, come i primi educatori nella fede; dobbiamo aiutare chi oggi vive il compito di catechista e quello educativo dei genitori che non sanno più dire le ragioni della fede ai propri ragazzi.
“La consapevolezza del nostro debito per la gente di questo tempo chiede di continuare il servizio alla buona notizia di Gesù, unico nome in cui c’è salvezza, superando quel senso di impotenza e di scoraggiamento, quello smarrimento e quello scetticismo che sembrano paralizzare gli adulti e convincere molti giovani a fare del tempo della loro giovinezza un tempo perso tra aspettative improbabili, risentimenti amari, trasgressioni capricciose e ambizioni aggressive come se qualcuno avesse derubato una generazione del suo futuro”.
Questa è la grande sfida!!    Quella di chiederci come suscitare interesse per la fede; quella di accompagnare un percorso di crescita nella fede senza abbandonare a sé stessi i ragazzi e i giovani, perchè da “grandi scelgano loro cosa credere”; la sfida di offrire la parola di Dio non solo come semplice conoscenza di informazioni ma come luogo promettente di dialogo con il Signore e di significato delle esperienze della vita; la sfida di imparare sempre di nuovo a pregare non solo personalmente ma anche come famiglia e nel contesto della vita famigliare, interrogandoci sul come facciamo, cosa diciamo e quali strumenti usiamo.
La grande sfida dell’annuncio del Vangelo in questo nostro tempo, complesso e inedito, confuso e carico di speranza, ma sempre benedetto dal Signore.

Proprio per questo, la comunità cristiana deve alla famiglia una collaborazione leale ed esplicita, considerandola la prima alleata di ogni proposta catechistica offerta ai piccoli ed alle nuove generazioni. In tal senso va valorizzato ogni autentico sforzo educativo in senso cristiano compiuto da parte dei genitori ai quali vogliamo dire: siamo a voi vicini. Ma la comunità vuole essere vicina anche alle catechiste fornendo loro non solo il supporto della fiduciosa stima, ma anche strumenti adeguati a questo compito che ha il sapore della grande sfida.
Ne riparleremo a settembre con importanti novità per tutti gli interessati.

don Maurizio

TEMPO DI FERIE. UNA “DIETA” DELL’ANIMA PER RITROVARE SE’ STESSI E DIO

E’ vero le famiglie sono ancora in piena attività e benchè i figli siano nel pieno delle vacanze estive – a parte gli esaminandi – i genitori sono ancora presi da diversi impegni. Tuttavia incomincia il rito delle “vacanze” che andrebbero anch’esse vissute bene e non sciupate vista la loro preziosità. Le mete preferite dagli italiano sono il mare e la montagna. Ma c’è anche chi sceglie di ritirarsi in qualche eremo. Ci permettiamo pertanto qualche saggia considerazione che forse potrebbe risultare utile.     Stando proprio alla prima pagina della Bibbia, anche Dio, dopo aver lavorato per sei giorni a erigere quella grandiosa architettura che è l’universo, si mise in vacanza (Genesi 2,1-4). Sorgeva, così, quel “riposo” che nella tradizione ebraica e cristiana ebbe la sua espressione nel sabato/domenica e che fu addirittura codificato nel terzo comandamento del Decalogo.

La vacanza, però, non è una sorta di pagina bianca da riempire con la stessa frenesia del resto dell’anno (la Rimini o la Cortina estive non sono proprio diverse da una Milano feriale e convulsa!). Le immagini che si depositano su quella pagina sono già note: a volte c’è più stress che recupero psicofisico. Vacanza, però, non è neppure inerzia vuota (la pigrizia è pur sempre uno dei sette vizi capitali): è paradossale, ma questo vocabolo deriva dal latino vacare che significa “dedicarsi a un’attività”; oppure richiama quel “vacante” che intende quel lasciar libero per…    E allora, perché non sostare durante un viaggio davanti a un paesaggio, stare più a lungo di fronte a una tela di un museo o nel silenzio gotico di una cattedrale, inseguire la trama di un libro, sedersi sotto un albero come Newton o immersi in una vasca come Archimede a riflettere o sulla terrazza a osservare le stelle come i Magi, ascoltare una musica o persine il silenzio?
A quest’ultimo proposito, lo scrittore Alberto Moravia, che non era certo un direttore spirituale, suggeriva in un’estate del 1964 ai suoi lettori questo consiglio: «Per ritrovare una vera fonte di energia, bisogna riscoprire il gusto della meditazione. La contemplazione è la diga che fa risalire l’acqua nel bacino e permette agli uomini di accumulare di nuovo l’energia interiore di cui l’attivismo li ha privati».     In quel silenzio, che elimina l’eccesso dei decibel, dell’urlato, della chiacchiera, si può praticare una specie di dieta dell’anima, che ritorna capace di pregare. La persona riesce, allora, a guardare nel fondo della coscienza, ove forse ritroviamo noi stessi e la nostra storia letta come parabola di grazia. Nel silenzio la lettura di un libro – pratica così rara in Italia – può risvegliare il sonno della ragione e, se si tratta poi del Libro per eccellenza, la Bibbia, si trasforma anche in «lampada per i passi nel cammino» della vita (salmo 118).
Infine in questo orizzonte si può insinuare anche la presenza implicita di un parente o di un conoscente anziano, malato, straniero, isolato nel caldo soffocante di un condominio senza nessuno che si ricordi di lui, con il suo citofono sempre muto, o anche semlicemente di un amico con cui riallacciare dei rapporti. Gesù direbbe oggi che una telefonata o una visita fatta a quel fratello sarebbe come se fosse destinata a lui stesso: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Matteo 25,40).      Viste così le cose forse non sempre si dovrebbe per forza fare le vacanze; anche stando a casa si può vivere lo spirito autentico della vacanza. Ma non possiamo neanche negare il fatto che vista in questo modo la vacanza forse andrebbe fatta anche più di una volta all’anno senza ingolfarla in un breve periodo ma andrebbe scaglionata su più momenti dell’anno, perchè ciascuno recuperi sempre il suo giusto ritmo ma soprattutto non dimentichi chi è, da dove viene e verso chi va e non solo dove va.

don Maurizio

VERSO IL RINNOVO DEL CONSIGLIO PASTORALE UNITARIO
delle comunità cristiane di san Martino, santa Monica e san Guglielmo

Domenica 20 ottobre 2019 saremo chiamati a rinnovare i membri dei Consigli Pastorali e degli Affari Economici delle nostre Comunità Pastorali e Parrocchiali. Sembra una data ancora lontana nel tempo, ma vogliamo preparaci bene e non sciupare questa occasione importante per essere la Chiesa del Signore oggi. Non vogliamo che sia una pura formalità o un adempimento burocratico; vogliamo invece che queste elezioni per il rinnovo dei Consigli e la loro preparazione ci aiuti a riscoprire l’importanza e la necessità di questi strumenti: da “otri forse un po’ troppo vecchi ” possano diventare – con il nostro contributo – “otri nuovi” (Mc 2, 22) per contenere la novità e la forza del Vangelo. Rinnoveremo questi Consigli per gli anni 2019-2023 e lo faremo non con la rassegnazione di una Chiesa in decadenza, ma recuperando l’entusiasmo di percorrere una nuova tappa evangelizzatrice nella vita della nostra Diocesi. Camminiamo insieme custodendo il dono della comunione e la coscienza della corresponsabilità cercando di esercitare il più possibile il metodo della sinodalità.

Il rinnovo degli organi di consiglio e di partecipazione alla vita della parrocchia è stimolo per tutti a interrogarci sulla questione di fondo che sta dietro a questo evento: quale volto e immagine di Chiesa abbiamo? Come vediamo la Chiesa, ma soprattutto come ci pensiamo dentro la Chiesa?
Se lo strumento del Consiglio pastorale per molti è in crisi oppure non è considerato così utile, è forse perchè è in crisi la nostra visione di Chiesa che come cristiani abbiamo. Probabilmente facciamo fatica a sentirci “popolo in cammino”, non percepiamo la Chiesa come comunità di appartenenza come figli, come membri non solo attivi ma corresponsabili. L’occasione del rinnovo ci può rimettere in gioco, guardando decisamente al domani, anche aiutati dal magistero del nostro vescovo Mario particolarmente attento a dare indicazioni per la costruzione di una Chiesa più partecipata ed evangelizzatrice.

Ma quante frustrazioni, esitazioni, paure bloccano l’assunzione di responsabilità nelle nostre Comunità! Molti potrebbero essere i motivi di turbamento e di sfiducia che rendono rassegnati i cristiani; e lungo ci appare il cammino per un rinnovamento evangelico della Chiesa e delle nostre Comunità. Dobbiamo, quindi, accettare, con pazienza, di «lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione di risultati immediati».
Molti cristiani, poi, – forse anche alcuni che già hanno fatto parte dei Consigli da rinnovare – sono scoraggiati dalle incomprensioni e dalla conflittualità, che si sperimentano nelle nostre assemblee.
Altri battezzati, ancora, potranno dire che non si sentono all’altezza di essere eletti e di assumersi una responsabilità nei Consigli. Forse, nelle nostre Comunità ci si sente spesso “controparte” e “voce fuori dal coro”, invece di sentirci tutti dediti con passione e generosità alla vita e alla crescita di una Comunità. È Papa Francesco, in Evangelii Gaudium, a ricordarci quattro punti di stile con cui consigliare e sui quali ritorneremo perchè preziosi per il servizio del consigliare nella Chiesa. “Il tempo è superiore allo spazio”; “l’unità prevale sul conflitto”; “la realtà è più importante dell’idea”; “il tutto è superiore alla parte”. Questo stile orientato al bene comune e alla pace rasserena e incoraggia.     La recente storia ecclesiale delle nostre parrocchie chiede in questo momento di continuare ancora nella ricerca di una sempre maggiore comunione per servire meglio il Vangelo nell’esercizio della pastorale d’insieme. E’ uno dei passi da compiere che ci siamo proposti al termine della visita pastorale dello scorso 2017 e che sarà oggetto di verifica – insieme agli altri obiettivi che c’eravamo posti – nella prossima visita pastorale di Gennaio 2020 con l’arcivescovo Mario.

Oggi alla luce dell’esperienza appena trascorsa di questo Consiglio Pastorale Unitario abbiamo bisogno di un rilancio con alcune attenzioni:
– un maggiore entusiasmo, freschezza e fiducia, coinvolgendoci credendo nella bontà di questo strumento che funziona nella misura in cui i suoi membri lo conoscono bene e ci credono.
– sostenere, valorizzare e stimare il lavoro di tutti, riscoprendo il rapporto preti-laici come rapporto coessenziale all’edificazione della Chiesa che risponde al comune sacerdozio battesimale.
– essere attenti al metodo che aiuta: istruire le questioni col materiale da consegnare precedentemente; osservare un calendario preciso e cadenzato delle riunioni del Consiglio Pastorale; continuare nel lavoro per commissioni e gruppi; mantenere una stretta comunicazione con la comunità che garantisca l’informazione e la condivisone del cammino, prima col far conoscere l’ordine del giorno e poi con un verbale messo a disposizione di tutti; imparare a raccontare, ascoltare, decidere, verificare.

Ribadiamo la saggezza pastorale della scelta fatta alcuni anni fa di un Consiglio Pastorale Unitario (indicativamente 15 membri per san Martino, 5 membri per santa Monica, 3 membri per san Guglielmo).
La posta in gioco è alta: ne va del volto della nostra Chiesa e dell’efficacia evangelizzatrice delle nostre parrocchie; un volto che deve esprimere comunione, collaborazione corresponsabilità e sinodalità. Sembrano parole forse troppo altisonanti e sulle quali siamo ormai disincantati se non addirittura disillusi, ma esse trovano la loro concretizzazione solo esercitandole con paziente perseveranza sia da parte dei laici che dei preti.

Rinnoviamo l’appello!
Partecipate alle prossime elezioni; candidatevi come nuovi membri o riformulando la propria disponibilità a chi già è membro dei consigli. Per quest’ultimi arriverà a breve una lettera specifica.

Calendario degli adempimenti per il rinnovo dei Consigli
Abbiamo già costituito la Commissione elettorale e abbiamo già fatto la verifica dello scorso mandato del CPU.
Con questo Editoriale annunciamo il rinnovo e la richiesta di candidature: chiediamo ai referenti di tutti i singoli gruppi parrocchiali (che saranno raggiunti da una mail) di coinvolgere i propri membri e di segnalare nei prossimi mesi possibili candidati.
Presentazione delle liste: domenica 13 ottobre.
Elezioni: domenica 20 ottobre (a partire dalla Messa vigiliare).
Costituzione del nuovo Consiglio Pastorale: entro domenica 10 novembre.
Presentazione alla Comunità dei nuovi Consigli: domenica 10 novembre.
Comunicazione alla Cancelleria della Curia dei nominativi dei nuovi Consigli Pastorali e per gli Affari Economici: entro fine novembre.

Dopo la pausa estiva gli Editoriali saranno dedicati ad aiutarci in questo cammino

don Maurizio

ALLA CENA DI GESU’: INDEGNI MA SEMPRE ACCOLTI

Le Prime Sante Comunioni sono l’occasione per riflettere sul nostro rapporto con l’Eucaristia

Nelle prossime due domeniche nella comunità di San Martino si celebrano le “Prime Comunioni” dei nostri ragazzi. E’ l’occasione per i singoli e per tutta la comunità cristiana per riflettere non tanto sul valore dell’Eucaristia – valore che dovrebbe essere noto a tutti e lo si dovrebbe conoscere bene – quanto sulle modalità partecipative, nonché sulla sua incisività nella vita quotidiana. Infatti, a volte, sembra che nemmeno i cristiani che vi partecipano sembrano saper onorare l’Eucaristia che celebrano, perchè poi nella vita appare tutt’altro, smentendo il mistero: non si vive come e ciò che si celebra. E’ altrettanto vero però che siamo edificati dalla testimonianza coerente di cristiani che nella loro vita quotidiana sono sostenuti dall’Eucaristia e attingono forza e speranza dalla partecipazione alla Santa Messa.
Stupisce comunque il fatto che alla “Prima Comunione” dei nostri ragazzi ben pochi sono i genitori che fanno la comunione; che strana sensazione di contraddizione: tutti i bambini a fare festa con Gesù e solo pochi genitori partecipano a questa comunione di festa o festa di comunione, e se lo fanno sembra sia solo per circostanza o per non apparire scortesi.        Questo è uno dei temi più incandescenti nell’odierno dibattito ecclesiale, cioè quello relativo a chi possa prendere parte alla tavola eucaristica. Il problema è delicato e scottante soprattutto nei casi dei divorziati-risposati, dei conviventi o di chi comunque sa di essere, più o meno chiaramente e consapevolmente, in situazione di peccato grave e pubblico. La questione non va intesa come un divieto rivolto a chi è indegno moralmente, perchè tutti i cristiani sono e restano peccatori anche quando si accostano all’Eucaristia; persino il prete che celebra chiede perdono, all’inizio della Messa, insieme a tutto il popolo di Dio. Chi va alla cena del Signore si sente indegno fino all’ultimo momento («Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa…»), vi si accosta come un peccatore che confida nella misericordia di Dio, è convinto che l’Eucaristia non sia un premio per i buoni, ma un sostegno per i deboli e un viatico per i peccatori. Al riguardo, non possiamo nemmeno dimenticare che la tavola del Signore, inaugurata da Gesù nell’ultima cena, annoverava dei commensali non certo degni: vi partecipavano Giuda, che l’avrebbe tradito; Pietro, che l’avrebbe rinnegato poco dopo; gli altri apostoli che, consapevoli dell’ora di Gesù, discutevano tra loro su chi fosse il più grande e che, per paura, l’avrebbero tutti abbandonato. Come Gesù non aveva disdegnato di sedere alla tavola dei peccatori, così la sua tavola è luogo di accoglienza di tutti, degni e indegni, spazio di inclusione in vista della comunione nella quale la santità del Signore Gesù incontra il peccato dei discepoli di allora e di oggi. L’Eucaristia è davvero la tavola del dono, della gratuità dell’amore che non deve essere meritato, abbatte le barriere tra puri e impuri, annulla le divisioni.          Questo però non significa che tutti possano accedere alla Comunione Eucaristica senza nessun riguardo o indiscriminatamente; già San Paolo aveva messo in guardia dall’accostarsi alla “Mensa del Signore” in modo indegno o senza rendersi conto di ciò che si sta facendo (1Cor 11).  Occorre una condizione imprescindibile e assoluta: che chi va a questa tavola vi acceda come un “mendicante” e sia consapevole dell’azione che compie e del grande dono che riceve. Occorre che le persone siano disponibili ad avviare processi di comprensione del mistero e di conversione del cuore e della vita.       Come accennavamo all’inizio, la questione interpella ogni singolo fedele, magari assiduo alla Messa, e la comunità cristiana che celebra e partecipa alla Cena del Signore. Lo spezzare il Pane è il gesto liturgico originale che fa riconoscere l’assemblea dei discepoli di Gesù come la comunità che fa memoria della sua Pasqua, vive del suo Spirito, pratica il suo Vangelo. Noi popolo di pellegrini abbiamo bisogno di trovare nella celebrazione eucaristica quella fonte di gioia e di comunione – con il Signore e tra di noi – , di forza e di speranza che possa sostenere la fatica del cammino quotidiano attraverso le molteplici e diverse esperienze che la vita ci riserva; esperienze che hanno bisogno di ritrovare il loro significato cristiano. In questo senso la Messa non è un rito, e la partecipazione all’Eucaristia non è semplicemente un “precetto” ecclesiastico: esse sono autenticamente “fonte e culmine”, “forza centrifuga e centripeta” di tutta la nostra vita.    Perciò non possiamo evitare di domandarci se e come celebriamo la Cena del Signore. Non possiamo non trovare una soluzione al come mai la celebrazione della Messa, in particolare della Messa domenicale, spesso perda la sua attrattiva. Benchè la nostra parrocchia abbia particolarmente a cuore la cura della liturgia e si impegna molto nelle celebrazioni – come non avviene da altre parti, tuttavia dobbiamo chiederci dove conduce il cammino di iniziazione cristiana che impegna tanti ragazzi e coinvolge le loro famiglie, se poi alla conclusione del suo percorso c’è un “fuggi, fuggi generale” dalla Messa e non si crea la persuasione che “senza la domenica non possiamo vivere”. I discorsi potrebbero essere ancora molto lunghi e articolati…      Il primo passo, però, da compiere non potrà che essere la convinzione, la gioia, la partecipazione intensa di chi frequenta abitualmente la Messa e la cura perchè ne vengano frutti di carità e di comunione.

don Maurizio

IN MEMORIA DI MONS. PAOLO VIEIRA

Nella nostra parrocchia di San Martino in questi anni, generazioni e generazioni di ragazzi della S.Cresima e i loro genitori, familiari, parenti e amici, hanno avuto la bella esperienza di aver ricevuto il dono dello Spirito Santo dal vescovo africano di Djougou in Benin, per tutti: don Paolo. Il vescovo amico della nostra parrocchia, il vescovo sempre gioioso che concludeva le celebrazioni dell’amministrazione della Cresima con un coinvolgente canto africano. Il vescovo con il quale si è creata una sorta di gemellaggio tra la sua Diocesi e la nostra parrocchia con una serie di interventi e di aiuti per sostenere le sue comunità. Il vescovo dalla profonda e semplice umanità che non si vergognava di raccontare come da tempo fosse colpito dalla malattia e ci aggiornava sull’andamento delle sue terapie ed esami che periodicamente veniva ad effettuare in Italia. Il vescovo che ci informava sulle sue attività pastorali in una terra, la sua, il Benin, dove la convivenza della minoranza cristiana con la maggioranza musulmana è faticosa, rendendoci edotti sull’arduo cammino del dialogo e della collaborazione interreligiosa. Il vescovo che proprio nella sua terra ha rischiato più volte la vita da parte dell’intransigenza religiosa. Il vescovo dalla fede fiduciosamente incrollabile anche davanti a diverse prove e sofferenze che hanno toccato la sua famiglia e la sua vita. Così diceva in una intervista: “La più grande liturgia che si possa celebrare al Signore è quella della nostra stessa vita e della nostra persona, offerte in dono”. “La sofferenza è sempre una grande prova, e rischia di sconvolgerci – continua Mons. Vieira – L’ho provata, l’ho vissuta. Ma con la grazia di Dio e l’aiuto dato dalle preghiere dei tuoi fratelli, allora arrivi ad accettare la sofferenza pensando alla croce di Cristo, alla sua stessa sofferenza, allora arrivi a trasformare la sofferenza in un cammino di fedeltà verso Gesù Cristo. Perché la prima grazia che mi è stata donata, è stato un nuovo affermarsi della mia fede”. 
Il vescovo racconta anche del senso di ribellione che l’ha colto apprendendo della malattia: “Ho pensato a Santa Teresa d’Avila e ho detto al Signore: se è così che tratti i tuoi amici, non mi sorprende che tu ne abbia così pochi!”, preoccupato che essa interrompesse la mia missione nella diocesi di Djougou. 
Ribellione superata in una notte di preghiera: “Stavo lì, tutto solo, alle cinque del mattino. La mia preghiera era il mio sguardo posato sul tabernacolo, la croce e la Vergine. Come un’altalena, i miei occhi si spostavano dal tabernacolo alla Vergine, passando per la Croce, che si trovava in mezzo. Ad un certo punto, il mio sguardo si è arrestato sulla Croce e mi sono detto: ed Egli, dunque? Si è forse interrotta la sua missione, per il fatto di essere stato sulla Croce? No di certo; al contrario. Ho sorriso e mi sono sentito cogliere da un vero senso di pace. Allora ho detto: “Signore, accetto tutto questo e mi affido a te” Ed ecco: questa è stata la mia forza.

Il vescovo Mons. Vieira, che per tutti era semplicemente don Paolo, Giovedì 21 Marzo 2019 è improvvisamente ritornato alla casa del Padre.  Nato il 17 luglio 1949, il vescovo Paul Kouassivi Vieira è stato ordinato sacerdote il 29 giugno 1975 da Papa Paolo VI a Roma. Dopo aver servito alcuni anni come segretario del cardinale Bernardin Gantin a Roma, è tornato nel suo paese per essere successivamente Rettore dei Seminari di San Giuseppe di Adjatokpa e San Gallo di Ouidah. Il 28 giugno 1995 è stato nominato Vescovo di Djougou da San Giovanni Paolo II e ordinato Vescovo il primo di ottobre 1995 da Sua Eminenza Bernardin Gantin a Djougou.

Nonostante la sua malattia, la sua morte è stata inattesa e ci ha lasciato tutti sorpresi, ma la sua testimonianza resterà per sempre nella nostra memoria e la sua benedizione, più volte data alla nostra comunità di san Martino e a molte singole persone, accompagnerà tutti nel cammino della fede. Quella comunione dei santi che la fede della Chiesa proclama ha ora in don Paolo una risorsa in più dal cielo e per noi la certezza di esser accompagnati dalla sua simpatia e dalla sua preghiera celeste.

don Maurizio

CI SONO ANCORA I CRISTIANI??

Non siamo colti da pessimismo o da una sorta di sentimento amareggiato, ma la domanda sorge spontanea. Non si tratta nemmeno di porsi la domanda sull’onda delle statistiche che impietosamente rivelano la diminuzione del numero dei cristiani – non solo praticanti o almeno consapevoli della loro fede – ma piuttosto constatare il venir meno della passione, della convinzione se non addirittura della coscienza di che cosa consista la fede cristiana di molti battezzati che pur continuano a dirsi cristiani. Ovviamente non ci riferiamo alla fede intensa, pura e semplice o popolare di tante persone, in particolare di quelle anziane.

La domanda ha una sua plausibilità perchè raramente si trovano cristiani che nutrono una passione per il Vangelo, e sono davvero convinti non solo che Gesù possa essere una risposta alle loro domande di senso della vita, ma che Lui sia la loro vita, il loro futuro. Anche le motivazioni che spingono i genitori a iscrivere i loro figli al catechismo suscitano la questione; chissà poi perchè lo fanno e quali sono le ragioni profonde di questa scelta che rischia di essere solo sociologica – così i figli non saranno diversi dalla maggioranza; di tradizione – i nostri vecchi ci hanno insegnato così ; o sorretta da altre motivazioni che non siano quelle di introdurre ad una reale esperienza di relazione col Signore.
Raramente si trova tra i cristiani d’oggi una vera passione per Cristo e il Vangelo. E’ vero: c’è la ricerca di una spiritualità, ma intesa soprattutto come ricerca di benessere interiore. Anche nella vita parrocchiale siamo più preoccupati di risolvere problemi strutturali o organizzativi, di sciogliere rapporti spesso tesi tra gruppi e persone, di far girare bene i molteplici impegni in agenda e di tenere sotto controllo questioni marginali che nulla hanno a che vedere con la missione fondamentale di una comunità: l’evangelizzazione.
E’ vero che oggi si constata che tra i cristiani vi è una ricerca di vita spirituale interiore forse più intensa di una volta e una scelta più consapevole. Ma sovente si tratta di una spiritualità che desidera solo un benessere interiore, e chiede non il Regno che viene, non Gesù Cristo, ma un insegnamento etico per vivere meglio o criteri morali che almeno orientino nella vita per non commettere troppi sbagli, trovando un’armonia con sè e con gli altri. Così il messaggio di Gesù è svuotato e la vita credente è ridotta a forme di autosalvezza o di religiosità autocostruite e individuali, dove la fede ha perso la grammatica per cui non sa più dirsi in una sintassi che tenga conto dei suoi contenuti. Una religiosità che arriva persino a scelte paradossali (nuova legge regionale che permette la sepoltura dell’animale domestico nel loculo stesso del proprio padrone) che smarriscono lo specifico della fede cristiana che è data da una vita “in Cristo”.      La vita di fede non può essere ridotta a una via tra le tante o comunque perchè: “bisogna pur credere in qualcosa”, ma deve restare una comunicazione di vita, una grazia che giustifica l’esistenza di ciascuno.
Una vita battesimale, dunque cristiana, vuol dire volere una vita “nuova”: la vita stessa del Figlio di Dio (Gal 4,4-7) che trasfigura, portandola a pienezza di significato e di realizzazione, la vita umana.
All’uomo è consegnata la vita stessa di Gesù e non soltanto secondo Gesù. La vita “nuova” che egli riceve è la vita del Figlio di Dio che Dio ci dona: dono totalmente libero e gratuito. Ma il dono di Dio chiede il “sì” dell’uomo, chiede di essere accolto, conosciuto e vissuto in libertà.       La vita cristiana è una “vita spirituale”, cioè animata dallo Spirito Santo, dunque vita di Cristo e in Cristo. Benedetto XVI ha ricordato con forza che «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì un evento, l’incontro con una persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò un orientamento definitivo» (Deus caritas est 1). Allora pregare, celebrare la Liturgia, leggere le Scritture ascoltando la Parola è una festa, una beatitudine.        Siamo dunque gli ultimi cristiani? Dobbiamo rassegnarci a vivere in comunità dove manca il fuoco, quel fuoco che Gesù volle portare sulla terra e desiderò tanto vedere ardere (cfr. Lc 12,49)? Siamo stati incapaci di trasmettere quella passione che rende la fede contagiosa?… In ogni caso, crediamo che queste domande non possano essere evase o tralasciate con sufficienza.        Il tempo forte della Quaresima che inizierà tra poche settimane e ancor più quello che seguirà, cioè il tempo Pasquale e Pentecostale, saranno occasione propizia per risvegliare la fede cristiana assopita o semplicemente riscoprirla per quello che è e che ci chiede.

don Maurizio

La preghiera del “Padre Nostro” nella Santa Messa

Riportiamo la Nota del Servizio diocesano sui contenuti e la tempistica della variazione introdotta dai Vescovi italiani a proposito della preghiera del Padre Nostro, perché molti si interrogano su come e quando applicare le modifiche nella recita della preghiera insegnataci da Gesù. Ecco quanto comunicato nell’ultima settimana di Gennaio 2019 dal Servizio Diocesano della nostra Chiesa Ambrosiana per la Pastorale Liturgica.
Premesse
Nella versione italiana della Bibbia, approvata ufficialmente dalla Conferenza Episcopale Italiana (Cei) nel 2008, la penultima richiesta del Padre Nostro suona così: «E non abbandonarci alla tentazione». Questa nuova versione, subito recepita dalla rinnovata edizione italiana del Lezionario romano e del Lezionario ambrosiano, non è ancora entrata nell’ordinamento romano e ambrosiano della Santa Messa in lingua italiana in attesa della nuova edizione del Messale romano e del Messale ambrosiano.
Di recente, durante l’ultima assemblea generale della Cei, tenutasi a Roma dal 12 al 15 novembre 2018, i Vescovi Italiani hanno approvato l’edizione italiana rinnovata del Messale romano, che per essere promulgata ed entrare in vigore dovrà prima passare dalla Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti per la necessaria «confirmatio» (can. 838 §3). Tra gli elementi approvati c’è anche il mutamento da «e non ci indurre in tentazione» a «e non abbandonarci alla tentazione» della sesta richiesta del Padre Nostro e l’inserzione di «anche» («come anche noi li rimettiamo») nella richiesta immediatamente precedente. In tal modo il Messale si uniformerà al Lezionario e andrà a modificare la stessa recitazione della preghiera del Signore al di fuori della Santa Messa. Tutto questo varrà allo stesso modo per il Messale ambrosiano rinnovato, che è in preparazione presso la Congregazione del Rito Ambrosiano.      Alla base di questo mutamento testuale che, andando a toccare l’uso liturgico, è destinato a modificare anche l’apprendimento mnemonico e la pratica della preghiera del Signore al di fuori della Santa Messa, sta l’intento di superare un possibile fraintendimento del testo finora in uso, che papa Francesco ha riassunto così: «Non è Dio che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto, un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito».

Conseguenze
a) Fino all’entrata in vigore della nuova edizione del Messale romano, e per gli ambrosiani del Messale ambrosiano, si continuerà a pregare il Padre Nostro con il testo attualmente in uso («e non ci indurre in tentazione»). Non è fissata, al momento, una data certa; siamo però nell’ordine di 1, massimo 2 anni.
b) Dal momento che la preghiera liturgica è preghiera ecclesiale, destinata cioè a manifestare l’unità e la comunione di tutti i fedeli, a nessun singolo sacerdote e a nessuna singola comunità (parrocchia, comunità religiosa, gruppo, associazione, movimento, ecc) è data facoltà di introdurre la nuova versione prima della promulgazione ufficiale del Messale rinnovato. Ciò infatti potrebbe alimentare inutili stridori sia all’interno delle comunità, sia tra le comunità. c) Nel frattempo, è importante istruire i fedeli, dai piccoli ai grandi, insegnando loro la variante del testo e illustrando loro il significato del cambiamento annunciato, così che, al momento opportuno, siano pronti ad assumere con cognizione di causa e in un clima sereno il cambiamento.

IL VALORE DELLA… “CARNE”
perchè senza “incarnazione” non c’è cristianesimo

Nella linea dell’essere “autorizzati a pensare” così come ci ha proposto il nostro arcivescovo Mario nel discorso alla città di sant’Ambrogio, a me sembra che a volte noi cristiani siamo proprio distratti e superficiali nel non renderci conto, per esempio, del peso delle parole che usiamo inconsapevolmente per esprimere la nostra fede.   Non è ancora del tutto scomparso il clima delle festività natalizie, dove liturgia e Vangeli ci hanno raccontato di Dio fattosi uomo in Gesù con una infinità di scene e di particolari tutti molto “carnali”, o se preferite un’espressione meno forte, molto umani. Un parto avventuroso e difficoltoso al limite della sopravvivenza; una fuga rocambolesca e un esilio da migranti e stranieri; la paura di un futuro incerto, l’angoscia dello smarrimento; il rimprovero amorevole ed educativo e il silenzio di una vita per nulla straordinaria.
Quante volte in questi giorni abbiamo sentito parlare di “incarnazione” che non significa solo che Dio si fa uomo ma che si fa…carne.   Sì, perchè la fede cristiana mette al centro l’uomo Gesù, così che non si può più affermare Dio senza affermare l’essere umano. Dobbiamo quindi prendere sul serio il carattere specifico del cristianesimo, che resta scandaloso, oggi come agli inizi della fede dei discepoli di Gesù e della sua Chiesa: Dio si è fatto uomo, uomo con un corpo di carne.     E’ il Vangelo di Giovanni che sintetizza l’evento della salvezza nella famosa affermazione del prologo: “E il Verbo si fece carne” (Gv 1,14). Questa è la novità cristiana ma anche l’originalità, perchè non c’è nulla di simile in nessun’altra religione. Già il Nuovo Testamento e gli antichi Padri della Chiesa hanno molto faticato per affermarla rispetto al giudaismo e alle altre successive interpretazioni della vita di Gesù. Per questo, nella sua Prima lettera, san Giovanni mette in guardia dalla più pesante aggressione alla verità del Vangelo: “Chi non confessa Gesù Cristo venuto nella carne, non è da Dio” (1Gv 4,3).     Il rischio della svalutazione della carne del Figlio di Dio ha percorso tutti i secoli dall’inizio fino a giungere al Vaticano II quando, per riaffermare con forza e chiarezza che senza carne non c’è Cristo, il documento conciliare, la Gaudium et Spes al n. 22, affermava con sublime delicatezza che “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato”.      L’incarnazione va presa sul serio, mentre noi ne restiamo scandalizzati o indifferenti, fino – forse – ad avere paura della fragilità dell’uomo Gesù. Preferiamo pensarlo solo come Dio mitizzando ogni sua esperienza umana, ma così facendo svuoteremmo il cristianesimo.   Secondo la fede cristiana, Gesù è “nato da donna” (Gal 4,4), per grazia dello Spirito Santo. E’ “cresciuto in sapienza, età e grazia” (Lc 2,52), come tutti noi; è stato tentato, ha gioito e ha sofferto, è morto come ogni figlio di Adamo perchè la sua condizione era umanissima. Ecco perchè la carne è il cardine della salvezza.    La fede cristiana mette al centro l’uomo Gesù, così che non si può più affermare Dio senza affermare l’essere umano. Guardando a Gesù Cristo – e attraverso di lui ogni uomo – contempliamo una creatura umanissima in cui “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9); in lui vediamo l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15).   Questa non è solo una professione di fede, ma determina la nostra esistenza vissuta nella carne, il nostro stile di vita cristiana, perchè noi siamo un corpo, siamo carne e spirito insieme.    Perciò noi cristiani non solo non abbiamo paura della carne, ma ne abbiamo profondo rispetto. Del corpo di carne non ne abusiamo, ma ne abbiamo persino giusta venerazione, non per esaltarne l’esteriorità estetica ma per farne emergere la sua identità divina. Il corpo di carne va onorato davanti alla svendita dei corpi, al disonore di quelli umiliati, torturati da ogni forma di vilipendio, a quelli persino abbandonati in mezzo al mare senza che trovino un approdo o abbiano un minimo di sollievo.   Ogni uomo, con il suo corpo di carne, è immagine e gloria del Dio vivente. Davvero “nessuno tocchi Caino” ma neanche nessuno offenda Abele perchè, da quando Dio si è fatto uomo in un corpo di carne nell’umanità di Gesù, ogni persona con il suo corpo è presenza dello Spirito, prezioso agli occhi di Dio e mistero da rispettare.

don Maurizio

LA “SCOSSA”… DI SAN MARTINO”  nella festa patronale 2018

Lo scorso anno San Martino, visitando la nostra comunità, in occasione della sua festa patronale, si è accorto di una comunità che, magari silenziosamente e senza troppo apparire, di sicuro cammina e cresce spiritualmente con un impegno costante, paziente, quotidiano. San Martino si è accorto dello sforzo che ci mettiamo nel costruire una comunità fondata su pilastri di fede.
Il nostro Patrono ci visita anche quest’anno, e ha notato che nella nostra comunità c’è fermento, ci sono diversi cambiamenti e novità, non solo organizzative. Ha notato anche che ci sono ancora vecchi problemi che facciamo fatica ad affrontare con coesione e lungimiranza. San Martino, forse, nota che viene a mancare l’entusiasmo; forse, nota che ci sentiamo un po’ frustrati perchè sembra che non siamo incisivi e le cose si trascinano e ci prende la delusione; forse, nota che ci prende la fatica dell’essere in cammino e i nostri passi, invece di essere attratti dalla meta che ci sta davanti, sembrano appesantirsi. Forse siamo perfino preoccupati di una Chiesa che invecchia, dove i giovani fanno fatica a restituirci entusiasmo e speranza. Forse come preti, come catechiste, come collaboratori pastorali, dalla carità alla polisportiva alle altre mille attività, stiamo vivendo un cristianesimo un po’ stanco e appiattito.              La santità di Martino, invece, ci provoca e ci rimette in cammino nel pellegrinaggio della nostra fede e della nostra Chiesa. Ci provoca e ci stimola a camminare con la sua vita contemplativa, con la sua vita di carità, con il suo stile umile e schivo senza mettersi in mostra ma senza rifuggire dalle sue responsabilità pastorali; ci provoca con il suo impegno coraggioso, franco e coerente, a combattere la falsa religiosità e a conoscere il Vangelo seguendo Gesù, l’unico Signore e maestro della vita.    La santità del patrono della nostra parrocchia e città ci provoca e ci stimola – oggi più che mai, ripensando a come spesso viviamo la nostra fede – a non essere cristiani banali e conformisti. In mezzo alla società e persino dentro la nostra parrocchia, spesso sentiamo l’imbarazzo di essere riconosciuti come cristiani, sentiamo il disagio di essere oggetto di scherno e di discredito se ci professiamo discepoli di Gesù; ci capita pure di tacere le parole audaci del Vangelo perchè l’insulto che ne potrebbe venire dagli altri ci spaventa.     La santità di Martino ci chiede di non essere i cristiani banali e del conformismo!

I cristiani del conformismo si presentano come tolleranti ma in realtà sono timidi e temono di essere riconosciuti discepoli e di sentirsi impopolari.
I cristiani del conformismo si conformano, e quando sono in chiesa si conformano alla devozione, mentre quando sono fuori di chiesa si conformano “all’aria che tira”, ripetono le parole correnti, si convincono che si possa essere discepoli di Gesù e accomodarsi nell’omologazione del “così fan tutti”.
I cristiani del conformismo assistono come tutti alle ingiustizie insopportabili, ma come tutti preferiscono tacere piuttosto che esporsi nel protestare, preferiscono confermare il proprio stile di vita piuttosto che decidersi a convertire il proprio cuore, piuttosto che domandarsi come possono fare per aggiustare le situazioni.
I cristiani del conformismo sono anche gente “di compagnia” chiacchierano volentieri “del più e del meno”, ma evitano discorsi un po’ più di spessore e dichiarazioni che ti possano far riconoscere come quelli che “sono segnati dal sigillo del Dio vivente” (Ap 7,2) perchè sanno che non è di moda, sanno che parlare di fede li può esporre al ridicolo e forse a conseguenze peggiori.
I cristiani del conformismo vivono una intima contraddizione tra il Vangelo che emoziona il cuore e i giudizi che si devono esprimere, gli stili di vita che si devono praticare, gli espedienti per imparare – come si dice – “a stare al mondo” come vuole il conformismo.
I cristiani del conformismo sentono parlar male della Chiesa, quella Chiesa che poi infine sono loro, di quella Chiesa in cui abitano, da cui hanno molto ricevuto, ma sono inclini alla creduloneria piuttosto che alla ricerca della verità e si adeguano al sentire diffuso e perciò preferiscono come tutti parlar male anche loro della Chiesa loro Madre.
I cristiani del conformismo sono però anche loro, come tutti noi, invitati a guardare alla schiettezza semplice ed efficace della santità di Martino e persino di quella dei recenti santi appena canonizzati e dei quali qualcuno lo abbiamo persino incontrato e stretto la mano.
Come loro siamo invitati a guardare la storia con gli occhi di Dio e non con quelli del conformismo; e anche noi che forse ci riconosciamo cristiani un po’ timidi, un po’ imbarazzati, un po’ complessati, un po’ accomodati nell’omologazione, forse possiamo ritrovare il coraggio nel non nascondere il “sigillo del Dio vivente” con cui siamo stati segnati e a farne invece una ragione di fierezza e un impegno di coerenza.

La santità di Martino ci scuote ad essere gente in cammino nella propria fede, mai stanca, ripetitiva, assuefatta all’abitudine e al conformismo, ma luce del mondo, sale della terra.
La santità di Martino ci raccomanda la familiarità con la Parola di Dio, la partecipazione alla celebrazione dell’Eucaristia cogliendone il mistero, imparando a celebrare bene, ci invita a imparare sempre di nuovo a pregare ma soprattutto a farlo!    Si direbbe “le pratiche di sempre” o anche peggio: “le solite cose”. Ma noi non abbiamo altro. Noi credenti non abbiamo altre risorse, non abbiamo iniziative fantasiose, proposte che stupiscono per originalità o clamore, non andiamo in cerca di esperienze esotiche. Non abbiamo altro che il mistero di Cristo e le vie che Cristo ha indicato. Non abbiamo altro, ma quello che abbiamo basta per la nostra salvezza e per il nostro pellegrinaggio. Abbiamo bisogno solo di riscoprire queste realtà e di rimodularle sempre di nuovo nella nostra esperienza cristiana.  Riceviamo così un sussulto di lucidità e di fierezza per decidere di non essere i cristiani del banale e del conformismo per non continuare quella timidezza imbarazzante che ci omologa all’andazzo”, ma piuttosto ci fa essere “concittadini dei santi e familiari di Dio” (Ef 2,19) nella capacità di rimotivare la nostra presenza in parrocchia, di vivere con “parresia” (franchezza, coraggio, coerenza, magnanimità…) la nostra fede, nel segno della gioia invincibile e di quella unità che supera banali tensioni e rigidità. Che strano, ma è proprio vero! San Martino ci sta dicendo che se camminiamo non ci stanchiamo, ma anzi “cresce lungo il cammino il nostro vigore” (Salmo 84): che “scossa” per la nostra comunità!

don Maurizio

4 Novembre 2018 – 100 ANNI…PER COSTRUIRE LA PACE

In questo 4 Novembre 2018 ricorrono i cento anni della vittoria al termine della prima guerra mondiale. Sembra un po’ paradossale celebrare questo centenario parlando di vittoria se teniamo presente che quell’esperienza ha provocato milioni di morti e fu talmente drammatica da lasciare scioccate intere generazioni e i sistemi sociali di tutte le nazioni coinvolte. Meglio sarebbe semplicemente parlare di cento anni dalla fine della prima guerra mondiale – detta anche Grande Guerra – che pose termine a quella che papa Benedetto XV definì proprio come “l’inutile strage”. Perchè non esiste una “grande” o “piccola” guerra, ogni guerra è “inutile strage”, inutile, cioè dannosa per tutti.

Cento anni dalla fine di orrende sofferenze, di colpe imperdonabili per il coinvolgimento di generazioni addirittura giovanissime spezzando loro futuro e sogni. Bollate stessa ha sperimentato questo orrore con lo scoppio del polverificio di Castellazzo, la cui memoria abbiamo appena celebrata nello scorso Giugno.
Cento anni dalla fine di un’esperienza che ha lasciato migliaia e migliaia di mutilati, feriti e traumi psicologici e comportamentali come mai fino ad allora si erano sperimentati, a tal punto che nella cultura popolare è passato perfino il famoso e un po’ dispregiativo detto: “scemo di guerra”. Quanto dolore!!
Certo quell’intervento e la partecipazione alla guerra erano accompagnati anche dal desiderio di valori come l’unità della nazione e della libertà da ogni vincolo di soggiogo da parte di altri Stati, dall’orgoglio patriottico e dalla propria identità culturale e da nobili tradizioni storiche. Ma come non pensare che forse tutto questo sia stato manipolato politicamente e militarmente per calcoli nazionalistici di pochi?
Cento anni da un’esperienza che ha detto ancora una volta della debolezza e della fragilità del continente europeo. Una ricorrenza che è monito a non dimenticare le radici ebraico-cristiane del vecchio continente; quell’Europa che con fatica impara dall’esperienza, tant’è che da lì a qualche decennio sperimenterà un seconda guerra. Un’Europa che ancora oggi ha bisogno di riprendere percorsi che la facciano progredire verso il superamento di tensioni e divisioni, di corte visioni solamente tecnocratiche ed economiche, per praticare l’accoglienza e l’integrazione intelligente per il benessere di tutti nella giustizia e nell’equità. Quale grande e complesso compito spetta alle istituzioni!

Vogliamo sperare che questo centenario sia l’occasione per intraprendere con maggiore decisione processi che sottolineano l’impegno a vincere gli egoismi nazionalistici, lo spirito di rivalsa dei populismi, le umiliazioni inferte da scelte dettate solo dalla paura; piuttosto si creino condizioni per il rispetto della dignità delle persone, per offrire a tutti opportunità per una vita che possa svilupparsi secondo le potenzialità di ciascuno; si investano intelligenza e risorse per una società più equa.

Un altro papa, Pio XII, in occasione – purtroppo – della seconda guerra mondiale ebbe a sottolineare che “nulla è perduto con la pace, mentre tutto può esserlo con la guerra”.
L’ombra di Caino – puntualizza papa Francesco – ci ricopre ancora oggi. Anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta ‘a pezzi’, con crimini, massacri, distruzioni. Con spirito di figlio, di fratello, di padre, chiedo per tutti noi – sottolinea il pontefice – la conversione del cuore: passare da quel ‘a me che importa?’ di Caino, al pianto. Per tutti i caduti della ‘inutile strage’, per tutte le vittime della follia della guerra, in ogni tempo e in ogni luogo del pianeta l’umanità ha bisogno di piangere, e questa è l’ora del pianto”. Un pianto – aggiungiamo noi – partecipato e liberatorio, che conduca a un sussulto per decisioni che contribuiscano a costruire un mondo di pace.

Per proseguire la riflessione su questo tema del centenario, suggerisco di leggere l’approfondimento a cura di Giovanni Ghezzi, interessante anche dal punto di vista storico, pubblicato sul sito della nostra parrocchia.

don Maurizio

SAN PAOLO VI: “IL PRIMO”
Una riflessione in occasione della canonizzazione di Giovanni Battista Montini

del 14 Ottobre 2018

Se a contemporanea e futura memoria abbiamo considerato san Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla, il “grande”, dobbiamo considerare papa Paolo VI, Giovanni Battista Montini, “il primo”.
Il primo ad aprirsi al mondo e alla modernità cercando il dialogo comprensivo e costruttivo; il primo ad intrattenere con ogni forma di cultura laica dialoghi di reciproco ascolto e apprezzamento; il primo ad intraprendere i viaggi apostolici internazionali e tra questi il primo dopo duemila anni ad andare in Terra Santa, il primo nella terra del suo predecessore e primo papa san Pietro; il primo – in epoca moderna – a subire un attentato rischiando la vita; il primo a porre dei gesti coraggiosi e inaspettati nelle relazioni ecumeniche e con gli uomini del terrorismo nella forma brigatista rossa; il primo…ma l’elencazione si farebbe davvero lunga.     Il riconoscimento, in contemporanea, della santità di Paolo VI e di mons. Oscar Romero è senza dubbio, dunque, uno degli atti più importanti della Chiesa cattolica e del pontificato di papa Francesco.      Paolo VI è il papa che continua e conclude il Concilio Vaticano II aperto da Giovanni XIII; difende gli insegnamenti del Concilio dal pericolo del tradizionalismo che spinge allo scisma; affronta la questione della modernità in modo aperto anche se incompreso; sviluppa la tradizione della Chiesa sulle questioni della giustizia sociale ed economica in modo lungimirante; indica il tema dell’evangelizzazione come la questione decisiva e profetica che determinerà il futuro del terzo millennio della Chiesa; apre il papato a una dimensione globale che ormai è inscindibile dal ministero del vescovo di Roma.      La canonizzazione di Romero, dal canto suo, e a conferma di una Chiesa ormai nuova e dinamica come testimoniata dall’azione pastorale di Paolo VI, universalizza uno dei più alti simboli dell’esperienza di Chiesa nell’area latino americana durante il periodo successivo al Concilio Vaticano II. Papa Francesco fa memoria del martirio di Romero assassinato a causa del suo impegno per la giustizia sociale sull’altare mentre celebrava la Messa, ma al tempo stesso rende giustizia del silenzio e del disconoscimento calato sulla testimonianza eroica del vescovo salvadoregno. Forte è stata la tentazione della “normalizzazione” per paura di un eccessivo “sbilanciamento” compromettente sul versante secolare e della dimenticanza di quell’esperienza di impegno sociale che rimangono però fondative per la Chiesa latinoamericana ed esemplare per la Chiesa nel resto del mondo. La canonizzazione di Romero evidenzia il carattere universale – cioè cattolico – di un’esperienza di Chiesa per lungo tempo trattata come dipendente e subalterna.      Ma tornando a Paolo VI, perchè particolarmente caro ai milanesi e agli ambrosiani che lo hanno avuto come arcivescovo dal 1955 al 1963, egli fu alla guida della Diocesi di Milano con lungimiranza, intelligenza e finezza intellettuale. Come arcivescovo seppe parlare chiaro a credenti e non, come profetica guida di una “Milano che non dà tregua” – come scrisse nel 1959 – e di cittadini ai quali “non bisognava insegnare a lavorare ma a pregare”. Come non ricordare l’ormai leggendaria “Missione di Milano” del 1957 che resta, a oggi, la più grande mai predicata nella Chiesa cattolica, per raccontare l’ansia del futuro santo per edificare una chiesa di popolo, una civiltà dell’amore e per la trasmissione della fede in un contesto ormai volto inesorabilmente verso la scristianizzazione. Scriveva già nel 1934, ben prima di diventare vescovo: “Cristo è un ignoto, un dimenticato, un assente in gran parte della cultura contemporanea”. Accanto a questa ansiosa e sofferta passione evangelizzatrice sta tutta la convinzione che il Vangelo e il messaggio di salvezza del Cristo è l’unica autentica gioia soprattutto per le giovani generazioni che cercano il senso dell’esistenza. Non a caso, l’esortazione “Gaudete in Domino”, il primo documento ufficiale della Chiesa sulla gioia – ancora una vola Paolo VI “il primo” – è dedicato proprio ai giovani.      Il pontificato di Paolo VI è stato difficile e spesso doloroso, ma fecondo. Scrisse: “Forse il Signore mi ha chiamato a questo servizio non perchè io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perchè io soffra qualche cosa per la Chiesa, e sia chiaro che Egli, non altri, la guida e la salva”. In tutta la sua vita troviamo una continua ascensione spirituale interiore verso una sempre maggiore coerenza al Vangelo con un continuo appello alla santità-missione possibile per tutti, da risvegliare come desiderio nei fedeli.       Quanto abbiamo detto è solo un “assaggio”: è impossibile fare una sintesi del ricchissimo itinerario umano e spirituale di Paolo VI, del suo episcopato e del pontificato: tutto ciò meriterebbe la giusta conoscenza e l’opportuno approfondimento.
E’ l’invito che ci viene anche dalle parole dell’Arcivescovo Mario nella sua lettera pastorale. “Invito a riprendere la sua testimonianza e a rileggere i suoi testi, così intensi e belli, perchè il nostro sguardo su questo tempo sia ispirato dalla sua visione di Milano, del mondo moderno e della missione della Chiesa. Ricordando la figura e il ministero di Giovanni Battista Montini in diocesi di Milano e la sua scelta del nome dell’apostolo Paolo come programma del suo pontificato, siamo chiamati a condividere lo spirito con cui ha promosso e vissuto la Missione di Milano del 1957 e le motivazioni che lo hanno convinto a visitare i continenti e a orientare il Concilio Vaticano II al confronto, al dialogo, alla simpatia per il mondo, per una responsabilità di evangelizzazione. Come ci consiglia papa Francesco, rileggere l’esortazione apostolica “Evangelii Nuntiandi” sarà un modo per vivere la canonizzazione non solo come una celebrazione, ma come occasione per rendere ancora fecondo il magistero di Paolo VI”.

don Maurizio

NON POSSIAMO VIVERE SENZA…LA PAROLA
Tutti invitati alla scuola della Parola delle Scritture

Carissimo e Carissima,
il nostro Vescovo Mario continua ad insistere sulla necessità di familiarizzare con la Parola di Dio e di ascoltarla con metodo. Lo ha già fatto in diverse circostanze e continua a farlo anche nella sua nuova lettera pastorale: “Cresce lungo il cammino il suo vigore”. Addirittura il vescovo ci chiede una verifica del nostro ascolto, sapendo che non è una novità l’invito all’esercizio della Lectio Divina o di altre forme di ascolto della Parola di Dio.   Questa insistenza vorrà pur dire che, per la qualità di vita cristiana di tutti noi, dobbiamo accostarci con perseveranza e con metodo alle sacre Scritture: ne va della nostra fede.
Diverse sono le occasioni per ascoltare, meditare, verificare e convertire la nostra vita sulle Parole che Dio ci rivolge, dalla liturgia, ai momenti di preghiera che precedono gli incontri, da qualche pagina della Bibbia letta in famiglia, ai momenti più organizzati e strutturati per un miglior approfondimento.    Tra tutti questi momenti da valorizzare, ecco anche quest’anno l’occasione da non perdere: la Scuola della Parola Decanale con l’esercizio della Lectio Divina.   A pensarci bene siamo davvero in debito, gli uni verso gli altri e in particolare lo è la Chiesa, di comunicare la verità della Parola di Dio. Anzi, affinché non si riduca il Vangelo a una raccomandazione di opere buone, siamo in debito verso tante persone e verso il mondo contemporaneo di una parola che apra alla speranza, al significato pieno dell’esistere e alla salvezza. Dobbiamo proporci e proporre di recuperare quella familiarità con la Parola di Dio che è la condizione essenziale per essere educati al pensiero, al sentire e all’agire di Cristo.   Proprio per questo dobbiamo evitare che la Sacra Scrittura sia solo ridotta a un libro da leggere, studiare, commentare, discutere. La Scrittura è un testo ispirato, ha un’efficacia “quasi sacramentale” e la sua lettura non deve essere solo “curiosa” o “intellettualistica”, ma spirituale. Infatti lo Spirito abilita chi accosta la Parola a conoscerla “spiritualmente”, cioè rende possibile e desiderabile entrare in quella confidenza di comunione con colui che ha desiderato parlarci e rivelarsi.   Nell’accostarci alla Parola di Dio non possiamo ridurci a raccogliere informazioni o incrementare conoscenza sul quel brano: sempre la Parola chiede una risposta, invita a una conversione, propone una vocazione e spinge alla preghiera.   Per questo obiettivo di crescere nella familiarità con la Scrittura, in ogni ambiente e circostanza devono risuonare le Parole del Vangelo; tuttavia non si può essere ingenui o affidarsi all’emotività, occorre essere guidati con un metodo e condotti con sapienza. Occorre lasciare maggior spazio allo Spirito e permettere alla Parola di non fermarsi alla sola mente, ma di arrivare fino al cuore, perchè dal cuore si sciolga la decisone di seguire Gesù e sgorghi l’eloquenza della preghiera che supera i nostri mutismi e pigrizia.   Il tema e il percorso proposto quest’anno dalla Scuola della Parola Decanale con l’esercizio della Lectio Divina vuole aiutare a ripensare il senso dell’essere Chiesa che vive vigilando nell’attesa, che vive pellegrina nel deserto, che vive come popolo in cammino nella precarietà nomade. L’incontro, l’ascolto, la condivisione degli uni verso gli altri permettono di valorizzare le differenze, lo specifico di ciascuno, impongono di riconoscere i doni ricevuti.     Non possiamo pensarci come comunità di Cristo stando semplicemente accanto a persone di altri paesi e di altre culture e immaginando che dovremmo essere “accoglienti” solo nel senso di “permettere” a queste persone di partecipare alle nostre cose. Questo tempo ci chiede un cambio di prospettiva, o meglio, assumere la prospettiva che fin dall’inizio è stata della comunità cristiana. Ci domanda di ripensare il senso dell’essere Chiesa, di riconoscere che nessuno è straniero o ospite ma che tutti siamo concittadini dei santi e familiari Dio, “edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù” (Ef 2, 19-20).  Ecco, dunque, il tema: ABBATTERE I MURI DI SEPARAZIONE. Per una Chiesa fino ai confini della terra.

Cogli l’occasione, non perderla nonostante i numerosi impegni, fai la cosa giusta e, come invita simpaticamente papa Francesco, “vuoi farmi contento? Leggi, conosci e medita la Parola di Dio!

Ecco il percorso e le date della Scuola della Parola Decanale:
Chiesa san Martino in Bollate ore 21.00

  • Venerdì 12 Ottobre PRIMO INCONTRO: II disegno d ‘amore di Dio (Efesini 1 , 1 -1 9)
  • Venerdì 09 Novembre SECONDO INCONTRO: Nessuno è straniero (Efesini 2, 8-22)
  • Venerdì 14 Dicembre TERZO INCONTRO: Ricolmi della pienezza di Dio (Efesini 3, 14-21)
  • Venerdì 11 Gennaio QUARTO INCONTRO: Rivestire l’uomo nuovo (Efesini 4,17-32)
  • Venerdì 08 Febbraio QUINTO INCONTRO: Lottare con l’armatura di Dio (Efesini 6, 10-20)
  • Venerdì 01 Marzo EVENTO CONCLUSIVO

La presidenza delle celebrazioni della Scuola è affidata a don Maurizio (Decano) mentre la predicazione quest’anno sarà a cura di don Fabio Riva, Vicario di Baranzate, e da quest’anno neo assistente diocesano di Azione Cattolica ragazzi e giovani e assitente della FUCI.

don Maurizio

“CRESCE LUNGO IL CAMMINO IL SUO VIGORE” – La nuova lettera pastorale 2018/2019

Ecco un altro e nuovo anno pastorale. Come tutti gli anni non c’è niente di nuovo e c’è tutto di nuovo, le cose di sempre e i tentativi di farne di nuove o almeno diverse. Una cosa è certa: siamo sempre in cammino, siamo un popolo, una Chiesa perennemente pellegrina verso la “città santa, la Gerusalemme nuova”, una Chiesa in cammino che non teme di riformarsi e leggere i segni dei tempi; la nostra fede non può restare sempre la stessa ma deve maturare, passo dopo passo. E’ questa situazione peregrinante che rende attraente l’esperienza cristiana e ci spingere a vivere con entusiasmo e mai con rassegnazione, nostalgia o risentimento. Dunque: coraggio, forza, andiamo avanti!

Per questo l’Arcivescovo ci propone per il nuovo anno pastorale alcuni “esercizi spirituali” del pellegrinaggio: l’ascolto della Parola, la centralità dell’Eucaristia, la preghiera. Si direbbe “le pratiche di sempre” o anche peggio: “le solite cose”. Ma non abbiamo altro! Si tratta di riscoprirle e riscoprendole arricchire di nuove energie il nostro cammino accrescendo il nostro vigore (Salmo 84,8). Noi discepoli del Signore non abbiamo altre risorse, non abbiamo iniziative fantasiose, proposte che stupiscono per originalità e clamore, non andiamo in cerca di esperienze strabilianti. Non abbiamo altro che il mistero di Cristo e il suo Vangelo. Non abbiamo altro, ma quello che abbiamo basta per la nostra salvezza, basta per il nostro pellegrinaggio e per entrare nella vita eterna. Anche per questo chiedo a tutti i parrocchiani e soprattutto ai frequentatori assidui dei nostri ambienti di vincere e superare insensibilità, pigrizie, remore, rivendicazioni, malumori di chi è sempre incontentabile, e di accogliere invece positivamente le proposte di partecipazione costruttiva alla vita della comunità, anche se si fanno le “cose di sempre” ma che sono il fondamento e l’energia del nostro pellegrinaggio e che ci permettono di porre passi sicuri, uno dopo l’altro, e di proseguire non restando fermi.

Ecco, più in dettaglio, cosa ci propone l’Arcivescovo con la sua lettera.

La lezione attuale di Montini Una Lettera pastorale intrisa di ammirazione per il suo predecessore Giovanni Battista Montini, più volte richiamato come esempio da rilanciare e approfondire: l’arcivescovo ci invita a riprendere la sua testimonianza e a rileggere i suoi testi, così intensi e belli.
Un coraggioso rinnovamento della Chiesa Una Chiesa che si riforma sempre, che non si siede sul già sperimentato, ma che vive pienamente il tempo: Siamo un popolo in cammino. L’arcivescovo ci Invita a «pensare e praticare con coraggio un inesausto rinnovamento/riforma della Chiesa stessa», egli dice: «Non ha fondamento storico né giustificazione ragionevole l’espressione di chi dice “si è sempre fatto così”».
Per una Chiesa dalle genti L’Arcivescovo richiama il cammino fin qui svolto in occasione del Sinodo «Chiesa dalle genti», che si concluderà il 3 novembre. Affronta il tema della ricchezza anche ecclesiale che nasce dal dialogo di popoli e persone presenti a Milano e in Diocesi. Questo tempo ci chiede un cambio di prospettiva, o meglio, assumere la prospettiva che fin dall’inizio è stata della comunità cristiana. Ci domanda di ripensare il senso dell’essere Chiesa, di riconoscere che nessuno è straniero o ospite ma che tutti siamo concittadini dei santi e familiari Dio, “edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù” (Ef 2, 19-20).

Giovani che non si scoraggiano Un’attenzione particolare l’Arcivescovo la dedica ai giovani, nell’anno nel quale si celebra il Sinodo dei vescovi voluto da papa Francesco.

La cura della Parola a Messa e nella preghiera L’Arcivescovo invita a una cura particolare alla Messa domenicale, in particolare nell’annuncio della Parola, a una spiritualità alimentata dalla preghiera. È necessario che l’insegnamento catechistico, la predicazione ordinaria, il riferimento alla Scrittura negli incontri di preghiera, nei percorsi di iniziazione cristiana, nei gruppi di ascolto, negli appuntamenti della Scuola della Parola siano guidati con un metodo e condotti con sapienza.

Dalla Missione di Milano alla nuova evangelizzazione Dalla preghiera alla testimonianza per la nuova evangelizzazione. Anche su questo il vescovo Mario non manca di riprendere la lezione montiniana: «Siamo chiamati a condividere lo spirito con cui ha promosso e vissuto la Missione di Milano del 1957 e le motivazioni che lo hanno convinto a visitare i continenti e a orientare il Concilio Vaticano II al confronto, al dialogo, alla simpatia per il mondo, per una responsabilità di evangelizzazione. Come ci consiglia papa Francesco, rileggere l’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi sarà un modo per vivere la canonizzazione non solo come una celebrazione, ma come occasione per rendere ancora fecondo il magistero di Paolo VI».

Rilanciare l’impegno sociale perchè la dottrina sociale della Chiesa è una benedizione «La proposta   cristiana si offre come una benedizione, come l’indicazione di una possibilità di vita buona che ci convince e che si comunica come invito, che si confronta e contribuisce a definire nel concreto percorsi praticabili, persuasivi con l’intenzione di dare volto a una città dove sia desiderabile vivere. La dottrina sociale della Chiesa, il magistero della Chiesa sulla vita e sulla morte, sull’amore e il matrimonio, non sono una sistematica alternativa ai desideri degli uomini e delle donne, ma sono una benedizione». I cristiani «sono profeti, hanno proposte, hanno soluzioni, hanno qualche cosa da dire nel dialogo con tutti gli uomini e le donne di buona volontà».
La visita pastorale Infine l’Arcivescovo annuncia dall’Avvento 2018 la visita pastorale nelle parrocchie e Comunità pastorali della Diocesi. Oltre alla verifica sull’ascolto nelle nostre comunità della Parola, sarà importante non perdere di vista, attuare e verificare i “passi da compiere” che ci si è dati come compiti pastorali e che ci sono stati affidati con un “mandato”.

«Popolo di pellegrini, popolo in camminino, impariamo a pregare i Salmi per condividere la fede di fratelli e sorelle di epoche lontane che pregano con noi. I Salmi trasformano il vissuto quotidiano – con le sue speranze e le sue fatiche, i desideri e i drammi della vita – in esperienza di preghiera. Un esercizio di riflessione e di condivisione, per imparare a pregare con tutti i Salmi del Salterio e in particolare con quelli che la Liturgia delle ore propone come preghiera della Chiesa».
Preghiamo per resistere alla tentazione di fermarci, di distrarci, di scoraggiarci». «Di tutto la Chiesa può avere paura, ma non di camminare!».
Vi invito, per chi vuole approfondire, ad acquistare la lettera pastorale presso la segreteria parrocchiale.

don Maurizio

MAI PIÙ LA “PENA DI MORTE” Papa Francesco ha modificato un articolo del catechismo della Chiesa Cattolica

Può sembrare strano e paradossale che i cristiani e la Chiesa, credenti e seguaci del Vangelo di Gesù, che non ha chiesto la morte del peccatore ma anzi ha dato la vita proprio per lui, possano ammettere di dover infliggere la pena capitale a una persona benchè colpevole di reati gravi. Eppure, nel passato della Chiesa e ancora oggi nelle legislazioni di molti paesi, così si è pensato e così si fa. Nei discorsi e nel pensare comune, poi, anche di molti credenti, davanti a casi di violenza efferata, si ritiene che sia giusto infliggere la pena di morte; e se non la pensano proprio così, arrivano a dire di rinchiudere per sempre il “malvagio” e “gettare le chiavi”: un modo equivalente per dire di considerare morta quella persona. Così anche il tema dell’ergastolo potrebbe e dovrebbe essere ripensato; la questione è complessa e meriterebbe di non essere liquidata in poche righe.   Forse un ripensamento alla luce del Vangelo è necessario. A porre rimedio a queste derive che hanno toccato anche la Chiesa ufficiale ci ha pensato papa Francesco proprio pochi giorni fa.   Infatti papa Bergoglio ha modificato un articolo del Catechismo della Chiesa cattolica (n.2267), affermando, alla luce del Vangelo, «l’inammissibilità della pena di morte perché essa attenta all’inviolabilità e dignità della persona». È una definizione chiara e decisa che impegna la Chiesa e i cattolici ovunque nel mondo perché si difenda sempre e comunque la intangibilità della vita anche attraverso l’eliminazione di questa pena disumana.       Il Papa ha comunicato questa modifica del Catechismo a tutti i vescovi del mondo. È un intervento importante perchè non solo modifica ma cambia un articolo del catechismo: un testo nel quale tutti i credenti sono chiamati a riconoscervi la propria fede. È un impegno grande e vasto per tutta la Chiesa a educare e lavorare, anche in questo campo, per salvaguardare la sacralità della vita umana e la sua dignità. Il cambiamento annunciato il 2 Agosto 2018 (giornata del “Perdono di Assisisi” toglie ogni giustificazione alla pena di morte anche in quei «rari casi» in cui era tollerata perché «era più difficile garantire che il criminale non potesse reiterare il suo crimine». Con la modifica apportata al Catechismo la Chiesa segna una pietra miliare del suo insegnamento e del suo deciso impegno presso gli Stati e i governi, perché vengano create le condizioni che consentano di eliminare «oggi» l’istituto giuridico della pena di morte.               Il termine «oggi» che il Papa usa è esemplificativo dell’urgenza da lui sentita perché questa pratica disumana volga presto al suo termine, sebbene negli ultimi anni i progressi sono stati notevoli. Sono, infatti, ancora cinquantasette i Paesi che mantengono in vigore la pena capitale. L’«oggi» – che usa papa Francesco – ha anche un altro significato: davanti al “culto della morte” espresso dal terrorismo, da atteggiamenti di intolleranza, dalla violenza diffusa o dalla guerra “a pezzetti”, combattere la pena di morte significa ribadire il senso della vita e contestare la logica della morte. Il nichilismo che c’è dietro a chi si batte per togliere la vita agli altri non è contestato, ma avvalorato dalla pena di morte. Essere contrari alla pena di morte è confermare le ragioni della vita: la vita è più forte di tutto e la storia non è stata scritta per sempre, una volta per tutte. Esiste umanità finché c’è vita, anche poca, anche debole, anche limitata.   Questo gesto ufficiale e forte di modifica del catechismo della Chiesa cattolica deve spingere tutti a pensare e a vivere coltivando sempre più il rispetto della dignità della persona anche quando sbaglia e investire in relazioni educative più impegnative, perchè il male viene sempre da una mancanza d’amore: non solo amore non dato, ma anche amore non ricevuto.

don Maurizio

PERCHE’ LA VACANZA…SIA VACANZA

Auguro a tutti di fare delle prossime vacanze una vera esperienza di ricarica di energie fisiche e spirituali. Auguro di fare delle vostre vacanze un’autentica esperienza di rigenerazione dello spirito, dell’interiorità della persona. Nelle vostre vacanze auguro che possiate ritrovare l’equilibrio psicofisico ma di avere cura del proprio “io”, della propria anima e della vita spirituale. Auguro di arrestare per un po’ di tempo la propria frenesia, liberandosi dall’incombere di un “fare” tutto votato all’ “avere” e orfano dell’ “essere”.   Un pensiero particolare va a chi, con modalità e tempi diversi, si incontrerà con la montagna. E non di rado potrà succedere che percorrendo questi territori montani, o altri in luoghi più pianeggianti o rivieraschi, ci si incontri con delle pievi, chiesette di montagna o chiese rurali, soprattutto romaniche, disseminate, per la maggior parte, lungo gli antichi cammini di pellegrinaggio.
Natura e cultura di un popolo si abbracciano nell’architettura sacra: contemplare il creato ci aiuta a scorgere l’invisibile; organizzare gli spazi orienta e diviene bussola per orientare i cammini del cuore e dello spirito.    Certo è che i monti hanno sempre condensato significati di particolare pregnanza: custodire i misteri del divino, rivelarli talvolta, accogliere eventi straordinari , fornire ancore di salvezza…Le vette raggiungibili solo con fatiche e rischi , inaccessibili ai più, offuscate da nubi che accentuano il mistero, grembo di tempeste o di neve luccicante sotto il sole, sono da sempre state desigante come sedi di ciò che non si può afferrare – la Bibbia insegna!
Tutte le civiltà hanno avuto i loro monti sacri: da quella greca con il suo Olimpo, affollata casa di tutti gli dei, a quella tibetana con le sue divinità sopra il tetto del mondo, a quella giapponese con il monte Fuji circonfuso di vapori che nascondono gli spiriti degli antenati, alle pianure mesopotamiche che là dove non vi erano monti hanno tentato di imitarli con costruzioni straordinarie. Anche il mondo biblico ha i suoi sacri monti: dall’ Ararat, al Sinai, al Moria, al Carmelo; e nel Nuovo Testamento dal monte della Trasfigurazione a quello delle Beatitudini, al Golgota inteso come punto di sutura salvifica tra gli il cielo e la terra.    Se la montagna è – simbolicamente – sede di ciò che inaccessibile agli umani, è anche, e proprio per questo, una possente forza trainante per la piccola, debole e insignificante creatura umana.
Perché l’uomo desidera scalare una montagna? Perché salire? Perché vedere l’altro orizzonte che si apre sulla cima di una vetta?     Voglio lasciare aperta la domanda perchè ciascuno trovi le sue risposte; solo un suggerimento: per chi ha occhi attenti e cuore vigile, tutto richiama all’immensità del mistero.
Sarà anche per questo, aggiungo, che nel gesto di chi prega – il volto verso l’alto, le palme delle mani aperte verso il cielo – si dà una possibilità di congiunzione tra l’umana piccolezza e l’immensità del mistero, tra la nostra fragilità e l’immensità di Dio che si manifesta nella bellezza del creato perchè in noi susciti la fede.

don Maurizio

ALTRI CANTIERI CI ATTENDONO…

Nella nostra parrocchia gli interventi di manutenzione e rilancio non sono mai finiti

Negli ultimi recenti anni abbiamo portato a termine delle opere straordinarie, persino storiche, come il rifacimento del tetto della chiesa, parte dei suoi intonaci e il restauro completo dell’impianto campanario. Non dobbiamo perdere la memoria di questi interventi e un plauso e una gratitudine a tutti sono di dovere. Ma altri cantieri necessitano di essere aperti e l’attività pastorale esige di intervenire sulle strutture non solo per ragioni di sicurezza e manutenzione ma primariamente per poter garantire iniziative pastorali a servizio della comunità cristiana.  Di questo dobbiamo farcene carico tutti a secondo dei compiti e delle responsabilità di ciascuno, dei gruppi e delle associazioni presenti. Ritorna necessaria l’immagine di parrocchia come “famiglia” dove insieme ci si fa carico della sua vita e conduzione: nessuno può essere lasciato da solo ad affrontare il suo problema, ma occorre operare insieme con le capacità e i contributi di ciascuno.  In questo orizzonte una realtà fondamentale è quella del volontariato: un forte contributo può già essere dato dalla disponibilità di molti ad essere presenti e ad offrire il loro servizio al di là del semplice contributo economico pur assolutamente indispensabile nelle condizioni economiche in cui si trova la nostra parrocchia.

Penso in particolare alla realtà della Chiesa e del quartiere di san Giuseppe. In questi ultimi anni questa comunità si è rivitalizzata e ora si fanno molteplici attività, non ultima, quella dell’oratorio estivo per gli anziani che ha avuto notevole successo e grande ricaduta mediatica. Soprattutto si è ristabilito un tessuto di presenze, di relazioni e di interventi educativi. Proprio per questo il centro pastorale san Giuseppe della nostra parrocchia va aiutato nelle sue strutture per offrire un adeguato servizio alle persone e sostenere l’attività educativa e di responsabilità di chi lì opera. Le strutture di san Giuseppe necessitano urgentemente di un intervento di riqualificazione soprattutto della struttura tensostatica (pallone coperto) in quanto unico spazio al coperto per le ormai molteplici attività di cui beneficia la pastorale parrocchiale e non solo. E’ stato presentato un progetto dettagliato e competente anche in vista di un finanziamento a fondo perduto che purtroppo non è andato in porto; non desistiamo nel cercare altre risorse, ma ora è il momento del coinvolgimento della comunità chiamata a conoscere l’intervento e a contribuirne.

San Giuseppe non è il solo “cantiere” che dobbiamo affrontare; esiste anche un’altra emergenza: quella del tetto della Palestra dell’oratorio utilizzata come palazzetto delle sport dall’ARDOR. Le infiltrazioni d’acqua chiedono al più presto di intervenire su tutta la copertura non solo per evitare maggiori danni ma soprattutto per garantire l’attività sportiva di centinaia di ragazzi e giovani. Anche in questo caso è necessario il coinvolgimento di tutti ma in particolare di tutti coloro che seguono e partecipano all’attività dell’ARDOR.

Ultimamente si è potuto verificare da parte di tecnici e autorità competenti che per ragioni di sicurezza dobbiamo intervenire almeno su tutta la cornice, che si sta sgretolando, del grande finestrone della facciata della nostra chiesa di san Martino: un intervento urgente che dovrà essere svolto a breve.

E’ certo che nelle condizioni economiche della nostra parrocchia occorre dare delle priorità senza dimenticare nessuna delle necessità del nostro enorme patrimonio immobiliare e di strutture a servizio della pastorale. L’elenco sarebbe ancora molto lungo e le necessità sono tutte importanti e ne abbiamo sempre dato conto soprattutto in occasione della presentazione ufficiale del bilancio parrocchiale; ciò che però al momento conta è il senso di responsabilità che ci deve muovere tutti; dobbiamo essere consapevoli che l’ordinarietà della nostra “famiglia” e della “casa comune” della nostra parrocchia ha le sue quotidiane esigenze e la straordinarietà degli interventi è necessaria e va sostenuta con contributi straordinari che non possono venir meno se vogliamo garantire il futuro delle attività della nostra comunità cristiana. L’amministrazione della nostra parrocchia sta cercando il più possibile di fare la sua parte, di dimostrare che nell’ordinarietà della sua gestione è attenta e oculata; tuttavia, nella grande “Famiglia” della nostra comunità, davanti a interventi straordinari o anche solo che debbano garantire la normale attività pastorale, abbiamo bisogno che ciascuno senta la responsabilità di procurare introiti straordinari, e i vari gruppi predispongano opportuni accantonamenti, per una programmazione lungimirante dei lavori. Ovviamente riprenderemo questo discorsi al termine della pausa estiva, in particolare convocheremo un incontro pubblico in san Giuseppe per presentare il progetto di ristrutturazione della struttura tensostatica. Nel frattempo prendiamo coscienza della realtà e predisponiamoci al coinvolgimento da protagonisti.

don Maurizio

QUALE FIGURA DI PRETE OGGI PER LA CHIESA?
La grazia e la responsabilità per la nostra comunità cristiana del dono di due prime sante Messe (prima parte)

La prima santa Messa di don Simone e di don Matteo, di due giovani nel pieno della loro vita, e il loro completo ingresso nel ministero a servizio delle parrocchie alle quali sono inviati interrogano e provocano positivamente la nostra comunità cristiana.    Se non ci lasciamo prendere dai sentimenti e dalle emozioni, che pur hanno diritto di esserci e di manifestarsi, dovremmo perlomeno riconoscere che siamo invitati da questo avvenimento, a “ripartire da Dio”. Ripartire da Dio vuol dire confrontare con le esigenze del Suo primato tutto ciò che si è e si fa. Se due giovani – e i loro compagni – decidono di giocare totalmente la loro libertà, la loro intelligenza, le loro migliori energie e la loro fede, significa che solo il Signore è la misura del vero, del giusto e del bene. Vuol dire tornare alla verità di noi stessi, rinunciando a farci misura di tutto, per riconoscere che Lui soltanto è la misura che non passa, la “pietra d’angolo” che dà fondamento, la ragione ultima per vivere, amare, morire. Vuol dire guardare le cose dall’alto, vedere il Tutto prima della parte, partire dalla Sorgente per comprendere il flusso delle acque.      Già questo basterebbe per sentirci chiamati tutti in causa – personalmente e come comunità – nel verificare e spronare il nostro modo di vivere da cristiani. Lo possiamo fare domandandoci quale tipo di prete attendono le nostre parrocchie ma anche come, di riflesso, devono essere le nostre comunità cristiane. Chi sono questi giovani che diventano preti? Che cosa vuole dire oggi per un giovane diventare prete? E noi cosa ci aspettiamo come comunità dal prete che viene tra noi? Siamo disposti a metterci in gioco anche noi in questo avvenimento? Ma, in fondo, che tipo di prete hanno bisogno la Chiesa e il mondo oggi?
Sei parole sintetiche potrebbero guidarci nelle risposte e in questa riflessione, in un momento così particolarmente intenso dell’esperienza spirituale della nostra parrocchia; sei parole per stimolare tutti noi a trovarne altre che ci aiutino a vivere bene il dono di due prime sante Messe.

La prima parola: il VANGELO. Non è e non può essere una parola scontata e il suo contenuto non può più essere dato per presupposto. Ogni cosa che il prete fa, si rifà o dovrebbe rifarsi al Vangelo; il prete è mandato perchè il Vangelo sia annunciato a tutte le persone. In questo modo riafferma che il Vangelo è origine, radice di tutta l’esistenza cristiana. Oggi più che mai occorre far tornare continuamente la comunità cristiana alle origini della propria vita e della propria missione: si tratta di un compito pastorale fondamentale. Tutto ciò vuol dire che il primato va concesso al Vangelo come radice esplicita messa chiaramente a tema di ogni altra azione pastorale. Occorre tornare sempre di nuovo alle radici. Occorre tornare a ciò che ha generato i riti, le forme di convivenza, le istituzioni, le iniziative, le varie attività concrete, le organizzazioni della comunità cristiana per ridare loro sapore, senso, radicazione profonda. Il prete deve formarsi e formare a questo gusto dell’essenziale, tornare a ciò che è veramente fondativo della comunità cristiana e delle sue tante sovrastrutture.

La seconda parola: lo SPIRITO.    Anche qui dobbiamo evitare considerazioni scontate. Il dono dello Spirito è per essere guida in un cammino di appropriazione profonda, personale e comunitaria, della fede, storicamente determinata, localizzata qui ed ora di ciò che Gesù è per la nostra vita. Appropriazione personale della fede significa far diventare il Vangelo annunciato, un principio di vita e di giudizio su ciò che sto vivendo; vuol dire imparare l’esercizio del discernimento – esercizio che non siamo molto abituati a fare – della preghiera contemplativa, della direzione spirituale. E’ questo ciò di cui hanno bisogno le nostre comunità cristiane. E’ questo ciò che è richiesto ai preti oggi: che loro stessi vivano una forte esperienza spirituale e si preparino ad essere non semplicemente distributori di sacramenti, non i capi della comunità, ma uomini spirituali, uomini capaci di far percepire agli altri i sottili, profondi, penetranti movimenti dello Spirito, uomini che siano capaci di interpretare la storia delle persone. Uomini che guidino non comunità psicologiche, sociologiche o super organizzate in attività da “pro-loco”, ma comunità spirituali, comunità nelle quali si è in grado di riconoscere di volta in volta la voce dello Spirito e i segni con cui lo Spirito guida la comunità.

La terza parola: la CROCE.    La vita secondo lo Spirito è la capacità di partire da ciò che è ultimo, da ciò che è debole, stolto agli occhi del mondo (1Cor 1,27) per rivelare con maggior forza la presenza operante di Dio. La vita secondo lo Spirito rivela la sua forza, la sua tenace speranza e l’inizio di una vita nuova, proprio là dove una situazione umana è particolarmente disperata, ottusa, impermeabile.  Nella comunità cristiana d’oggi come anche nella società e nella cultura attuale, accanto a tanto buon grano ci imbattiamo continuamente in tanti casi e situazioni di impotenza e povertà, di indifferenza e di lontananza da Dio. Un prete oggi qui a Milano non deve spaventarsi di tutto questo, deve abituarsi a vivere la logica della croce, a dire “io partirò dagli ultimi, da chi è lontano”. La vita secondo la croce di Cristo significa partire da lì, partire da queste situazioni che, più da vicino, assomigliano alla croce, alla disfatta di Gesù Cristo, nella certezza che la forza dello Spirito proprio da lì parte per avviare un cammino di speranza, di pienezza di vita e di salvezza. Questo deve fare il prete oggi, questo devono testimoniare oggi le nostre comunità cristiane.

A queste tre parole forti devono far seguito altre parole che vogliono dire lo stile e gli atteggiamenti del prete oggi. Ma di questo ne parliamo nel prossimo editoriale.

don Maurizio

QUALE STILE DEVE AVERE IL PRETE OGGI?
La grazia e la responsabilità per la nostra comunità cristiana del dono di due prime Sante Messe (seconda parte)

Nel precedente editoriale – che vi invito a rileggere – dopo aver indicato le prime tre parole di carattere fondamentale per dire quale figura di prete la Chiesa e il mondo oggi hanno bisogno, ora continuiamo la riflessione indicando altre parole che vorrebbero dire alcuni atteggiamenti profondi, alcune doti spirituali, alcuni orientamenti di stile che dovrebbe coltivare il prete oggi, ma che le comunità dovrebbero esercitare per aiutarlo e sostenerlo nel suo ministero. Anche per una parrocchia tutto questo può diventare un itinerario di conversione.

La prima parola, il primo stile è: solitudine.
Dobbiamo precisare di cosa si tratta per non ingenerare ambiguità e fraintendimenti. Qui la solitudine è la capacità da parte del prete di stare con Gesù, suo unico Signore e Maestro. In questo nostro contesto sociale e culturale in cui occorre annunciare con coerenza e con radicalità il Vangelo, è indispensabile che uno viva un rapporto profondo, radicato e personale con Gesù Cristo. Per cui, pur attraversando prove e difficoltà, sorge spontaneo dire: “Tu sei davvero la mia gioia, non ho nient’altro che te nella mia vita. Se trovo, certo, anche una struttura, un’istituzione, una comunità o una famiglia che mi aiuta, te ne sono grato; però, Signore, quand’anche io fossi solo, non ci fosse nulla che mi da una mano, non ci fosse neanche un fratello di fede che mi sostiene e persino i superiori non mi capissero, tu, Signore, mi basti; io con te ricomincio da capo”. E’ importante questo senso profondo di una capacità di stare soli con Cristo come unica perla preziosa che appaga un’intera esistenza senza isolarla, ma proiettandola al servizio dei fratelli. Ecco quindi una vita vissuta nel celibato, nella povertà e nell’obbedienza profonda ai disegni di Dio, ma anche ai bisogni concreti del popolo cristiano che di volta in volta si presentano. Gesù e la Chiesa sono gli unici Signori della vita di un prete che egli deve servire con infinita umiltà e con immensa docilità e disponibilità.

La seconda parola è: fraternità.
In un momento in cui occorre quasi ricominciare da capo, ritornare al Vangelo, per interpretare poi secondo la voce dello Spirito Santo le varie situazioni umane, diventa indispensabile che il presbitero si senta partecipe di una comunità, che è anzitutto la comunità presbiterale, i suoi fratelli nel presbiterio insieme col Vescovo. E poi fraternità, collaborazione, con tutta quella fioritura di carismi, di vocazioni, di ministeri antichi e nuovi che sono presenti, per un dono misterioso e meraviglioso dello Spirito, nel la comunità cristiana attuale.   Un prete che fa tutto da solo o coltiva solo i suoi interessi, sganciato da ogni reale collaborazione, è una figura inaccettabile, è una figura improduttiva. Soltanto un prete che vive intensamente la fraternità, la comunione con gli altri fratelli del presbiterio, e con tutti i fratelli di fede variamente impegnati, è un prete che interpreta le esigenze di ritorno al Vangelo, di obbedienza allo Spirito e di fedeltà alla croce, che è l’esigenza tipica della vita pastorale contemporanea.
Non si tratta semplicemente di “lavorare insieme per la stessa causa” ma di sentirsi legati da un vincolo profondo che nasce dall’essere stati scelti dal Maestro per condividere con lui e con gli altri scelti da lui la stessa passione per il Regno: si tratta di un legame ancora più forte di quello di sangue, un legame frutto della preghiera e della misteriosa chiamata del Signore.

La terza parola è: sinodalità
Se per un pastore lo stile della fraternità è costitutivo del suo essere, oggi per lui è decisiva una vita con una buona capacità relazionale, con un’abitudine a tener conto degli altri, a lavorare insieme con gli altri, a pensare insieme con gli altri la vita.   Tra gli atteggiamenti sinodali c’è l’esercizio del discernimento come capacità di ascolto, dialogo e di saper dare indicazioni concrete per i cammini di vita e di fede. Il prete oggi deve avere un’infinita capacità di ascolto rispettoso della storia della comunità nella quale è inserito, di capire , di non classificare le persone ma di valorizzarle secondo le loro doti e carismi. È indispensabile che uno mentre annuncia il Vangelo, sia pronto a percepire tutti i dinamismi, gli itinerari spirituali che il fratello sta percorrendo. E poi si abitui, insieme col fratello, di qualsiasi razza, di qualsiasi ideologia, a trovare i modi applicativi del Vangelo alla realtà sociale d’oggi, nella certezza che tante intuizioni sono presenti in tanti fratelli che pur non condividono le stesse idee e non partecipano alla vita della comunità cristiana.

Sono solo alcune parole di stile, ma chissà quante altre ne possiamo trovare per un prete e per una parrocchia che vogliono davvero vivere il compito di essere la Chiesa del Signore oggi.
La grazia e la responsabilità di avere due prime Sante Messe sono un forte richiamo a impegnarci in questo.

don Maurizio

GAUDETE ED EXSULTATE

Una lettera del papa; il vescovo Mario che ci invita alla profezia della comunione ricostruendo le nostre comunità attorno alla Parola e al mistero dei sacramenti con stile di stupore, entusiasmo, ammirazione, esultanza; due prossimi santi, di cui uno a noi particolarmente legato; 23 nuovi preti di cui due ben noti don Simone e don Matteo; la comunità cristiana di san Martino in cammino di fede nonostante i suoi complessi problemi, e ciascuno di noi con la sua esistenza da giocarsi nella quotidianità, alla ricerca di senso e pienezza di vita.
Che cosa mai unirà tutte queste cose? Che cosa le accomuna? Al di là delle continue lamentele e delle frustranti insoddisfazioni una cosa appare come un legame più forte di ogni difficoltà e che può e deve sostenerci e spronarci: la gioia che viene dalla consapevolezza, mai del tutto considerata, della ricchezza – qualcuno direbbe della fortuna – di avere la fede cristiana e dal fatto che solo nella santità la nostra vita trova pienezza di significato e realizzazione piena.

È appena uscita la terza esortazione apostolica di Papa Francesco dal titolo Gaudete ed Exsultate – che vi invito a conoscere. Il filo rosso della gioia continua a rappresentare l’elemento che unifica il magistero del Papa che vuole cristiani gioiosi che mostrino di aver incontrato il Risorto e in lui il segreto di una vita pacificata, realizzata, piena. Quasi facendo eco al dettato conciliare sull’universale chiamata alla santità, la Gaudete et Exsultate indica nella santità l’orizzonte della esistenza del cristiano comune.
La prima cosa che colpisce nel testo è la convinzione con cui si sostiene che la santità appartiene al “popolo di Dio paziente”, alle persone che hanno un’ordinaria vita quotidiana fatta delle cose semplici che sono la struttura dell’esistenza di tutti.
Ci si dovrà abituare a riconoscere i santi della porta accanto: nei “genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere” (n. 7).
Dunque una santità che non è per pochi eroi o per persone eccezionali o appartenenti a taluni stati di vita (consacrati), ma il modo ordinario di vivere l’ordinaria esistenza cristiana di ciascuno. C’è un solo modo di essere cristiani, quello che si colloca nella prospettiva della santità.
La manifestazione della santità della vita quotidiana non va cercata nelle estasi o nei fenomeni straordinari che talvolta si associano ad essa, ma in coloro che fanno delle beatitudini – e più in generale del Vangelo di Gesù – la loro carta di identità. Chi vive nel dono di sé perché vive secondo la parola di Gesù, è santo e sperimenta la vera beatitudine. Papa Francesco però mette in guardia dalla tentazione di considerare le beatitudini come belle parole poetiche: esse vanno controcorrente e delineano uno stile diverso da quello del mondo.
Vivere la santità richiede di avere realizzato nella propria esistenza quell’unità per cui si passa dalla contemplazione del volto del Signore alla concretezza del gesto di carità, e dall’azione per l’altro al mistero del Risorto come a sua radice.
L’Esortazione non è un piccolo trattato, ma vuole essere uno strumento per cercare le forme della santità per l’oggi. Questa è la vera questione: la santità è un problema di Dio: è lui che ci vuole partecipi della sua vita e ci chiama ad essere a immagine del suo Figlio Gesù, ma la modalità di questa forma esistenziale spetta di trovarla a ciascuno di noi.
Le cinque caratteristiche che vengono proposte nel capitolo quarto indicano alcuni rischi e limiti della cultura di oggi: “L’ansietà nervosa e violenta che ci disperde e debilita; la negatività e la tristezza; l’accidia comoda, consumista ed egoista; l’individualismo, e tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale” (n. 111). Di fronte ad essi, occorrono fermezza e solidità interiore per resistere all’aggressività che è dentro di noi; la gioia e il senso dell’umorismo; la franchezza, come coraggio apostolico e capacità di osare; la disponibilità a fare un cammino di comunione e infine la preghiera.
Così il cristiano potrà sperimentare quella gioia che il mondo non gli potrà togliere. La vera gioia è radicata in quel senso della vita che vede la vita come chiamata alla santità, pienezza di significato dell’esistenza.
Come abbiamo ricordato, in questo cammino siamo richiamati da due figure significative: Paolo VI e Mons. Oscar Romero che verranno canonizzati, il primo a ottobre, e il secondo poco dopo. Ne parleremo nei prossimi editoriali.
Siamo richiamati a questo tema della gioia per una vita orientata alla piena realizzazione di sè e quindi nella forma della santità, anche dal motto dei prossimi ordinandi preti (9 Giugno). Don Simone, don Matteo e i loro compagni hanno scelto la frase evangelica: “e cominciarono a far festa” (Lc 15,24). Dobbiamo però comprenderne il giusto senso. Essa fa riferimento alla gioia conseguente al perdono frutto della misericordia di Dio, a quella gioia che può venire solo dal Signore che rende la vita bella, buona, felice, una vita che vale veramente la pena vivere, al di là di tutti i mugugni delle nostre insoddisfazioni.

don Maurizio

CINQUE ANNI SULLA SEDIA PIU’ SCOMODA
Come leggere e interpretare il pontificato di Francesco

Sono già passati cinque anni – anzi è iniziato il sesto – e la figura di papa Francesco ha suscitato, fin dall’inizio, – come è normale che sia – reazioni diverse e persino opposte, da quelle più sentimentali ed emotive a quelle più ragionate e contestualizzate. Anche rispetto alle ultime pubblicazioni, dove non mancano toni polemici, forse è bene cercare di fare lo sforzo per una lettura più attenta e più ampia di questo spicchio di tempo, cercando di andare al di là di una visione personalistica della figura di Jorge Mario Bergoglio e cogliere meglio, attraverso l’impronta del suo pontificato, cosa la Chiesa sta vivendo e dove vuole andare per essere fedele al mandato evangelico. Ci da lo spunto anche l’ultima esortazione apostolica di papa Francesco appena uscita (“Gaudete et exultate”) e che ancora una volta sottolinea lo stile del suo particolare pontificato. Questa lettera è sulla chiamata di tutti alla santità in questo nostro mondo contemporaneo. Oltre all’invito a leggerla, perchè rivolta davvero a tutti, il suo messaggio ribadisce e approfondisce quanto a questo papa sta a cuore, ovvero la sottolineatura della fede popolare e della necessità di viverla testimoniandola con stile missionario, con coraggio e con semplicità evangelica nell’ordinarietà della vita.

Tra le tante caratteristiche di questo pontificato, la prima da non dimenticare è il fatto singolare della compresenza del Papa emerito, Benedetto XVI. Anche se alcuni hanno cercato di strumentalizzare questa circostanza, se non addirittura di contrapporre le due figure, non c’è mai stata nessuna frattura tra i due. Anzi, pur nella differenza delle personalità, si è manifestata una vera continuità. Infatti, entrambi, non hanno fatto altro che portare avanti le indicazioni del concilio Vaticano II. Non si può tornare a una “mitica” epoca precedente, perché la Chiesa, guidata dallo Spirito e impegnata nella lettura profetica dei segni dei tempi, vive nel tempo e non può che dialogare con gli uomini e le donne di oggi, se vuole essere fedele alla sua missione di annuncio del Vangelo. Non dobbiamo lasciarci ingannare: la Chiesa è realtà molto più viva e diversificata di quanto si sia soliti pensare, una realtà nella quale arde sempre il Vangelo, anche quando sembra ridotto a poche braci, pronte però a divampare nuovamente non appena qualcuno ha l’audacia di smuovere le ceneri con il soffio della profezia.

Dentro questa prospettiva i mutamenti, indicati e in parte anche attuati, in questi cinque anni da papa Francesco sono molti ma possono essere ricondotti a questi aspetti chiave: la centralità del Vangelo, le riforme, la sinodalità, la priorità ai diritti dei poveri. Ai più attenti osservatori questo papa continua a sorprendere per le iniziative che intraprende ma sono comunque tutte accomunate da alcune scelte di fondo e trasversali e che sono caratteristiche del suo ministero petrino.

Innanzitutto una volontà di riforma della Chiesa: la chiesa è sempre in stato di riforma, ma con criterio. Infatti la Chiesa ha sempre la necessità di ritrovare la “forma” indicata dal Vangelo, la “forma” che Gesù Cristo, il suo sposo, attende da lei. Riforma, per papa Francesco, è conversione, mutamento e ritorno al Signore e al suo Vangelo. Si tratta di una riforma non formale o di facciata ma personale e di tutto il popolo di Dio e che quindi ha una caratteristica missionaria perchè vuole raggiungere tutti.

In questo senso si coglie meglio anche un’altra tematica trasversale e che forse è meno colta dalla maggioranza dei fedeli e che Francesco indica con il termine “sinodalità”. Non solo nei documenti, ma soprattutto nella “gestione” della vita della Chiesa appare chiaramente l’urgenza di una maggiore coinvolgente fraternità. La sinodalità appare come il cammino che Dio attende dalla Chiesa nel terzo millennio, cioè un cammino percorso insieme da tutto il popolo di Dio: fedeli, pastori e papa.
Si tratta di uno stile quotidiano e di un antico principio cristiano: «Ciò che riguarda tutti, da tutti deve essere trattato e deliberato». Francesco ha persino dato un’immagine della Chiesa che si è impressa nella mente e nel cuore dei semplici fedeli: una piramide capovolta, con in cima il popolo di Dio e sotto, al suo servizio, i pastori e il Papa. L’impegno per una Chiesa sinodale costituisce un’autentica novità per la Chiesa cattolica, anche se non di facile attuazione. [Noi come parrocchie di Bollate stiamo lavorando in questa direzione]. Sinodalità significa infatti un mutamento della forma della Chiesa cui oggi non siamo preparati, maggiore partecipazione e una reale corresponsabilità: occorrerà educare alla sinodalità, serviranno maturità cristiana, una fede pensata e l’esercizio di una comunione plurale.

Infine, un’ulteriore opzione di fondo di papa Francesco è il desiderio di una “Chiesa povera per i poveri”. Questa connotazione di povertà ha due aspetti complementari e che hanno di fondo la preoccupazione per il rispetto della dignità della persona umana. Da un lato il riconoscimento del diritto universale ad avere «terra, tetto e lavoro» e, dall’altro, la sollecitudine verso i migranti, qualunque sia il motivo del loro esodo dalla propria terra.

Alla luce di questi orientamenti di fondo potremmo cogliere una sintetica ma fondamentale chiave di lettura non solo della figura di questo papa, ma piuttosto del volto che si sta imprimendo alla Chiesa di questo inizio di terzo millennio. Una Chiesa che, come affermò papa Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio, “preferisce usare la medicina della misericordia – vera parola chiave del pontificato di Bergoglio – invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando”.
Forse, a oltre cinquantacinque anni dal Vaticano II e a cinque anni dall’elezione di papa Francesco, non ci siamo ancora abituati e non ancora del tutto attrezzati ad attuare questa semplice, evangelica verità. Ma la Chiesa va avanti: non perdiamo il passo!

don Maurizio